Wehrmacht

ADRIANO MONTI, l’intermediario

ADRIANO MONTI e ADRIANO TILGHERdi Ben Oates

La seconda guerra mondiale sta per terminare, ogni soldato tedesco dotato di senno e obiettività comprende che per la Germania la fine è vicina e il primo imperativo è quello di salvarsi. Uno di questi è un alto ufficiale dei servizi segreti, Reinhard Gehlen, il quale con estrema lungimiranza offre il suo enorme archivio agli americani che subito fiutano l’affare; il prezioso tesoro riguarda praticamente l’Unione Sovietica e quasi tutti quei Paesi che, di lì a poco, faranno parte del patto di Varsavia. Nasce così la rete Gehlen o, per gli addetti ai lavori, il servizio discreto.

Più o meno nello stesso periodo un giovane toscano di 14 anni, Adriano Monti, classe 1930, figlio di un alto funzionario del Ministero delle Corporazioni con delega per gli scambi energetici con la Germania, si arruola direttamente nella Wehrmacht grazie al suo fluente tedesco, ed è destinato alle trasmissioni. Ferito e fatto prigioniero, Monti salva la pelle proprio in virtù del suo essere un panzer. Terminata la guerra con l’onta della sconfitta Monti si dà allo studio della Medicina, diventa assistente del noto chirurgo Pietro Valdoni, quello che salverà la vita di Palmiro Togliatti e con la sua di chissà quanti altri italiani.

Ma la lotta al comunismo mondiale e l’affermazione dei valori occidentali restano per Monti i capisaldi della sua esistenza. È per la donna che diventerà poi sua moglie che Monti stabilisce la residenza a Rieti. Nel capoluogo sabino Monti conosce l’avvocato Luigi Solidati Tiburzi, un importante consigliere della Corte dei Conti e responsabile di zona del Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese. Conoscere il Comandante è per Monti un vero e proprio onore, Borghese è uno dei suoi eroi della RSI, figurarsi poi quando questi gli sottopone un progetto per prendere il potere in Italia.

È per merito della perfetta conoscenza che Monti ha di ben quattro lingue che il Comandante gli chiede di assumere l’incarico di intermediario fra lui e gli organizzatori del putsch da una parte, e gli americani e la rete Gehlen per l’Europa del Sud dall’altra. Quest’ultima è rappresentata dall’ingegner Otto Skorzeny, ex parà, celebre per l’avventurosa liberazione di Benito Mussolini prigioniero sul Gran Sasso; Skorzeny da anni è residente a Madrid sotto la copertura di proprietario di una società di import & export. Da entrambe le parti Monti riceve assicurazioni che nulla osta all’operazione se questa dovesse servire a tenere lontani i comunisti dal governo e dal potere. Se per la rete Gehlen, ramificata da tempo in tutta Europa, compresa quella orientale, c’è un noto personaggio come Skorzeny, per gli americani c’è un altro ingegnere, certamente meno famoso di quello tedesco, residente vicino a Roma e ufficialmente impiegato alla Selenia: Hugh Fendwich. Costui, a nome del partito repubblicano di Richard Nixon, informa Monti che gli Stati Uniti non intendono incitare al golpe preferendo il ruolo di spettatori interessati, tanto che nessun americano e nessuna unità militare statunitense si sarebbe mossa durante l’ora X.

Stando a Monti è su un unico personaggio che la rete e gli americani convergono per la scelta di colui che dovrà guidare il governo di salute pubblica post golpe: Giulio Andreotti. Monti ignora se l’esponente della DC sa o meno di essere il predestinato, ma questo non lo riguarda, lui deve solo informare il Comandante. Quando Monti fa il nome di Andreotti, Borghese rimane sorpreso anche se non sconcertato, dopo tutto lui si sarebbe fatto da parte senza assumere alcuna posizione politica di rilievo, limitandosi a inserire in qualche ministero alcuni suoi collaboratori, soprattutto militari o ex militari: fra i primi Monti ricorda l’ammiraglio Gino Birindelli, comandante delle Forze Nato del Sud Europa.

Il governo nato dal colpo di mano sarebbe stato formato da esponenti dei partiti già presenti nell’arco costituzionale eccetto quelli di sinistra, primo fra tutti il PCI, destinato a essere messo fuori legge. La notte di Tora Tora Monti la trascorre chiuso nella sua casa di Rieti con l’amaro in bocca per non essere stato coinvolto nelle fasi operative, in quel momento decisive. Sappiamo poi come è andata a finire. Per Monti è un’autentica delusione, un vero shock per lui che puntava molto sulla riuscita del putsch, prima tappa verso la vittoria di quello che considerava e considera tutt’ora il vero nemico da abbattere: il comunismo.

Le prime indagini sul golpe sembrano risparmiare il medico toscano tanto da fargli trovare il modo e il tempo di candidarsi nelle file del PLI nel collegio del Lazio in compagnia del capolista Gino Cervi: quest’ultimo, una decina d’anni prima, aveva fatto la stessa cosa ma solo nella finzione, nel film “Gli onorevoli”. Così Monti, l’anticomunista viscerale, collaboratore alla messa a punto di un golpe militare, finisce per fare campagna elettorale insieme a Peppone.

FONTI

Claudio Vitalone, Stralcio della requisitoria del processo sul golpe Borghese, Roma 1978

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di 1° grado, 14 luglio 1978.

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di appello, 27 novembre 1984.

Sergio Zavoli La notte della Repubblica (trasmissione tv) Rai 1989

Vivendo Parlando-Il testimone Il golpe Borghese (trasmissione tv) TV2000 14 dicembre 1999

Aldo Giannuli L’Italia dei golpe, convegno al Noir in Festival, Courmayeur 10 dicembre 2004

LA STORIA SIAMO NOI Il golpe Borghese (trasmissione tv) Rai 3, 2005

Adriano Monti Il golpe Borghese, Lo Scarabeo, Bologna 2006

Conversazione con Adriano Monti, Rieti 12 giugno 2011

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