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Via Montalcini e il garage troppo corto. Le ultime dalla Commissione d’inchiesta sul caso Moro

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E’ di qualche giorno fa la notizia del sopralluogo compiuto in via Montalcini da alcuni membri della nuova Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro e dai carabinieri del Ris, guidati dal colonnello Luigi Ripani: l’appartamento, sito al numero 8, a Roma sud, zona Magliana, è quello dove Moro sarebbe stato tenuto prigioniero per 55 giorni, dal 16 marzo 1978, giorno della strage di via Fani, fino al tragico epilogo del 9 maggio culminato con il ritrovamento del corpo dello statista in via Caetani, al centro di Roma.

Via Montalcini rappresenta un punto di fondamentale importanza per tutta la vicenda Moro essendo stata nel tempo crocevia di dichiarazioni, verità giudiziarie, e, secondo alcuni, veri e propri depistaggi sulla tragica storia dell’assassinio del presidente democristiano.

I membri della Commissione, tra cui il presidente Giuseppe Fioroni e il deputato Pd Gero Grassi, tra i più strenui promotori della nuova indagine parlamentare, hanno assistito a una serie di accertamenti tecnici, compiuti dai Ris, tra cui quelli finalizzati alla verifica del rumore prodotto dall’utilizzo di armi da fuoco, pur dotate di silenziatore, in uno spazio così angusto.

Le prime impressioni suggeriscono che spari, compiuti all’alba, avrebbero potuto essere uditi dagli inquilini del condominio di via Montalcini; a lasciare qualche dubbio è poi anche la fattibilità della procedura descritta dai Br, sia sul lato del come Moro è stato fatto entrare nel bagagliaio della Renault 4, sia su quello delle “misure” empiriche del garage davvero minime per far circolare prigioniero (dentro una cesta) e i due Br che avrebbero sparato. Il posto auto è parso infatti sufficiente a contenere a stento, e in modo estremamente parziale, una R4 rossa identica a quella ritrovata in via Caetani.

 

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Le foto diffuse da Grassi e da Paolo Cucchiarelli, giornalista Ansa, autore della interessante inchiesta “Morte di un Presidente” nella quale, tra le altre cose, viene rivoluzionata la modalità seguita per l’esecuzione di Moro, dimostrano che la R4 è troppo grande per il piccolo posto auto.

“La prima questione”, dice Grassi, “riguarda il box dove sarebbe stata parcheggiata l’auto: non si chiude la saracinesca perché l’auto non entra interamente se ha il cofano aperto. Quindi tutte le operazioni sarebbero state fatte con la porta basculante aperta. Poi non c’è abbastanza spazio per far entrare nell’abitacolo una cesta: mentre le Br sostengono che così hanno portato il presidente Moro all’interno del bagagliaio dove poi è stato ritrovato”.

Sugli spari, Grassi, sostiene che “gli spazi ristretti impongono allo sparatore di essere a dieci centimetri dal volto di Moro”, con “i colpi sparati dagli uomini del RIS che a noi, privi di protezione acustica, hanno dato l’impressione di una bomba: possibile che nessuno degli abitanti del palazzo abbia sentito rumore quella mattina del 9 maggio?”.

Agli interrogativi della Commissione sembra rispondere il libro di Anna Laura Braghetti, “Il prigioniero”, scritto dieci anni fa assieme alla giornalista Paola Tavella.

Conviene riportare un breve brano: “Vidi Mario e Germano (rispettivamente Moretti e Maccari, ndr) uscire dallo studio trasportando cautamente la cesta. Si erano tolti i cappucci. Ora non restava che arrivare in garage. Il nostro box, come quello di ogni inquilino, affacciava su un unico, grande, vano sotterraneo che dava direttamente sulla strada. Si raggiungeva attraverso le scale interne della palazzina o con l’ascensore. Io scesi per prima e perlustrai le scale. Feci segno che si poteva passare. Corsi ad aprire il box. Mi raggiunsero in pochi secondi, ed entrarono. Quando furono dentro, però, ci rendemmo conto che non saremmo riusciti a chiuderlo del tutto. L’auto era stata posteggiata con il muso rivolto verso l’esterno, aveva il portabaglio aperto e loro due dovevano restare in piedi sul retro. Non c’era abbastanza spazio. Uscendo dovetti lasciare socchiuso di qualche centimetro. Dopo un attimo sentii Mario che chiedeva a Moro di entrare nel bagagliaio e sistemarsi. Pensai che avrebbe visto Mario in faccia e capito cosa stava per accadere. Facevo la spola fra l’ascensore e la porta principale sulla strada. Improvvisamente sentii il rumore dell’ascensore che scendeva verso il garage. Avvertii Mario e Germano di restare immobili. Poi vidi l’inquilino dell’ultimo piano. Sapevo che era una professoressa. La salutai, chiesi come mai fosse in piedi così di buon’ora. Rispose che insegnava fuori Roma e impiegava molto tempo per arrivare a scuola. Mi guardava in modo strano. Si domandava, a sua volta, perché io fossi lì, a girovagare senza ragione. Buttò una occhiata al mio box. Il fascione anteriore della Renault rossa si vedeva benissimo. Lei Entrò in macchina e cercò di mettere in moto senza riuscirci. Mi offrii di aiutarla. Rifiutò. […] L’inquilina dell’ultimo piano riuscì finalmente ad avviare la macchina. Quando il garage fu di nuovo deserto, comunicai a Germano e Mario che il pericolo era passato. Sentii una prima raffica, poi trascorse un istante e ne sentii una seconda, più breve. I colpi silenziati facevano un rumore strano, di tonfi soffocati. Ancora qualche minuto, poi Mario, dall’interno, mi chiese di sollevare la porta del box. L’auto si mosse lenta. Dissi freneticamente che dovevano cambiare macchina, perché la signora dell’ultimo piano ci aveva visti. Ma loro non ascoltarono. Erano pallidi e stravolti. Partirono. Chiusi a chiave la porta del mio garage. Uscii sulla strada. In girno c’era solo un uomo che portava a spasso il cane”. 

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