Svizzera

FILIPPO DE JORIO, l’uomo dei miracoli

2012-06-06 libro di maria pia di savoia -la mia vita i miei ricordi 046

De Jorio assiste divertito al baciamano del Principe Sforza Ruspoli al cardinal Poupard

di Ben Oates

E poi dicono che i miracoli non esistono. Provate a chiedere all’avvocato Filippo de Jorio. Una sera, alla guida della sua Lamborghini, stravolto dal sonno, si accascia sul volante, fa alcune centinaia di metri, curve comprese, poi si ferma tranquillamente: nemmeno un graffio, né a lui né alla Lamborghini. Se per un colpo di sonno basta un angelo custode, per un attentato occorre qualcosa in più.

La notte del 21 aprile 1975, mentre percorre la Aurelia Antica, per tenersi sveglio, de Jorio recita ad alta voce e in latino il «Salve Regina»: al momento di pronunciare «Mater Misericordiae», da un’automobile che si è portata a ridosso della sua, esplodono tre colpi di pistola: quello che avrebbe dovuto centrare la nuca dell’avvocato colpisce la cornice metallica del lunotto posteriore che, staccandosi, sferra una frustata capace di far piegare De Jorio sul sedile del passeggero. Sembra morto, invece esce incolume dall’abitacolo: ferma un taxi, che passa giusto in quel momento, e si fa accompagnare in Questura.

Ma chi può volere la morte di quest’uomo alto, piazzato, dalla calvizie precoce, mite, dalla voce flautata e i modi cardinalizi? Nato a Napoli nel 1933, romano d’adozione, cattolico praticante, dichiaratamente di destra, allievo di Massimo Severo Giannini, la professione di de Jorio è quella di avvocato con una passione per la politica attiva: pur essendo democristiano doc, manifesta simpatie per la Monarchia e le Forze Armate.

Alla fine degli anni Sessanta, de Jorio si avvicina a Giulio Andreotti e ne diventa uno dei cardini della corrente. Alle elezioni del 1970 guadagna ben 40 mila voti nella regione Lazio e questo è un altro miracolo: infatti il sistema elettorale prevede solo tre preferenze e lui non è inserito fra i primi tre della lista, solitamente i più votati. Per la DC de Jorio tiene i contatti con il mondo industriale, militare ed ecclesiale: amicizie queste che, a fasi alterne, gli porteranno benefici e disgrazie.

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Questa foto, risalente al 1973, è una delle poche dove compare Eggardo Beltrametti: il primo a sinistra è il generale Duilio Fanali che, secondo Delle Chiaie, è colui che fa saltare il golpe Borghese, mentre il terzo alto e calvo è de Jorio. Uno dei restanti tre è Beltrametti: nel ’73 ha già sessantadue anni, quindi potrebbe essere quello basso, stempiato, apparentemente emaciato.

Le seconde arrivano inaspettate grazie al suo lavoro di legale. Nel 1971 de Jorio assume la difesa di quattro uomini accusati di aver avuto parte attiva nel golpe Borghese del 7/8 dicembre dell’anno precedente: Remo Orlandini, già suo cliente, Mario Rosa, Giovanni De Rosa e Giuseppe Lo Vecchio. L’avvocato democristiano si getta con entusiasmo nell’incarico, certo di vincere il processo, specie dopo aver letto le carte e aver constatato l’assoluta inconsistenza delle accuse; inoltre ricorda bene quello che gli aveva detto pochi mesi prima Junio Valerio Borghese: non c’era stato alcun golpe, ma solo l’intenzione di organizzare una manifestazione di protesta di una certa robustezza in occasione della prevista visita di Tito in Italia, che poi misteriosamente non c’era stata.

Alle prime notizie sul «golpe della Madonna», Andreotti, sul suo periodico «Concretezza», scrive un articolo in difesa del Comandante intitolandolo però con un criptico «Principe avvisato, mezzo salvato». Verso la metà degli anni Settanta, Andreotti decide di abbandonare il centrismo per virare verso sinistra: de Jorio, democristiano fino al midollo e anticomunista viscerale, gli accordi li farebbe solo con la destra di Giorgio Almirante.

Uno dei collaboratori più stretti di Andreotti, un ex commissario di Pubblica Sicurezza poi diventato Pubblico Ministero, pensa a come mettere l’avvocato democristiano fuori gioco. Secondo de Jorio il sillogismo è il seguente: se si oppone al progetto di guardare a sinistra e difende dei golpisti, di sicuro anche lui viene considerato un golpista. Scatta quindi un’indagine destinata a tradursi in arresto, ma un importante giudice istruttore gli suggerisce provvidenzialmente di andarsene dall’Italia.

De Jorio lo fa a bordo del suo yacht, attraccato al porto di Fiumicino. Con il suo 32 metri dirige il timone verso la Corsica e da lì vola a Ginevra dove trova un lavoro in banca. Dopo un po’ di tempo da Roma gli giunge un invito da un noto monsignore a farsi una passeggiata verso la Francia, perché la Svizzera non è più un posto sicuro dove stare: de Jorio si reca così a Monaco e inizia a collaborare con Radio Monte Carlo. Direttamente dal capo della polizia monegasca riceve l’assicurazione di non dover temere nulla.

Né Monaco né la Francia concedono l’estradizione all’Italia e de Jorio rimane a Montecarlo per tre anni. Nel processo di primo grado del ‘77/’78 per il golpe Borghese, viene assolto insieme a Luciano Berti, il comandante delle Guardie Forestali di Cittaducale. L’avvocato ritiene che se per Berti e gli altri il pericolo è solo la prigione, a lui potrebbe andar peggio essendo l’unico degli imputati ad avere incarichi e responsabilità politiche. Insomma in lui è ancora vivo il ricordo dell’attentato del ’75 ad opera dei Nuclei Armati Proletari: una rivendicazione che, in piena crisi paranoica, desta in de Jorio profondi dubbi.

Comunque i miracoli non sono finiti. A Castiglion Fibocchi vengono rinvenute le liste di appartenenza alla P2 di Licio Gelli: il numero 670 corrisponde al nome di Filippo de Jorio. Il miracolo dov’è? La data di iscrizione alla loggia risale al periodo in cui era in esilio a Monaco: probabilmente è stato aggiunto nella certezza che prima o poi avrebbe aderito oppure è un’altra trappola che, con l’aiuto della Provvidenza, non causa alcun esito processuale se non una bizzarra deposizione come teste nel processo in cui veste i panni di avvocato difensore di alcuni illustri imputati per appartenenza alla loggia segreta.

De Jorio riesce a far assolvere i suoi assistiti in tutti e tre i gradi di giudizio. Per la faccenda del golpe Borghese, rimane dell’idea che non ci sia stato alcun golpe: doveva essere una manifestazione forse anche violenta verso l’odiato Tito, in opposizione agli accordi che l’Italia stava concludendo con il leader slavo poi codificati a Osimo cinque anni dopo.

Del Comandante, de Jorio ha un ricordo tenero, affettuoso, anche divertito: lo dipinge come una persona simpatica, socievole, ricercatissimo dai salotti romani, gran soldato, pessimo politico e, diversamente da come la pensano in molti, fascista. Sulla morte di Borghese de Jorio è sicuro che sia stato avvelenato: una certezza che non si incrina nemmeno se gli si contestano le parole di Elena, la figlia «birbante» del Comandante (notoriamente di sinistra) la quale accorsa al capezzale del padre ancora in vita ha sempre liquidato come fantasie quelle sulla morte violenta del genitore.

Per coerenza con i suoi principi morali e religiosi de Jorio ha applicato il perdono cattolico ai suoi ex nemici risparmiando loro l’odio, cattolico anche questo e notoriamente temibile. Ecco che anche i suoi ex nemici possono ritenersi dei miracolati.

FONTI

Claudio Vitalone, Stralcio della requisitoria del processo sul golpe Borghese, Roma 1978

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di 1° grado, 14 luglio 1978.

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di appello, 27 novembre 1984.

Sergio Zavoli La notte della Repubblica (trasmissione tv) Rai 1989

Vivendo Parlando-Il testimone Il golpe Borghese (trasmissione tv) TV2000 14 dicembre 1999

Conversazione telefonica con Elena Borghese, 20 giugno 2003

Aldo Giannuli L’Italia dei golpe, convegno al Noir in Festival, Courmayeur 10 dicembre 2004

La Storia siamo noi Il golpe Borghese (trasmissione tv) Rai 3, 2005

Filippo de Jorio L’albero delle mele marce Il Borghese, Roma 2009

Conversazione con Filippo de Jorio, Roma 29 aprile 2011

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REMO ORLANDINI: l’uomo che costruiva il golpe

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di Ben Oates

Remo ha tre passioni: la grappa, la nipotina e il colpo di Stato. Nato a Villa Minozzo, vicino a Reggio Emilia, nel 1908, dopo l’8 settembre 1943 aderisce alla Repubblica Sociale. Persa la guerra Remo intraprende la professione di costruttore edile, ma nel suo cuore c’è sempre la visione del suo Paese caratterizzata dall’ordine, dove non può esserci spazio per i parassiti, per i disonesti, per i politicanti, per i comunisti. E pensare che si tratta di una persona mite, dalla scarsa cultura, ma che esercita comunque un certo fascino, anche sulle donne. Secondo Remo un solo uomo, un solo italiano può condurre di nuovo l’Italia verso quella gloria che, al momento, sembra perduta: Junio Valerio Borghese.

Il sodalizio fra i due nasce negli anni Sessanta e si concretizza definitivamente nel settembre del 1968 quando Borghese fonda il Fronte Nazionale; Remo diventa il suo braccio destro, quello operativo. Grazie al suo lavoro Orlandini è un uomo abbastanza ricco che non esita a mettere a disposizione del Fronte gran parte delle sue risorse economiche; il denaro è solo uno dei tanti mezzi per il fine della sua vita: il colpo di Stato che darà la svolta tanto agognata. Quelli sono i tempi in cui stringe amicizie e complicità, o quelle che a lui appaiono tali, con alcuni alti gradi delle forze armate, che sembrano dargli la certezza della riuscita dell’operazione in cui lui sarà il nuovo ministro dell’Interno.

Arriva la sera del 7 dicembre 1970, la notte del Tora Tora. Orlandini segue le mosse dei congiurati da uno dei suoi cantieri, quello di Montesacro: con lui alcuni complici attendono un preciso ordine per potersi muovere verso il centro della capitale. I mezzi che ha messo a disposizione sono i suoi autocarri e alcuni autobus. Remo e gli altri sono in trepida attesa di un segnale che dovrebbe arrivare via telefono dallo studio di un commercialista in via S. Angela Americi dove Borghese e pochi altri stanno guidando l’operazione. All’improvviso, intorno alle 2.00, Orlandini esce trafelato dal suo ufficio e grida agli astanti di fuggire perché stanno per essere circondati. Non è vero, è una scusa che utilizza per togliersi dall’impaccio di dover dire ai suoi che il progetto è fallito, che sul più bello c’è stato un contrordine che ha obbligato tutti a tornare a casa.

Piove a dirotto: Orlandini sale sulla sua Citroen DS e sfreccia sulla Nomentana, verso il comandante Borghese, per chiedere spiegazioni che non avrà. A Remo nessuno toglie dalla testa che a dare quel contrordine sia stato Hugh Fendwich, un ingegnere americano che lavora alla Selenia, fiduciario del servizio segreto americano. Quando la notizia del tentato golpe viene alla luce Orlandini fugge in Spagna, destinazione questa scelta anche dal suo comandante; successivamente va in Svizzera dove, a Lugano, ha un incontro con il capitano del SID Antonio Labruna; quest’ultimo, spacciandosi per un militare infedele allo Stato e con l’aiuto di qualche bicchierino di grappa, riesce a carpire a Remo quanti più segreti possibili su quella notte. Orlandini racconta, fa nomi e cognomi. Nel processo di primo grado viene condannato a dieci anni di reclusione con l’accusa di cospirazione politica mediante associazione sovversiva: degli imputati è quello che subisce la pena più pesante. In appello è assolto perché il fatto non sussiste. Da quel giorno Orlandini dedicherà la sua vita all’adorata nipote costretta a crescere in un’Italia che il nonno voleva migliorare.

FONTI

Norberto Valentini La notte della Madonna, Le Monde, Roma 1978

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di 1° grado, 14 luglio 1978.

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di appello, 27 novembre 1984.

Sergio Zavoli La notte della Repubblica (trasmissione tv) Rai 1989

Vivendo Parlando-Il testimone Il golpe Borghese (trasmissione tv) TV2000 14 dicembre 1999

Adriano Monti Il golpe Borghese Lo Scarabeo, Bologna 2006

Conversazione con Norberto Valentini, Attigliano 20 settembre 2009

Conversazione con l’avvocato Mario Giraldi, 23 maggio 2011