Pino Rauti

ELIO MASSAGRANDE, il gaucho

MASSAGRANDE ELIO ritratto 2

di Ben Oates

Per Elio Massagrande prima viene la famiglia, poi la politica. Di origini contadine, nasce a Isola Rizza, nei pressi di Verona: classe 1941, nel 1959 consegue a Padova la licenza di pilota civile di aeromobile. Sono le passioni per il paracadutismo e le arti marziali che avvicinano Massagrande agli ambienti di Ordine Nuovo: insieme a Leone Mazzeo, che più tardi sposerà la sorella di sua moglie, di ON Elio diventa uno dei responsabili per il Veneto.

Seguendo le orme dei suoi amici Roberto Besutti, ordinovista mantovano, sergente allievo ufficiale dei parà a Vicenza, e Marco Morin che, anni dopo, sarà protagonista di una perizia depistante sull’esplosivo usato nell’attentato di Peteano, nel 1966 Massagrande inizia il corso allievi ufficiali a Foligno per diventare sottotenente di complemento nell’artiglieria paracadutista di stanza a Livorno.

Più o meno contemporaneamente, per i tre militari quel 1966 segna le prime noie con la giustizia: al terzetto di amici vengono sequestrati un gran quantitativo di armi, munizioni ed esplosivo al plastico. Una santabarbara ingiustificabile per degli ufficiali di complemento, ma i tre le spiegazioni riescono a trovarle giurando sulla genuinità della loro passione per le armi e il relativo collezionismo.

Massagrande afferma di aver acquistato il suo quantitativo per 40 mila lire da uno sconosciuto incontrato in piazza XX Settembre a Livorno, una dichiarazione accolta da giudici non privi di superficialità anche se, nella metà degli anni Sessanta, sarebbe stato impensabile per chiunque immaginare che di lì a poco sarebbe iniziata la lunga stagione del terrore politico.

Tornato a Verona, Elio si mette in società con la moglie del capitano di artiglieria Amos Spiazzi nella gestione di una palestra.

Arriva il 1969: ON viene sciolto e Pino Rauti torna nel MSI spingendo così numerosi dissidenti a fondare il Movimento Politico Ordine Nuovo che l’anno successivo elegge suo leader Clemente Graziani e un direttorio nazionale formato da Massagrande, Besutti e Mazzeo. Gli aderenti al MPON usano definirsi ordinoviani, un termine che vuole indicare una razza appartenente a un’altra era, utile anche per distinguersi dai vecchi ordinovisti. I quattro decidono di «processare» Rauti per tradimento, condannando poi il loro ex maestro a «restare in vita» in modo tale da essere additato per sempre come rinnegato.

Insieme a un camerata romano, Mazzeo fa qualcosa in più: una sera blocca Rauti in una strada della capitale e, con un piccolo martello, lo colpisce all’orecchio per dargli un monito. Leggermente ferito, al Pronto Soccorso, Rauti dichiarerà di essere stato vittima di una selvaggia aggressione da parte di quelli del Collettivo di via dei Volsci.

I guai seri per Massagrande arrivano poco prima della metà degli anni Settanta quando il Ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani, contro i pareri di Aldo Moro, Mariano Rumor e Giulio Andreotti e minacciando una crisi di governo, scioglie per decreto il MPON mettendo di fatto fuori legge i suoi iscritti, forte anche della sentenza emessa poco prima nei confronti di 42 ordinovisti in un processo che aveva avuto come pubblico ministero Vittorio Occorsio. L’accusa è ovviamente quella di ricostituzione del partito fascista. In accordo con Besutti e Mazzeo che accettano il carcere, Graziani e Massagrande scelgono invece la via della fuga.

MASSAGRANDE ELIO 2 ritratti

Insieme alla moglie Alessandra, ai suoi tre figli e a Graziani, nel 1974 Massagrande si reca ad Atene dove, in società con un camerata greco, inaugura un ristorante; un’attività che avrà vita breve a causa della truffa fatta dal socio, ma soprattutto per la richiesta di estradizione italiana che il nuovo governo democratico greco, insediatosi negli ultimi mesi di quel 1974, ha deciso di accogliere.

La scelta del governo ellenico è motivata da alcuni attentati avvenuti ad Atene e rivendicati da Ordine Nero, una sigla che da sempre Mazzeo ritiene un’invenzione partorita dal Viminale; in ogni caso Massagrande risulterà estraneo ai fatti e la logica non spinge a pensare il contrario: difficilmente un latitante che trova rifugio in un altro Paese decide di creare problemi a chi lo ospita. Inoltre la residenza ad Atene non doveva essere un gran segreto considerando l’intervista rilasciata da Elio al settimanale OGGI nel giugno 1974.

Massagrande lascia la Grecia a malincuore: fra le sue carte processuali c’è una sua dichiarazione, priva di firma, che è un atto d’amore nei confronti di quel Paese. Sono parole che evidenziano la riconoscenza verso il popolo greco, la rabbia verso lo Stato italiano e il governo greco di Nuova Democrazia, da cui si sente tradito; in quella lettera dattiloscritta Elio afferma di non aver mai avuto a che fare con la giunta dei colonnelli e la sua offerta di arruolarsi nell’esercito ellenico insieme a Graziani durante la crisi di Cipro, dove si era sfiorato il conflitto con la Turchia, viene spiegata come frutto del suo amore sconfinato per il popolo greco.

Ad attendere Elio all’aeroporto di Fiumicino c’è una schiera di poliziotti e carabinieri, insieme a uno stuolo di giornalisti. Massagrande si fa due mesi di prigione a causa degli attentati avvenuti ad Atene; due giorni prima di essere rilasciato viene selvaggiamente picchiato da alcuni detenuti che, secondo Mazzeo, sono stati sguinzagliati dal duo Maletti – La Bruna, ufficiali del SID, con l’intento di far reagire il neofascista e avere una motivazione per trattenerlo in carcere.

Uscito di galera Massagrande riunisce di nuovo tutta la famiglia e va in Spagna. Sarà il suo secondo errore dopo quello della fuga in Grecia: nel frattempo infatti era arrivata la sentenza di Cassazione del processo di fine ‘73 che lo condannava a due anni e nove mesi. Massagrande è di nuovo un latitante. Grazie alla sua assenza in Italia gli vengono continuamente addebitati reati su reati, avvalorando così i timori che Mazzeo gli aveva espresso al momento di accettare il carcere: la prigione ha il pregio di tenerti al riparo da sospetti e accuse di quei reati che avvengono durante la detenzione, se sei latitante il rischio di vederti addossato qualsiasi cosa è alto.

In quel momento per Elio il sospetto più grave è quello di un coinvolgimento nell’omicidio del giudice Occorsio. A Madrid non si capacita di quella che considera una congettura dei magistrati italiani: è inorridito per essere accostato a Pierluigi Concutelli, che lui giudica un pazzo esaltato, tanto da pensare che il bombardiere nero si sia volutamente fatto arrestare con l’arma del delitto in mano pensando così di diventare un eroe.

Quanto all’assassinio di Occorsio anche Massagrande, come molti altri ordinovisti, si lascia sfuggire un gesto di approvazione talmente rumoroso e plateale da causare uno scontro, ai limiti della rissa, con Stefano Delle Chiaie, leader di Avanguardia Nazionale, in quel periodo anche lui latitante e titolare del ristorante Apuntamiento, noto ritrovo di neofascisti. A colpire della vicenda Occorsio è l’atteggiamento che ancora oggi alcuni ex ordinovisti hanno nei confronti del magistrato: sentimenti non certo concilianti, né comprensivi.

Finito il franchismo, la Spagna non è più un posto sicuro per molti dei fascisti rifugiati nel Paese iberico: Massagrande decide quindi di volare in Sud America. Lui, Alessandra e i tre figli si sistemano in Paraguay dove, più tardi, vengono raggiunti da Graziani proveniente dall’Inghilterra via Spagna. Venuto a conoscenza delle sue origini contadine, un italiano da anni residente nel Paese sudamericano chiede a Elio di gestirgli il 25 per cento di un’estancia, cioè uno dei tanti immensi lotti di terreno tenuti ancora allo stato brado.

È grazie al paracadutismo che Massagrande entra in contatto con Alfredo Stroessner, il dittatore del Paraguay, il quale, assicurando riparo da eventuali richieste di estradizione, chiede all’italiano di costituire due scuole di paracadutismo, una civile e una militare; da quest’ultima nasce la guardia personale del caudillo paraguaiano comandata dal figlio, diventato amico di Elio. Successivamente Stroessner decide di dare sviluppo alla regione selvaggia del Chaco, negli anni Trenta casus belli con la Bolivia, dividendola in vari lotti, da 4 mila a 12 mila ettari, dando proprio a Massagrande l’incarico di vendere i terreni in Europa per conto del governo; anziché in denaro, l’italiano preferisce essere pagato con parte di quegli stessi lotti.

Caduto Stroessner all’inizio del 1989, per Massagrande si riaffaccia lo spauracchio dell’estradizione in Italia. Il nuovo governo paraguaiano lo arresta due volte e istruisce altrettanti processi con l’intento di restituirlo al suo Paese, ma le vecchie amicizie strette negli anni con alcuni importanti funzionari di polizia lo aiutano a restare quanto basta per dare tempo agli avvocati in Italia di provare la sua innocenza. In effetti lo spettro di una persecuzione aleggia sulle aule del tribunale di Bologna quando, ad esempio, viene rivelato il contenuto di una velina del SID in cui si sostiene che Massagrande e Graziani si fossero incontrati in Svizzera per programmare l’attentato al treno Italicus avvenuto il 4 agosto 1974: pensare che i due leader ordinovisti, in quel momento residenti ad Atene per giunta nello stesso appartamento, avessero necessità di andare fino in Svizzera a organizzare un attentato, rimarrà uno dei tanti tentativi, anche strampalati, di costruire un teorema.

Quando arriva la sentenza di assoluzione per l’omicidio Occorsio via via cadono tutte le altre accuse, ma di tornare in Italia non se ne parla affatto: per Massagrande la patria è ormai il Paraguay. Il destino è però in agguato. Nel 1999 il neofascista italiano si ammala di cancro e le cure che ha in Paraguay presto si rivelano insufficienti: Alessandra e i suoi figli lo convincono a tornare in Italia dove formalmente gli rimangono da scontare dodici giorni di carcere, ma nessuno oppone ostacoli al suo rientro. Massagrande viene ricoverato a Trento, dove muore nell’agosto del 1999. Rispettando le sue ultime volontà, le sue ceneri vengono sparse sull’amato Chaco.

FONTI

Verbali di interrogatorio Questure di Livorno e Verona 7 e 17 maggio 1966.

Dichiarazione non firmata di Elio Massagrande, Atene 14 gennaio 1975 ore 09.40.

Sandro Forte (a cura di) Clemente Graziani, la vita, le idee, Settimo Sigillio, Roma 1997

Ugo Maria Tassinari Fascisteria Castelvecchi, Roma 2001.

Mimmo Franzinelli La sottile linea nera Rizzoli, Milano 2008.

Conversazione con Rutilio Sermonti, Monte Compatri 27 agosto 2009.

Conversazione telefonica con l’avvocato Giuliano Artelli, 7 giugno 2011.

Conversazione telefonica con Leone Mazzeo, 15 luglio 2011.

Conversazione telefonica con Francesca Massagrande, 20 luglio 2011.

Conversazione con Rainaldo Graziani, Roma 21 luglio 2011.

Conversazione con Stefano Delle Chiaie, Roma 12 novembre 2011.

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EGGARDO BELTRAMETTI, il curatore

MANI ROSSE 1

di Ben Oates

Quanto poco ci vuole affinché il proprio nome finisca legato per sempre alle trame nere e alla cosiddetta strategia della tensione? A Eggardo Beltrametti bastano un paio di convegni e un libro, tutti curati da lui.

Nato a Cuneo nel 1911, perseguitato dal refuso commesso da molti che gli cambiano il nome in Edgardo, Beltrametti si laurea in Lettere e Filosofia e dopo una breve parentesi come insegnante si dedica alla sua vera passione: il giornalismo. Negli anni Sessanta, è autore di saggi sulla cucina italiana, attività questa che, molti anni dopo, Federico Umberto D’Amato, alto dirigente del Ministero dell’Interno e capo dell’ufficio Affari Riservati, farà con maggior successo.

Con il bizzarro pseudonimo di Edgar P. Allan, Beltrametti pubblica con Urania interessanti racconti di fantascienza. Invalido di guerra, grazie alla sua diretta esperienza nella triplice veste di partecipante, osservatore e inviato sui luoghi delle più importanti rivoluzioni postbelliche di tutto il mondo, si specializza in materie strategico militari e affari internazionali, scrivendo articoli per varie riviste del settore. Diventa redattore di Europa Nazione, scrive in Rassegna Militare e in Il Carabiniere: successivamente collabora a Mondo d’Oggi, un settimanale che vede l’esordio nel giornalismo di Mino Pecorelli, e insieme a Filippo de Jorio dirige Politica e Strategia.

Nel maggio del 1965 Beltrametti è uno dei promotori e curatori del famigerato convegno dell’Istituto Alberto Pollio, all’hotel Parco dei Principi di Roma, considerato da molti come l’avvio della strategia della tensione; sua è la relazione «La guerra rivoluzionaria: filosofia, linguaggio e procedimenti» in cui si pone il seguente quesito: come deve rispondere il mondo libero al minacciato attacco del comunismo mondiale? Insieme a lui ci sono fra gli altri Pino Rauti, che pontifica sulla penetrazione comunista in Italia, Guido Giannettini, che espone le tecniche per fronteggiare la «valanga rossa», Giano Accame, che stando a granitiche certezze a tutt’oggi dure a morire, mostrerebbe di saperla troppo lunga su quello che avverrà in Grecia di lì a due anni, cioè il golpe militare. Per l’editore Giovanni Volpe, Beltrametti cura la pubblicazione degli atti del convegno con il sottotitolo «La terza guerra mondiale è già cominciata».

MANI ROSSE

Durante l’estate dell’anno successivo scoppia una guerra a suon di inchieste e scoop fra le due più alte cariche militari del Paese cioè i capi di stato maggiore della Difesa e dell’Esercito Giuseppe Aloia e Giovanni De Lorenzo; fra «i due Aiaci», definiti così da Ferruccio Parri, c’è semplicemente un classico conflitto di potere. Aloia critica ferocemente il collega per la sua decisione di sospendere i corsi di ardimento, iniziativa questa che indebolirebbe l’efficienza dell’Esercito; dal canto proprio De Lorenzo, sostenuto dagli organi di stampa di sinistra grazie al suo passato nella Resistenza, attacca il filo atlantista Aloia facendo rivelazioni sui suoi presunti illeciti amministrativi: dall’acquisto di carri armati M60 all’utilizzo di fondi pubblici per il corredo da sposa della figlia.

Constatata l’indifferenza dei giornali, compresi quelli più moderati, a organizzare la difesa di Aloia ci pensa Beltrametti, da tempo suo stretto collaboratore, il quale incarica Giannettini e Rauti di scrivere un libro. I due vengono scelti perché il primo è un noto esperto di forze corazzate, quindi in grado di parlare della questione degli M60, il secondo perché bravo e navigato giornalista. Con lo pseudonimo di Flavio Messalla viene pubblicato «Le mani rosse sulle forze armate» nel quale gli autori chiariscono la faccenda degli M60 scagliandosi contro De Lorenzo che starebbe spalancando le porte dell’Esercito ai comunisti.

Finanziato da Aloia con due milioni e mezzo di lire e uscito in diecimila copie, il libello ha vita breve a causa di un improvviso e inaspettato incontro chiarificatore fra i due generali antagonisti che li porta a un accordo talmente avversato da Beltrametti da diventare causa della rottura dei suoi rapporti con Aloia. Quest’ultimo però ha ormai deciso e chiede all’ammiraglio Eugenio Henke, capo del SID, di far ritirare il libro dalla circolazione. Ciò non impedisce alla controinformazione militante di ritenere Le mani rosse sulle forze armate come una prova dell’asse fra il mondo neofascista e quello militare. L’episodio genera anche sospetti e prese di distanza verso Beltrametti da parte di alcuni importanti esponenti di Avanguardia Nazionale che lo giudicano uomo legato ai servizi segreti, tanto da diffidarne quanto e più di quello che faranno in seguito con Giannettini.

Incurante delle feroci polemiche che lo hanno visto coinvolto, nel giugno 1971 Beltrametti cura a Roma la conferenza «Guerra non ortodossa e difesa» e invita alcuni dei relatori già presenti al convegno del Parco dei Principi di sei anni prima: il dibattito è aperto con la lettura di un telegramma di saluti da parte del Ministro della Difesa Mario Tanassi. La platea è composta da civili e militari di vari orientamenti politici a eccezione di quello comunista: durante i lavori si ribadisce che «la difesa deve adeguarsi al tipo di offesa moderna, soprattutto all’attacco rivoluzionario».

Nello stesso anno Beltrametti è autore del saggio «Contestazione e megatoni» dove accenna a «uno stato maggiore parallelo composto di militari e civili il quale, agendo nella clandestinità, provveda a mobilitare l’apparato clandestino formato da cittadini di sicura fede politica». Che stia parlando di Gladio senza saperlo?

FONTI

Eggardo Beltrametti Contestazione e megatoni, Giovanni Volpe, Roma 1971

Eggardo Beltrametti Il colpo di stato militare in Italia, Giovanni Volpe, Roma 1975

Guido Giannettini e Pino Rauti Le mani rosse sulle forze armate, Savelli, Roma 1975 (riedizione)

Gianni Flamini Il partito del golpe (vol. 3°, tomo 1°), Italo Bovolenta, Bologna 1983

Virgilio Iliari Il generale col monocolo, Nuove Ricerche, Ancona 1994

Franco Ferraresi Minacce alla democrazia, Feltrinelli, Milano 1995

Giuseppe De Lutiis I servizi segreti in Italia, Editori Riuniti, Roma 1998

SANDRO SACCUCCI: dal paracadute al taxi

A P. VENEZIAdi Ben Oates

Quel film non esiste. La proiezione di Berlino dramma di un popolo, da tempo pubblicizzata da vari quotidiani romani e prevista per la sera del 7 dicembre 1970 presso la palestra di via Eleniana, sede dell’Associazione Nazionale Paracadutisti di Roma, non avviene; il titolo è pura invenzione, forse è una sorta di segnale, di parola d’ordine.

La gente non manca, sono presenti almeno un centinaio di uomini, alcuni con le rispettive accompagnatrici, pronti per assistere allo spettacolo. La serata è stata organizzata da Sandro Saccucci: nato a Roma nel 1943, professione ragioniere commercialista, soprannome Luigi, nome falso Giovanni Sbiroglio da usare in caso di necessità, all’età di 23 anni Saccucci frequenta per sei mesi la scuola di paracadutismo di Pisa e i successivi dodici li trascorre preso la caserma di fanteria paracadutista di Livorno dove termina il servizio militare con il grado di sottotenente di complemento.

Ammiratore di Giuseppe Mazzini prima, poi dell’idea di nazione che aveva avuto Mussolini, senza separarsi dal suo amato basco amaranto, nel 1968 Saccucci entra in Ordine Nuovo assumendo poco dopo una posizione di dissenso verso i vertici rappresentati da Clemente Graziani ed Elio Massagrande, diventati leader del movimento dopo il rientro nel MSI del suo fondatore Pino Rauti.

Saccucci non vede di buon occhio il disaccordo misto a diffidenza che Graziani e Massagrande hanno nei confronti dei ventilati progetti di colpo di stato da parte di Junio Valerio Borghese e del suo Fronte Nazionale. Come molti anche Saccucci nutre per il Comandante stima e considerazione tanto da assumersi il compito di condurre un gruppo che, almeno nelle intenzioni di chi guida l’operazione, deve dare man forte a un’insurrezione armata. Nella meticolosa organizzazione manca un dettaglio fondamentale: informare buona parte dei presenti qual è la vera natura di quell’assembramento, i convenuti devono attendere qualcosa o qualcuno che dia loro il via, ma il via per cosa?

Passano le ore, molti atleti, stanchi di aspettare, si tolgono la tuta e si rivestono con l’intenzione di tornare a casa, ma quando si avvicinano all’uscita si accorgono che le porte sono bloccate: iniziano così le proteste ma Saccucci non c’è, non si sa dove sia, anche se c’è però chi assicura sul suo imminente ritorno. Cominciano così a trapelare le prime voci sul reale motivo di quella convocazione, qualcuno assicura che di li a poco arriveranno gli autocarri e le armi, una notizia questa che diventa fatale a uno dei presenti, probabilmente già sofferente di cuore.

Passa la mezzanotte e di Saccucci nemmeno l’ombra, arrivano le 2.30 e Bruno Stefàno, frequentatore ondivago di Avanguardia Nazionale e ON, ordina lo scioglimento delle righe, una sorta di «tutti a casa», l’ennesimo, tanto che ci vuole la determinazione e la pistola di un capitano dei carabinieri, presente nella palestra, a disperdere i facinorosi, ansiosi di capire il perché di quel contrordine. Nulla da fare, «Il lungamente atteso colpo di Stato» non ci sarà. Saccucci non ha esitato a servirsi di gente ignara, seppur ideologicamente affine al progetto. Pur essendo stato in prigione per quasi un anno per i fatti di quella notte, nel 1972 Saccucci entra in Parlamento nelle file del MSI grazie al quale (e alla DC) sventa ben tre autorizzazioni a procedere.

 

SACCUCCI funerali Borghese.jpg

 

Arriva il maggio 1976, ci sono le elezioni politiche. C’è da fare la campagna elettorale per la rielezione e per un esponente del MSI farla nella provincia di Latina è come giocare in casa. O quasi. Il giorno 28 su quelle strade circola un piccolo corteo di automobili, sette per la precisione, formato da giovani che sono lì per fare da supporto e protezione all’onorevole Saccucci intenzionato a tenere comizi per l’intera giornata, passando da una cittadina all’altra. La prima della lista è Maenza, l’ultima è Sezze Romano. Quando il corteo di automobili arriva a Sezze è ormai buio, fino a quel momento era filato tutto liscio. Alle elezioni politiche di quattro anni prima, a Sezze il PCI aveva raggiunto il 53% dei suffragi, ma il gruppo di Saccucci si sente comunque al sicuro visto che, dopo tutto, si è sempre dalle parti di Latina. Ma non è così.

Fin da subito l’oratoria dell’ex ufficiale viene interrotta da slogan e lanci di bottiglie da parte di un folto gruppo di giovani dell’estrema sinistra, molti dei quali aderenti a Lotta Continua, giunti fin lì da Roma con l’intento di impedire a Saccucci di tenere il suo discorso. Quest’ultimo continua comunque a parlare, ma quando comincia a sostenere, neppure tanto velatamente, che con le stragi i fascisti non c’entrano, succede il finimondo. Il gruppo di missini è costretto alla fuga, una fuga però praticamente impossibile, Sezze ha un centro storico fatto di viuzze e quelle adiacenti alla piazza sono bloccate.

Al lancio di sassi e bastoni da parte dei contestatori ecco che dal gruppo missino compaiono alcune armi da fuoco, una delle quali impugnata proprio da Saccucci che spara in aria. Riusciti a farsi largo a suon di pallottole, fino a quel momento andate a vuoto, la quindicina di missini riesce a impossessarsi delle sette automobili e a tutta velocità tenta di uscire da quella che ormai è diventata una trappola. Proprio durante la fuga, da una delle auto che segue quella di Saccucci, guidata da Angelo Pistolesi, partono un paio di colpi che feriscono Antonio Spirito e uccidono Luigi Di Rosa, entrambi militanti della sinistra.

L’eco della tragedia è così grande che subito Giorgio Almirante, pur difendendo Saccucci dall’accusa di concorso in omicidio sostenendo la tesi della legittima difesa, decide di espellerlo dal partito. Rinviato a giudizio Saccucci ripara prima in Inghilterra, poi dalla Francia dov’era stato appena arrestato dall’Interpol fugge in Rhodesia, poi lascia lo Stato africano per recarsi in Cile e infine a Cordoba (Argentina). Per i fatti di Sezze, Saccucci viene condannato per concorso morale nell’omicidio, sentenza questa che verrà successivamente annullata per inapplicabilità. Va molto peggio a Pistolesi che verrà assassinato da una mano rimasta ignota un anno e mezzo dopo. Per il tentato colpo di Stato, Saccucci viene condannato in primo grado a quattro anni di reclusione, assolto poi in appello perché il fatto non sussiste. L’ufficiale col basco amaranto che, una volta preso il potere, avrebbe guidato il servizio segreto, il politico con la giacca verde oliva che non esitò a recarsi a un suo comizio armato di pistola e a usarla, a Cordoba quell’uomo finisce per indossare una divisa giallo nera. Quella di tassista.

 

FONTI

Claudio Vitalone, Stralcio della requisitoria del processo sul golpe Borghese, Roma 1978

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di 1° grado, 14 luglio 1978.

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di appello, 27 novembre 1984.

Sergio Zavoli La notte della Repubblica (trasmissione tv) Rai 1989

Vivendo Parlando-Il testimone Il golpe Borghese (trasmissione tv) TV2000 14 dicembre 1999

Aldo Giannuli L’Italia dei golpe, convegno al Noir in Festival, Courmayeur 10 dicembre 2004

La Storia siamo noi- Il golpe Borghese (trasmissione tv) Rai 3, 2005

Luca Telese Cuori neri, Sperling & Kupfer, Milano 2006

Conversazione telefonica con Sandro Saccucci, 23 marzo 2011.

 

 

ANGELO FACCIA. Mi casa es su casa

AFFONDATE BORGHESE libro (1)di Ben Oates

«Angelo, stanotte si firma il contratto!», «Auguri Stefano! E per quale compagnia assicurativa?» — Macché compagnia, Delle Chiaie allude alla presa del potere mediante colpo di Stato! E tu Angelo cadi dalle nuvole? Eppure a quarantuno anni, con la tua esperienza di ex repubblichino, seppur per una manciata di settimane, e soprattutto per aver frequentato negli anni Cinquanta la stessa sezione romana del MSI dove, come responsabile dell’Organizzazione e Propaganda, hai conosciuto Delle Chiaie, certe frasi in codice dovresti capirle al volo.

Sono ormai dieci anni che hai lasciato la deludente Italia democratica per la più promettente Spagna franchista dove, oltre a trovare una moglie, hai aperto un’officina meccanica alle porte di Barcellona. Però non hai voluto tagliare i ponti con i tuoi camerati visto che, nel 1969, hai aiutato Rauti a organizzare un convegno internazionale sulla avanzata del comunismo in Occidente, procurando gli alloggi per i delegati italiani come Giulio Maceratini, Paolo Andriani, Sandro Saccucci e lo stesso Delle Chiaie. Quest’ultimo è rimasto così contento della tua ospitalità, che nel luglio dell’anno successivo ti ha chiesto di trovargli una casa sul mare di Palamós, incarico che hai portato a termine in un giorno. È vero che sono pochi i giornali italiani che arrivano in Spagna, e comunque te ne guardi bene dal leggerli, ma possibile che hai dovuto attendere quattro mesi per capire che il Caccola era lì non certo per le immersioni subacquee? Non ti dice nulla piazza Fontana? Invece di affrancarti, tu che fai? Dopo quella di Palamós, di casa gliene trovi un’altra a Barcellona, non lontano dalla tua e, sapendolo solo, lo inviti spesso a cena, come quella sera del 7 dicembre 1970, quando Delle Chiaie, eccitato e nervoso, è in perenne contatto telefonico con Roma: tanto paghi tu. Verso le 22.00, impossibilitato a trovare un volo per l’Italia, Delle Chiaie ti chiede di accompagnarlo fino alla capitale con la tua Fiat 124: tempo di prepararti, salutare tua moglie, accendere il motore, quando a risparmiarti quel lungo viaggio nella notte è la notizia del contrordine che, come i principali congiurati, anche Delle Chiaie riceve via telefono: il tuo.

La voce della tua efficiente ospitalità è ormai così diffusa che, nei mesi successivi, giungono da ogni parte d’Italia decine di neofascisti ricercati e indagati, che tu chiami pellegrini, aderenti ad AN, a ON, alla Fenice, oltre naturalmente ai reduci del Tora Tora come Eliodoro Pomar e Remo Orlandini: a quest’ultimo, sapendolo ricco, gli procuri una villetta sulle spiagge della Costa Brava.

Ma è Gino Benetti quello che rischia di metterti seriamente nei guai. Si presenta come uno mandato dai camerati di Roma, ma il suo forte accento friulano e la spiegazione sulla protesi che ha al posto della mano monca, persa a suo dire da ragazzo mentre giocava con gli esplosivi, non ti fanno nascere alcun sospetto, tanto che lo assumi nella tua azienda. Ti ci vuole di nuovo il Caccola per scoprire che Benetti altri non è che Carlo Cicuttini, uno degli autori dell’attentato di Peteano. Vivaddio almeno respingi la richiesta di mettere a disposizione il tuo conto corrente per ricevere dalla direzione del MSI una forte somma di denaro, destinata a un’operazione alle corde vocali di Cicuttini.

Finalmente una buona notizia: il Comandante Borghese è in Spagna: tu non stai nella pelle per conoscerlo. Ti precipiti a Madrid e lo trovi nella hall di un grande albergo; la conversazione è piacevole, sei emozionato nell’avere di fronte un vero eroe leggendario: lui è affabile, gentile, ti chiede notizie sulla tua famiglia, tu lo preghi che faccia da padrino al battesimo di tuo figlio. Fai però il pesce in barile: possibile che non ti venga in mente di parlare del Tora Tora? Stessa cosa avviene nel gennaio del 1974 quando Delle Chiaie ti chiede di preparare nella tua abitazione una camera da letto e un bagno, destinati al Comandante e, già che ci sei, di mettere a disposizione la sala riunioni della tua azienda. Capisco l’emozione di avere nella propria casa Junio Valerio Borghese, ma anche quella volta rinunci a parlargli del golpe, a chiedergli come sono veramente andate le cose.

Male hai fatto. Infatti pochi mesi dopo il Comandante muore, e tu, grazie anche ai sospetti su quell’improvvisa morte espressi da alcuni quotidiani spagnoli e italiani, diventi preda di un’ossessione: quella che Borghese sia stato avvelenato. Non hai prove per sostenere i tuoi sospetti, anzi c’è la testimonianza di Elena, la figlia del Comandante accorsa al capezzale del padre, che reputa sciocchezze quelle relative all’avvelenamento.

Occorre ammettere che, se non te le crei tu le ossessioni, ci pensa qualcun altro. Come spiegare altrimenti quello che ti è capitato l’11 maggio 1991, giorno del tuo sessantaduesimo compleanno? Dopo esserti incontrato a Terni con Torquato Secci, presidente dell’Associazione Vittime della Strage di Bologna, di ritorno a Perugia all’altezza di Campello sul Clitunno, il finestrino del tuo scompartimento, senza infrangersi, viene perforato da qualcosa che tu reputi subito un proiettile, anche se non hai udito alcun sparo. Il controllore, accorso alle tue urla, sostiene invece che potrebbe trattarsi di una biglia d’acciaio. In ogni caso né la Polfer, né il controllore, né te avete trovato il corpo del reato. Ora non vorrai mica pensare di essere stato un bersaglio dei servizi segreti deviati perché scomodo testimone? Oppure pensi che sia stata la vedova di Almirante, visto che tu accusi il defunto segretario del MSI di essersi servito del Tora Tora per provocare di fatto l’eliminazione politica di Borghese, pericoloso concorrente con il suo FN? Di sicuro Delle Chiaie, da tempo principale bersaglio dei tuoi strali, non c’entra: in quel periodo il Caccola aveva altro da fare.

FONTI

Angelo Faccia Affondate Borghese! Associazione Culturale Uno dicembre 1943, Perugia 2001

Conversazione con Angelo Faccia, Perugia 8 gennaio 2002

Conversazione telefonica con Elena Borghese, 20 giugno 2003

Marco Pozzan e il metodo Stanislavskij

 

Marco_Pozzandi Ben Oates

Il 1973 è appena iniziato che a Roma, presso la Turris Cinematografica, ha luogo un provino per un attore che, senza aver frequentato il Centro Sperimentale di Cinematografia, tradisce comunque un buon talento nel ricoprire vari ruoli, a seconda del copione. Fino a quel momento infatti, Marco Pozzan ha interpretato il ruolo di bidello tutto fare presso l’Istituto per ciechi Configliachi di Padova; lì raccoglie la posta personale di Franco Freda e, sempre sullo stesso set, fa da anfitrione alla famigerata riunione del 18 aprile 1969 dove, oltre ai soliti Freda e Ventura, c’è anche un misterioso signor P. che in un primo tempo Pozzan indica come Pino Rauti, rivelazione che successivamente ritratterà.

Quella è la riunione dove viene presa la decisione di agire con le bombe. Ecco che una settimana dopo, alla Fiera Campionaria di Milano e all’Ufficio Cambi della Stazione Centrale del capoluogo lombardo, esplodono alcuni ordigni che per fortuna non causano vittime. Per questa interpretazione, Pozzan si aspetta almeno una candidatura al David di Donatello, ma si deve accontentare di un breve soggiorno in carcere. Uscito subito dopo, Pozzan decide di tentare il grande salto nello sfavillante mondo del cinema: ma per sfondare nella settima arte, occorre trasferirsi a Roma.

Quando arriva alla Turris, Pozzan sente di trovarsi a proprio agio, in compagnia di artisti che, abitudine consacrata da tempo, si chiamano tutti per nome o nomignolo, come ad esempio Tonino, un agente cinematografico che lo accoglie a braccia aperte regalandogli subito anche il nome d’arte di Mario Zanella e, visto che c’è, anche un passaporto intestato con quel nome.
Tonino lo fa accomodare in una cameretta munita di divano letto, gli suggerisce un paio di bar e tavole calde dove può recarsi tranquillamente a mangiare. Durante i loro colloqui Tonino gli sottopone una storia di spionaggio dove gli agenti segreti sono i buoni e i magistrati i cattivi. Per aiutarlo a immedesimarsi nella parte, Tonino gli fa dei nomi presi a caso dai giornali, tipo Giancarlo Stiz e Gerardo D’Ambrosio: di quest’ultimo Tonino gli riferisce che gli studi universitari sono stati indirettamente finanziati dal PCI e chiede a Pozzan se, naturalmente nella finzione, ha mai parlato con quei due giudici del signor P. Escludendo che il suo interlocutore si riferisse a Pier Paolo Pasolini, che di P ne ha ben tre, a Pozzan viene un leggerissimo sospetto: che Tonino in realtà non sia un agente cinematografico? Alle sue rimostranze, Tonino gli rivela il suo vero nome: Antonio Labruna, di professione capitano del SID.
Pozzan però non si deve preoccupare: la sua carriera cinematografica non è in pericolo, per lui Tonino ha in serbo un’occasione irripetibile: quella di interpretare un infiltrato fra i latitanti neofascisti in Spagna, in un film le cui riprese sono iniziate qualche anno prima a Milano, nei pressi di una banca. Pozzan non sta nella pelle, non vede l’ora di lasciare l’Italia per Madrid dove ad attenderlo c’è un numeroso e variegato set di artisti, contenti di recitare in una mega produzione internazionale. Sembra tutto a posto, gli attori, i tecnici, gli sceneggiatori, gli scenografi. La produzione ha solo un problema. Trovare un regista che accetti di firmare quel film col proprio nome.

 

FONTI

Giorgio Boatti Piazza Fontana Einaudi, Torino 1999
Sergio Zavoli La notte della Repubblica Rai Trasmissione tv, Roma1989