Pierluigi Concutelli

ELIO MASSAGRANDE, il gaucho

MASSAGRANDE ELIO ritratto 2

di Ben Oates

Per Elio Massagrande prima viene la famiglia, poi la politica. Di origini contadine, nasce a Isola Rizza, nei pressi di Verona: classe 1941, nel 1959 consegue a Padova la licenza di pilota civile di aeromobile. Sono le passioni per il paracadutismo e le arti marziali che avvicinano Massagrande agli ambienti di Ordine Nuovo: insieme a Leone Mazzeo, che più tardi sposerà la sorella di sua moglie, di ON Elio diventa uno dei responsabili per il Veneto.

Seguendo le orme dei suoi amici Roberto Besutti, ordinovista mantovano, sergente allievo ufficiale dei parà a Vicenza, e Marco Morin che, anni dopo, sarà protagonista di una perizia depistante sull’esplosivo usato nell’attentato di Peteano, nel 1966 Massagrande inizia il corso allievi ufficiali a Foligno per diventare sottotenente di complemento nell’artiglieria paracadutista di stanza a Livorno.

Più o meno contemporaneamente, per i tre militari quel 1966 segna le prime noie con la giustizia: al terzetto di amici vengono sequestrati un gran quantitativo di armi, munizioni ed esplosivo al plastico. Una santabarbara ingiustificabile per degli ufficiali di complemento, ma i tre le spiegazioni riescono a trovarle giurando sulla genuinità della loro passione per le armi e il relativo collezionismo.

Massagrande afferma di aver acquistato il suo quantitativo per 40 mila lire da uno sconosciuto incontrato in piazza XX Settembre a Livorno, una dichiarazione accolta da giudici non privi di superficialità anche se, nella metà degli anni Sessanta, sarebbe stato impensabile per chiunque immaginare che di lì a poco sarebbe iniziata la lunga stagione del terrore politico.

Tornato a Verona, Elio si mette in società con la moglie del capitano di artiglieria Amos Spiazzi nella gestione di una palestra.

Arriva il 1969: ON viene sciolto e Pino Rauti torna nel MSI spingendo così numerosi dissidenti a fondare il Movimento Politico Ordine Nuovo che l’anno successivo elegge suo leader Clemente Graziani e un direttorio nazionale formato da Massagrande, Besutti e Mazzeo. Gli aderenti al MPON usano definirsi ordinoviani, un termine che vuole indicare una razza appartenente a un’altra era, utile anche per distinguersi dai vecchi ordinovisti. I quattro decidono di «processare» Rauti per tradimento, condannando poi il loro ex maestro a «restare in vita» in modo tale da essere additato per sempre come rinnegato.

Insieme a un camerata romano, Mazzeo fa qualcosa in più: una sera blocca Rauti in una strada della capitale e, con un piccolo martello, lo colpisce all’orecchio per dargli un monito. Leggermente ferito, al Pronto Soccorso, Rauti dichiarerà di essere stato vittima di una selvaggia aggressione da parte di quelli del Collettivo di via dei Volsci.

I guai seri per Massagrande arrivano poco prima della metà degli anni Settanta quando il Ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani, contro i pareri di Aldo Moro, Mariano Rumor e Giulio Andreotti e minacciando una crisi di governo, scioglie per decreto il MPON mettendo di fatto fuori legge i suoi iscritti, forte anche della sentenza emessa poco prima nei confronti di 42 ordinovisti in un processo che aveva avuto come pubblico ministero Vittorio Occorsio. L’accusa è ovviamente quella di ricostituzione del partito fascista. In accordo con Besutti e Mazzeo che accettano il carcere, Graziani e Massagrande scelgono invece la via della fuga.

MASSAGRANDE ELIO 2 ritratti

Insieme alla moglie Alessandra, ai suoi tre figli e a Graziani, nel 1974 Massagrande si reca ad Atene dove, in società con un camerata greco, inaugura un ristorante; un’attività che avrà vita breve a causa della truffa fatta dal socio, ma soprattutto per la richiesta di estradizione italiana che il nuovo governo democratico greco, insediatosi negli ultimi mesi di quel 1974, ha deciso di accogliere.

La scelta del governo ellenico è motivata da alcuni attentati avvenuti ad Atene e rivendicati da Ordine Nero, una sigla che da sempre Mazzeo ritiene un’invenzione partorita dal Viminale; in ogni caso Massagrande risulterà estraneo ai fatti e la logica non spinge a pensare il contrario: difficilmente un latitante che trova rifugio in un altro Paese decide di creare problemi a chi lo ospita. Inoltre la residenza ad Atene non doveva essere un gran segreto considerando l’intervista rilasciata da Elio al settimanale OGGI nel giugno 1974.

Massagrande lascia la Grecia a malincuore: fra le sue carte processuali c’è una sua dichiarazione, priva di firma, che è un atto d’amore nei confronti di quel Paese. Sono parole che evidenziano la riconoscenza verso il popolo greco, la rabbia verso lo Stato italiano e il governo greco di Nuova Democrazia, da cui si sente tradito; in quella lettera dattiloscritta Elio afferma di non aver mai avuto a che fare con la giunta dei colonnelli e la sua offerta di arruolarsi nell’esercito ellenico insieme a Graziani durante la crisi di Cipro, dove si era sfiorato il conflitto con la Turchia, viene spiegata come frutto del suo amore sconfinato per il popolo greco.

Ad attendere Elio all’aeroporto di Fiumicino c’è una schiera di poliziotti e carabinieri, insieme a uno stuolo di giornalisti. Massagrande si fa due mesi di prigione a causa degli attentati avvenuti ad Atene; due giorni prima di essere rilasciato viene selvaggiamente picchiato da alcuni detenuti che, secondo Mazzeo, sono stati sguinzagliati dal duo Maletti – La Bruna, ufficiali del SID, con l’intento di far reagire il neofascista e avere una motivazione per trattenerlo in carcere.

Uscito di galera Massagrande riunisce di nuovo tutta la famiglia e va in Spagna. Sarà il suo secondo errore dopo quello della fuga in Grecia: nel frattempo infatti era arrivata la sentenza di Cassazione del processo di fine ‘73 che lo condannava a due anni e nove mesi. Massagrande è di nuovo un latitante. Grazie alla sua assenza in Italia gli vengono continuamente addebitati reati su reati, avvalorando così i timori che Mazzeo gli aveva espresso al momento di accettare il carcere: la prigione ha il pregio di tenerti al riparo da sospetti e accuse di quei reati che avvengono durante la detenzione, se sei latitante il rischio di vederti addossato qualsiasi cosa è alto.

In quel momento per Elio il sospetto più grave è quello di un coinvolgimento nell’omicidio del giudice Occorsio. A Madrid non si capacita di quella che considera una congettura dei magistrati italiani: è inorridito per essere accostato a Pierluigi Concutelli, che lui giudica un pazzo esaltato, tanto da pensare che il bombardiere nero si sia volutamente fatto arrestare con l’arma del delitto in mano pensando così di diventare un eroe.

Quanto all’assassinio di Occorsio anche Massagrande, come molti altri ordinovisti, si lascia sfuggire un gesto di approvazione talmente rumoroso e plateale da causare uno scontro, ai limiti della rissa, con Stefano Delle Chiaie, leader di Avanguardia Nazionale, in quel periodo anche lui latitante e titolare del ristorante Apuntamiento, noto ritrovo di neofascisti. A colpire della vicenda Occorsio è l’atteggiamento che ancora oggi alcuni ex ordinovisti hanno nei confronti del magistrato: sentimenti non certo concilianti, né comprensivi.

Finito il franchismo, la Spagna non è più un posto sicuro per molti dei fascisti rifugiati nel Paese iberico: Massagrande decide quindi di volare in Sud America. Lui, Alessandra e i tre figli si sistemano in Paraguay dove, più tardi, vengono raggiunti da Graziani proveniente dall’Inghilterra via Spagna. Venuto a conoscenza delle sue origini contadine, un italiano da anni residente nel Paese sudamericano chiede a Elio di gestirgli il 25 per cento di un’estancia, cioè uno dei tanti immensi lotti di terreno tenuti ancora allo stato brado.

È grazie al paracadutismo che Massagrande entra in contatto con Alfredo Stroessner, il dittatore del Paraguay, il quale, assicurando riparo da eventuali richieste di estradizione, chiede all’italiano di costituire due scuole di paracadutismo, una civile e una militare; da quest’ultima nasce la guardia personale del caudillo paraguaiano comandata dal figlio, diventato amico di Elio. Successivamente Stroessner decide di dare sviluppo alla regione selvaggia del Chaco, negli anni Trenta casus belli con la Bolivia, dividendola in vari lotti, da 4 mila a 12 mila ettari, dando proprio a Massagrande l’incarico di vendere i terreni in Europa per conto del governo; anziché in denaro, l’italiano preferisce essere pagato con parte di quegli stessi lotti.

Caduto Stroessner all’inizio del 1989, per Massagrande si riaffaccia lo spauracchio dell’estradizione in Italia. Il nuovo governo paraguaiano lo arresta due volte e istruisce altrettanti processi con l’intento di restituirlo al suo Paese, ma le vecchie amicizie strette negli anni con alcuni importanti funzionari di polizia lo aiutano a restare quanto basta per dare tempo agli avvocati in Italia di provare la sua innocenza. In effetti lo spettro di una persecuzione aleggia sulle aule del tribunale di Bologna quando, ad esempio, viene rivelato il contenuto di una velina del SID in cui si sostiene che Massagrande e Graziani si fossero incontrati in Svizzera per programmare l’attentato al treno Italicus avvenuto il 4 agosto 1974: pensare che i due leader ordinovisti, in quel momento residenti ad Atene per giunta nello stesso appartamento, avessero necessità di andare fino in Svizzera a organizzare un attentato, rimarrà uno dei tanti tentativi, anche strampalati, di costruire un teorema.

Quando arriva la sentenza di assoluzione per l’omicidio Occorsio via via cadono tutte le altre accuse, ma di tornare in Italia non se ne parla affatto: per Massagrande la patria è ormai il Paraguay. Il destino è però in agguato. Nel 1999 il neofascista italiano si ammala di cancro e le cure che ha in Paraguay presto si rivelano insufficienti: Alessandra e i suoi figli lo convincono a tornare in Italia dove formalmente gli rimangono da scontare dodici giorni di carcere, ma nessuno oppone ostacoli al suo rientro. Massagrande viene ricoverato a Trento, dove muore nell’agosto del 1999. Rispettando le sue ultime volontà, le sue ceneri vengono sparse sull’amato Chaco.

FONTI

Verbali di interrogatorio Questure di Livorno e Verona 7 e 17 maggio 1966.

Dichiarazione non firmata di Elio Massagrande, Atene 14 gennaio 1975 ore 09.40.

Sandro Forte (a cura di) Clemente Graziani, la vita, le idee, Settimo Sigillio, Roma 1997

Ugo Maria Tassinari Fascisteria Castelvecchi, Roma 2001.

Mimmo Franzinelli La sottile linea nera Rizzoli, Milano 2008.

Conversazione con Rutilio Sermonti, Monte Compatri 27 agosto 2009.

Conversazione telefonica con l’avvocato Giuliano Artelli, 7 giugno 2011.

Conversazione telefonica con Leone Mazzeo, 15 luglio 2011.

Conversazione telefonica con Francesca Massagrande, 20 luglio 2011.

Conversazione con Rainaldo Graziani, Roma 21 luglio 2011.

Conversazione con Stefano Delle Chiaie, Roma 12 novembre 2011.

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La folle corsa di Giorgio Vale, il mulatto dei Nar

Vale

Fototessera di Giorgio Vale

Roma, via Decio Mure, zona «Quadraro». Sormontato da un’inferriata bianca, un muretto separa il marciapiede dal cortile dell’appartamento al pian terreno di un immobile. Sul vecchio intonaco rossastro troneggia una scritta murale realizzata con vernice spray di colore nero. Leggiamo «ONORE AL DRAKE». Accanto alla frase, una piccola croce celtica è circondata da quattro lettere: V, A, L, E. Due ragazzi passeggiano lungo la strada ascoltando musica con gli auricolari di uno smartphone. Sono molto giovani, sulla ventina. Proviamo a far loro qualche domanda. Non hanno idea di chi fosse quel «Drake» e ignorano il motivo per cui la scritta si trovi proprio lì, sul muretto di quella palazzina. Ne passa un terzo, un po’ più avanti con gli anni. Lui non sembra molto interessato a parlarne ma ci dà prova di conoscere l’argomento congedandosi da noi con una rapida battuta: «Era nero in tutti i sensi».

Al di là di quelle mura, nella primavera del 1982, durante un blitz delle forze dell’ordine un colpo di pistola alla tempia mette fine alla vita di Giorgio Vale, detto «il Drake», giovane militante di «Terza Posizione», passato poi ai «Nuclei Armati Rivoluzionari». Vale è un ragazzo mulatto (mamma bianca, papà di origine eritrea) nato a Roma nel 1962. Inizia a fare politica attiva a destra fin dalla pre-adolescenza. A diciassette anni prende parte alle prime azioni armate. Appena ventenne è già un terrorista pluriomicida, ricercato e prossimo alla fine. La sua morte, tuttavia, avviene in circostanze controverse e a distanza di trentacinque anni c’è ancora chi non dimentica. Cosa è accaduto realmente in quell’appartamento? Alcuni parlano di suicidio, altri di conflitto a fuoco, altri ancora di fredda e brutale esecuzione per mano della Digos. Ciò che è certo è che le notizie sulla morte di quel ragazzo sono confuse e contraddittorie fin dal primo momento e la prova del guanto di paraffina testimonia che il giovane terrorista, in quell’ultima occasione, non ha mai premuto alcun grilletto.

Ma chi era Giorgio Vale? I suoi ex camerati lo ricordano come una persona affidabile, un «combattente» coraggioso, riflessivo, leale e per nulla chiacchierone. I parenti delle vittime del terrorismo e gli agenti delle forze dell’ordine lo ricordano invece come un killer spietato e sanguinario, un assassino macchiatosi di omicidi efferati e senza scrupoli come quello del giovane agente di Polizia Maurizio Arnesano, barbaramente ucciso al solo fine di portargli via la mitragliatrice d’ordinanza. I genitori, gli amici e i parenti più stretti del Drake lo ricordano invece come un ragazzo mite e di cuore, introverso e facilmente manipolabile, dunque inevitabilmente precipitato nella trappola di pericolosi personaggi che istigavano i ragazzini a «fare la rivoluzione» in un momento storico molto delicato.

Come mai un giovanotto di colore si ritrova a fare politica in mezzo ai fascisti? In realtà, salvo rari episodi, le caratteristiche fenotipiche di quel mulatto dall’inflessione romanesca non hanno mai rappresentato un vero ostacolo in quell’ambiente. La politica che ha svezzato la militanza di Vale è quella di una destra giovanile in preda a continue (e sempre nuove) esigenze generazionali.

Tra le file dei vari gruppi extraparlamentari della seconda metà degli anni Settanta si respira una grande volontà di cambiamento. Nelle sezioni giovanili del MSI e in tanti movimenti d’ispirazione «nazional-rivoluzionaria» il sistema non viene criticato sulla base di argomenti come «gerarchia», «razza», e «ritorno all’ordine». Si parla invece di «patria», di «popolo», di «politiche sociali» e finanche di «ecologismo». Le forme-struttura e i modus operandi dell’estrema sinistra vengono in larga parte adottati dalla gioventù dell’area «neo-neofascista», tra graffiti, musica, chitarre, assemblee, slogan e volantini. Una realtà per certi versi non dissimile da quella vissuta da tanti ragazzi che militano sotto altre bandiere.

Il contesto in cui si forma Vale è l’attivismo di piazza di «Lotta Studentesca», tra attacchinaggi e manifestazioni di un movimento dalle cui ceneri, nel 1978, nasce «Terza Posizione», un’organizzazione che finirà in bilico tra politica legale e lotta armata. Nel ‘79, nonostante la giovane età, il Drake assume un ruolo operativo di rilievo a seguito dell’arresto dei leader principali del movimento ed è proprio in quel periodo a cavallo tra i due decenni che NAR e TP si avvicinano maggiormente. Giorgio Vale subisce il fascino carismatico di Valerio Fioravanti, divenendo così una cerniera tra due realtà separate della giovane destra radicale romana. Il ragazzo, assieme ad altri camerati «tippini», si ritrova a militare in entrambi i gruppi, quello di piazza e quello clandestino. Giorgio è uno scaltro rapinatore e si guadagna presto la fiducia dei NAR.

A Fioravanti il Drake piace, lo ritiene un ragazzo in gamba e gli insegna ciò che conosce su tecniche militari e guerriglia urbana. Per il signor Umberto, papà di Giorgio, Fioravanti invece ha soltanto plagiato suo figlio, inducendolo a diventare un assassino: «Una volta mi ricordo Fioravanti con la sua solita aria mi disse: “Suo figlio lo facciamo diventare uomo.” È stato un disgraziato. Giorgio era un ragazzo mite, stava anche troppo in casa. A sedici anni ero io che lo spingevo ad uscire. Quando è morto gli hanno attribuito qualsiasi cosa» (…) «Tutto è cominciato con l’omicidio Arnesano. Giorgio non ne sapeva nulla. Era andato lì per una rapina e si è ritrovato in un omicidio.» 1

L’uccisione dell’agente Arnesano avviene nel febbraio del 1980. È il battesimo del sangue di Vale. Il collaboratore di giustizia Cristiano Fioravanti, fratello di Valerio e co-fondatore dei NAR, descrive così l’accaduto: «L’omicidio Arnesano è opera di mio fratello e Giorgio Vale. La mattina del fatto Valerio mi disse che un poliziotto gli avrebbe dato un mitra, io, incredulo, chiesi a che prezzo ed egli mi rispose: “Gratuitamente”, fece un sorriso ed io capii. Non mi impressionai quando al tribunale dei minori, dove mi trovavo insieme con Alibrandi, sentii le sirene della polizia. Altrettanto non posso dire per Alibrandi che mi chiese cosa fosse accaduto. Valerio mi disse che l’intenzione era quella di impadronirsi dell’arma, tanto che egli aveva sparato alle mani dell’avversario. Solo la resistenza opposta dall’agente aveva comportato la necessità di ucciderlo».

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A sinistra il corpo di Vale senza vita. Al centro un falso tesserino da carabiniere e a destra alcune delle armi sequestrate nell’appartamento di via Decio Mure dopo il blitz (foto Corsera)

 

Circa tre mesi dopo, Giorgio spara contro l’appuntato Manfredi, ferendolo al collo e ad una gamba in occasione dell’agguato alle forze di Polizia guidato da Fioravanti all’entrata del liceo Giulio Cesare. Agguato che finirà con l’uccisione dell’agente «Serpico». Vale spara un colpo anche a Ciccio Mangiameli, suo ex amico di Terza Posizione, trascinato ed ucciso in una pineta da Valerio Fioravanti nel settembre del 1980. Nel 1981, dopo una lunga serie di rapine e vantando anche il disarmo di un carabiniere, Vale ha ormai una certa dimestichezza con le armi e nel mese di luglio esegue da solo l’omicidio del neofascista Giuseppe De Luca, detto Pino il calabro, considerato un traditore colpevole di aver truffato i NAR rubando denaro all’organizzazione. Nella massima freddezza il Drake suona al citofono presentandosi come un amico di Pino. La sorella del giovane apre la porta a Giorgio che insegue la sua vittima fin dentro il bagno svuotandogli il caricatore sotto la doccia, tra le grida di terrore dei familiari presenti in casa. Con rapidità e sangue freddo il Drake va via come se nulla fosse successo, lasciando De Luca crivellato di pallottole nel giorno del suo compleanno.

L’ultima azione violenta alla quale partecipa Vale è la drammatica rapina a piazza Irnerio il 5 marzo 1982 che si conclude con la morte del diciassettenne Alessandro Caravillani, colpito da un proiettile di rimbalzo sparato da Livio Lai. Il Drake spara ferendo un agente. Resterà ferita anche la Mambro e sarà proprio Vale a lasciarla in un’auto accanto al pronto soccorso, quasi in fin di vita. La fine di del Drake, invece, arriverà due mesi dopo. Se esiste un numero infausto per i N.A.R. è senza dubbio il numero cinque: il 5 febbraio 1981 viene ferito e arrestato Valerio Fioravanti, il 5 dicembre 1981 viene ucciso Alessandro Alibrandi, il 5 marzo 1982 viene ferita e arrestata Francesca Mambro.

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Il 5 maggio 1982, infine, è l’ultimo giorno di vita di Giorgio Vale. Ore 10:30. In via Decio Mure 43 gli agenti della Digos sono armati fino ai denti. Quei poliziotti sanno bene che oltre la porta dell’interno 2 si nasconde un «osso duro», un nemico dal grilletto facile e dalla mira letale. Non sfondano neppure la porta, hanno una chiave. Quando lo sorprendono Giorgio è ancora in pigiama, disteso sul divano-letto. Vengono esplosi centinaia di proiettili ma un colpo solo è quello mortale. Una pallottola alla tempia e il lenzuolo si tinge di rosso. Il blitz è rapidissimo. Gli agenti si guardano attorno. È l’appartamento di un terrorista ma anche quello di un ragazzo di vent’anni. Da un lato ci sono le pistole, le munizioni, i documenti falsi. Dall’altro c’è un numero di «Playboy», una copia del fumetto «Linus» e un romanzo thriller di Frederick Forsyth: «L’alternativa del diavolo». La madre del Drake apprende la notizia in modo terribile, dal portiere del palazzo che ferma la donna al ritorno dalla spesa: «Signora, ha saputo di Giorgetto?». Da diverso tempo la famiglia del giovane latitante era in trattativa con le forze dell’ordine per poter giungere ad un accordo. Il ragazzo si sarebbe dovuto costituire ma ormai non c’è più nulla da fare. Le prime notizie Ansa si contraddicono: 5 maggio 1982. Ore 11:21. «Un terrorista neofascista è stato arrestato questa mattina nel corso di una operazione della Digos. La cattura è avvenuta dopo una sparatoria in via Decio Mura, al Quadraro, nella periferia sud orientale di Roma. Il terrorista, non ancora identificato, è rimasto ferito, ed è stato condotto all’Ospedale San Giovanni. Secondo la prima impressione degli agenti che lo hanno catturato, sarebbe il neofascista Giorgio Vale». 5 maggio 1982. Ore 12:17. «I medici dell’Ospedale San Giovanni hanno detto che le condizioni di Giorgio Vale sono gravissime. Un proiettile lo ha colpito alla tempia destra, ed è uscito dalla sinistra. I medici hanno chiamato un prete per dargli l’estrema unzione». 6 maggio 1982. Ore 21:14. «Giorgio Vale si è suicidato. Questo il risultato dell’autopsia, che capovolge la ricostruzione degli eventi che hanno portato alla cattura e al ferimento del terrorista nero». 2

La vendetta dei neofascisti non si fa attendere e la morte di Vale trascina brutalmente con sé altre due persone. 6 maggio 1982. Un commando dei NAR irrompe nella stazione San Pietro della Polfer di Roma e spara alla testa dell’agente di Polizia Giuseppe Rapesta, di anni 49, padre di tre figli. L’uomo morirà il 12 maggio dopo una lunga agonia. I terroristi divulgano un comunicato di rivendicazione inneggiante a Giorgio Vale. 12 agosto 1982. Il terrorista Pierluigi Concutelli, durante l’ora d’aria nel carcere di Novara, uccide mediante strangolamento il neofascista Carmine Palladino, avanguardista al servizio di Stefano Delle Chiaie. Palladino era ritenuto responsabile della soffiata che ha condotto la Digos presso l’appartamento di Vale.

Osserviamo l’intonaco sbiadito di quella palazzina ma in via Decio Mure non siamo gli unici. Un giovane fotografa la scritta con il telefonino e prima di andar via si guarda attorno con aria imbarazzata. Le vicende di quegli anni rappresentano ancora una questione irrisolta, un argomento delicato, un tema spinoso da affrontare con estrema cautela. Parlarne oggi significa riaprire vecchie ferite che a distanza di trentacinque, quaranta o cinquant’anni ancora tardano a rimarginarsi. Sui social network gli anni di piombo rappresentano una fonte di aspri dibattiti e feroci contese che talvolta coinvolgono generazioni del tutto estranee alle vicende di quell’epoca. Ragazzi «di destra» e «di sinistra» animati da un forte senso di appartenenza che il più delle volte risveglia antichi rancori e non facilita l’analisi storica e distaccata di quegli anni. Violenza verbale, slogan di morte, ostilità viscerale, elementi che su internet trasudano nell’astrazione di un mondo immateriale ma sotto una lente analitica ci aiutano a comprendere l’efficacia di alcuni vecchi meccanismi. Seminare odio e strumentalizzarne i frutti è ancora terribilmente facile.

1 Mario Caprara, Gianluca Semprini, «Destra estrema e criminale». Newton Compton. Roma, 2009.
2 Nicola Rao, “Il piombo e la celtica”, Sperling & Kupfer, Milano 2009