Ordine nero

JEANNE COGOLLI, la sposa in nero

di Ben OatesCogolli Zani

Nell’eversione nera le quote rosa sono solo un pettegolezzo. Se il ruolo della donna nell’estrema destra ha sempre avuto difficoltà a emergere, figuriamoci cosa ha dovuto fare Jeanne Cogolli che quel ruolo doveva guadagnarselo in una città non certo amica verso i neri qual era Bologna. Nata a Roma nel 1946 ma felsinea d’adozione, la Cogolli frequenta le scuole magistrali; grazie al padre co-fondatore di Retaggio, un circolo culturale vicino a Ordine Nuovo, la Cogolli assimila ben presto le idee dei «fascisti senza Mussolini»; la sporadica frequentazione della locale sezione del MSI le causa un rinvio a giudizio per ricostituzione del partito fascista, dal processo che ne segue la Cogolli ne esce praticamente indenne: probabilmente è questo episodio che fa nascere nella donna l’esigenza di impegnarsi a favore dei detenuti di estrema destra, dando vita a una sorta di «soccorso nero». Nella seconda metà degli anni Settanta la Cogolli inizia a seguire le udienze del processo contro Ordine Nero bolognese durante le quali si innamora di Fabrizio Zani, ex militante toscano di Avanguardia Nazionale poi confluito in Ordine Nero. Insieme a Zani, la Cogolli fonda Quex, che diventa la più celebre rivista per detenuti neofascisti dove, fra le altre cose, si sostiene l’importanza della ripresa dello spontaneismo armato e l’eliminazione di ogni tipo di ostacolo che dovesse sovrapporsi al progetto, come ad esempio i troppi gruppi disomogenei che costituiscono in quel momento la destra radicale.

Nell’aprile del 1981 Mario Tuti e Pierluigi Concutelli uccidono Ermanno Buzzi nel carcere di Novara: poco tempo prima sulle colonne di Quex, Buzzi era stato etichettato come un «infame da schiacciare». L’omicidio Buzzi e il relativo reato di istigazione a mezzo stampa spingono la Cogolli, ormai signora Zani, e suo marito a lasciare Bologna per Torino, scelta per la sua vicinanza con la frontiera francese. Dalla città della Mole la Cogolli e Zani tentano di organizzare un gruppo formato da elementi rimasti ai margini di Terza Posizione e dei Nuclei Armati Rivoluzionari. Sempre lontana da azioni armate, la dedizione verso suo marito è talmente assoluta che, durante un colpo in una banca dove partecipa anche Zani, come una mamma in apprensione per il figlioletto che sta partendo per il servizio militare, la Cogolli si reca sul posto della rapina a chiedere notizie sul coniuge al complice rimasto fuori a fare il palo; nella divisione di qualsiasi refurtiva, la Cogolli impone che una parte sia sempre destinata ad aiutare i fascisti detenuti nelle carceri. Secondo la DIGOS, la Cogolli fa parte del gruppo di otto persone che, nel 1982, tentano senza successo di sequestrare un gioielliere torinese. Fuggita in Francia, al suo rientro viene arrestata e nel maggio del 1986 la Cogolli viene condannata in primo grado a quattordici anni di reclusione per concorso nell’omicidio di Mauro Mennucci, giustiziato quattro anni prima dagli «amici di Mario Tuti», questa la firma della rivendicazione, per aver segnalato alla Polizia il rifugio francese del geometra empolese; un anno dopo viene assolta per insufficienza di prove. Il suo nome entra anche nell’inchiesta per la strage di Bologna: l’accusa principale mossa alla Cogolli è sostanzialmente quella di essere venuta a conoscenza dell’imminente tragedia per l’avviso ricevuto qualche giorno prima da Massimiliano Fachini, importante esponente padovano di Ordine Nuovo il quale, secondo gli inquirenti, aveva suggerito alla Cogolli che sarebbe stato meglio lasciare alla svelta la città felsinea perché sarebbe accaduto qualcosa di grave; contro di lei ci sono le testimonianze di fascisti pentiti come Mauro Ansaldi, Sergio Calore e Paolo Stroppiana i quali sono pronti a giurare su una presunta dichiarazione della Cogolli risalente al 1982 a proposito di Fachini, dichiarazione che vuole che l’estremista padovano sia uno degli artefici della strage.

Di certo la Cogolli il 2 agosto non è a Bologna, avendo lasciato la città alle prime luci dell’alba. Del suo presunto rapporto con Fachini di cui parla Calore con i magistrati, la Cogolli ha sempre respinto l’accusa di conoscerlo e di aver distribuito su suo incarico la rivista Costruiamo l’azione. Per i reati di rapina, tentata rapina e detenzione di armi, nella primavera del 1994 vengono arrestati la Cogolli, Zani, altri tre neofascisti e Alessandra Codivilla, vecchia amica della Cogolli, che anni prima aveva ospitato Zani nella propria cascina di San Giovanni in Persiceto, vicino Bologna; essendo la Codivilla un perito giudiziario, gli avvocati del foro bolognese incrociano le braccia in segno di protesta verso il suo arresto che sarà comunque breve, con l’accusa poi diventata un nulla di fatto. Quando i magistrati le chiedono quali segreti possa conoscere Zani sulla strage di Bologna, la Cogolli fermamente risponde che se suo marito sapesse davvero qualcosa, lo lascerebbe all’istante. Cioè quello che, poco tempo dopo, farà Zani per un’altra donna.

 

FONTI

Corte d’Assise di Bologna, Strage di Bologna, estratto della sentenza di primo grado, 11 luglio 1988

Seconda Corte d’Appello di Bologna, Strage di Bologna, estratto della sentenza di appello, 18 luglio 1990

Cassazione Unite, Strage di Bologna, estratto della sentenza di Cassazione, 12 febbraio 1992

Cassazione Unite, Strage di Bologna, estratto della sentenza definitiva cassazione, 23 novembre 1995

Ugo Maria Tassinari Fascisteria Castelvecchi, Roma 2001

Corte d’Appello, Strage di Bologna-Ciavardini, estratto della sentenza di Corte d’Appello, 13 dicembre 2004

Ugo Maria Tassinari Guerrieri 1975/1982 storie di una generazione in nero Immaginanapoli, Napoli 2005

Riccardo Bocca Tutta un’altra strage Rizzoli, Milano 2007

 

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ELIO MASSAGRANDE, il gaucho

MASSAGRANDE ELIO ritratto 2

di Ben Oates

Per Elio Massagrande prima viene la famiglia, poi la politica. Di origini contadine, nasce a Isola Rizza, nei pressi di Verona: classe 1941, nel 1959 consegue a Padova la licenza di pilota civile di aeromobile. Sono le passioni per il paracadutismo e le arti marziali che avvicinano Massagrande agli ambienti di Ordine Nuovo: insieme a Leone Mazzeo, che più tardi sposerà la sorella di sua moglie, di ON Elio diventa uno dei responsabili per il Veneto.

Seguendo le orme dei suoi amici Roberto Besutti, ordinovista mantovano, sergente allievo ufficiale dei parà a Vicenza, e Marco Morin che, anni dopo, sarà protagonista di una perizia depistante sull’esplosivo usato nell’attentato di Peteano, nel 1966 Massagrande inizia il corso allievi ufficiali a Foligno per diventare sottotenente di complemento nell’artiglieria paracadutista di stanza a Livorno.

Più o meno contemporaneamente, per i tre militari quel 1966 segna le prime noie con la giustizia: al terzetto di amici vengono sequestrati un gran quantitativo di armi, munizioni ed esplosivo al plastico. Una santabarbara ingiustificabile per degli ufficiali di complemento, ma i tre le spiegazioni riescono a trovarle giurando sulla genuinità della loro passione per le armi e il relativo collezionismo.

Massagrande afferma di aver acquistato il suo quantitativo per 40 mila lire da uno sconosciuto incontrato in piazza XX Settembre a Livorno, una dichiarazione accolta da giudici non privi di superficialità anche se, nella metà degli anni Sessanta, sarebbe stato impensabile per chiunque immaginare che di lì a poco sarebbe iniziata la lunga stagione del terrore politico.

Tornato a Verona, Elio si mette in società con la moglie del capitano di artiglieria Amos Spiazzi nella gestione di una palestra.

Arriva il 1969: ON viene sciolto e Pino Rauti torna nel MSI spingendo così numerosi dissidenti a fondare il Movimento Politico Ordine Nuovo che l’anno successivo elegge suo leader Clemente Graziani e un direttorio nazionale formato da Massagrande, Besutti e Mazzeo. Gli aderenti al MPON usano definirsi ordinoviani, un termine che vuole indicare una razza appartenente a un’altra era, utile anche per distinguersi dai vecchi ordinovisti. I quattro decidono di «processare» Rauti per tradimento, condannando poi il loro ex maestro a «restare in vita» in modo tale da essere additato per sempre come rinnegato.

Insieme a un camerata romano, Mazzeo fa qualcosa in più: una sera blocca Rauti in una strada della capitale e, con un piccolo martello, lo colpisce all’orecchio per dargli un monito. Leggermente ferito, al Pronto Soccorso, Rauti dichiarerà di essere stato vittima di una selvaggia aggressione da parte di quelli del Collettivo di via dei Volsci.

I guai seri per Massagrande arrivano poco prima della metà degli anni Settanta quando il Ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani, contro i pareri di Aldo Moro, Mariano Rumor e Giulio Andreotti e minacciando una crisi di governo, scioglie per decreto il MPON mettendo di fatto fuori legge i suoi iscritti, forte anche della sentenza emessa poco prima nei confronti di 42 ordinovisti in un processo che aveva avuto come pubblico ministero Vittorio Occorsio. L’accusa è ovviamente quella di ricostituzione del partito fascista. In accordo con Besutti e Mazzeo che accettano il carcere, Graziani e Massagrande scelgono invece la via della fuga.

MASSAGRANDE ELIO 2 ritratti

Insieme alla moglie Alessandra, ai suoi tre figli e a Graziani, nel 1974 Massagrande si reca ad Atene dove, in società con un camerata greco, inaugura un ristorante; un’attività che avrà vita breve a causa della truffa fatta dal socio, ma soprattutto per la richiesta di estradizione italiana che il nuovo governo democratico greco, insediatosi negli ultimi mesi di quel 1974, ha deciso di accogliere.

La scelta del governo ellenico è motivata da alcuni attentati avvenuti ad Atene e rivendicati da Ordine Nero, una sigla che da sempre Mazzeo ritiene un’invenzione partorita dal Viminale; in ogni caso Massagrande risulterà estraneo ai fatti e la logica non spinge a pensare il contrario: difficilmente un latitante che trova rifugio in un altro Paese decide di creare problemi a chi lo ospita. Inoltre la residenza ad Atene non doveva essere un gran segreto considerando l’intervista rilasciata da Elio al settimanale OGGI nel giugno 1974.

Massagrande lascia la Grecia a malincuore: fra le sue carte processuali c’è una sua dichiarazione, priva di firma, che è un atto d’amore nei confronti di quel Paese. Sono parole che evidenziano la riconoscenza verso il popolo greco, la rabbia verso lo Stato italiano e il governo greco di Nuova Democrazia, da cui si sente tradito; in quella lettera dattiloscritta Elio afferma di non aver mai avuto a che fare con la giunta dei colonnelli e la sua offerta di arruolarsi nell’esercito ellenico insieme a Graziani durante la crisi di Cipro, dove si era sfiorato il conflitto con la Turchia, viene spiegata come frutto del suo amore sconfinato per il popolo greco.

Ad attendere Elio all’aeroporto di Fiumicino c’è una schiera di poliziotti e carabinieri, insieme a uno stuolo di giornalisti. Massagrande si fa due mesi di prigione a causa degli attentati avvenuti ad Atene; due giorni prima di essere rilasciato viene selvaggiamente picchiato da alcuni detenuti che, secondo Mazzeo, sono stati sguinzagliati dal duo Maletti – La Bruna, ufficiali del SID, con l’intento di far reagire il neofascista e avere una motivazione per trattenerlo in carcere.

Uscito di galera Massagrande riunisce di nuovo tutta la famiglia e va in Spagna. Sarà il suo secondo errore dopo quello della fuga in Grecia: nel frattempo infatti era arrivata la sentenza di Cassazione del processo di fine ‘73 che lo condannava a due anni e nove mesi. Massagrande è di nuovo un latitante. Grazie alla sua assenza in Italia gli vengono continuamente addebitati reati su reati, avvalorando così i timori che Mazzeo gli aveva espresso al momento di accettare il carcere: la prigione ha il pregio di tenerti al riparo da sospetti e accuse di quei reati che avvengono durante la detenzione, se sei latitante il rischio di vederti addossato qualsiasi cosa è alto.

In quel momento per Elio il sospetto più grave è quello di un coinvolgimento nell’omicidio del giudice Occorsio. A Madrid non si capacita di quella che considera una congettura dei magistrati italiani: è inorridito per essere accostato a Pierluigi Concutelli, che lui giudica un pazzo esaltato, tanto da pensare che il bombardiere nero si sia volutamente fatto arrestare con l’arma del delitto in mano pensando così di diventare un eroe.

Quanto all’assassinio di Occorsio anche Massagrande, come molti altri ordinovisti, si lascia sfuggire un gesto di approvazione talmente rumoroso e plateale da causare uno scontro, ai limiti della rissa, con Stefano Delle Chiaie, leader di Avanguardia Nazionale, in quel periodo anche lui latitante e titolare del ristorante Apuntamiento, noto ritrovo di neofascisti. A colpire della vicenda Occorsio è l’atteggiamento che ancora oggi alcuni ex ordinovisti hanno nei confronti del magistrato: sentimenti non certo concilianti, né comprensivi.

Finito il franchismo, la Spagna non è più un posto sicuro per molti dei fascisti rifugiati nel Paese iberico: Massagrande decide quindi di volare in Sud America. Lui, Alessandra e i tre figli si sistemano in Paraguay dove, più tardi, vengono raggiunti da Graziani proveniente dall’Inghilterra via Spagna. Venuto a conoscenza delle sue origini contadine, un italiano da anni residente nel Paese sudamericano chiede a Elio di gestirgli il 25 per cento di un’estancia, cioè uno dei tanti immensi lotti di terreno tenuti ancora allo stato brado.

È grazie al paracadutismo che Massagrande entra in contatto con Alfredo Stroessner, il dittatore del Paraguay, il quale, assicurando riparo da eventuali richieste di estradizione, chiede all’italiano di costituire due scuole di paracadutismo, una civile e una militare; da quest’ultima nasce la guardia personale del caudillo paraguaiano comandata dal figlio, diventato amico di Elio. Successivamente Stroessner decide di dare sviluppo alla regione selvaggia del Chaco, negli anni Trenta casus belli con la Bolivia, dividendola in vari lotti, da 4 mila a 12 mila ettari, dando proprio a Massagrande l’incarico di vendere i terreni in Europa per conto del governo; anziché in denaro, l’italiano preferisce essere pagato con parte di quegli stessi lotti.

Caduto Stroessner all’inizio del 1989, per Massagrande si riaffaccia lo spauracchio dell’estradizione in Italia. Il nuovo governo paraguaiano lo arresta due volte e istruisce altrettanti processi con l’intento di restituirlo al suo Paese, ma le vecchie amicizie strette negli anni con alcuni importanti funzionari di polizia lo aiutano a restare quanto basta per dare tempo agli avvocati in Italia di provare la sua innocenza. In effetti lo spettro di una persecuzione aleggia sulle aule del tribunale di Bologna quando, ad esempio, viene rivelato il contenuto di una velina del SID in cui si sostiene che Massagrande e Graziani si fossero incontrati in Svizzera per programmare l’attentato al treno Italicus avvenuto il 4 agosto 1974: pensare che i due leader ordinovisti, in quel momento residenti ad Atene per giunta nello stesso appartamento, avessero necessità di andare fino in Svizzera a organizzare un attentato, rimarrà uno dei tanti tentativi, anche strampalati, di costruire un teorema.

Quando arriva la sentenza di assoluzione per l’omicidio Occorsio via via cadono tutte le altre accuse, ma di tornare in Italia non se ne parla affatto: per Massagrande la patria è ormai il Paraguay. Il destino è però in agguato. Nel 1999 il neofascista italiano si ammala di cancro e le cure che ha in Paraguay presto si rivelano insufficienti: Alessandra e i suoi figli lo convincono a tornare in Italia dove formalmente gli rimangono da scontare dodici giorni di carcere, ma nessuno oppone ostacoli al suo rientro. Massagrande viene ricoverato a Trento, dove muore nell’agosto del 1999. Rispettando le sue ultime volontà, le sue ceneri vengono sparse sull’amato Chaco.

FONTI

Verbali di interrogatorio Questure di Livorno e Verona 7 e 17 maggio 1966.

Dichiarazione non firmata di Elio Massagrande, Atene 14 gennaio 1975 ore 09.40.

Sandro Forte (a cura di) Clemente Graziani, la vita, le idee, Settimo Sigillio, Roma 1997

Ugo Maria Tassinari Fascisteria Castelvecchi, Roma 2001.

Mimmo Franzinelli La sottile linea nera Rizzoli, Milano 2008.

Conversazione con Rutilio Sermonti, Monte Compatri 27 agosto 2009.

Conversazione telefonica con l’avvocato Giuliano Artelli, 7 giugno 2011.

Conversazione telefonica con Leone Mazzeo, 15 luglio 2011.

Conversazione telefonica con Francesca Massagrande, 20 luglio 2011.

Conversazione con Rainaldo Graziani, Roma 21 luglio 2011.

Conversazione con Stefano Delle Chiaie, Roma 12 novembre 2011.