Nuclei Armati Proletari

Articolo 90. Concutelli finisce nei «braccetti della morte»

Con l’uccisione in carcere di Ermanno Buzzi (in collaborazione con Mario Tuti) e soprattutto di Carmine Palladino, Pierluigi Concutelli, capo militare del Movimento Politico Ordine Nuovo, finisce nei cosiddetti «bracci della morte», un regime detentivo particolarmente duro. Per capirne la genesi occorre arrivare fino all’articolo 90 della legge sull’ordinamento penitenziario del luglio 1975: «Quando ricorrono gravi ed eccezionali motivi di ordine e di sicurezza», dice la norma, «il Ministro di Grazia e Giustizia ha la facoltà di sospendere, in tutto o in parte, l’applicazione, in uno o più stabilimenti penitenziari, per un periodo determinato e strettamente necessario, delle regole di trattamento e degli istituti previsti dalla presente legge che possano porsi in concreto contrasto con le esigenze di ordine e di sicurezza». Di fatto si tratta della possibilità di sospendere, appunto «per eccezionali motivi di ordine e sicurezza», all’interno di uno o più carceri, una riforma dell’ordinamento penitenziario, come quella del 1975, frutto di un grande ciclo di lotte dei detenuti.  

Palladino

Carmine Palladino

L’obiettivo, nemmeno tanto nascosto, è quello di assestare dei colpi decisivi alle organizzazioni combattenti attive lungo gli anni Settanta. Nonostante tutto, le carceri continuano per gran parte del decennio in questione a essere difficilmente governabili. Una particolarità italiana sarà poi il determinarsi di una sorta di comunione d’intenti tra i prigionieri politici e il cosiddetto proletariato extralegale, teorizzato, e in parte realizzato, dai NAP, i Nuclei Armati Proletari.

La risposta dello Stato non si fa però attendere: nel 1977 viene istituito il regime degli «speciali» sorvegliati dai carabinieri. Il famigerato art. 90 inizia a essere applicato pedissequamente a partire dai primi anni Ottanta attraverso l’istituzione, appunto, dei cosiddetti «braccetti della morte», sezioni di massimo isolamento che prevedono una fortissima riduzione, o interruzione, dei contatti con l’esterno. L’attuazione di questo inasprimento del regime penitenziario per i detenuti considerati più pericolosi, o comunque più attivi politicamente, avviene in contemporanea con la modifica del codice penale (approvazione dell’articolo 270 bis – associazione sovversiva con finalità di terrorismo) e le nuove norme su pentitismo e dissociazione volute da Cossiga.

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Le righe che di seguito pubblichiamo, sono tratte dal nostro libro «Maledetti ’70 – Storie dimenticate degli anni di piombo» e riguardano il caso di Pierluigi Concutelli subito dopo l’omicidio, in carcere, di Carmine Palladino considerato responsabile, per delazione, della tragica fine del Nar Giorgio Vale.

Concutelli

Pierluigi Concutelli

Dal paragrafo «Il comandante e il caterpillar», pagg.129-130:

«Dopo regolari condizioni di isolamento e trasferimenti in diversi penitenziari, la punizione più severa deve ancora sopraggiungere. Se rivendicare l’uccisione di un uomo rappresenta una ben precisa volontà ideologica, in galera tale scelta comporta un prezzo da pagare. L’importo è molto alto, si chiama articolo 90, una misura disciplinare che comporta la permanenza in aree speciali che nel gergo carcerario vengono chiamate “i braccetti della morte”, ovvero sezioni penitenziarie che prevedono una rigida forma di isolamento capace di spaventare anche gli ergastolani dalla pellaccia più dura. Il trattamento comporta una drastica riduzione dei diritti del detenuto ed è riservato a coloro che nonostante la carcerazione continuano ad essere considerati soggetti pericolosi. I braccetti aprono i battenti nel 1982 e prima di diventare illegali saranno a lungo utilizzati dallo Stato come strumento per incoraggiare i prigionieri a diventare collaboratori di giustizia. La routine carceraria che ne consegue è un annientamento psicologico ai limiti dell’umana sopportazione. Non è consentito alcun rapporto con altri detenuti, nemmeno tramite corrispondenza. È fatto divieto di detenere generi alimentari e sono banditi tutti gli oggetti al di fuori degli indumenti. Ogni tipo di attività culturale, sportiva o ricreativa è tassativamente vietata. I colloqui sono drasticamente ridotti e avvengono solo con i parenti più stretti, davanti a un vetro divisore e alla presenza delle guardie. Nessuna telefonata, nessuna lettera, nessun contatto con l’esterno.

Ventitré ore al giorno chiusi in uno stanzino e perquisiti ad ogni accesso all’aria che consiste in un’ora giornaliera in pochi metri quadrati di cortile. Concutelli varca le soglie dell’articolo 90 aggravato dopo il suo secondo omicidio in carcere. Stessa modalità d’uccisione, stesso angolo “buio” di Novara. Questa volta però il comandante ha fatto tutto da solo. La vittima è un altro detenuto neofascista: l’avanguardista Carmine Palladino, luogotenente di Stefano Delle Chiaie, colpevole d’aver “venduto agli sbirri” la vita di Giorgio Vale, militante dei Nuclei Armati Rivoluzionari. Secondo più fonti, Palladino avrebbe rivelato alle forze dell’ordine le istruzioni per giungere al nascondiglio del ricercato dei NAR, un appartamento al pian terreno in via Decio Mure a Roma, nella zona del Quadraro. Durante il blitz del 5 maggio 1982, il ragazzo è morto con un proiettile alla testa esploso in circostanze controverse. Alcune fonti parlano di un conflitto a fuoco, altre di un suicidio, altre ancora di una brutale esecuzione a sangue freddo. Ciò che è certo per Concutelli è che un camerata di soli vent’anni è stato ucciso dagli agenti del regime grazie alle rivelazioni di un delatore. In aula di tribunale Concutelli ribadirà di aver ucciso Palladino da solo e di averlo fatto «perché delatore, dirigente di un’organizzazione che aveva connivenze con il potere ed i servizi segreti». Con l’apertura dei braccetti, la reazione dello Stato è dura e immediata ma lì dentro Concutelli ci sarebbe finito ugualmente. Nel nuovo regime carcerario ogni tentativo di ribellione frutta solo pestaggi dalle guardie. Tolleranza zero. Un passo in avanti nella severità giuridica equivarrebbe soltanto alla pena di morte. Pochi detenuti hanno avuto accesso a quelle sezioni. Stando ai loro racconti, un mese lì dentro rappresenta l’eternità. Tuti e Concutelli vi rimarranno sepolti per cinque interminabili anni»

 

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FILIPPO DE JORIO, l’uomo dei miracoli

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De Jorio assiste divertito al baciamano del Principe Sforza Ruspoli al cardinal Poupard

di Ben Oates

E poi dicono che i miracoli non esistono. Provate a chiedere all’avvocato Filippo de Jorio. Una sera, alla guida della sua Lamborghini, stravolto dal sonno, si accascia sul volante, fa alcune centinaia di metri, curve comprese, poi si ferma tranquillamente: nemmeno un graffio, né a lui né alla Lamborghini. Se per un colpo di sonno basta un angelo custode, per un attentato occorre qualcosa in più.

La notte del 21 aprile 1975, mentre percorre la Aurelia Antica, per tenersi sveglio, de Jorio recita ad alta voce e in latino il «Salve Regina»: al momento di pronunciare «Mater Misericordiae», da un’automobile che si è portata a ridosso della sua, esplodono tre colpi di pistola: quello che avrebbe dovuto centrare la nuca dell’avvocato colpisce la cornice metallica del lunotto posteriore che, staccandosi, sferra una frustata capace di far piegare De Jorio sul sedile del passeggero. Sembra morto, invece esce incolume dall’abitacolo: ferma un taxi, che passa giusto in quel momento, e si fa accompagnare in Questura.

Ma chi può volere la morte di quest’uomo alto, piazzato, dalla calvizie precoce, mite, dalla voce flautata e i modi cardinalizi? Nato a Napoli nel 1933, romano d’adozione, cattolico praticante, dichiaratamente di destra, allievo di Massimo Severo Giannini, la professione di de Jorio è quella di avvocato con una passione per la politica attiva: pur essendo democristiano doc, manifesta simpatie per la Monarchia e le Forze Armate.

Alla fine degli anni Sessanta, de Jorio si avvicina a Giulio Andreotti e ne diventa uno dei cardini della corrente. Alle elezioni del 1970 guadagna ben 40 mila voti nella regione Lazio e questo è un altro miracolo: infatti il sistema elettorale prevede solo tre preferenze e lui non è inserito fra i primi tre della lista, solitamente i più votati. Per la DC de Jorio tiene i contatti con il mondo industriale, militare ed ecclesiale: amicizie queste che, a fasi alterne, gli porteranno benefici e disgrazie.

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Questa foto, risalente al 1973, è una delle poche dove compare Eggardo Beltrametti: il primo a sinistra è il generale Duilio Fanali che, secondo Delle Chiaie, è colui che fa saltare il golpe Borghese, mentre il terzo alto e calvo è de Jorio. Uno dei restanti tre è Beltrametti: nel ’73 ha già sessantadue anni, quindi potrebbe essere quello basso, stempiato, apparentemente emaciato.

Le seconde arrivano inaspettate grazie al suo lavoro di legale. Nel 1971 de Jorio assume la difesa di quattro uomini accusati di aver avuto parte attiva nel golpe Borghese del 7/8 dicembre dell’anno precedente: Remo Orlandini, già suo cliente, Mario Rosa, Giovanni De Rosa e Giuseppe Lo Vecchio. L’avvocato democristiano si getta con entusiasmo nell’incarico, certo di vincere il processo, specie dopo aver letto le carte e aver constatato l’assoluta inconsistenza delle accuse; inoltre ricorda bene quello che gli aveva detto pochi mesi prima Junio Valerio Borghese: non c’era stato alcun golpe, ma solo l’intenzione di organizzare una manifestazione di protesta di una certa robustezza in occasione della prevista visita di Tito in Italia, che poi misteriosamente non c’era stata.

Alle prime notizie sul «golpe della Madonna», Andreotti, sul suo periodico «Concretezza», scrive un articolo in difesa del Comandante intitolandolo però con un criptico «Principe avvisato, mezzo salvato». Verso la metà degli anni Settanta, Andreotti decide di abbandonare il centrismo per virare verso sinistra: de Jorio, democristiano fino al midollo e anticomunista viscerale, gli accordi li farebbe solo con la destra di Giorgio Almirante.

Uno dei collaboratori più stretti di Andreotti, un ex commissario di Pubblica Sicurezza poi diventato Pubblico Ministero, pensa a come mettere l’avvocato democristiano fuori gioco. Secondo de Jorio il sillogismo è il seguente: se si oppone al progetto di guardare a sinistra e difende dei golpisti, di sicuro anche lui viene considerato un golpista. Scatta quindi un’indagine destinata a tradursi in arresto, ma un importante giudice istruttore gli suggerisce provvidenzialmente di andarsene dall’Italia.

De Jorio lo fa a bordo del suo yacht, attraccato al porto di Fiumicino. Con il suo 32 metri dirige il timone verso la Corsica e da lì vola a Ginevra dove trova un lavoro in banca. Dopo un po’ di tempo da Roma gli giunge un invito da un noto monsignore a farsi una passeggiata verso la Francia, perché la Svizzera non è più un posto sicuro dove stare: de Jorio si reca così a Monaco e inizia a collaborare con Radio Monte Carlo. Direttamente dal capo della polizia monegasca riceve l’assicurazione di non dover temere nulla.

Né Monaco né la Francia concedono l’estradizione all’Italia e de Jorio rimane a Montecarlo per tre anni. Nel processo di primo grado del ‘77/’78 per il golpe Borghese, viene assolto insieme a Luciano Berti, il comandante delle Guardie Forestali di Cittaducale. L’avvocato ritiene che se per Berti e gli altri il pericolo è solo la prigione, a lui potrebbe andar peggio essendo l’unico degli imputati ad avere incarichi e responsabilità politiche. Insomma in lui è ancora vivo il ricordo dell’attentato del ’75 ad opera dei Nuclei Armati Proletari: una rivendicazione che, in piena crisi paranoica, desta in de Jorio profondi dubbi.

Comunque i miracoli non sono finiti. A Castiglion Fibocchi vengono rinvenute le liste di appartenenza alla P2 di Licio Gelli: il numero 670 corrisponde al nome di Filippo de Jorio. Il miracolo dov’è? La data di iscrizione alla loggia risale al periodo in cui era in esilio a Monaco: probabilmente è stato aggiunto nella certezza che prima o poi avrebbe aderito oppure è un’altra trappola che, con l’aiuto della Provvidenza, non causa alcun esito processuale se non una bizzarra deposizione come teste nel processo in cui veste i panni di avvocato difensore di alcuni illustri imputati per appartenenza alla loggia segreta.

De Jorio riesce a far assolvere i suoi assistiti in tutti e tre i gradi di giudizio. Per la faccenda del golpe Borghese, rimane dell’idea che non ci sia stato alcun golpe: doveva essere una manifestazione forse anche violenta verso l’odiato Tito, in opposizione agli accordi che l’Italia stava concludendo con il leader slavo poi codificati a Osimo cinque anni dopo.

Del Comandante, de Jorio ha un ricordo tenero, affettuoso, anche divertito: lo dipinge come una persona simpatica, socievole, ricercatissimo dai salotti romani, gran soldato, pessimo politico e, diversamente da come la pensano in molti, fascista. Sulla morte di Borghese de Jorio è sicuro che sia stato avvelenato: una certezza che non si incrina nemmeno se gli si contestano le parole di Elena, la figlia «birbante» del Comandante (notoriamente di sinistra) la quale accorsa al capezzale del padre ancora in vita ha sempre liquidato come fantasie quelle sulla morte violenta del genitore.

Per coerenza con i suoi principi morali e religiosi de Jorio ha applicato il perdono cattolico ai suoi ex nemici risparmiando loro l’odio, cattolico anche questo e notoriamente temibile. Ecco che anche i suoi ex nemici possono ritenersi dei miracolati.

FONTI

Claudio Vitalone, Stralcio della requisitoria del processo sul golpe Borghese, Roma 1978

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di 1° grado, 14 luglio 1978.

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di appello, 27 novembre 1984.

Sergio Zavoli La notte della Repubblica (trasmissione tv) Rai 1989

Vivendo Parlando-Il testimone Il golpe Borghese (trasmissione tv) TV2000 14 dicembre 1999

Conversazione telefonica con Elena Borghese, 20 giugno 2003

Aldo Giannuli L’Italia dei golpe, convegno al Noir in Festival, Courmayeur 10 dicembre 2004

La Storia siamo noi Il golpe Borghese (trasmissione tv) Rai 3, 2005

Filippo de Jorio L’albero delle mele marce Il Borghese, Roma 2009

Conversazione con Filippo de Jorio, Roma 29 aprile 2011

La notte della Repubblica: Fioravanti- Mambro

I Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR) furono un gruppo terroristico d’ispirazione neofascista attivo in Italia dal 1977 al novembre del 1981, nato a Roma nel Quartiere Trieste e poi diffusosi in altre città italiane.
Nei quattro anni di attività i NAR furono ritenuti responsabili di 33 omicidi, oltre che della morte di 85 persone cadute nella Strage alla stazione di Bologna, per la quale sono stati condannati come esecutori materiali, con sentenza definitiva, Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini. La genesi del nome viene raccontata così da Valerio Fioravanti: “La sigla (NAR, ndr) nacque perché la sinistra si era inventata questa storia delle sigle e delle rivendicazioni. Così qualcuno cominciò a tirare fuori anche a destra e venne fuori NAR, che somigliava ai NAP, Nuclei Armati Proletari, che a quei tempi erano una delle principali organizzazioni armate della sinistra. Per quel che ricordo io, la usammo per la prima volta dopo l’omicidio Scialabba. Di certo fu coniata in una villa dell’EUR la cui disponibilità ci veniva garantita, quando i padroni erano in vacanza, da un amico che faceva il giardiniere lì. Quella sera io ero in licenza dal servizio militare. La vulgata dice che c’era anche Francesca (Mambro, ndr) e che è stata lei ad inventarla, ma io onestamente non me la ricordo”