neofascismo

La folle corsa di Giorgio Vale, il mulatto dei Nar

Vale

Fototessera di Giorgio Vale

Roma, via Decio Mure, zona «Quadraro». Sormontato da un’inferriata bianca, un muretto separa il marciapiede dal cortile dell’appartamento al pian terreno di un immobile. Sul vecchio intonaco rossastro troneggia una scritta murale realizzata con vernice spray di colore nero. Leggiamo «ONORE AL DRAKE». Accanto alla frase, una piccola croce celtica è circondata da quattro lettere: V, A, L, E. Due ragazzi passeggiano lungo la strada ascoltando musica con gli auricolari di uno smartphone. Sono molto giovani, sulla ventina. Proviamo a far loro qualche domanda. Non hanno idea di chi fosse quel «Drake» e ignorano il motivo per cui la scritta si trovi proprio lì, sul muretto di quella palazzina. Ne passa un terzo, un po’ più avanti con gli anni. Lui non sembra molto interessato a parlarne ma ci dà prova di conoscere l’argomento congedandosi da noi con una rapida battuta: «Era nero in tutti i sensi».

Al di là di quelle mura, nella primavera del 1982, durante un blitz delle forze dell’ordine un colpo di pistola alla tempia mette fine alla vita di Giorgio Vale, detto «il Drake», giovane militante di «Terza Posizione», passato poi ai «Nuclei Armati Rivoluzionari». Vale è un ragazzo mulatto (mamma bianca, papà di origine eritrea) nato a Roma nel 1962. Inizia a fare politica attiva a destra fin dalla pre-adolescenza. A diciassette anni prende parte alle prime azioni armate. Appena ventenne è già un terrorista pluriomicida, ricercato e prossimo alla fine. La sua morte, tuttavia, avviene in circostanze controverse e a distanza di trentacinque anni c’è ancora chi non dimentica. Cosa è accaduto realmente in quell’appartamento? Alcuni parlano di suicidio, altri di conflitto a fuoco, altri ancora di fredda e brutale esecuzione per mano della Digos. Ciò che è certo è che le notizie sulla morte di quel ragazzo sono confuse e contraddittorie fin dal primo momento e la prova del guanto di paraffina testimonia che il giovane terrorista, in quell’ultima occasione, non ha mai premuto alcun grilletto.

Ma chi era Giorgio Vale? I suoi ex camerati lo ricordano come una persona affidabile, un «combattente» coraggioso, riflessivo, leale e per nulla chiacchierone. I parenti delle vittime del terrorismo e gli agenti delle forze dell’ordine lo ricordano invece come un killer spietato e sanguinario, un assassino macchiatosi di omicidi efferati e senza scrupoli come quello del giovane agente di Polizia Maurizio Arnesano, barbaramente ucciso al solo fine di portargli via la mitragliatrice d’ordinanza. I genitori, gli amici e i parenti più stretti del Drake lo ricordano invece come un ragazzo mite e di cuore, introverso e facilmente manipolabile, dunque inevitabilmente precipitato nella trappola di pericolosi personaggi che istigavano i ragazzini a «fare la rivoluzione» in un momento storico molto delicato.

Come mai un giovanotto di colore si ritrova a fare politica in mezzo ai fascisti? In realtà, salvo rari episodi, le caratteristiche fenotipiche di quel mulatto dall’inflessione romanesca non hanno mai rappresentato un vero ostacolo in quell’ambiente. La politica che ha svezzato la militanza di Vale è quella di una destra giovanile in preda a continue (e sempre nuove) esigenze generazionali.

Tra le file dei vari gruppi extraparlamentari della seconda metà degli anni Settanta si respira una grande volontà di cambiamento. Nelle sezioni giovanili del MSI e in tanti movimenti d’ispirazione «nazional-rivoluzionaria» il sistema non viene criticato sulla base di argomenti come «gerarchia», «razza», e «ritorno all’ordine». Si parla invece di «patria», di «popolo», di «politiche sociali» e finanche di «ecologismo». Le forme-struttura e i modus operandi dell’estrema sinistra vengono in larga parte adottati dalla gioventù dell’area «neo-neofascista», tra graffiti, musica, chitarre, assemblee, slogan e volantini. Una realtà per certi versi non dissimile da quella vissuta da tanti ragazzi che militano sotto altre bandiere.

Il contesto in cui si forma Vale è l’attivismo di piazza di «Lotta Studentesca», tra attacchinaggi e manifestazioni di un movimento dalle cui ceneri, nel 1978, nasce «Terza Posizione», un’organizzazione che finirà in bilico tra politica legale e lotta armata. Nel ‘79, nonostante la giovane età, il Drake assume un ruolo operativo di rilievo a seguito dell’arresto dei leader principali del movimento ed è proprio in quel periodo a cavallo tra i due decenni che NAR e TP si avvicinano maggiormente. Giorgio Vale subisce il fascino carismatico di Valerio Fioravanti, divenendo così una cerniera tra due realtà separate della giovane destra radicale romana. Il ragazzo, assieme ad altri camerati «tippini», si ritrova a militare in entrambi i gruppi, quello di piazza e quello clandestino. Giorgio è uno scaltro rapinatore e si guadagna presto la fiducia dei NAR.

A Fioravanti il Drake piace, lo ritiene un ragazzo in gamba e gli insegna ciò che conosce su tecniche militari e guerriglia urbana. Per il signor Umberto, papà di Giorgio, Fioravanti invece ha soltanto plagiato suo figlio, inducendolo a diventare un assassino: «Una volta mi ricordo Fioravanti con la sua solita aria mi disse: “Suo figlio lo facciamo diventare uomo.” È stato un disgraziato. Giorgio era un ragazzo mite, stava anche troppo in casa. A sedici anni ero io che lo spingevo ad uscire. Quando è morto gli hanno attribuito qualsiasi cosa» (…) «Tutto è cominciato con l’omicidio Arnesano. Giorgio non ne sapeva nulla. Era andato lì per una rapina e si è ritrovato in un omicidio.» 1

L’uccisione dell’agente Arnesano avviene nel febbraio del 1980. È il battesimo del sangue di Vale. Il collaboratore di giustizia Cristiano Fioravanti, fratello di Valerio e co-fondatore dei NAR, descrive così l’accaduto: «L’omicidio Arnesano è opera di mio fratello e Giorgio Vale. La mattina del fatto Valerio mi disse che un poliziotto gli avrebbe dato un mitra, io, incredulo, chiesi a che prezzo ed egli mi rispose: “Gratuitamente”, fece un sorriso ed io capii. Non mi impressionai quando al tribunale dei minori, dove mi trovavo insieme con Alibrandi, sentii le sirene della polizia. Altrettanto non posso dire per Alibrandi che mi chiese cosa fosse accaduto. Valerio mi disse che l’intenzione era quella di impadronirsi dell’arma, tanto che egli aveva sparato alle mani dell’avversario. Solo la resistenza opposta dall’agente aveva comportato la necessità di ucciderlo».

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A sinistra il corpo di Vale senza vita. Al centro un falso tesserino da carabiniere e a destra alcune delle armi sequestrate nell’appartamento di via Decio Mure dopo il blitz (foto Corsera)

 

Circa tre mesi dopo, Giorgio spara contro l’appuntato Manfredi, ferendolo al collo e ad una gamba in occasione dell’agguato alle forze di Polizia guidato da Fioravanti all’entrata del liceo Giulio Cesare. Agguato che finirà con l’uccisione dell’agente «Serpico». Vale spara un colpo anche a Ciccio Mangiameli, suo ex amico di Terza Posizione, trascinato ed ucciso in una pineta da Valerio Fioravanti nel settembre del 1980. Nel 1981, dopo una lunga serie di rapine e vantando anche il disarmo di un carabiniere, Vale ha ormai una certa dimestichezza con le armi e nel mese di luglio esegue da solo l’omicidio del neofascista Giuseppe De Luca, detto Pino il calabro, considerato un traditore colpevole di aver truffato i NAR rubando denaro all’organizzazione. Nella massima freddezza il Drake suona al citofono presentandosi come un amico di Pino. La sorella del giovane apre la porta a Giorgio che insegue la sua vittima fin dentro il bagno svuotandogli il caricatore sotto la doccia, tra le grida di terrore dei familiari presenti in casa. Con rapidità e sangue freddo il Drake va via come se nulla fosse successo, lasciando De Luca crivellato di pallottole nel giorno del suo compleanno.

L’ultima azione violenta alla quale partecipa Vale è la drammatica rapina a piazza Irnerio il 5 marzo 1982 che si conclude con la morte del diciassettenne Alessandro Caravillani, colpito da un proiettile di rimbalzo sparato da Livio Lai. Il Drake spara ferendo un agente. Resterà ferita anche la Mambro e sarà proprio Vale a lasciarla in un’auto accanto al pronto soccorso, quasi in fin di vita. La fine di del Drake, invece, arriverà due mesi dopo. Se esiste un numero infausto per i N.A.R. è senza dubbio il numero cinque: il 5 febbraio 1981 viene ferito e arrestato Valerio Fioravanti, il 5 dicembre 1981 viene ucciso Alessandro Alibrandi, il 5 marzo 1982 viene ferita e arrestata Francesca Mambro.

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Il 5 maggio 1982, infine, è l’ultimo giorno di vita di Giorgio Vale. Ore 10:30. In via Decio Mure 43 gli agenti della Digos sono armati fino ai denti. Quei poliziotti sanno bene che oltre la porta dell’interno 2 si nasconde un «osso duro», un nemico dal grilletto facile e dalla mira letale. Non sfondano neppure la porta, hanno una chiave. Quando lo sorprendono Giorgio è ancora in pigiama, disteso sul divano-letto. Vengono esplosi centinaia di proiettili ma un colpo solo è quello mortale. Una pallottola alla tempia e il lenzuolo si tinge di rosso. Il blitz è rapidissimo. Gli agenti si guardano attorno. È l’appartamento di un terrorista ma anche quello di un ragazzo di vent’anni. Da un lato ci sono le pistole, le munizioni, i documenti falsi. Dall’altro c’è un numero di «Playboy», una copia del fumetto «Linus» e un romanzo thriller di Frederick Forsyth: «L’alternativa del diavolo». La madre del Drake apprende la notizia in modo terribile, dal portiere del palazzo che ferma la donna al ritorno dalla spesa: «Signora, ha saputo di Giorgetto?». Da diverso tempo la famiglia del giovane latitante era in trattativa con le forze dell’ordine per poter giungere ad un accordo. Il ragazzo si sarebbe dovuto costituire ma ormai non c’è più nulla da fare. Le prime notizie Ansa si contraddicono: 5 maggio 1982. Ore 11:21. «Un terrorista neofascista è stato arrestato questa mattina nel corso di una operazione della Digos. La cattura è avvenuta dopo una sparatoria in via Decio Mura, al Quadraro, nella periferia sud orientale di Roma. Il terrorista, non ancora identificato, è rimasto ferito, ed è stato condotto all’Ospedale San Giovanni. Secondo la prima impressione degli agenti che lo hanno catturato, sarebbe il neofascista Giorgio Vale». 5 maggio 1982. Ore 12:17. «I medici dell’Ospedale San Giovanni hanno detto che le condizioni di Giorgio Vale sono gravissime. Un proiettile lo ha colpito alla tempia destra, ed è uscito dalla sinistra. I medici hanno chiamato un prete per dargli l’estrema unzione». 6 maggio 1982. Ore 21:14. «Giorgio Vale si è suicidato. Questo il risultato dell’autopsia, che capovolge la ricostruzione degli eventi che hanno portato alla cattura e al ferimento del terrorista nero». 2

La vendetta dei neofascisti non si fa attendere e la morte di Vale trascina brutalmente con sé altre due persone. 6 maggio 1982. Un commando dei NAR irrompe nella stazione San Pietro della Polfer di Roma e spara alla testa dell’agente di Polizia Giuseppe Rapesta, di anni 49, padre di tre figli. L’uomo morirà il 12 maggio dopo una lunga agonia. I terroristi divulgano un comunicato di rivendicazione inneggiante a Giorgio Vale. 12 agosto 1982. Il terrorista Pierluigi Concutelli, durante l’ora d’aria nel carcere di Novara, uccide mediante strangolamento il neofascista Carmine Palladino, avanguardista al servizio di Stefano Delle Chiaie. Palladino era ritenuto responsabile della soffiata che ha condotto la Digos presso l’appartamento di Vale.

Osserviamo l’intonaco sbiadito di quella palazzina ma in via Decio Mure non siamo gli unici. Un giovane fotografa la scritta con il telefonino e prima di andar via si guarda attorno con aria imbarazzata. Le vicende di quegli anni rappresentano ancora una questione irrisolta, un argomento delicato, un tema spinoso da affrontare con estrema cautela. Parlarne oggi significa riaprire vecchie ferite che a distanza di trentacinque, quaranta o cinquant’anni ancora tardano a rimarginarsi. Sui social network gli anni di piombo rappresentano una fonte di aspri dibattiti e feroci contese che talvolta coinvolgono generazioni del tutto estranee alle vicende di quell’epoca. Ragazzi «di destra» e «di sinistra» animati da un forte senso di appartenenza che il più delle volte risveglia antichi rancori e non facilita l’analisi storica e distaccata di quegli anni. Violenza verbale, slogan di morte, ostilità viscerale, elementi che su internet trasudano nell’astrazione di un mondo immateriale ma sotto una lente analitica ci aiutano a comprendere l’efficacia di alcuni vecchi meccanismi. Seminare odio e strumentalizzarne i frutti è ancora terribilmente facile.

1 Mario Caprara, Gianluca Semprini, «Destra estrema e criminale». Newton Compton. Roma, 2009.
2 Nicola Rao, “Il piombo e la celtica”, Sperling & Kupfer, Milano 2009

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Il tentato golpe Borghese.

GolpeBorgheseCon golpe Borghese (citato anche come golpe dei forestali o golpe dell’Immacolata) si indica un colpo di Stato tentato in Italia durante la notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 (chiamata anche notte di Tora Tora, in ricordo dell’attacco giapponese a Pearl Harbor del 7 dicembre 1941) e organizzato da Junio Valerio Borghese, sotto la sigla Fronte Nazionale, in stretto rapporto con Avanguardia Nazionale.

Borghese, noto anche con il soprannome di Principe Nero, era in precedenza conosciuto per essere stato il comandante della X Flottiglia MAS fin dal 1º maggio 1943 e dopo l’8 settembre 1943 con il proprio reparto aveva aderito alla Repubblica Sociale Italiana. Il golpe fu annullato dallo stesso Borghese mentre era in corso di esecuzione, per motivi mai chiariti.

« Italiani, l’auspicata svolta politica, il lungamente atteso colpo di Stato ha avuto luogo. La formula politica che per un venticinquennio ci ha governato, ha portato l’Italia sull’orlo dello sfacelo economico e morale, ha cessato di esistere. Nelle prossime ore con successivi bollettini, vi verranno indicati i provvedimenti più immediati e idonei a fronteggiare gli attuali squilibri della Nazione. Le Forze Armate, le Forze dell’Ordine, gli uomini più competenti e rappresentativi della Nazione sono con noi; mentre, dall’altro canto, possiamo assicurarvi che gli avversari più pericolosi, quelli, per intendersi, che volevano asservire la patria allo straniero, sono stati resi inoffensivi. Italiani, lo Stato che insieme creeremo, sarà un’Italia senza aggettivi né colori politici. Essa avrà una sola bandiera: il nostro glorioso Tricolore! Soldati di Terra, di Mare e dell’Aria, Forze dell’Ordine, a voi affidiamo la difesa della Patria e il ristabilimento dell’ordine interno. Non saranno promulgate leggi speciali né verranno istituiti tribunali speciali; vi chiediamo solo di far rispettare le leggi vigenti. Da questo momento, nessuno potrà impunemente deridervi, offendervi, ferirvi nello spirito e nel corpo, uccidervi. Nel riconsegnare nelle vostre mani il glorioso Tricolore vi invitiamo a gridare il nostro prorompente inno d’amore: Italia! Italia! Viva l’Italia!»  [Proclama ufficiale alla nazione, che Borghese stesso avrebbe letto dagli studi RAI occupati.]

Riproponiamo la puntata de La Notte della Repubblica dedicata al Golpe dell’Immacolata e all’universo dell’eversione nera.

San Babila ore 20: un delitto inutile

Film del 1976, regia di Carlo Lizzani.

Un gruppo di quattro sanbabilini poco più che maggiorenni ozia dalla mattina alla sera nel centro di Milano. Siamo nella metà degli anni 70 a San Babila, la parte della città notoriamente più orientata a destra. Una sorta di enclave neofascista. I quattro ragazzi si muovono a bordo di una Citroen Mehari: due provengono da famiglie benestanti e frequentano ancora il liceo, il terzo è sostanzialmente leader del gruppo nonché confidente della polizia mentre il quarto è un giovane immigrato napoletano che presta servizio presso un commerciante della zona.
Il gruppo appare isolato dal resto del contesto neofascista sanbabilino e passa le sue giornate a effettuare sciocche provocazioni nei confronti dei rossi: pure e semplici azioni di vandalismo come la distruzione di motorini magari sotto gli occhi della polizia che ha l’ordine di non intervenire.
I quattro rimorchiano una ragazza di origini svizzere, una sventola non particolarmente perspicace, che comunque decide di diventare l’amante (si fa per dire) di uno dei ragazzi. Il gruppo decide di organizzare un attentato contro una sede comunista: l’azione viene “subappaltata” al più debole del gruppo, quello che “fisicamente e caratterialmente potrebbe essere più un rosso che un fascista”. Si tratta di piazzare della dinamite. Il sanbabilino fa tutto quello che deve, ma all’ultimo momento gli manca il coraggio di accendere la miccia: lascia quindi i candelotti in un cesso decidendo di darsela a gambe. Ovviamente non dice una parola ai suoi camerati e il “gioco” finisce lì, anche se tutti, in fondo, tirano un sospiro di sollievo.
L’ennesima bravata è una vera e propria esibizione di falli finti all’interno di una piazza. La gente guarda imbarazzata o fa finta di non vedere, fino a quando la polizia piomba sul posto a sirene spiegate e arresta tre dei quattro. Per una volta la forza pubblica è intervenuta: la cosa appare inspiegabile ai ragazzi che godono di protezioni politiche piuttosto evidenti. Una sorta di sinistro presagio per un epilogo di sangue.

Carlo Lizzani offre una narrazione zeppa di stereotipi (sanbabilini neofascisti con Ray-Ban, stivaletti e giacche di pelle), ma che può fare comunque presa sullo spettatore interessato agli anni 70. I quattro protagonisti sono attori non professionisti, tranne forse quel Pietro Brambilla che avrà modo di recitare nello stesso 1976 con Pupi Avati. Le facce sono giuste; il tentativo è quello di mettere in scena del neorealismo, ma il risultato non è pienamente raggiunto.SBH20 (2).PNG
I quattro “cattivi” del film sono approssimativi, maldestri, in un certo senso naif. Il “leader” interpretato da Pietro Brambilla non ha una occupazione: è un puro e semplice agitatore politico e, come scritto sopra, informatore di polizia e stampa. In pratica vende soffiate e non di rado taglieggia i suoi stessi camerati per custodire “segreti” imbarazzanti. Si intuisce che comunque ha dietro una famiglia benestante. Il secondo personaggio è quello interpretato da Daniele Asti, altro attore non professionista con un viso interessante. Il suo personaggio ha un rapporto conflittuale con la madre: la donna lo segue a bordo di una Mercedes, in alcuni tratti dando quasi l’impressione di volerlo abbordare (paradigmatica e tristissima la scena nella quale la signora offre “un deca” al figlio affinché vada con lei a fare un giro e parlare un po’). E’ questo il ragazzo al quale viene richiesto di piazzare la bomba presso la sede comunista.

C’è poi l’immigrato napoletano (Pietro Giannuso), quello che “è rimasto contadino nella testa perché non accetta l’autorità”. E’ il più povero del gruppo, ma forse il più determinato: ha tra l’altro una mira da killer, come dimostra nel tiro a segno. Si tratta di una sorta di Dr. Jekyll & Mr. Hyde, perchè ha la capacità di stare in società e lavorare sodo, ma anche di diventare prepotente e aggressivo soprattutto con le donne. Il quarto sanbabilino, senza dubbio il più ricco, è interpretato da Giuliano Cesareo. Il padre è completamente pazzo, ma pieno di soldi (e probabilmente fascista). Una famiglia distrutta, considerando il rapporto di grande conflittualità tra i genitori. Questo ragazzo è però particolarmente intelligente e riesce a tenere testa a un commissario della buon costume che lo ha arrestato, assieme agli altri, per la storia dei “falli di gomma”.

Interessanti anche alcune figure di contorno, come quella dello sbirro “psicologo” (molto presente nei polizieschi di Fernando Di Leo) che di fatto prevede per il sanbabilino napoletano una pessima fine o anche quella della ragazza svizzera (Brigitte Skay) abbordata dal gruppo, feticista ed apparentemente cretina, che poi sarà decisiva nello svolgimento della storia.

Il film si basa su una vicenda realmente accaduta.

La prima udienza del processo alla banda della Magliana

 

 

La Banda della Magliana è il nome attribuito a quella che è considerata la più potente organizzazione criminale autoctona che abbia mai operato nella città di Roma. Il nome, attribuito alla banda dalla stampa , deriva da quello del quartiere romano della Magliana, nel quale risiedevano una parte dei suoi componenti.
Nata nella tarda metà degli anni settanta, la banda fu la prima organizzazione capitolina a percepire non solo la possibilità di unificare in senso operativo la frastagliata realtà della criminalità romana, ma anche a sentire l’esigenza di diversificare sia le proprie attività delinquenziali che andavano dai sequestri di persona, al controllo del gioco d’azzardo e delle scommesse ippiche, alle rapine e al traffico di sostanze stupefacenti e sia di estendere la propria rete di contatti alle principali organizzazioni criminali del Paese, dalla Mafia alla Camorra, nonché ad esponenti della massoneria, oltre che a numerose collaborazioni con elementi della destra eversiva, dei servizi segreti e della finanza.
Una vera e propria holding-criminale che, per anni, impose la sua legge nella capitale e la cui storia, fatta anche di legami mai del tutto chiariti con politica e intelligence deviata, racconta di una zona grigia non ancora del tutto conoscibile nei dettagli sul ruolo dell’organizzazione in molti dei cosiddetti misteri italiani, dal coinvolgimento nell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, al legame con il sequestro Moro, ai depistaggi nella strage di Bologna, all’omicidio del banchiere Roberto Calvi, fino al rapimento di Emanuela Orlandi.

La notte della Repubblica: Fioravanti- Mambro

I Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR) furono un gruppo terroristico d’ispirazione neofascista attivo in Italia dal 1977 al novembre del 1981, nato a Roma nel Quartiere Trieste e poi diffusosi in altre città italiane.
Nei quattro anni di attività i NAR furono ritenuti responsabili di 33 omicidi, oltre che della morte di 85 persone cadute nella Strage alla stazione di Bologna, per la quale sono stati condannati come esecutori materiali, con sentenza definitiva, Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini. La genesi del nome viene raccontata così da Valerio Fioravanti: “La sigla (NAR, ndr) nacque perché la sinistra si era inventata questa storia delle sigle e delle rivendicazioni. Così qualcuno cominciò a tirare fuori anche a destra e venne fuori NAR, che somigliava ai NAP, Nuclei Armati Proletari, che a quei tempi erano una delle principali organizzazioni armate della sinistra. Per quel che ricordo io, la usammo per la prima volta dopo l’omicidio Scialabba. Di certo fu coniata in una villa dell’EUR la cui disponibilità ci veniva garantita, quando i padroni erano in vacanza, da un amico che faceva il giardiniere lì. Quella sera io ero in licenza dal servizio militare. La vulgata dice che c’era anche Francesca (Mambro, ndr) e che è stata lei ad inventarla, ma io onestamente non me la ricordo”