Napoli

FILIPPO DE JORIO, l’uomo dei miracoli

2012-06-06 libro di maria pia di savoia -la mia vita i miei ricordi 046

De Jorio assiste divertito al baciamano del Principe Sforza Ruspoli al cardinal Poupard

di Ben Oates

E poi dicono che i miracoli non esistono. Provate a chiedere all’avvocato Filippo de Jorio. Una sera, alla guida della sua Lamborghini, stravolto dal sonno, si accascia sul volante, fa alcune centinaia di metri, curve comprese, poi si ferma tranquillamente: nemmeno un graffio, né a lui né alla Lamborghini. Se per un colpo di sonno basta un angelo custode, per un attentato occorre qualcosa in più.

La notte del 21 aprile 1975, mentre percorre la Aurelia Antica, per tenersi sveglio, de Jorio recita ad alta voce e in latino il «Salve Regina»: al momento di pronunciare «Mater Misericordiae», da un’automobile che si è portata a ridosso della sua, esplodono tre colpi di pistola: quello che avrebbe dovuto centrare la nuca dell’avvocato colpisce la cornice metallica del lunotto posteriore che, staccandosi, sferra una frustata capace di far piegare De Jorio sul sedile del passeggero. Sembra morto, invece esce incolume dall’abitacolo: ferma un taxi, che passa giusto in quel momento, e si fa accompagnare in Questura.

Ma chi può volere la morte di quest’uomo alto, piazzato, dalla calvizie precoce, mite, dalla voce flautata e i modi cardinalizi? Nato a Napoli nel 1933, romano d’adozione, cattolico praticante, dichiaratamente di destra, allievo di Massimo Severo Giannini, la professione di de Jorio è quella di avvocato con una passione per la politica attiva: pur essendo democristiano doc, manifesta simpatie per la Monarchia e le Forze Armate.

Alla fine degli anni Sessanta, de Jorio si avvicina a Giulio Andreotti e ne diventa uno dei cardini della corrente. Alle elezioni del 1970 guadagna ben 40 mila voti nella regione Lazio e questo è un altro miracolo: infatti il sistema elettorale prevede solo tre preferenze e lui non è inserito fra i primi tre della lista, solitamente i più votati. Per la DC de Jorio tiene i contatti con il mondo industriale, militare ed ecclesiale: amicizie queste che, a fasi alterne, gli porteranno benefici e disgrazie.

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Questa foto, risalente al 1973, è una delle poche dove compare Eggardo Beltrametti: il primo a sinistra è il generale Duilio Fanali che, secondo Delle Chiaie, è colui che fa saltare il golpe Borghese, mentre il terzo alto e calvo è de Jorio. Uno dei restanti tre è Beltrametti: nel ’73 ha già sessantadue anni, quindi potrebbe essere quello basso, stempiato, apparentemente emaciato.

Le seconde arrivano inaspettate grazie al suo lavoro di legale. Nel 1971 de Jorio assume la difesa di quattro uomini accusati di aver avuto parte attiva nel golpe Borghese del 7/8 dicembre dell’anno precedente: Remo Orlandini, già suo cliente, Mario Rosa, Giovanni De Rosa e Giuseppe Lo Vecchio. L’avvocato democristiano si getta con entusiasmo nell’incarico, certo di vincere il processo, specie dopo aver letto le carte e aver constatato l’assoluta inconsistenza delle accuse; inoltre ricorda bene quello che gli aveva detto pochi mesi prima Junio Valerio Borghese: non c’era stato alcun golpe, ma solo l’intenzione di organizzare una manifestazione di protesta di una certa robustezza in occasione della prevista visita di Tito in Italia, che poi misteriosamente non c’era stata.

Alle prime notizie sul «golpe della Madonna», Andreotti, sul suo periodico «Concretezza», scrive un articolo in difesa del Comandante intitolandolo però con un criptico «Principe avvisato, mezzo salvato». Verso la metà degli anni Settanta, Andreotti decide di abbandonare il centrismo per virare verso sinistra: de Jorio, democristiano fino al midollo e anticomunista viscerale, gli accordi li farebbe solo con la destra di Giorgio Almirante.

Uno dei collaboratori più stretti di Andreotti, un ex commissario di Pubblica Sicurezza poi diventato Pubblico Ministero, pensa a come mettere l’avvocato democristiano fuori gioco. Secondo de Jorio il sillogismo è il seguente: se si oppone al progetto di guardare a sinistra e difende dei golpisti, di sicuro anche lui viene considerato un golpista. Scatta quindi un’indagine destinata a tradursi in arresto, ma un importante giudice istruttore gli suggerisce provvidenzialmente di andarsene dall’Italia.

De Jorio lo fa a bordo del suo yacht, attraccato al porto di Fiumicino. Con il suo 32 metri dirige il timone verso la Corsica e da lì vola a Ginevra dove trova un lavoro in banca. Dopo un po’ di tempo da Roma gli giunge un invito da un noto monsignore a farsi una passeggiata verso la Francia, perché la Svizzera non è più un posto sicuro dove stare: de Jorio si reca così a Monaco e inizia a collaborare con Radio Monte Carlo. Direttamente dal capo della polizia monegasca riceve l’assicurazione di non dover temere nulla.

Né Monaco né la Francia concedono l’estradizione all’Italia e de Jorio rimane a Montecarlo per tre anni. Nel processo di primo grado del ‘77/’78 per il golpe Borghese, viene assolto insieme a Luciano Berti, il comandante delle Guardie Forestali di Cittaducale. L’avvocato ritiene che se per Berti e gli altri il pericolo è solo la prigione, a lui potrebbe andar peggio essendo l’unico degli imputati ad avere incarichi e responsabilità politiche. Insomma in lui è ancora vivo il ricordo dell’attentato del ’75 ad opera dei Nuclei Armati Proletari: una rivendicazione che, in piena crisi paranoica, desta in de Jorio profondi dubbi.

Comunque i miracoli non sono finiti. A Castiglion Fibocchi vengono rinvenute le liste di appartenenza alla P2 di Licio Gelli: il numero 670 corrisponde al nome di Filippo de Jorio. Il miracolo dov’è? La data di iscrizione alla loggia risale al periodo in cui era in esilio a Monaco: probabilmente è stato aggiunto nella certezza che prima o poi avrebbe aderito oppure è un’altra trappola che, con l’aiuto della Provvidenza, non causa alcun esito processuale se non una bizzarra deposizione come teste nel processo in cui veste i panni di avvocato difensore di alcuni illustri imputati per appartenenza alla loggia segreta.

De Jorio riesce a far assolvere i suoi assistiti in tutti e tre i gradi di giudizio. Per la faccenda del golpe Borghese, rimane dell’idea che non ci sia stato alcun golpe: doveva essere una manifestazione forse anche violenta verso l’odiato Tito, in opposizione agli accordi che l’Italia stava concludendo con il leader slavo poi codificati a Osimo cinque anni dopo.

Del Comandante, de Jorio ha un ricordo tenero, affettuoso, anche divertito: lo dipinge come una persona simpatica, socievole, ricercatissimo dai salotti romani, gran soldato, pessimo politico e, diversamente da come la pensano in molti, fascista. Sulla morte di Borghese de Jorio è sicuro che sia stato avvelenato: una certezza che non si incrina nemmeno se gli si contestano le parole di Elena, la figlia «birbante» del Comandante (notoriamente di sinistra) la quale accorsa al capezzale del padre ancora in vita ha sempre liquidato come fantasie quelle sulla morte violenta del genitore.

Per coerenza con i suoi principi morali e religiosi de Jorio ha applicato il perdono cattolico ai suoi ex nemici risparmiando loro l’odio, cattolico anche questo e notoriamente temibile. Ecco che anche i suoi ex nemici possono ritenersi dei miracolati.

FONTI

Claudio Vitalone, Stralcio della requisitoria del processo sul golpe Borghese, Roma 1978

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di 1° grado, 14 luglio 1978.

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di appello, 27 novembre 1984.

Sergio Zavoli La notte della Repubblica (trasmissione tv) Rai 1989

Vivendo Parlando-Il testimone Il golpe Borghese (trasmissione tv) TV2000 14 dicembre 1999

Conversazione telefonica con Elena Borghese, 20 giugno 2003

Aldo Giannuli L’Italia dei golpe, convegno al Noir in Festival, Courmayeur 10 dicembre 2004

La Storia siamo noi Il golpe Borghese (trasmissione tv) Rai 3, 2005

Filippo de Jorio L’albero delle mele marce Il Borghese, Roma 2009

Conversazione con Filippo de Jorio, Roma 29 aprile 2011

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Corna e scandali di un presidente napoletano. Signore e signori, Giovanni Leone

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Giovanni Leone

Giovanni Leone nasce a Napoli nel 1908. Figlio di uno dei fondatori del Partito popolare è giovanissimo docente di procedura penale: principe del foro, è stato iscritto al partito fascista e poi alla Dc a partire dalla metà degli anni Quaranta. Deputato fin dalla Costituente, Presidente della Camera, due volte Presidente del Consiglio, Leone passa per uomo super partes: una caratteristica che rivendicherà fin dal primo giorno al Quirinale.

– Leone esibisce una folcloristica napoletanità: scongiuri e «corna» si alternano in un crescendo che lascia sbigottiti vicini e testimoni. Cronache e pettegolezzi riferiscono di tarantelle e cantate di «O’ Sole mio» anche a latere di occasioni ufficiali. Tifoso del Napoli, si lascia andare a intemperanze allo stadio. A tutto questo aggiunge una inflessione dialettale che ne fa inevitabile bersaglio di caricature e sfottò. Gaffeur di professione, catalizza la morbosa curiosità dei cronisti dell’epoca anche a causa di «Donna Vittoria», la giovane moglie. La Dc non lo difende.

– Quando c’è da eleggere il successore di Giuseppe Saragat al Quirinale, la Dc individua inizialmente in Amintore Fanfani un candidato teoricamente capace di ottenere l’appoggio dei partiti centristi e, si pensa, del Pci. «Il Rieccolo», come lo chiama Montanelli, passa ancora per progressista anche se ha appena perso la battaglia per l’abolizione del divorzio. Proprio in quelle settimane di fine 1971 il settimanale Panorama, già attivo in inchieste giornalistiche su «trame nere» e «strategia della tensione», scrive che Fanfani è il candidato di un fantomatico gruppo cattolico denominato «Cinque per cinque»; un centro di interessi capace di egemonizzare la Fondazione Agnelli e di essere il punto di riferimento di Eugenio Cefis, presidente della Montedison, e di alti gradi delle forze armate. Il Pci, dal canto proprio, non aveva mai nascosto una certa diffidenza verso Fanfani presentato, per i suoi modi autoritari inversamente proporzionali all’altezza, come un «micro De Gaulle» [1]

– In realtà Fanfani non ha l’appoggio neppure dell’intera Dc. Pur essendo il candidato ufficiale del partito, già al primo scrutinio del 9 dicembre 1971 mancano all’appello una quarantina di voti: sono quelli dei cosiddetti «franchi tiratori». Quando dopo diverse fumate nere monarchici e missini iniziano a far balenare una possibile convergenza su Fanfani, la Dc ricorda che il leader aretino ha accettato la candidatura richiamandosi ai valori della Resistenza.

«Nano maledetto/ non sarai mai eletto». Con frasi simili, alternate al più classico «Fanfascista», scritte nelle schede di voto per l’elezione del Presidente della Repubblica, viene di fatto meno la candidatura di Fanfani alla più alta carica dello Stato

– In parlamento la sinistra parlamentare (Psi, Pci poi Psiup) vota per il socialista De Martino. Per superare lo stallo la Dc decide di accantonare la candidatura Fanfani: il 21 dicembre, all’interno di un «conclave», la Dc designa Giovanni Leone (che prevale per un soffio su Aldo Moro) candidato alla Presidenza della Repubblica. E’ il trionfo della linea di Andreotti. Leone viene eletto al ventitreesimo scrutinio con i voti determinanti del Msi che, secondo alcuni, è «entrato discriminato, è uscito determinante».

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Leone, discorso di insediamento, tra Pertini e Fanfani

– Quando Leone si presenta alle Camere per l’insediamento, Pajetta scaraventa una manciata di monete addosso a  Ugo La Malfa, antifascista ma elettore di un presidente votato dai fascisti

– Leone definisce fin da subito sé stesso «notaio» delle scelte di parlamento e governo. Non è amato dal popolo, pur riproducendone tic e superstizioni, e non fa niente per farsi amare.

– Settembre 1973, golpe militare in Cile. Il segretario del Pci Berlinguer trae occasione dalla cruenta fine del governo Allende per proporre alla Dc un «compromesso storico» che garantisca le istituzioni democratiche: il Pci, dice, potrebbe proseguire quella «via italiana al socialismo» già promessa da Togliatti trent’anni prima. La nuova sinistra vede invece negli eventi cileni la conferma di una borghesia incapace di accettare una affermazione del socialismo per via legale.

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Le corna presidenziali

– A un acutizzarsi della già grave crisi economica si unisce il propagarsi di una improvvisa epidemia di colera nel Sud: si tratta di zone ad amministrazione democristiana, soprattutto Napoli. Si diffondono voci secondo le quali lo stesso presidente Leone avrebbe fatto gli scongiuri visitando gli ospedali napoletani.

Giulio Andreotti: «Le prime censure a Leone avvennero per la constatata abitudine, tutta napoletana, di scongiurare il malocchio facendo ostentatamente le corna con la mano destra» [2]

– Durante una commemorazione di Giuseppe Mazzini, poco prima di entrare nella sala, davanti a numerosi giornalisti e altre personalità, Leone prende per il braccio Andreotti e gli sussurra: «Ho sentito dire che Mazzini porta jella. Tié!», facendo il gesto delle corna.

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Leone contestato risponde con le corna, Pisa 1975

– A partire dal 1975, Leone viene fatto oggetto di una violentissima campagna stampa, orchestrata da L’Espresso e Camilla Cederna e dai radicali di Marco Pannella. Le accuse vanno dallo scandalo Lockheed, tangenti per l’acquisto di aerei americani, alla vita privata della famiglia Leone e della first lady Vittoria fino alle accuse di nepotismo: il tutto sfocia nella pubblicazione del libro «Giovanni Leone: la carriera di un presidente» firmato dalla Cederna che poi sarà condannata per diffamazione.

– Il 14 giugno 1978 la direzione del PCI decide di richiedere formalmente le dimissioni del Presidente della Repubblica. Quella sera Andreotti e Zaccagnini si recano da Leone per raccoglierne le dimissioni. Pare abbia congedato i due ospiti con la frase: «grazie, guagliò, così ora potrò guardarmi i mondiali di calcio in santa pace»

– Il 15 giugno del 1978 Giovanni Leone firma le dimissioni e lascia il Quirinale. Lo salutano in pochi. Leone se ne va a causa di una serie di attacchi della stampa e del partito radicale andati avanti per mesi. Negli anni successivi gran parte di quelle accuse si rivelerà infondata. Nel 1998 Pannella e Bonino chiederanno ufficialmente scusa. Leone muore nel 2001.

Camilla Cederna: «Leone va matto per tutti i piatti napoletani, pizza, parmigiana di melanzane, peperone imbottito, pastiera… Il cuoco del Quirinale ha fatto fatica a rimettersi dallo choc, dopo tutte le mousse e le gelatine che piacevano a Saragat» [3]

Camilla Cederna: «Leone è solo un pulcinella con le orecchie scollate» [4]

Il Male, settimanale satirico: «Ansa 767678… Roma, 15 giugno. Alle ore 21.00 il Presidente Leone ha ricevuto la servitù e tenuto un breve discorso. Il capo del cerimoniale del Quirinale lo ha informato che gli saranno addebitate le posate d’argento mancanti. Ansa 878767… Roma, 15 giugno. Alle ore 23,00 il Presidente Leone ha lasciato il Quirinale, scendendo di corsa la grande scala. Nella foga è inciampato nella cravatta cadendo. Trenta giorni di prognosi. Ansa 676562… Roma, 16 giugno. Ricevendo i giornalisti in un lussuoso albergo della capitale, la ex presidentessa donna Vittoria ha annunciato che chiederà divorzio per abbandono del tetto coniugale» [5]

Guido Quaranta: «Leone, presidente del consiglio, prende l’elicottero per visitare il disastro del Vajont. L’ultimo a salire a bordo è un noto fotografo. Leone si accorge che si tratta del passeggero numero diciassette. Non ce lo vuole. Quello lo supplica: ‘Preside’, tengo un pool di agenzie…’. E Leone: ‘Ma io tengo un pool di figli!’». [6]

– Il senatore a vita Leone, dopo il mandato presidenziale, viene chiamato a testimoniare presso la Commissione di inchiesta parlamentare sulla loggia P2: egli afferma di avere avvertito in varie occasioni nell’esercizio del mandato di Presidente della Repubblica una azione di condizionamento sulle cui origini non aveva notizie sicure, pur sospettando un coinvolgimento di ambienti vicini ai servizi segreti, rendendosi conto soltanto a posteriori della presenza intorno a lui di persone non completamente affidabili. [7]

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– «Un esempio di questo ambiguo rapporto che la loggia P2 intesse con il potere può essere individuato nella vicenda del presidente della repubblica Giovanni Leone, nel senso indicato dal commissario Petruccioli, quando ha rilevato come il Gelli che rivolge le sue blandizie al neoeletto presidente pervenendo a farsi da questi ricevere e il Gelli che si vanta con l’onorevole Craxi di poter condizionare la suprema magistratura della repubblica non solo non siano figure in contrasto tra loro ma possano in ipotesi essere considerati due concordanti aspetti di un identico modo di porsi di fronte al potere politico» [8]

– «C’è comunque ancora un fatto, nella storia della P2, che merita di essere ricordato: la guerra spietata che Licio Gelli condusse e fece condurre nei confronti del Presidente della Repubblica Giovanni Leone. Le motivazioni di questa ostilità sono probabilmente da ricercarsi nella chiusura costantemente esercitata dal Presidente Leone nei confronti del “Venerabile” della P2, che aveva tentato di accreditarsi negli ambienti politici e della massoneria come il manovratore occulto della sua elezione avvenuta nel 1971. Un altro motivo può essere costituito dal rifiuto opposto dal Presidente Leone, nella sua qualità di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, di intervenire a favore di Carmelo Spagnuolo, posto sotto inchiesta dopo l’episodio dell‘affidavit in favore di Sindona: e Spagnuolo ricopriva una posizione di alto prestigio nella P2. Sta di fatto che Mino Pecorelli, il direttore dii “OP”, iscritto alla P2 ,e molto legato a Gelli almeno nel periodo cui ci stiamo riferendo, scatenò una pesantissima campagna diffamatoria nei confronti del Presidente Leone. Campagna che ebbe delle notevoli ripercussioni politiche, anche perché fu proprio sulla base degli articoli di Pecorelli, che la giornalista Camilla Cederna costruì poi la sostanza di un suo libro contro il Presidente della Repubblica di chiara impronta scandalistica. […] Si può legittimamente supporre, da quanto precede, che Gelli volesse costringere il Presidente Leone alle dimissioni, puntando alla successiva elezione di un nuovo Capo dello Stato più ben disposto verso la massoneria e gli interessi politico-finanziari della P2 in particolare. In effetti, la bene orchestrata campagna contro Giovanni Leone, contribuì non poco alla cessazione anticipata del suo mandato presidenziale. Ma Gelli non aveva previsto che le correnti democristiane non avrebbero saputo trovare un candidato comune su cui puntare e che, di conseguenza, il successore di Leone sarebbe stato Sandro Pertini» [9]

 

La cerimonia delle cariatidi, tratta da Signore e signori, buonanotte, film “collettivo” del 1976, vede all’inaugurazione dell’Anno Pregiudiziario, i massimi rappresentanti dello Stato e della Chiesa tra cui il presidente Giovanni Leone: è alla fine della cerimonia che gli anziani presenti, guidati proprio dal Presidente napoletano, si scatenano in una tarantella sulle note di «Funiculì funiculà»

FONTI:

[1] Giorgio Galli, Il partito armato, Kaos edizioni

[2] Giulio Andreotti, Visti da vicino. Terza serie. Personaggi e problemi del mondo contemporaneo, Milano, 1985, pagina 156

[3] Angelo Olivieri, Sette anni di guai: i Presidenti della Repubblica nella satira 1946-1992, pagina 16

[4] Angelo Olivieri, Sette anni di guai: i Presidenti della Repubblica nella satira 1946-1992, pagina 17

[5] Angelo Olivieri, Sette anni di guai: i Presidenti della Repubblica nella satira 1946-1992, pagina 17

[6] Angelo Olivieri, Sette anni di guai: i Presidenti della Repubblica nella satira 1946-1992, pagina 17

[7] Relazione della commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, pag.137

[8] Relazione della commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, pag. 150

[9] Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, relazione di minoranza Giorgio Pisanò, pag.122

Con la rabbia agli occhi

Cosa c’entra Yul Brynner con Massimo Ranieri?

Forse è questa la prima domanda da porsi per il film Con la rabbia agli occhi (1976, regia di Antonio Margheriti). Come si sa c’è stata un’epoca d’oro del nostro cinema (fondamentalmente gli anni 60) nella quale molti divi americani erano di casa in Italia. Nomi come Fellini, De Sica, Visconti, Mastroianni, Loren, Lollobrigida erano conosciuti in tutto il mondo e davano lustro al nostro Paese e alla nostra cinematografia. A partire dalla seconda metà degli anni 70 si cominciava già a intravvedere un lento declino: i registi, gli attori, i produttori dei decenni precedenti stavano invecchiando.

Insomma, si iniziava un po’ a campare di rendita e non era difficile ingaggiare un bel volto americano – magari con qualche ruga – per dare lustro a pellicole non proprio indimenticabili. Con la rabbia agli occhi è inquadrabile in un questo contesto. Il cast è ampiamente a stelle e strisce perché oltre al già citato Brynner presenta anche Martin Balsam, premio Oscar nel 1966 per L’incredibile Murray – L’uomo che disse no . Considerando che anche Brynner vinse l’Oscar nel 1957 per I dieci comandamenti, si può dire che Con la rabbia agli occhi possa teoricamente fregiarsi di ben due premi Oscar. Accanto alla coppia di tenori abbiamo il bravo Giancarlo Sbragia (ottimo attore di teatro), Barbara Bouchet e appunto Massimo Ranieri.0000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000.jpg

Qual è la trama del film? Il killer Brynner viene ingaggiato da un’organizzazione mafiosa americana. All’inizio è piuttosto restio a farsi convincere, perché dice di essersi ritirato (lo vanno a scovare mentre pesca sul fiume Hudson, a New York), ma cambia idea non appena gli dicono che l’uomo da far fuori è l’assassino del fratello. A quel punto Brynner accetta. Arrivato a Napoli, vestito tutto di nero (da vero killer), ha subito a che fare con Angelo- Massimo Ranieri, un ragazzo affascinato dal mondo dei gangster americani che pero’ sbarca il lunario organizzando qualche truffa nelle corse di cavalli. Angelo fa conoscere a Brynner la sua amica preferita, Barbara Bouchet: il glaciale killer, dopo un momento di diffidenza, non potrà resistere allo charme della bionda. Il resto della vicenda evolve verso l’appuntamento col boss responsabile della morte del fratello di Brynner. Ranieri riesce a guadagnarsi la fiducia dell’americano: viene pertanto addestrato all’uso delle armi e delle varie tecniche tipiche di un killer professionista. La polizia si limita, dal canto proprio, a seguire le vicende dall’esterno praticamente senza intervenire mai (fedele al motto “finchè s’ammazzano tra loro ce ne freghiamo”). L’epilogo sarà amaro per tutti e si risolverà, ovviamente, in un bagno di sangue.hqdefault

I difetti della pellicola sono prima di tutto ravvisabili in una sceneggiatura debole, con attori che -pur recitando in maniera professionale- non riescono a far vivere personaggi inesistenti. Brynner sembra spesso chiedersi che cosa ci faccia in un poliziottesco ambientato a Napoli: pare ridestarsi soltanto alla vista della Bouchet e del ben più bruttarello Balsam (Hollywood che fu). Ranieri è ridicolo sia nella parte del killer (non farebbe male a una mosca) che in quello del bravo guaglione ormai troppo cresciuto. La Bouchet è sempre la Bouchet: fa parlare il corpo e la sua bellezza passa sopra tutto il resto, comprese le doti recitative che non sono mai state enormi. Sbragia è un’altra potenzialità sprecata: la inesistente sceneggiatura lo fa comparire ogni tanto qua e là nella storia, come un fantasma. Senza contare che fa una morte troppo banale per un boss che si rispetti. L’unico a salvarsi, alla fine dei conti, è il buon Martin Balsam che sarebbe stato capace di recitare anche la parte di un pescivendolo napoletano tanta era la professionalità che lo contraddistingueva e la capacità di calarsi in qualsiasi ruolo o set.

La musica dei fratelli De Angelis, per una volta, non è all’altezza della situazione: la tarantella avrebbe potuto funzionare in un film di Piedone lo sbirro non certo per una specie di noir con tanto di Brynner killer newyorkese.

Luca il contrabbandiere

Luca il contrabbandiere si caratterizza per una storia molto semplice ma ciò risulta tutt’altro che controproducente. Quando Fulci si autodefiniva “terrorista dei generi” sapeva quello che diceva e questo film ne è un esempio concreto. La trama si incentra su ciò che effettivamente accadeva a Napoli verso la metà degli anni 70, ovvero la nuova criminalità dei trafficanti di droga contrapposta a quella più tradizionale dei contrabbandieri, delle bische e della prostituzione. L’elemento dirompente però non è quello camorristico bensì “marsigliese”: i nuovi arrivati pretendono di imporre lo spaccio della droga a Napoli servendosi delle strutture messe in piedi dai contrabbandieri, ovviamente non esitando ad usare tutte le armi a propria disposizione per raggiungere l’obiettivo (dall’intimidazione all’omicidio, dalla corruzione al sequestro di persona). Tutto inizia con una “soffiata” che fa perdere ai contrabbandieri un affare da circa 200 milioni dell’epoca. Da qui iniziano le indagini interne per capire chi sia stato l’infame. Luca e il fratello si impegnano in tal senso coinvolgendo anche un terzo contrabbandiere dai modi molto ambigui (Luigi Perlante, interpretato da Saverio Marconi). I sospetti convergono su un quarto personaggio, uno dei più potenti mammasantissima napoletani (don Sciorino, alias Ferdinando Murolo). Ma l’elemento che fa trasformare Luca da semplice contrabbandiere ad una sorta di giustiziere è l’assassinio di suo fratello (Enrico Maisto) ad un posto di blocco. Cosa singolare, dato che si tratta di sicari travestiti da poliziotti. Luca si salva per miracolo e decide di vendicarsi ritenendo di poter individuare il mandante dell’omicidio proprio nel boss rivale del fratello, ovvero Sciorino. Si intrufola pertanto nella villa del boss ma dopo essere stato placcato e pestato capisce finalmente di aver sbagliato persona.

 A questo punto entra sempre più nel gioco la figura del marsigliese (il convincente Marcel Bozzuffi), un misto di eleganza francese e spietatezza. E si può dire come la storia sia tutta qui: da un lato i rappresentanti di una nuova malavita senza scrupoli, dall’altro il vecchio ordine caratterizzato da un cosiddetto “codice d’onore”.

Il film è godibile, oltre che per la semplicità della trama, per le numerose scene d’azione e per la presenza di alcuni innesti splatter. Si tratta fondamentalmente di un violentissimo noir. Da segnalare, a tale proposito, lo sfregio compiuto ai danni di una bella spacciatrice dallo spietatissimo marsigliese, oppure le ripetute inquadrature su cadaveri scarnificati da un’esplosione o anche i primi piani su teste/gole che esplodono dopo essere state colpite da raffiche di mitra. Si tratta di particolari cruenti che sono caratterizzanti Fulci e che poi verranno ulteriormente potenziati negli horror dello stesso regista (c’è da dire che in questo film siamo già piuttosto avanti). <i>Luca il contrabbandiere</i> è in definitiva un film romantico, che parteggia chiaramente per la vecchia malavita di un tempo capace di rispettare donne e bambini e di rifiutare la droga (significativa la frase finale del vecchio boss: “Qui a Napoli abbiamo il mare e il sole, che ce ne facciamo della droga?”). Tutta la pellicola si inquadra in questo contesto: Luca è soltanto uno strumento per ribadire un vecchio ordine che cerca di resistere in tutti i modi al nuovo imperniato sullo spaccio della droga. Per certi versi si può dunque dire come Testi sia un protagonista non protagonista, nel senso che il suo personaggio è uno strumento narrativo e non il soggetto della storia stessa. La vecchia malavita -gli anziani mammasantissima che un tempo erano i padroni incontrastati di Napoli- si riunirà un’ultima volta per aiutare Luca a sconfiggere l’assalto della “modernità” (ed è in questa scena che compare, in un piccolo cameo, lo stesso Lucio Fulci).

La storia è piuttosto reale anche se nel 1980 il romantico mondo dei contrabbandieri era già stato soppiantato dalle nuove organizzazioni camorristiche rese potentissime dall’enorme afflusso di denaro proveniente dallo smercio degli stupefacenti. La droga era già sbarcata a Napoli, nonostante il sole e il mare.