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ELIO MASSAGRANDE, il gaucho

MASSAGRANDE ELIO ritratto 2

di Ben Oates

Per Elio Massagrande prima viene la famiglia, poi la politica. Di origini contadine, nasce a Isola Rizza, nei pressi di Verona: classe 1941, nel 1959 consegue a Padova la licenza di pilota civile di aeromobile. Sono le passioni per il paracadutismo e le arti marziali che avvicinano Massagrande agli ambienti di Ordine Nuovo: insieme a Leone Mazzeo, che più tardi sposerà la sorella di sua moglie, di ON Elio diventa uno dei responsabili per il Veneto.

Seguendo le orme dei suoi amici Roberto Besutti, ordinovista mantovano, sergente allievo ufficiale dei parà a Vicenza, e Marco Morin che, anni dopo, sarà protagonista di una perizia depistante sull’esplosivo usato nell’attentato di Peteano, nel 1966 Massagrande inizia il corso allievi ufficiali a Foligno per diventare sottotenente di complemento nell’artiglieria paracadutista di stanza a Livorno.

Più o meno contemporaneamente, per i tre militari quel 1966 segna le prime noie con la giustizia: al terzetto di amici vengono sequestrati un gran quantitativo di armi, munizioni ed esplosivo al plastico. Una santabarbara ingiustificabile per degli ufficiali di complemento, ma i tre le spiegazioni riescono a trovarle giurando sulla genuinità della loro passione per le armi e il relativo collezionismo.

Massagrande afferma di aver acquistato il suo quantitativo per 40 mila lire da uno sconosciuto incontrato in piazza XX Settembre a Livorno, una dichiarazione accolta da giudici non privi di superficialità anche se, nella metà degli anni Sessanta, sarebbe stato impensabile per chiunque immaginare che di lì a poco sarebbe iniziata la lunga stagione del terrore politico.

Tornato a Verona, Elio si mette in società con la moglie del capitano di artiglieria Amos Spiazzi nella gestione di una palestra.

Arriva il 1969: ON viene sciolto e Pino Rauti torna nel MSI spingendo così numerosi dissidenti a fondare il Movimento Politico Ordine Nuovo che l’anno successivo elegge suo leader Clemente Graziani e un direttorio nazionale formato da Massagrande, Besutti e Mazzeo. Gli aderenti al MPON usano definirsi ordinoviani, un termine che vuole indicare una razza appartenente a un’altra era, utile anche per distinguersi dai vecchi ordinovisti. I quattro decidono di «processare» Rauti per tradimento, condannando poi il loro ex maestro a «restare in vita» in modo tale da essere additato per sempre come rinnegato.

Insieme a un camerata romano, Mazzeo fa qualcosa in più: una sera blocca Rauti in una strada della capitale e, con un piccolo martello, lo colpisce all’orecchio per dargli un monito. Leggermente ferito, al Pronto Soccorso, Rauti dichiarerà di essere stato vittima di una selvaggia aggressione da parte di quelli del Collettivo di via dei Volsci.

I guai seri per Massagrande arrivano poco prima della metà degli anni Settanta quando il Ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani, contro i pareri di Aldo Moro, Mariano Rumor e Giulio Andreotti e minacciando una crisi di governo, scioglie per decreto il MPON mettendo di fatto fuori legge i suoi iscritti, forte anche della sentenza emessa poco prima nei confronti di 42 ordinovisti in un processo che aveva avuto come pubblico ministero Vittorio Occorsio. L’accusa è ovviamente quella di ricostituzione del partito fascista. In accordo con Besutti e Mazzeo che accettano il carcere, Graziani e Massagrande scelgono invece la via della fuga.

MASSAGRANDE ELIO 2 ritratti

Insieme alla moglie Alessandra, ai suoi tre figli e a Graziani, nel 1974 Massagrande si reca ad Atene dove, in società con un camerata greco, inaugura un ristorante; un’attività che avrà vita breve a causa della truffa fatta dal socio, ma soprattutto per la richiesta di estradizione italiana che il nuovo governo democratico greco, insediatosi negli ultimi mesi di quel 1974, ha deciso di accogliere.

La scelta del governo ellenico è motivata da alcuni attentati avvenuti ad Atene e rivendicati da Ordine Nero, una sigla che da sempre Mazzeo ritiene un’invenzione partorita dal Viminale; in ogni caso Massagrande risulterà estraneo ai fatti e la logica non spinge a pensare il contrario: difficilmente un latitante che trova rifugio in un altro Paese decide di creare problemi a chi lo ospita. Inoltre la residenza ad Atene non doveva essere un gran segreto considerando l’intervista rilasciata da Elio al settimanale OGGI nel giugno 1974.

Massagrande lascia la Grecia a malincuore: fra le sue carte processuali c’è una sua dichiarazione, priva di firma, che è un atto d’amore nei confronti di quel Paese. Sono parole che evidenziano la riconoscenza verso il popolo greco, la rabbia verso lo Stato italiano e il governo greco di Nuova Democrazia, da cui si sente tradito; in quella lettera dattiloscritta Elio afferma di non aver mai avuto a che fare con la giunta dei colonnelli e la sua offerta di arruolarsi nell’esercito ellenico insieme a Graziani durante la crisi di Cipro, dove si era sfiorato il conflitto con la Turchia, viene spiegata come frutto del suo amore sconfinato per il popolo greco.

Ad attendere Elio all’aeroporto di Fiumicino c’è una schiera di poliziotti e carabinieri, insieme a uno stuolo di giornalisti. Massagrande si fa due mesi di prigione a causa degli attentati avvenuti ad Atene; due giorni prima di essere rilasciato viene selvaggiamente picchiato da alcuni detenuti che, secondo Mazzeo, sono stati sguinzagliati dal duo Maletti – La Bruna, ufficiali del SID, con l’intento di far reagire il neofascista e avere una motivazione per trattenerlo in carcere.

Uscito di galera Massagrande riunisce di nuovo tutta la famiglia e va in Spagna. Sarà il suo secondo errore dopo quello della fuga in Grecia: nel frattempo infatti era arrivata la sentenza di Cassazione del processo di fine ‘73 che lo condannava a due anni e nove mesi. Massagrande è di nuovo un latitante. Grazie alla sua assenza in Italia gli vengono continuamente addebitati reati su reati, avvalorando così i timori che Mazzeo gli aveva espresso al momento di accettare il carcere: la prigione ha il pregio di tenerti al riparo da sospetti e accuse di quei reati che avvengono durante la detenzione, se sei latitante il rischio di vederti addossato qualsiasi cosa è alto.

In quel momento per Elio il sospetto più grave è quello di un coinvolgimento nell’omicidio del giudice Occorsio. A Madrid non si capacita di quella che considera una congettura dei magistrati italiani: è inorridito per essere accostato a Pierluigi Concutelli, che lui giudica un pazzo esaltato, tanto da pensare che il bombardiere nero si sia volutamente fatto arrestare con l’arma del delitto in mano pensando così di diventare un eroe.

Quanto all’assassinio di Occorsio anche Massagrande, come molti altri ordinovisti, si lascia sfuggire un gesto di approvazione talmente rumoroso e plateale da causare uno scontro, ai limiti della rissa, con Stefano Delle Chiaie, leader di Avanguardia Nazionale, in quel periodo anche lui latitante e titolare del ristorante Apuntamiento, noto ritrovo di neofascisti. A colpire della vicenda Occorsio è l’atteggiamento che ancora oggi alcuni ex ordinovisti hanno nei confronti del magistrato: sentimenti non certo concilianti, né comprensivi.

Finito il franchismo, la Spagna non è più un posto sicuro per molti dei fascisti rifugiati nel Paese iberico: Massagrande decide quindi di volare in Sud America. Lui, Alessandra e i tre figli si sistemano in Paraguay dove, più tardi, vengono raggiunti da Graziani proveniente dall’Inghilterra via Spagna. Venuto a conoscenza delle sue origini contadine, un italiano da anni residente nel Paese sudamericano chiede a Elio di gestirgli il 25 per cento di un’estancia, cioè uno dei tanti immensi lotti di terreno tenuti ancora allo stato brado.

È grazie al paracadutismo che Massagrande entra in contatto con Alfredo Stroessner, il dittatore del Paraguay, il quale, assicurando riparo da eventuali richieste di estradizione, chiede all’italiano di costituire due scuole di paracadutismo, una civile e una militare; da quest’ultima nasce la guardia personale del caudillo paraguaiano comandata dal figlio, diventato amico di Elio. Successivamente Stroessner decide di dare sviluppo alla regione selvaggia del Chaco, negli anni Trenta casus belli con la Bolivia, dividendola in vari lotti, da 4 mila a 12 mila ettari, dando proprio a Massagrande l’incarico di vendere i terreni in Europa per conto del governo; anziché in denaro, l’italiano preferisce essere pagato con parte di quegli stessi lotti.

Caduto Stroessner all’inizio del 1989, per Massagrande si riaffaccia lo spauracchio dell’estradizione in Italia. Il nuovo governo paraguaiano lo arresta due volte e istruisce altrettanti processi con l’intento di restituirlo al suo Paese, ma le vecchie amicizie strette negli anni con alcuni importanti funzionari di polizia lo aiutano a restare quanto basta per dare tempo agli avvocati in Italia di provare la sua innocenza. In effetti lo spettro di una persecuzione aleggia sulle aule del tribunale di Bologna quando, ad esempio, viene rivelato il contenuto di una velina del SID in cui si sostiene che Massagrande e Graziani si fossero incontrati in Svizzera per programmare l’attentato al treno Italicus avvenuto il 4 agosto 1974: pensare che i due leader ordinovisti, in quel momento residenti ad Atene per giunta nello stesso appartamento, avessero necessità di andare fino in Svizzera a organizzare un attentato, rimarrà uno dei tanti tentativi, anche strampalati, di costruire un teorema.

Quando arriva la sentenza di assoluzione per l’omicidio Occorsio via via cadono tutte le altre accuse, ma di tornare in Italia non se ne parla affatto: per Massagrande la patria è ormai il Paraguay. Il destino è però in agguato. Nel 1999 il neofascista italiano si ammala di cancro e le cure che ha in Paraguay presto si rivelano insufficienti: Alessandra e i suoi figli lo convincono a tornare in Italia dove formalmente gli rimangono da scontare dodici giorni di carcere, ma nessuno oppone ostacoli al suo rientro. Massagrande viene ricoverato a Trento, dove muore nell’agosto del 1999. Rispettando le sue ultime volontà, le sue ceneri vengono sparse sull’amato Chaco.

FONTI

Verbali di interrogatorio Questure di Livorno e Verona 7 e 17 maggio 1966.

Dichiarazione non firmata di Elio Massagrande, Atene 14 gennaio 1975 ore 09.40.

Sandro Forte (a cura di) Clemente Graziani, la vita, le idee, Settimo Sigillio, Roma 1997

Ugo Maria Tassinari Fascisteria Castelvecchi, Roma 2001.

Mimmo Franzinelli La sottile linea nera Rizzoli, Milano 2008.

Conversazione con Rutilio Sermonti, Monte Compatri 27 agosto 2009.

Conversazione telefonica con l’avvocato Giuliano Artelli, 7 giugno 2011.

Conversazione telefonica con Leone Mazzeo, 15 luglio 2011.

Conversazione telefonica con Francesca Massagrande, 20 luglio 2011.

Conversazione con Rainaldo Graziani, Roma 21 luglio 2011.

Conversazione con Stefano Delle Chiaie, Roma 12 novembre 2011.

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SANDRO SACCUCCI: dal paracadute al taxi

A P. VENEZIAdi Ben Oates

Quel film non esiste. La proiezione di Berlino dramma di un popolo, da tempo pubblicizzata da vari quotidiani romani e prevista per la sera del 7 dicembre 1970 presso la palestra di via Eleniana, sede dell’Associazione Nazionale Paracadutisti di Roma, non avviene; il titolo è pura invenzione, forse è una sorta di segnale, di parola d’ordine.

La gente non manca, sono presenti almeno un centinaio di uomini, alcuni con le rispettive accompagnatrici, pronti per assistere allo spettacolo. La serata è stata organizzata da Sandro Saccucci: nato a Roma nel 1943, professione ragioniere commercialista, soprannome Luigi, nome falso Giovanni Sbiroglio da usare in caso di necessità, all’età di 23 anni Saccucci frequenta per sei mesi la scuola di paracadutismo di Pisa e i successivi dodici li trascorre preso la caserma di fanteria paracadutista di Livorno dove termina il servizio militare con il grado di sottotenente di complemento.

Ammiratore di Giuseppe Mazzini prima, poi dell’idea di nazione che aveva avuto Mussolini, senza separarsi dal suo amato basco amaranto, nel 1968 Saccucci entra in Ordine Nuovo assumendo poco dopo una posizione di dissenso verso i vertici rappresentati da Clemente Graziani ed Elio Massagrande, diventati leader del movimento dopo il rientro nel MSI del suo fondatore Pino Rauti.

Saccucci non vede di buon occhio il disaccordo misto a diffidenza che Graziani e Massagrande hanno nei confronti dei ventilati progetti di colpo di stato da parte di Junio Valerio Borghese e del suo Fronte Nazionale. Come molti anche Saccucci nutre per il Comandante stima e considerazione tanto da assumersi il compito di condurre un gruppo che, almeno nelle intenzioni di chi guida l’operazione, deve dare man forte a un’insurrezione armata. Nella meticolosa organizzazione manca un dettaglio fondamentale: informare buona parte dei presenti qual è la vera natura di quell’assembramento, i convenuti devono attendere qualcosa o qualcuno che dia loro il via, ma il via per cosa?

Passano le ore, molti atleti, stanchi di aspettare, si tolgono la tuta e si rivestono con l’intenzione di tornare a casa, ma quando si avvicinano all’uscita si accorgono che le porte sono bloccate: iniziano così le proteste ma Saccucci non c’è, non si sa dove sia, anche se c’è però chi assicura sul suo imminente ritorno. Cominciano così a trapelare le prime voci sul reale motivo di quella convocazione, qualcuno assicura che di li a poco arriveranno gli autocarri e le armi, una notizia questa che diventa fatale a uno dei presenti, probabilmente già sofferente di cuore.

Passa la mezzanotte e di Saccucci nemmeno l’ombra, arrivano le 2.30 e Bruno Stefàno, frequentatore ondivago di Avanguardia Nazionale e ON, ordina lo scioglimento delle righe, una sorta di «tutti a casa», l’ennesimo, tanto che ci vuole la determinazione e la pistola di un capitano dei carabinieri, presente nella palestra, a disperdere i facinorosi, ansiosi di capire il perché di quel contrordine. Nulla da fare, «Il lungamente atteso colpo di Stato» non ci sarà. Saccucci non ha esitato a servirsi di gente ignara, seppur ideologicamente affine al progetto. Pur essendo stato in prigione per quasi un anno per i fatti di quella notte, nel 1972 Saccucci entra in Parlamento nelle file del MSI grazie al quale (e alla DC) sventa ben tre autorizzazioni a procedere.

 

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Arriva il maggio 1976, ci sono le elezioni politiche. C’è da fare la campagna elettorale per la rielezione e per un esponente del MSI farla nella provincia di Latina è come giocare in casa. O quasi. Il giorno 28 su quelle strade circola un piccolo corteo di automobili, sette per la precisione, formato da giovani che sono lì per fare da supporto e protezione all’onorevole Saccucci intenzionato a tenere comizi per l’intera giornata, passando da una cittadina all’altra. La prima della lista è Maenza, l’ultima è Sezze Romano. Quando il corteo di automobili arriva a Sezze è ormai buio, fino a quel momento era filato tutto liscio. Alle elezioni politiche di quattro anni prima, a Sezze il PCI aveva raggiunto il 53% dei suffragi, ma il gruppo di Saccucci si sente comunque al sicuro visto che, dopo tutto, si è sempre dalle parti di Latina. Ma non è così.

Fin da subito l’oratoria dell’ex ufficiale viene interrotta da slogan e lanci di bottiglie da parte di un folto gruppo di giovani dell’estrema sinistra, molti dei quali aderenti a Lotta Continua, giunti fin lì da Roma con l’intento di impedire a Saccucci di tenere il suo discorso. Quest’ultimo continua comunque a parlare, ma quando comincia a sostenere, neppure tanto velatamente, che con le stragi i fascisti non c’entrano, succede il finimondo. Il gruppo di missini è costretto alla fuga, una fuga però praticamente impossibile, Sezze ha un centro storico fatto di viuzze e quelle adiacenti alla piazza sono bloccate.

Al lancio di sassi e bastoni da parte dei contestatori ecco che dal gruppo missino compaiono alcune armi da fuoco, una delle quali impugnata proprio da Saccucci che spara in aria. Riusciti a farsi largo a suon di pallottole, fino a quel momento andate a vuoto, la quindicina di missini riesce a impossessarsi delle sette automobili e a tutta velocità tenta di uscire da quella che ormai è diventata una trappola. Proprio durante la fuga, da una delle auto che segue quella di Saccucci, guidata da Angelo Pistolesi, partono un paio di colpi che feriscono Antonio Spirito e uccidono Luigi Di Rosa, entrambi militanti della sinistra.

L’eco della tragedia è così grande che subito Giorgio Almirante, pur difendendo Saccucci dall’accusa di concorso in omicidio sostenendo la tesi della legittima difesa, decide di espellerlo dal partito. Rinviato a giudizio Saccucci ripara prima in Inghilterra, poi dalla Francia dov’era stato appena arrestato dall’Interpol fugge in Rhodesia, poi lascia lo Stato africano per recarsi in Cile e infine a Cordoba (Argentina). Per i fatti di Sezze, Saccucci viene condannato per concorso morale nell’omicidio, sentenza questa che verrà successivamente annullata per inapplicabilità. Va molto peggio a Pistolesi che verrà assassinato da una mano rimasta ignota un anno e mezzo dopo. Per il tentato colpo di Stato, Saccucci viene condannato in primo grado a quattro anni di reclusione, assolto poi in appello perché il fatto non sussiste. L’ufficiale col basco amaranto che, una volta preso il potere, avrebbe guidato il servizio segreto, il politico con la giacca verde oliva che non esitò a recarsi a un suo comizio armato di pistola e a usarla, a Cordoba quell’uomo finisce per indossare una divisa giallo nera. Quella di tassista.

 

FONTI

Claudio Vitalone, Stralcio della requisitoria del processo sul golpe Borghese, Roma 1978

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di 1° grado, 14 luglio 1978.

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di appello, 27 novembre 1984.

Sergio Zavoli La notte della Repubblica (trasmissione tv) Rai 1989

Vivendo Parlando-Il testimone Il golpe Borghese (trasmissione tv) TV2000 14 dicembre 1999

Aldo Giannuli L’Italia dei golpe, convegno al Noir in Festival, Courmayeur 10 dicembre 2004

La Storia siamo noi- Il golpe Borghese (trasmissione tv) Rai 3, 2005

Luca Telese Cuori neri, Sperling & Kupfer, Milano 2006

Conversazione telefonica con Sandro Saccucci, 23 marzo 2011.

 

 

ANGELO FACCIA. Mi casa es su casa

AFFONDATE BORGHESE libro (1)di Ben Oates

«Angelo, stanotte si firma il contratto!», «Auguri Stefano! E per quale compagnia assicurativa?» — Macché compagnia, Delle Chiaie allude alla presa del potere mediante colpo di Stato! E tu Angelo cadi dalle nuvole? Eppure a quarantuno anni, con la tua esperienza di ex repubblichino, seppur per una manciata di settimane, e soprattutto per aver frequentato negli anni Cinquanta la stessa sezione romana del MSI dove, come responsabile dell’Organizzazione e Propaganda, hai conosciuto Delle Chiaie, certe frasi in codice dovresti capirle al volo.

Sono ormai dieci anni che hai lasciato la deludente Italia democratica per la più promettente Spagna franchista dove, oltre a trovare una moglie, hai aperto un’officina meccanica alle porte di Barcellona. Però non hai voluto tagliare i ponti con i tuoi camerati visto che, nel 1969, hai aiutato Rauti a organizzare un convegno internazionale sulla avanzata del comunismo in Occidente, procurando gli alloggi per i delegati italiani come Giulio Maceratini, Paolo Andriani, Sandro Saccucci e lo stesso Delle Chiaie. Quest’ultimo è rimasto così contento della tua ospitalità, che nel luglio dell’anno successivo ti ha chiesto di trovargli una casa sul mare di Palamós, incarico che hai portato a termine in un giorno. È vero che sono pochi i giornali italiani che arrivano in Spagna, e comunque te ne guardi bene dal leggerli, ma possibile che hai dovuto attendere quattro mesi per capire che il Caccola era lì non certo per le immersioni subacquee? Non ti dice nulla piazza Fontana? Invece di affrancarti, tu che fai? Dopo quella di Palamós, di casa gliene trovi un’altra a Barcellona, non lontano dalla tua e, sapendolo solo, lo inviti spesso a cena, come quella sera del 7 dicembre 1970, quando Delle Chiaie, eccitato e nervoso, è in perenne contatto telefonico con Roma: tanto paghi tu. Verso le 22.00, impossibilitato a trovare un volo per l’Italia, Delle Chiaie ti chiede di accompagnarlo fino alla capitale con la tua Fiat 124: tempo di prepararti, salutare tua moglie, accendere il motore, quando a risparmiarti quel lungo viaggio nella notte è la notizia del contrordine che, come i principali congiurati, anche Delle Chiaie riceve via telefono: il tuo.

La voce della tua efficiente ospitalità è ormai così diffusa che, nei mesi successivi, giungono da ogni parte d’Italia decine di neofascisti ricercati e indagati, che tu chiami pellegrini, aderenti ad AN, a ON, alla Fenice, oltre naturalmente ai reduci del Tora Tora come Eliodoro Pomar e Remo Orlandini: a quest’ultimo, sapendolo ricco, gli procuri una villetta sulle spiagge della Costa Brava.

Ma è Gino Benetti quello che rischia di metterti seriamente nei guai. Si presenta come uno mandato dai camerati di Roma, ma il suo forte accento friulano e la spiegazione sulla protesi che ha al posto della mano monca, persa a suo dire da ragazzo mentre giocava con gli esplosivi, non ti fanno nascere alcun sospetto, tanto che lo assumi nella tua azienda. Ti ci vuole di nuovo il Caccola per scoprire che Benetti altri non è che Carlo Cicuttini, uno degli autori dell’attentato di Peteano. Vivaddio almeno respingi la richiesta di mettere a disposizione il tuo conto corrente per ricevere dalla direzione del MSI una forte somma di denaro, destinata a un’operazione alle corde vocali di Cicuttini.

Finalmente una buona notizia: il Comandante Borghese è in Spagna: tu non stai nella pelle per conoscerlo. Ti precipiti a Madrid e lo trovi nella hall di un grande albergo; la conversazione è piacevole, sei emozionato nell’avere di fronte un vero eroe leggendario: lui è affabile, gentile, ti chiede notizie sulla tua famiglia, tu lo preghi che faccia da padrino al battesimo di tuo figlio. Fai però il pesce in barile: possibile che non ti venga in mente di parlare del Tora Tora? Stessa cosa avviene nel gennaio del 1974 quando Delle Chiaie ti chiede di preparare nella tua abitazione una camera da letto e un bagno, destinati al Comandante e, già che ci sei, di mettere a disposizione la sala riunioni della tua azienda. Capisco l’emozione di avere nella propria casa Junio Valerio Borghese, ma anche quella volta rinunci a parlargli del golpe, a chiedergli come sono veramente andate le cose.

Male hai fatto. Infatti pochi mesi dopo il Comandante muore, e tu, grazie anche ai sospetti su quell’improvvisa morte espressi da alcuni quotidiani spagnoli e italiani, diventi preda di un’ossessione: quella che Borghese sia stato avvelenato. Non hai prove per sostenere i tuoi sospetti, anzi c’è la testimonianza di Elena, la figlia del Comandante accorsa al capezzale del padre, che reputa sciocchezze quelle relative all’avvelenamento.

Occorre ammettere che, se non te le crei tu le ossessioni, ci pensa qualcun altro. Come spiegare altrimenti quello che ti è capitato l’11 maggio 1991, giorno del tuo sessantaduesimo compleanno? Dopo esserti incontrato a Terni con Torquato Secci, presidente dell’Associazione Vittime della Strage di Bologna, di ritorno a Perugia all’altezza di Campello sul Clitunno, il finestrino del tuo scompartimento, senza infrangersi, viene perforato da qualcosa che tu reputi subito un proiettile, anche se non hai udito alcun sparo. Il controllore, accorso alle tue urla, sostiene invece che potrebbe trattarsi di una biglia d’acciaio. In ogni caso né la Polfer, né il controllore, né te avete trovato il corpo del reato. Ora non vorrai mica pensare di essere stato un bersaglio dei servizi segreti deviati perché scomodo testimone? Oppure pensi che sia stata la vedova di Almirante, visto che tu accusi il defunto segretario del MSI di essersi servito del Tora Tora per provocare di fatto l’eliminazione politica di Borghese, pericoloso concorrente con il suo FN? Di sicuro Delle Chiaie, da tempo principale bersaglio dei tuoi strali, non c’entra: in quel periodo il Caccola aveva altro da fare.

FONTI

Angelo Faccia Affondate Borghese! Associazione Culturale Uno dicembre 1943, Perugia 2001

Conversazione con Angelo Faccia, Perugia 8 gennaio 2002

Conversazione telefonica con Elena Borghese, 20 giugno 2003

La folle corsa di Giorgio Vale, il mulatto dei Nar

Vale

Fototessera di Giorgio Vale

Roma, via Decio Mure, zona «Quadraro». Sormontato da un’inferriata bianca, un muretto separa il marciapiede dal cortile dell’appartamento al pian terreno di un immobile. Sul vecchio intonaco rossastro troneggia una scritta murale realizzata con vernice spray di colore nero. Leggiamo «ONORE AL DRAKE». Accanto alla frase, una piccola croce celtica è circondata da quattro lettere: V, A, L, E. Due ragazzi passeggiano lungo la strada ascoltando musica con gli auricolari di uno smartphone. Sono molto giovani, sulla ventina. Proviamo a far loro qualche domanda. Non hanno idea di chi fosse quel «Drake» e ignorano il motivo per cui la scritta si trovi proprio lì, sul muretto di quella palazzina. Ne passa un terzo, un po’ più avanti con gli anni. Lui non sembra molto interessato a parlarne ma ci dà prova di conoscere l’argomento congedandosi da noi con una rapida battuta: «Era nero in tutti i sensi».

Al di là di quelle mura, nella primavera del 1982, durante un blitz delle forze dell’ordine un colpo di pistola alla tempia mette fine alla vita di Giorgio Vale, detto «il Drake», giovane militante di «Terza Posizione», passato poi ai «Nuclei Armati Rivoluzionari». Vale è un ragazzo mulatto (mamma bianca, papà di origine eritrea) nato a Roma nel 1962. Inizia a fare politica attiva a destra fin dalla pre-adolescenza. A diciassette anni prende parte alle prime azioni armate. Appena ventenne è già un terrorista pluriomicida, ricercato e prossimo alla fine. La sua morte, tuttavia, avviene in circostanze controverse e a distanza di trentacinque anni c’è ancora chi non dimentica. Cosa è accaduto realmente in quell’appartamento? Alcuni parlano di suicidio, altri di conflitto a fuoco, altri ancora di fredda e brutale esecuzione per mano della Digos. Ciò che è certo è che le notizie sulla morte di quel ragazzo sono confuse e contraddittorie fin dal primo momento e la prova del guanto di paraffina testimonia che il giovane terrorista, in quell’ultima occasione, non ha mai premuto alcun grilletto.

Ma chi era Giorgio Vale? I suoi ex camerati lo ricordano come una persona affidabile, un «combattente» coraggioso, riflessivo, leale e per nulla chiacchierone. I parenti delle vittime del terrorismo e gli agenti delle forze dell’ordine lo ricordano invece come un killer spietato e sanguinario, un assassino macchiatosi di omicidi efferati e senza scrupoli come quello del giovane agente di Polizia Maurizio Arnesano, barbaramente ucciso al solo fine di portargli via la mitragliatrice d’ordinanza. I genitori, gli amici e i parenti più stretti del Drake lo ricordano invece come un ragazzo mite e di cuore, introverso e facilmente manipolabile, dunque inevitabilmente precipitato nella trappola di pericolosi personaggi che istigavano i ragazzini a «fare la rivoluzione» in un momento storico molto delicato.

Come mai un giovanotto di colore si ritrova a fare politica in mezzo ai fascisti? In realtà, salvo rari episodi, le caratteristiche fenotipiche di quel mulatto dall’inflessione romanesca non hanno mai rappresentato un vero ostacolo in quell’ambiente. La politica che ha svezzato la militanza di Vale è quella di una destra giovanile in preda a continue (e sempre nuove) esigenze generazionali.

Tra le file dei vari gruppi extraparlamentari della seconda metà degli anni Settanta si respira una grande volontà di cambiamento. Nelle sezioni giovanili del MSI e in tanti movimenti d’ispirazione «nazional-rivoluzionaria» il sistema non viene criticato sulla base di argomenti come «gerarchia», «razza», e «ritorno all’ordine». Si parla invece di «patria», di «popolo», di «politiche sociali» e finanche di «ecologismo». Le forme-struttura e i modus operandi dell’estrema sinistra vengono in larga parte adottati dalla gioventù dell’area «neo-neofascista», tra graffiti, musica, chitarre, assemblee, slogan e volantini. Una realtà per certi versi non dissimile da quella vissuta da tanti ragazzi che militano sotto altre bandiere.

Il contesto in cui si forma Vale è l’attivismo di piazza di «Lotta Studentesca», tra attacchinaggi e manifestazioni di un movimento dalle cui ceneri, nel 1978, nasce «Terza Posizione», un’organizzazione che finirà in bilico tra politica legale e lotta armata. Nel ‘79, nonostante la giovane età, il Drake assume un ruolo operativo di rilievo a seguito dell’arresto dei leader principali del movimento ed è proprio in quel periodo a cavallo tra i due decenni che NAR e TP si avvicinano maggiormente. Giorgio Vale subisce il fascino carismatico di Valerio Fioravanti, divenendo così una cerniera tra due realtà separate della giovane destra radicale romana. Il ragazzo, assieme ad altri camerati «tippini», si ritrova a militare in entrambi i gruppi, quello di piazza e quello clandestino. Giorgio è uno scaltro rapinatore e si guadagna presto la fiducia dei NAR.

A Fioravanti il Drake piace, lo ritiene un ragazzo in gamba e gli insegna ciò che conosce su tecniche militari e guerriglia urbana. Per il signor Umberto, papà di Giorgio, Fioravanti invece ha soltanto plagiato suo figlio, inducendolo a diventare un assassino: «Una volta mi ricordo Fioravanti con la sua solita aria mi disse: “Suo figlio lo facciamo diventare uomo.” È stato un disgraziato. Giorgio era un ragazzo mite, stava anche troppo in casa. A sedici anni ero io che lo spingevo ad uscire. Quando è morto gli hanno attribuito qualsiasi cosa» (…) «Tutto è cominciato con l’omicidio Arnesano. Giorgio non ne sapeva nulla. Era andato lì per una rapina e si è ritrovato in un omicidio.» 1

L’uccisione dell’agente Arnesano avviene nel febbraio del 1980. È il battesimo del sangue di Vale. Il collaboratore di giustizia Cristiano Fioravanti, fratello di Valerio e co-fondatore dei NAR, descrive così l’accaduto: «L’omicidio Arnesano è opera di mio fratello e Giorgio Vale. La mattina del fatto Valerio mi disse che un poliziotto gli avrebbe dato un mitra, io, incredulo, chiesi a che prezzo ed egli mi rispose: “Gratuitamente”, fece un sorriso ed io capii. Non mi impressionai quando al tribunale dei minori, dove mi trovavo insieme con Alibrandi, sentii le sirene della polizia. Altrettanto non posso dire per Alibrandi che mi chiese cosa fosse accaduto. Valerio mi disse che l’intenzione era quella di impadronirsi dell’arma, tanto che egli aveva sparato alle mani dell’avversario. Solo la resistenza opposta dall’agente aveva comportato la necessità di ucciderlo».

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A sinistra il corpo di Vale senza vita. Al centro un falso tesserino da carabiniere e a destra alcune delle armi sequestrate nell’appartamento di via Decio Mure dopo il blitz (foto Corsera)

 

Circa tre mesi dopo, Giorgio spara contro l’appuntato Manfredi, ferendolo al collo e ad una gamba in occasione dell’agguato alle forze di Polizia guidato da Fioravanti all’entrata del liceo Giulio Cesare. Agguato che finirà con l’uccisione dell’agente «Serpico». Vale spara un colpo anche a Ciccio Mangiameli, suo ex amico di Terza Posizione, trascinato ed ucciso in una pineta da Valerio Fioravanti nel settembre del 1980. Nel 1981, dopo una lunga serie di rapine e vantando anche il disarmo di un carabiniere, Vale ha ormai una certa dimestichezza con le armi e nel mese di luglio esegue da solo l’omicidio del neofascista Giuseppe De Luca, detto Pino il calabro, considerato un traditore colpevole di aver truffato i NAR rubando denaro all’organizzazione. Nella massima freddezza il Drake suona al citofono presentandosi come un amico di Pino. La sorella del giovane apre la porta a Giorgio che insegue la sua vittima fin dentro il bagno svuotandogli il caricatore sotto la doccia, tra le grida di terrore dei familiari presenti in casa. Con rapidità e sangue freddo il Drake va via come se nulla fosse successo, lasciando De Luca crivellato di pallottole nel giorno del suo compleanno.

L’ultima azione violenta alla quale partecipa Vale è la drammatica rapina a piazza Irnerio il 5 marzo 1982 che si conclude con la morte del diciassettenne Alessandro Caravillani, colpito da un proiettile di rimbalzo sparato da Livio Lai. Il Drake spara ferendo un agente. Resterà ferita anche la Mambro e sarà proprio Vale a lasciarla in un’auto accanto al pronto soccorso, quasi in fin di vita. La fine di del Drake, invece, arriverà due mesi dopo. Se esiste un numero infausto per i N.A.R. è senza dubbio il numero cinque: il 5 febbraio 1981 viene ferito e arrestato Valerio Fioravanti, il 5 dicembre 1981 viene ucciso Alessandro Alibrandi, il 5 marzo 1982 viene ferita e arrestata Francesca Mambro.

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Il 5 maggio 1982, infine, è l’ultimo giorno di vita di Giorgio Vale. Ore 10:30. In via Decio Mure 43 gli agenti della Digos sono armati fino ai denti. Quei poliziotti sanno bene che oltre la porta dell’interno 2 si nasconde un «osso duro», un nemico dal grilletto facile e dalla mira letale. Non sfondano neppure la porta, hanno una chiave. Quando lo sorprendono Giorgio è ancora in pigiama, disteso sul divano-letto. Vengono esplosi centinaia di proiettili ma un colpo solo è quello mortale. Una pallottola alla tempia e il lenzuolo si tinge di rosso. Il blitz è rapidissimo. Gli agenti si guardano attorno. È l’appartamento di un terrorista ma anche quello di un ragazzo di vent’anni. Da un lato ci sono le pistole, le munizioni, i documenti falsi. Dall’altro c’è un numero di «Playboy», una copia del fumetto «Linus» e un romanzo thriller di Frederick Forsyth: «L’alternativa del diavolo». La madre del Drake apprende la notizia in modo terribile, dal portiere del palazzo che ferma la donna al ritorno dalla spesa: «Signora, ha saputo di Giorgetto?». Da diverso tempo la famiglia del giovane latitante era in trattativa con le forze dell’ordine per poter giungere ad un accordo. Il ragazzo si sarebbe dovuto costituire ma ormai non c’è più nulla da fare. Le prime notizie Ansa si contraddicono: 5 maggio 1982. Ore 11:21. «Un terrorista neofascista è stato arrestato questa mattina nel corso di una operazione della Digos. La cattura è avvenuta dopo una sparatoria in via Decio Mura, al Quadraro, nella periferia sud orientale di Roma. Il terrorista, non ancora identificato, è rimasto ferito, ed è stato condotto all’Ospedale San Giovanni. Secondo la prima impressione degli agenti che lo hanno catturato, sarebbe il neofascista Giorgio Vale». 5 maggio 1982. Ore 12:17. «I medici dell’Ospedale San Giovanni hanno detto che le condizioni di Giorgio Vale sono gravissime. Un proiettile lo ha colpito alla tempia destra, ed è uscito dalla sinistra. I medici hanno chiamato un prete per dargli l’estrema unzione». 6 maggio 1982. Ore 21:14. «Giorgio Vale si è suicidato. Questo il risultato dell’autopsia, che capovolge la ricostruzione degli eventi che hanno portato alla cattura e al ferimento del terrorista nero». 2

La vendetta dei neofascisti non si fa attendere e la morte di Vale trascina brutalmente con sé altre due persone. 6 maggio 1982. Un commando dei NAR irrompe nella stazione San Pietro della Polfer di Roma e spara alla testa dell’agente di Polizia Giuseppe Rapesta, di anni 49, padre di tre figli. L’uomo morirà il 12 maggio dopo una lunga agonia. I terroristi divulgano un comunicato di rivendicazione inneggiante a Giorgio Vale. 12 agosto 1982. Il terrorista Pierluigi Concutelli, durante l’ora d’aria nel carcere di Novara, uccide mediante strangolamento il neofascista Carmine Palladino, avanguardista al servizio di Stefano Delle Chiaie. Palladino era ritenuto responsabile della soffiata che ha condotto la Digos presso l’appartamento di Vale.

Osserviamo l’intonaco sbiadito di quella palazzina ma in via Decio Mure non siamo gli unici. Un giovane fotografa la scritta con il telefonino e prima di andar via si guarda attorno con aria imbarazzata. Le vicende di quegli anni rappresentano ancora una questione irrisolta, un argomento delicato, un tema spinoso da affrontare con estrema cautela. Parlarne oggi significa riaprire vecchie ferite che a distanza di trentacinque, quaranta o cinquant’anni ancora tardano a rimarginarsi. Sui social network gli anni di piombo rappresentano una fonte di aspri dibattiti e feroci contese che talvolta coinvolgono generazioni del tutto estranee alle vicende di quell’epoca. Ragazzi «di destra» e «di sinistra» animati da un forte senso di appartenenza che il più delle volte risveglia antichi rancori e non facilita l’analisi storica e distaccata di quegli anni. Violenza verbale, slogan di morte, ostilità viscerale, elementi che su internet trasudano nell’astrazione di un mondo immateriale ma sotto una lente analitica ci aiutano a comprendere l’efficacia di alcuni vecchi meccanismi. Seminare odio e strumentalizzarne i frutti è ancora terribilmente facile.

1 Mario Caprara, Gianluca Semprini, «Destra estrema e criminale». Newton Compton. Roma, 2009.
2 Nicola Rao, “Il piombo e la celtica”, Sperling & Kupfer, Milano 2009

Gli albori della musica alternativa

La Musica Alternativa nasce in modo spontaneo, dall’esigenza dei giovani militanti di estrema destra di trovare una propria voce, diversa dai canti altisonanti e retorici di un passato lontano e da quella dei cantanti dell’epoca, in cui invece si ritrovavano i giovani della fronda opposta. A muoverli non era solo un’esigenza espressiva, ma l’urgenza di costruire una vera e propria mitologia di esempi umani ed ideali cui ispirarsi nell’esercizio della militanza di ogni giorno.

Il contesto in cui nasce la musica non conforme è ampiamente attraversato dalla scia di sangue generata dagli anni di piombo in cui annegano numerosi «camerati». Quei morti lasceranno il segno nei ragazzi di quella generazione, specie nei giovani militanti e ne ispirarono tanto la lotta politica quanto la vena musicale; ricordiamo tra gli altri i fratelli Mattei, vittime del rogo di Prima Valle, i padovani Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola, prime vittime delle Br, lo studente greco Mikis Mantakas e il lutto che ha lasciato il solco più profondo nell’immaginifico dell’estrema destra: Sergio Ramelli. Durante quella stagione di sangue il MSI, in evidente imbarazzo per i fatti di Piazza della Loggia e dell’Italicus, non riesce a tutelare e a guidare i suoi giovani che sentono il bisogno di riscoprire le radici delle loro idee e che mirano a costruirsi una loro precisa identità, estranea ad un mondo che volevano cambiare e da cui si sentivano, non a torto, ripudiati. Nasce così il Campo Hobbit, una due giorni di dibattiti, musica e militanza la cui prima edizione si tiene tra l’11 e il 12 giugno 1977 e che si ripeté, attraverso non pochi problemi, altre due volte riscuotendo sempre successo.

Andreotti

Oreste Lionello e Pippo Franco con l’Onorevole Giulio Andreotti al Bagaglino (1988)

La nuova voce della destra affonda profonde radici nell’inventiva dei cabarettisti del Bagaglino e del Giardino dei Supplizi che, attraverso canzoni e brevi sceneggiati, si prendevano gioco della politica del tempo. Attorno a questo mondo orbitano artisti del calibro di Pingitore, Mario Castellacci e molti altri come: Pino Caruso, Oreste Lionello, Pippo Franco, Gianna Preda e Leo Valeriano, uno dei più grandi ispiratori dell’Alternativa, in prima linea nel divulgare la cultura di Destra reinterpretando e riadattando motivi propri del Fascismo e ridicolizzando gli avversari politici. Assistiamo quindi ad una vera e propria ribellione culturale di una parte politica che non trovava ascolto nel panorama comune.

Di Giorgi e Ferrario, nel libro «Il nostro canto libero», mia fonte principale, individuano tre caratteristiche fondamentali della Musica Alternativa: coerenza ideale dei contenuti, a-commercialità e durata nel tempo in quanto ancora oggi emergono nuovi gruppi dediti a questo genere che, rinnovando la forma, hanno dato vita al cosiddetto «Rock Identitario» restando però fedeli ai riferimenti storici, politici e culturali. Mentre in Italia e in Francia, grazie all’attività di Jack Marchal (sua la definizione di «rock identitario» per connotare il filone alternativo di destra), si sviluppa la musica spontanea dei militanti, nel resto d’Europa prende piede il movimento skinhead che troverà il suo sfogo nel genere hard rock e punk. Gruppi musicali d’ispirazione nazionalista vicine alle due correnti aderiranno al RAC (Rock Against Communism), nato in Inghilterra negli anni ’80.

Per capire il valore che aveva assunto la musica per i ragazzi di destra basta rifarsi a queste poche righe rintracciabili sul sito della Compagnia dell’Anello, uno dei gruppi musicali storici: «Momento aggregante per chi militava a destra in quegli anni era il canto. Si cantava […] forse inconsapevolmente ma, di fatto, ripetendo il rito antico dei militi di ogni tempo che nel canto trovavano il momento di unificazione nella vittoria come nelle avversità». Erano brani semplici, ma estremamente chiari, per intenderci, come cantavano gli Amici del Vento, altro pezzo di storia nell’ambiente: «Basta prendere una chitarra, farci sopra quattro accordi». Si cantava dopo una manifestazione, nelle sezioni o, addirittura, come vera e propria arma di militanza per diffondere i sogni e le emozioni di un mondo sconosciuto e, spesso, anche temuto.

Hobbit

Prima edizione del Campo Hobbit 
(Montesarchio, 1977)

Sono i singoli cantautori che diffondono i loro pezzi durante incontri e manifestazioni in tutta Italia. Immenso fu a tal proposito il contributo delle tre edizioni del Campo Hobbit (’77, ’78’, ’80) in cui nasce l’idea di far conoscere all’esterno la musica nata nel ristretto ambiente di destra. Nascono così i primi settimanali a tema e le prime «radio libere» come Radio University, Radio Conero e Radio Alternativa in cui era possibile confrontarsi in diretta su molteplici temi in modo totalmente indipendente dal partito. Negli anni ’80 l’impegno politico giovanile subisce un generale e diffuso indebolimento. Il filone alternativo ne risente ma riesce a sopravvivere grazie all’operato dei «traghettatori» che, diffondendo in prima persona le canzoni non conformi, contribuiscono a creare una specifica tradizione, soggetta in quel periodo anche alle influenze skin.
È agli albori degli anni ’90, in un clima di relativa tranquillità, che i nuovi autori ricercano una maggiore qualità e una più ampia fruibilità. Da questo momento si può iniziare a parlare più propriamente di «Rock Identitario».

Morsello

Morsello in “Scusate se non posso venire”, Londra ottobre 1996

Nonostante gli sforzi, nonostante la creazione di case discografiche indipendenti, l’Alternativa non ha «sfondato» nel panorama musicale odierno, ma è normale che sia cosi: sono canti di contestazione, di protesta, e non verso un singolo governo, non verso una politica discutibile, ma contro gli stessi valori alla base del mondo moderno, della società emersa a fatica dalle rovine della Seconda Guerra Mondiale e delle naturali contraddizioni che ogni epoca porta con sé. Sono canti di ribellione, di una illusione quasi infantile, composti da militanti ingenui e genuini, ancora politicamente vergini e salvi dalla logica delle poltrone, per dirla alla Massimo Morsello sono «canti assassini, canti bambini».

Ettore Pelati