Milano

PIETRO LOREDAN, il Conte rosso

di Ben Oates

LOREDAN 4Una jeep sfreccia per le campagne del trevigiano. Nessuno immagina il pericolo che si correrebbe stando nei paraggi se l’automezzo dovesse avere un incidente: nel bagagliaio ci sono infatti decine di razzi pieni di tritolo. A guidare il veicolo è Pietro Loredan Gasparini di Volpago del Montello, per gli amici Piero, ma potremmo anche chiamarlo Giamburrasca grazie al talento che ha per la burla. Nato nel 1924, Loredan risiede nella sua splendida villa a Venegazzù che è stata ospedale della Croce Rossa durante la Grande Guerra: poi dopo l’8 settembre del ‘43 è diventata la sede di un comando tedesco tanto che, nell’estate del 1997, durante i lavori di ristrutturazione, verranno rinvenute svariate armi e bombe di proprietà della Wehrmacht.

Proprio da quella villa i nazisti spiccano un ordine di cattura nei confronti di Aldo, nome di battaglia che Loredan ha assunto nelle file partigiane di Pace e Libertà, dopo aver militato negli alpini guastatori. Pur facendo parte di una compagine non comunista qual è Pace e Libertà, Loredan si guadagna il soprannome di Conte rosso: è proprio in questo periodo che il dà il meglio di sé come amante della beffa andando di nascosto a dormire nella sua camera da letto, ritenendo quello l’unico posto dove i tedeschi mai avrebbero pensato di andarlo a cercare. Celebre anche la burla che Loredan fa ai danni di una compagnia di alpini inquadrata nella RSI: di notte, a ciascuno dei soldati, sottrae uno dei due stivali allineati ai bordi delle brande, causando così il rinvio di un’operazione militare da parte di quella compagnia.

È però dal «fuoco amico» che Loredan viene colpito e segnato per sempre nel fisico e non solo: in un’operazione dove deve distruggere denaro sequestrato in varie perquisizioni, al momento di dare fuoco al malloppo, viene colpito alle spalle da una raffica di mitra sparata da un paio di partigiani della Brigata Garibaldi: credutolo morto, i due si impossessano del denaro e fuggono via.

Terminata la guerra Loredan torna nella sua amata villa e dal suo adorato falco che chiama Baistrocchi, in onore di un partigiano piemontese. Con il decisivo apporto della sua compagna Anna Maria Pivetta, nella tenuta di Spineda, vicino Venegazzù, Loredan inizia a produrre un ottimo rosso che chiama «Capo di Stato» di cui omaggia anche i coniugi De Gaulle.

LOREDAN 2

Arrivano i favolosi anni Sessanta. In villa, Loredan ospita spesso il jet set del mondo dello spettacolo come ad esempio la troupe di «Signore e signori» o attori come la giovane Mariangela Melato verso la quale il Conte si diverte a passarle la mano sulla testa a mo’ di pelo e contropelo, regalando all’attrice cento lire per ogni passaggio. Altra burla del Conte è quella in cui, durante un pomeriggio assolato di agosto, convince la sua giovane cameriera a denudarsi completamente e fare un breve giro in bici intorno alla villa, col compito di rivestirsi in fretta subito dopo. Un signore in moto, che passa in quel momento, frena di scatto e avvisa il Conte della presenza di una ragazza senza veli: per tutta risposta il povero centauro si sente consigliare una doccia fredda per arginare il colpo di sole appena subìto.

Un giorno Loredan decide di acquistare dalla SIPE di Verona una gran quantità di razzi antigrandine, non più lunghi di un metro e con una gittata che supera il chilometro, sufficiente a esplodere sotto le nubi più basse: ogni razzo contiene un chilo di polvere nera e due di tritolo: Loredan li installa sulla sua jeep, portandoseli in giro nonostante siano in grado di distruggere un’intera cittadina.

Nella seconda metà degli anni Sessanta, il Conte inizia a maturare l’ossessione verso il pericolo comunista: diventa un vorace lettore di Julius Evola e si convince che occorre fare qualcosa per evitare la catastrofe. In quel periodo arriva addirittura a cercare risposte alle sue ansie politiche collegandosi con l’aldilà grazie alle sedute spiritiche di Bruno Lava, un geometra trevigiano, fin dal decennio precedente celebre medium tanto da essere seguito anche da illustri scrittori come Dino Buzzati, Goffredo Parise, Giovanni Comisso e Leo Talamonti, quest’ultimo giornalista esperto dell’occulto.

Per merito del conte Giacomo Pignatti Morano, cognato del generale del SID Gianadelio Maletti, Loredan entra in contatto con Ordine Nuovo e conosce Giovanni Ventura col quale stringe subito un legame. Il 1969 è un periodo molto frenetico: Loredan si incontra a Firenze con Junio Valerio Borghese per approfondire le voci che vogliono il Comandante a capo di un complotto per sovvertire l’ordine democratico; in primavera, su richiesta di Ventura, Loredan gli presenta Alberto Sartori, medaglia d’argento della Resistenza, fuggito in Venezuela per evitare un processo per l’uccisione di alcuni fascisti.

Sartori è rientrato in Italia da nove anni: ha subìto l’espulsione dal PCI con l’accusa di avere legami con l’intelligence inglese, ha aderito ai movimenti filocinesi per poi co-fondare il Partito Comunista d’Italia Marxista Leninista. Nell’incontro Ventura gli offre l’amministrazione della Litopress, una piccola casa editrice sovvenzionata da Loredan. Quando a Milano iniziano a scoppiare le prime bombe, Loredan si convince che dietro alle esplosioni ci sia Ventura e crede che l’ora X stia per scoccare.

Nel novembre dello stesso anno il Conte confida alla Pivetta che in occasione della parata militare del 4 alcuni ponti di Padova, già minati, sono pronti a saltare in aria; sempre negli stessi giorni la donna scopre delle bombe a mano celate nella biblioteca della villa e se ne disfa gettandole in un fiume. È la Pivetta che dà a Loredan la notizia della strage del 12 dicembre: il Conte inorridisce pensando ai morti innocenti, ma le cose per lui iniziano a complicarsi quando vengono scoperti i suoi finanziamenti destinati a Ventura.

Le indagini sulla strage si avvicinano sempre più a Loredan; dopo un interrogatorio con il giudice Gerardo D’Ambrosio, fugge in Argentina dove resta fino a quando non viene prosciolto da ogni accusa. Ma l’episodio più oscuro della sua storia rimane quello legato al sanguinoso attentato avvenuto di fronte la Questura di Milano il 17 maggio 1973.

Due giorni prima, a Treviso, un preoccupatissimo Loredan chiede appuntamento a Ivo Dalla Costa, importante funzionario del PCI veneto, al quale rivela che di lì a poche ore a Milano sarebbe avvenuto un grave attentato. I due si conoscono da tempo: per Dalla Costa il Conte è solo uno «squinternato con velleità pseudo rivoluzionarie». Perché Loredan sceglie proprio Dalla Costa, un «nemico», per fare quelle rivelazioni? Forse il Conte conosce l’attività informativa, del tutto spontanea, che Dalla Costa conduce fin dagli anni Sessanta sull’eversione nera veneta, attività questa fatta in accordo con la Polizia Giudiziaria e la Procura di Treviso. Comunque Dalla Costa non dà peso alla conversazione, ma due giorni dopo deve ricredersi e a quel punto il funzionario comunista avvisa il suo diretto superiore Domenico Ceravolo, dirigente veneto del PCI.

Seguendo una classica catena gerarchica, Ceravolo chiede e ottiene un appuntamento a Milano con Giancarlo Pajetta il quale si presenta insieme ad Alberto Malagugini, deputato del PCI, uno degli avvocati difensori di Pietro Valpreda e futuro giudice della Corte Costituzionale: è proprio Malagugini a incaricarsi di avvisare il giudice Emilio Alessandrini di quanto ascoltato dalla viva voce di Dalla Costa, ma poi misteriosamente nessuno va a parlare con il magistrato. Questa storia viene alla luce molti anni dopo grazie a un paio di interviste che Gianfranco Bertoli, l’autore dell’attentato del 1973, concede in pochi giorni al TG5 e al Corriere Della Sera, nelle quali rivendica con forza la «genuinità» del suo gesto. Le dichiarazioni di Bertoli indignano Dalla Costa che decide così di recarsi presso la Procura di Treviso per dare la sua versione dei fatti: al magistrato Dalla Costa giustifica il suo silenzio durato ventidue anni avendo ritenuto di non propagandare un episodio segreto che gli era stato riferito anche in virtù del fatto che comunque non era stato in grado di sventare l’attentato. Di questa inchiesta il Conte rosso non ne verrà mai a conoscenza.

Abbandonato da tutti, compresa la Pivetta che ha preferito sposare un tedesco, venendo comunque incontro alla richiesta di Loredan di evitare «terroni e svizzeri» quali possibili mariti, venduta ai Benetton la villa di Venegazzù, il Conte rosso passa gli ultimi anni della sua vita ripensando a quello che si doveva fare e non si è fatto. Malato di cancro ai polmoni per le troppe sigarette, muore per una banale caduta dalle scale che lo fa rimanere due giorni agonizzante a terra senza che nessuno potesse soccorrerlo. Viene trovato cadavere il 29 settembre 1994. E questa volta non è una burla.

FONTI

TG5 intervista a Gianfranco Bertoli, 15 marzo 1995

Corriere Della Sera, 21 marzo 1995

Tribunale Civile e Penale di Milano, testimonianza di Ivo Dalla Costa presso la Procura di Treviso, 24 marzo 1995

Tribunale Civile e Penale di Milano, testimonianza di Alvise Loredan, 24 aprile 1995

La Repubblica, 23 luglio 1997

Mimmo Franzinelli La sottile linea nera Rizzoli, Milano 2008

Paolo Cucchiarelli Il segreto di piazza Fontana Ponte Alle Grazie, Milano 2009

Anna Maria Pivetta Ritratto in nero Pivetta Editore, Montebelluna 2010

Conversazione telefonica con Anna Maria Pivetta, 26 luglio 2011

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La lettera di Moro non consegnata dai Br perché zeppa di elementi utili alle indagini

Le-Lettere-di-Aldo-MoroLe Brigate rosse recapitarono per ragioni politiche o per una oggettiva difficoltà solo una parte delle missive scritte da Aldo Moro a personalità pubbliche e alla famiglia. Tra queste ultime, acquista un particolare significato quella indirizzata a Luca Bonini, figlio di Maria Fida Moro, nipote del presidente Dc: è quel «piccolo Luca», spesso citato nella sterminata pubblicistica sul caso Moro, al quale lo statista fa spesso riferimento durante i 55 giorni nelle prigioni brigatiste. La lettera verrà diffusa soltanto nel 1990 a seguito del secondo, incredibile, ritrovamento di armi e documenti durante i lavori di ristrutturazione dell’ex covo brigatista di via Monte Nevoso a Milano, già oggetto di una irruzione, con relativa accurata perquisizione, da parte dei Carabinieri del generale Dalla Chiesa nell’ottobre 1978.

La missiva, che inizia con un «mio carissimo Luca, non so chi e  quando ti leggerà, spiegando qualche cosa, la lettera che ti manda quello che tu chiamavi nonnetto» ha l’apparente aspetto di una dolce dichiarazione d’amore di Moro verso il nipotino, ma contiene probabilmente diversi riferimenti sul luogo (o uno dei luoghi) in cui potrebbe esser stato tenuto prigioniero il presidente democristiano (nonostante la verità giudiziaria indichi in via Montalcini l’unica prigione). Ad accreditare una simile intuizione è Prospero Gallinari, tra i Br che spararono in via Fani, carceriere di Moro, in una intervista concessa a Mario Scialoja nell’ottobre 1990.

L’intervista, pubblicata su L’Espresso, prende il là dal già citato secondo ritrovamento nell’ex covo milanese di via Monte Nevoso che nel frattempo era stato oggetto di un passaggio di proprietà. Un rinvenimento di armi e scritti fotocopiati di Moro, posticipato di ben dodici anni rispetto al 1978, che lo stesso Gallinari definisce «incredibile», in un appartamento definito «scarnificato» dagli inquirenti all’indomani delle perquisizioni di fine anni Settanta: nell’intervista, resa possibile attraverso lo scambio di domande trasmesse in carcere e risposte per iscritto, il leader brigatista parla esplicitamente della attività di controllo e censura sugli scritti di Moro.

«Fra le lettere di Moro trovate adesso a via Monte Nevoso», chiede Scialoja riferendosi al secondo rinvenimento del primo ottobre 1990, «ce ne sono alcune mai rese note: le risulta che il presidente della Dc scrisse lettere che le Br decisero di non recapitare? E perché?» – Gallinari risponde: «In qualche caso, Moro chiese di correggere alcune lettere che stavano per essere recapitate: tra il materiale saltato fuori in questi giorni è stata evidentemente trovata la prima stesura di qualcuno di questi scritti, parzialmente diversa dal testo delle lettere poi consegnate. In altri casi, furono proprio le Br a chiedere a Moro di cambiare qualche espressione perché le parole che aveva usato potevano fornire delle informazioni agli inquirenti. Furono invece rarissime le occasioni in cui venne posto un veto alla spedizione dei messaggi: e una delle lettere non consegnate è stata proprio quella al nipotino Luca (pubblicata nei giorni scorsi) perché conteneva vari elementi che avrebbero potuto favorire le indagini».

Una ammissione incredibile che permette di andare a cercare nella breve lettera indicazioni utili a ipotizzare l’effettiva prigione di Moro (o una delle effettive). Tre sono i passi di interesse nel documento: quel «ora il nonno è un po’ lontano, ma non tanto…» concetto espresso nuovamente poco dopo con parole diverse («il nonno che ora è un po’ fuori») e un riferimento finale a uno scenario marino («e quando sarà la stagione, una bella trottata sulla spiaggia») che potrebbe far pensare a un luogo di detenzione non tanto lontano da Roma – forse vicino al mare – secondo una ipotesi già avanzata in sede di commissione d’inchiesta e nelle ricostruzioni della pubblicistica. Una intuizione che, insieme al sorprendente stato di pulizia e tonicità muscolare del corpo di Moro emerso in sede autoptica, si incrocia con il ritrovamento nelle urine di tracce consistenti di nicotina quasi che il presidente Dc avesse fumato nei giorni immediatamente precedenti la morte o subìto del fumo passivo. Uno scenario, questo, incompatibile con la versione consolidata di una prigionia durata quasi due mesi in un bugigattolo come quello di via Montalcini – delle dimensioni di tre metri per due – chiamato dai brigatisti «prigione del popolo».

 

Note

  • Per quanto riguarda la lettera a Luca non inviata dalle Br, vedi Selva, Marcucci in Aldo Moro, quei terribili 55 giorni, pagina 331
  • Sul tema della nicotina, vedi Relazione del Prof. Claudio De Zorzi sulle indagini chimiche eseguite in ordine alla morte di Aldo Moro, prima Commissione Moro, volume XLV, pagina 810

 

 

Patrizio Peci, il primo pentito delle Brigate rosse

Peci fu aiutato nel suo pentimento da alcune quaglie ripiene, due etti di prosciutto crudo, due paia di slip e calzini nuovi più un fumetto di Tex, di Topolino e un numero della Settimana enigmistica. Farà ridere, ma la strada alla sconfitta del terrorismo italiano è stata aperta anche da un peccato di gola 

(Maresciallo Angelo Incandela, ex comandante delle guardie carcerarie dello Speciale di Cuneo in una intervista al Corriere della Sera del 1994)

Patrizio Peci, a processo

– Patrizio Peci nasce a Ripatransone, vicino Ascoli Piceno; si trasferisce, ancora bambino, con la famiglia a San Benedetto del Tronto

– A partire dal 1970 inizia a frequentare la Rotonda del Lungomare, presso Benedetto del Tronto, luogo di aggregazione politica ma anche di spaccio

– Dopo un breve passaggio in Lotta Continua, dà vita ai PAIL (Proletari Armati per la Lotta)

– Nel 1976 partecipa all’assalto della sede Confapi di Ancona. Dopo questa azione entra in clandestinità. Sale al nord e dopo una tappa a Milano si trasferisce a Torino.

– A Torino fa da luogotenente a Raffaele Fiore (uno degli uomini presenti in via Fani); dopo l’arresto di quest’ultimo, avvenuto nel 1979, diviene responsabile della colonna torinese Mara Cagol, fino all’ arresto avvenuto nel 1980

– Dall’assassinio di Carlo Casalegno a quello del presidente dell’ Ordine degli Avvocati, Fulvio Croce, agli attentati contro uomini FIAT, contro le Forze dell’Ordine e contro esponenti della Democrazia Cristiana, si contano, in tutto, otto omicidi e diciassette ferimenti nei quali Peci ha svolto quasi sempre il ruolo di organizzatore e spesso di esecutore. Nel 1986 torna in libertà dopo un periodo di detenzione presso il carcere di Alessandria.

– Nel 1977 la direzione della colonna di Torino è formata da Raffaele Fiore (capo), Nadia Ponti, Cristoforo Piancone, Patrizio Peci, Rocco Micaletto. L’unica donna, la Ponti, scandalizzava gli altri componenti della direzione per il suo comportamento. «Girava in casa mezza nuda – racconterà Peci a Giordano Bruno Guerri – da questo punto di vista la sua condotta era scorretta. Non perché io sia un moralista ma perché sventolare così le tette sotto il naso di chi è magari mesi che non tocca una ragazza non è né corretto né gentile». La Ponti, fidanzata col romano Piancone, viene descritta come una esaltata. Sarebbe entrata nelle Brigate rosse più per spirito di avventura che per reale fede politica: «Qui mi si aprono prospettive che in una vita normale non sarebbero possibili», avrebbe detto.

– Il 22 aprile 1977 Peci partecipa alla gambizzazione di Antonio Munari, capo officina FIAT. L’azione viene rivendicata due giorni dopo

– Il 30 giugno 1977 prende parte alla gambizzazione di un altro dirigente FIAT, Franco Visca, che viene colpito anche alla milza

– Il 25 ottobre gambizza un militante della Democrazia Cristiana, Antonio Cocozzello

– Il 16 novembre 1977 partecipa al pedinamento e all’uccisione di Carlo Casalegno, vice direttore de La Stampa. Il giornalista viene colpito da diversi colpi di arma da fuoco (una pistola Nagant M 1895) al volto ma nonostante le ferite non muore subito, venendo trasportato all’ospedale Le Molinette. Le manifestazioni di solidarietà indette a Torino, nell’imminenza dell’agguato, non godono di grande partecipazione e tra gli operai FIAT è vasta l’indifferenza per le sorti di Casalegno, che morirà dopo 13 giorni di agonia il 29 novembre.

– Secondo Peci, Casalegno sarebbe stato condannato a morte (nonostante gli iniziali propositi di gambizzazione) dopo alcuni sprezzanti giudizi espressi nei confronti dei militanti della Rote Armee Fraktion (RAF) morti in circostanze poco chiare nel carcere di Stammheim, la notte del 17 ottobre 1977.

– Il 18 ottobre 1980 viene arrestato dai carabinieri del generale Dalla Chiesa, assieme a un altro brigatista, Rocco Micaletto. Le sue rivelazioni porteranno all’individuazione del covo di via Fracchia, a Genova.

– L’arresto di Peci e le oscure modalità che lo caratterizzarono, saranno fonte di tragici risvolti per la famiglia Peci e soprattutto per il fratello Roberto. Le Brigate rosse, in particolare, penseranno a “un doppio arresto” di Peci, il primo avvenuto su delazione di suo fratello e il secondo compiuto con maggiore clamore mediatico. Nel periodo tra i due arresti, Patrizio Peci avrebbe in pratica agito da infiltrato all’interno delle Brigate Rosse.

– A seguito di queste convinzioni, Roberto Peci, 25 anni, antennista, viene rapito dalle Brigate rosse dell’ala capeggiata da Giovanni Senzani. La mattina del 9 giugno 1981 riceve la telefonata di una persona che sostiene di essere un ingegnere di Macerata che, per il giorno successivo, gli chiede di installare un’antenna presso il villino di sua proprietà collocato in via Boito. Lì Peci trova invece una 127 rossa pronta ad aspettarlo. Seguirono giorni di trattative, contatti telefonici, appelli. Roberto Peci viene trucidato (il 3 agosto 1981, con undici colpi di arma da fuoco), dopo un lungo periodo di detenzione (55 giorni) e processo proletario nel quale gli vengono contestate le accuse di tradimento e delazione. La “confessione” del prigioniero verrà filmata e distribuita presso i canali clandestini, con più di vent’anni di anticipo rispetto alle pratiche che poi caratterizzeranno il terrorismo di marca islamista.

– Patrizio Peci esce dal carcere nel 1986. Attualmente vive in una località segreta con falso nome. Nel 2008 viene diffuso un film-documentario intitolato L’infame e suo fratello: inizialmente mandato in onda dalla tv svizzera, verrà ripreso nel programma RAI La storia siamo noi.

Alcune dichiarazioni di Patrizio Peci:

«Se avessi immaginato che finiva così avrei fatto i miei anni di carcere e Roberto non lo avrei sulla coscienza. Roberto era buonissimo, ma è sempre stato d’ accordo con tutte le mie scelte. Prima la contestazione, poi la lotta armata e infine la dissociazione» (Da una recente intervista su Oggi)

«La plastica facciale non sarebbe servita. Uno come me, con un´esperienza da clandestino nelle Brigate rosse, sa che per sparire il miglior nascondiglio è vivere tra la gente. Ormai sono un´altra persona, che vive e fa cose diverse, che ha una famiglia, un figlio. Nessuno avrebbe creduto che mi sarei salvato. All´inizio è stata dura, molto dura. All´epoca le Brigate rosse erano ancora forti e il rischio che mi trovassero era concreto; solo col tempo mi sono convinto che ce l´avrei fatta. Mia moglie l’ho conosciuta in carcere, per corrispondenza. Mi sono sposato poco dopo essere uscito di galera, è stata una scelta. Rientrare nella legalità, avere un´altra vita. Il matrimonio, un figlio, il lavoro, la normalità: era quello che cercavo. Mia moglie ha sempre saputo chi io fossi. Roberto non era responsabile di nulla, fu un fulmine a ciel sereno. Mi aspettavo che l´avrebbero fatta pagare a me. Ma io sarei stato in grado di difendermi. Sono stato, semplicemente, tra la gente. Avevo la mia vita, gli amici, la maggior parte dei quali ignorava la mia vera identità. Negli anni ho cambiato lavoro un paio di volte, e anche città. Ma non per sfuggire a qualcosa, solo perché avevo trovato un posto migliore, più remunerativo. I primi tempi sono stati difficili, adesso lavoriamo in due e va molto meglio. Mio figlio ha ventiquattro anni e adesso vive praticamente da solo. Non gli avevamo detto nulla su di me, l´ha scoperto da ragazzino quando vide una mia foto su un giornale. Alla fine ammisi di essere io quello e, insieme a mia moglie, piano piano gli abbiamo raccontato tutto. Non gli ho mai chiesto di mantenere il segreto sulla mia vera identità, ma lui lo ha fatto automaticamente e se ne è assunto la responsabilità. Ha capito la buona fede del padre. Del resto non ho mai avuto una scorta, se non quando mi dovevo presentare in posti ufficiali, dove si sapeva che sarei andato. Sembra incredibile, ma, in questi venticinque anni, ho fatto sempre la stessa vita, mimetizzato in mezzo alla gente. È il modo migliore per sparire. Certo, problemi ce ne sono stati e tanti. Soprattutto quelli legati all´identità, a cominciare dal libretto della mutua. Mio fratello era anche un amico, la persona sulla quale avrei potuto fare affidamento, appena uscito dal carcere. Con lui avrei potuto risolvere tante cose, consigliarmi. In me è scattato un tale odio per i responsabili. Un odio che è rimasto uguale da allora e che mi porto sempre dentro, anche se non guardo i giornali che ne parlano, anche se, quando mi capita di incrociare una qualche trasmissione tv, subito spengo. Dubbi all´inizio ne avevo tanti, e anche sofferenza, già prima di essere arrestato. Non ero più convinto di quello che avevo fatto e, dopo Moro non sapevamo più come andare avanti. Quella non era la mia crisi, era quella di tutte le Brigate rosse. Lo so, io sono stato il primo, ma se la mia scelta fosse rimasta singola, isolata, non si sarebbe creato il fenomeno della dissociazione. E quindi le bierre non si sarebbero disintegrate. La mia dissociazione fu un po´ quella di tutti. Non fu lo Stato a distruggere le Brigate rosse, siamo noi che ci siamo autodistrutti. La nostra strategia non era giusta, non lo era la violenza in Italia, in quelle condizioni. Non lo era aver provocato tanti danni, morte e dolore. Beh, glielo dico, all´epoca sono tornato perfino a San Benedetto qualche volta, la città dove ho vissuto, la mia città. Fu qualche anno dopo; sono stato a trovare mia madre, i miei parenti. E ho anche dormito in casa di mia madre. E senza i miei amici carabinieri che qualche volta lasciavano correre, altrimenti non campavo più. La mattina andavo al mare e una volta il padrone dello chalet mi ha perfino riconosciuto, abbiamo pranzato insieme. Ci pensi, se fosse venuto fuori: Peci sta al mare a San Benedetto, ci avrebbe forse creduto qualcuno? È tutto lì il bluff» (Intervista rilasciata a Silvana Mazzocchi)

“IO, L’INFAME” (Sperling & Kupfer Editori Spa)

Patrizio Peci è morto il 18 maggio 1983. Patrizio Peci ero io. Il 18 maggio 1983, a Torino, l´uomo conosciuto con il nome di Patrizio Peci entrava in un´aula del tribunale di Torino per testimoniare contro i suoi ex compagni, principale teste d´accusa nel processo contro le Brigate rosse. Fino a quel giorno ero stato un brigatista, dopo di allora divenni il più feroce nemico dei brigatisti, l´uomo che aveva reso possibile lo smantellamento della più importante organizzazione armata degli anni di piombo. Peci “l´infame”, perché aveva tradito il codice di omertà che lega tra di loro gli ex terroristi, spesso anche dopo la cattura.

Peci “l´infame”, perché aveva vuotato il sacco, chiuso ogni margine di ambiguità possibile, perché si era bruciato i ponti dietro le spalle; infame perché aveva fatto i nomi, perché aveva collaborato con il generale, perché aveva scelto quegli stessi carabinieri che gli avevano dato la caccia. Infame perché era passato dalla parte dei suoi ex nemici, che adesso erano destinati a diventare i suoi unici compagni di vita. Peci, l´ex combattente convinto che la guerra sia finita.

«Perché non ti fai una plastica?». Se dovevo restare in questo paese, bisognava immaginare come. Se non dovevo trasferirmi all´estero, era indispensabile trovare un modo per vivere in Italia. Ci pensai a lungo e giunsi a un´unica conclusione. La sola cosa della vita di Patrizio Peci che poteva servire anche alla vita del nuovo Patrizio era quello che Peci sapeva fare meglio. Ovvero vivere nelle città, dissimularsi tra mille esistenze anonime, vivere da clandestino. Sfuggire alla condanna a morte delle Brigate rosse con gli stessi strumenti appresi alla scuola delle Brigate rosse.

L´ultima scelta, se possibile, fu ancora più importante. Vivere con la mia faccia di sempre, l´unica che conoscevo. Quella a cui ero affezionato. Uno a cui capita di morire, una volta nella vita, può cambiare tutto. Tutto, ma non l´immagine che guarda la mattina quando si ritrova davanti allo specchio. Era un azzardo, mi dicevano. Ma sentivo che potevo farlo. Ero convinto di aver imparato una regola, nel periodo della mia prima latitanza.

Un giorno, al mare, mi ero ritrovato in spiaggia. Ero bardato, senza baffi, apparentemente irriconoscibile rispetto all´identikit diffuso dai giornali. Mi capitò di incrociare lo sguardo di un amico di infanzia, dietro un ombrellone, di esserne come attraversato, di avere la certezza matematica di essere stato riconosciuto.

Quel giorno mi ero convinto che se qualcuno ti riconosce non è per la forma del naso, o per il modo in cui la mascella si appoggia sul tuo collo, o per il taglio delle sopracciglia. Se uno ti riconosce, quando sei latitante, è perché ti sa guardare negli occhi. Ma siccome gli occhi sono quelli, e nessuno te li può cambiare, decisi che già che c´ero avrei corso il rischio, che avrei tenuto anche la mia faccia. Il primo anno fu durissimo. Il secondo migliore. Dal terzo iniziai a pensare che ce l´avrei potuta fare. Scegliere di fare un bambino, insieme, fu la traduzione di questa certezza acquisita, fu il passo di non ritorno nella normalità. Il ritorno alle responsabilità era un altro passo che mi separava dalla mia vita precedente. Essere responsabile di una vita è la cosa che più ti allontana da un´esistenza in cui le vite non contano.

Oggi mio figlio ha ventiquattro anni, e un segreto. Non è stato sempre così. Non gli avevamo detto tutto, quindi per molti anni anche lui ha coltivato il dubbio. Quando era piccolo non si faceva troppe domande. Non ci chiedeva chi fossero gli “amici” con la pistola che spesso ci venivano a fare visita, non mi faceva domande sullo “zio Creso” e sullo “zio Picciotto”, i due carabinieri che dopo avermi dato la caccia erano diventati i miei migliori amici. Quello era il suo mondo, la sua famiglia, la normalità, i volti delle persone che conosceva da sempre.

Certo, come una premonizione, c´era la sua passione per gli anni di piombo, per i programmi di Giovanni Minoli e per gli articoli dei giornali. Non ci eravamo dati regole perentorie, io e mia moglie, se non questa: quando lui faceva domande, noi rispondevamo sempre.

La verità iniziò a farsi largo a poco a poco, per gradi, come se si fosse trattato di un destino ineluttabile, di una necessità. Un giorno, improvvisamente, ogni filtro cadde.

Mio figlio mi venne incontro con in mano una copia di un giornale, credo La Stampa. Non ebbi bisogno di leggere per sapere di cosa si trattasse. C´era un articolo su Peci e una foto dei tempi del processo. Era una vecchia immagine in bianco e nero, per giunta un po´ sgranata, dove apparivo molto diverso da come ero in quei giorni. Ma se la regola dello sguardo ha un senso per chi ti ha conosciuto bene, figuratevi se uno sguardo può mantenere un segreto di fronte a un figlio.

Disse semplicemente: «Papà, questo sei tu».

Io provai a scherzarci su, e risposi ridendo: «Sì, figurati, sono il terrorista Peci». Lui continuò, senza farsi scoraggiare dalla mia battuta: «Papà, Peci sei tu, io lo so».

Mi sono accorto solo per caso che io sono l´unico. L´unico che negli anni di piombo abbia abitato entrambi i gironi dei dannati: sia fra le vittime sia fra i carnefici, sia fra chi ha amministrato la morte sia fra chi ha conosciuto la morte, quella di una delle persone più care, quella che ti fa conoscere il senso della perdita irrevocabile. Sono l´unico, e non è certo un privilegio. È come se queste due parti della mia storia e della mia personalità si inseguissero in tondo dentro di me, in un moto perpetuo, e non si incontrassero mai. Come se aver impugnato una pistola per sparare mi rendesse ancora più difficile, e non più facile, capire le ragioni di chi ha sparato.

Ogni volta che penso a mio fratello, e a quello che gli hanno fatto, alla squallida messa in scena allestita a beneficio dei giornali, alla foto dell´esecuzione scattata come se si trattasse di un film, al canto di Bandiera rossa mandato in onda mentre gli leggono la sentenza di morte, sento ribollire il sangue nelle vene per l´ira. Anni fa, come ho già raccontato, credevo che avrei trascorso quello che mi restava da vivere a inseguirli con la pistola in mano. Oggi che l´idea della vendetta è passata come una febbre tropicale dentro di me, sento solo un grande vuoto: il senso della perdita e dell´assenza. Non potrò perdonare mai. Mai. Perché non si può perdonare quello che non ha senso.

E forse è per questo che i parenti delle vittime non riescono a spiegare mai, a chi non lo ha conosciuto, il senso del lutto. Non puoi perdonare la perdita irrevocabile, soprattutto quando sai che non c´era motivo, soltanto odio e ferocia animalesca in chi ha premuto il grilletto. Ancora oggi, di questi brigatisti del presunto Fronte delle carceri, quelli che realizzarono il sequestro, penso un´unica cosa: che sono delle bestie.

Oggi, a distanza di tanti anni, non so dire se davvero sono io quello che ha smantellato le Brigate rosse. Non sono un presuntuoso, non mi interessa appuntarmi medaglie sul petto, non è nel mio carattere. Ma di una cosa sono sicuro: io ho anticipato, con la mia scelta, qualcosa che doveva accadere. Sono stato lo strumento che ha reso possibile qualcosa che era già nella storia.

Oggi, dopo che è passato un quarto di secolo, e che il tempo ha misurato il peso delle scelte, penso semplicemente questo: non ho rimpianti, non ho rimorsi. Sono felice di avere fatto quello che ho fatto, perché era giusto farlo.

Milano odia: la polizia non può sparare

Film del 1974 con Tomas Milian. Regia di Umberto Lenzi.

Giulio Sacchi (Tomas Milian) è un disoccupato di Milano che gravita nella malavita locale. L’ultimo colpo è quello contro una banca: alla guida di una Citroen Ds porta i complici sull’obiettivo ed aspetta col motore acceso. Primo grossolano errore che attira l’attenzione di un vigile. Costui gli chiede i documenti, intende fargli una multa per aver parcheggiato in divieto di sosta. Sacchi perde la testa e spara facendolo secco. I complici risalgono in macchina senza aver potuto completare la rapina, prendendo come ostaggio un bambino. Ne consegue un furioso inseguimento con la polizia ma i banditi, riuscendo a forzare un passaggio a livello, seminano gli sbirri e si sbarazzano (fortunatamente in modo incruento) del piccolo ostaggio.
La banda di rapinatori “processa” a modo proprio Sacchi con una grandinata di botte, incolpandolo di codardia e stupidità. Quando si fa un colpo bisogna cercare di limitare i danni al contrario di quanto fatto da Sacchi che col suo sconsiderato comportamento ha messo i complici nelle condizioni di poter fare una strage.

Il pensiero fisso del protagonista è quello di realizzare il colpo che possa sistemarlo per tutta la vita. L’idea gli viene quando va a prendere dal lavoro la fidanzata ed ha modo di osservare la giovane figlia del “padrone”: Marilù, 20 anni (Laura Belli). Da quel momento in poi Sacchi avrà il chiodo fisso di sequestrare la ricca rampolla: si informa pertanto sugli spostamenti della ragazza e chiede alla sua fidanzata la disponibilità dell’auto per compiere il delitto.
Nel mentre Sacchi ha l’occasione di seminare un altro morto (ancora un agente che lo coglie sul fatto mentre ruba le monetine da un distributore automatico di sigarette). E’ qui che avviene l’incontro col commissario Grandi, che arriva sul posto e viene sfottuto dall’omicida cammuffatosi tra la folla (“Commissario, mi dice un posto dove prendere le sigarette a quest’ora?”).

Il piano per sequestrare Marilù va avanti e coinvolge due amici di Giulio (Ray Lovelock e Gino Santercole). Si tratta di due tipi qualsiasi, uno fa il tabaccaio l’altro una professione non precisata. Tutti e due, come Sacchi, vorrebbero fare soldi ma si dilettano in piccoli contrabbandi che non portano a niente.
I tre devono risolvere il problema dell’approvvigionamento armi e lo fanno rivolgendosi ad un vecchio pappone che abita presso i Navigli. Costui si è riciclato nel commercio dei “ferri” ed accoglie i ragazzi per fornire loro un paio di mitra. Naturalmente non hanno soldi per pagare e risolvono la questione mitragliando l’uomo assieme alla sua anziana consorte, così provando in un certo senso la funzionalità delle armi.

Il rapimento di Marilù è uno dei pezzi forti del film: il primo tentativo avviene in un bosco nel quale la ragazza si era rifugiata con l’auto in cerca di un po’ di intimità col proprio ragazzo. I tre loschi individui – opportunamente impasticcati – assaltano la macchina uccidendo il povero fidanzato. Qualcosa va però storto, perché Marilù riesce a scappare trovando ospitalità in una villa vicino al bosco. I tre banditi non si danno per vinti ed una volta capito dov’è la loro preda daranno vita ad una macabra sarabanda di sesso e morte.

Milano Odia è opportunamente considerato il miglior film di Umberto Lenzi. Sicuramente il più “totale”, il più importante sotto il profilo della sceneggiatura con un Tomas Milian straordinario ed estremamente cattivo.

Giulio Sacchi – nella ricca Milano dove conti solo se hai i soldi – è un disoccupato con ingiustificati sogni di gloria. Non ha una gran voglia di lavorare ed in ogni caso ritiene che sudando onestamente dalla mattina alla sera non si possano raggiungere certi livelli. A lui interessa “la grana”, sistemarsi per tutta la vita, condurre una esistenza da gran signore e non pensa di avere alcuna possibilità di realizzare nella legalità questo progetto. Di conseguenza è pronto a tutto. Egli disprezza il mondo che lo circonda: il suo boss (Ugo Maione, interpretato da Luciano Catenacci), la fidanzata che considera nient’altro che una matura puttana,  i suoi amici che “vorrebbero ma non possono”, disprezza soprattutto Marilù – la figlia del ricco Porrino – al quale rinfaccia sempre la bella vita. Perché agli altri sì e a lui no? Se avesse domandato a Porrino un po’ di soldi non glieli avrebbe di certo dati. Ed ecco che gli sequestra la figlia. E’ un suo diritto farlo, perché anche lui deve poter condurre una vita da gran signore. Questa è la logica di Sacchi che vede attorno a sé una ricchezza esagerata, mortificante, soprattutto non corrispondente a particolari meriti personali. E se si hanno pochi freni inibitori queste ragioni possono essere sufficienti ad organizzare un sequestro di persona ed essere disposti anche ad ammazzare.

Milian straordinario, alcolizzato ed impasticcato a dovere (anche nella realtà). Bravi i due partner a latere del protagonista (Lovelock, suo malgrado una vera icona del cinema di genere, e Gino Santercole). Anita Strindberg fa la parte della fidanzata di Sacchi (povera lei). Ma la sorpresa è Henry Silva: una vita passata a fare il killer si ritrova in “Milano odia” catapultato in un ruolo da commissario che inizialmente lascia perplessi (nel ricordo appunto di cliché consolidati) ma che col passare dei minuti diventa sempre più convincente e credibile. Silva recita un commissario dal grande sangue freddo e dal discreto senso dell’umorismo. Ma con una fortissima determinazione a catturare il criminale che sta insanguinando la città. Sembra uscire sconfitto dal confronto, forse giuridicamente lo è, ma nell’ultimissima scena saprà riprendersi una amarissima – disperata – rivincita.

Musica di Ennio Morricone.

San Babila ore 20: un delitto inutile

Film del 1976, regia di Carlo Lizzani.

Un gruppo di quattro sanbabilini poco più che maggiorenni ozia dalla mattina alla sera nel centro di Milano. Siamo nella metà degli anni 70 a San Babila, la parte della città notoriamente più orientata a destra. Una sorta di enclave neofascista. I quattro ragazzi si muovono a bordo di una Citroen Mehari: due provengono da famiglie benestanti e frequentano ancora il liceo, il terzo è sostanzialmente leader del gruppo nonché confidente della polizia mentre il quarto è un giovane immigrato napoletano che presta servizio presso un commerciante della zona.
Il gruppo appare isolato dal resto del contesto neofascista sanbabilino e passa le sue giornate a effettuare sciocche provocazioni nei confronti dei rossi: pure e semplici azioni di vandalismo come la distruzione di motorini magari sotto gli occhi della polizia che ha l’ordine di non intervenire.
I quattro rimorchiano una ragazza di origini svizzere, una sventola non particolarmente perspicace, che comunque decide di diventare l’amante (si fa per dire) di uno dei ragazzi. Il gruppo decide di organizzare un attentato contro una sede comunista: l’azione viene “subappaltata” al più debole del gruppo, quello che “fisicamente e caratterialmente potrebbe essere più un rosso che un fascista”. Si tratta di piazzare della dinamite. Il sanbabilino fa tutto quello che deve, ma all’ultimo momento gli manca il coraggio di accendere la miccia: lascia quindi i candelotti in un cesso decidendo di darsela a gambe. Ovviamente non dice una parola ai suoi camerati e il “gioco” finisce lì, anche se tutti, in fondo, tirano un sospiro di sollievo.
L’ennesima bravata è una vera e propria esibizione di falli finti all’interno di una piazza. La gente guarda imbarazzata o fa finta di non vedere, fino a quando la polizia piomba sul posto a sirene spiegate e arresta tre dei quattro. Per una volta la forza pubblica è intervenuta: la cosa appare inspiegabile ai ragazzi che godono di protezioni politiche piuttosto evidenti. Una sorta di sinistro presagio per un epilogo di sangue.

Carlo Lizzani offre una narrazione zeppa di stereotipi (sanbabilini neofascisti con Ray-Ban, stivaletti e giacche di pelle), ma che può fare comunque presa sullo spettatore interessato agli anni 70. I quattro protagonisti sono attori non professionisti, tranne forse quel Pietro Brambilla che avrà modo di recitare nello stesso 1976 con Pupi Avati. Le facce sono giuste; il tentativo è quello di mettere in scena del neorealismo, ma il risultato non è pienamente raggiunto.SBH20 (2).PNG
I quattro “cattivi” del film sono approssimativi, maldestri, in un certo senso naif. Il “leader” interpretato da Pietro Brambilla non ha una occupazione: è un puro e semplice agitatore politico e, come scritto sopra, informatore di polizia e stampa. In pratica vende soffiate e non di rado taglieggia i suoi stessi camerati per custodire “segreti” imbarazzanti. Si intuisce che comunque ha dietro una famiglia benestante. Il secondo personaggio è quello interpretato da Daniele Asti, altro attore non professionista con un viso interessante. Il suo personaggio ha un rapporto conflittuale con la madre: la donna lo segue a bordo di una Mercedes, in alcuni tratti dando quasi l’impressione di volerlo abbordare (paradigmatica e tristissima la scena nella quale la signora offre “un deca” al figlio affinché vada con lei a fare un giro e parlare un po’). E’ questo il ragazzo al quale viene richiesto di piazzare la bomba presso la sede comunista.

C’è poi l’immigrato napoletano (Pietro Giannuso), quello che “è rimasto contadino nella testa perché non accetta l’autorità”. E’ il più povero del gruppo, ma forse il più determinato: ha tra l’altro una mira da killer, come dimostra nel tiro a segno. Si tratta di una sorta di Dr. Jekyll & Mr. Hyde, perchè ha la capacità di stare in società e lavorare sodo, ma anche di diventare prepotente e aggressivo soprattutto con le donne. Il quarto sanbabilino, senza dubbio il più ricco, è interpretato da Giuliano Cesareo. Il padre è completamente pazzo, ma pieno di soldi (e probabilmente fascista). Una famiglia distrutta, considerando il rapporto di grande conflittualità tra i genitori. Questo ragazzo è però particolarmente intelligente e riesce a tenere testa a un commissario della buon costume che lo ha arrestato, assieme agli altri, per la storia dei “falli di gomma”.

Interessanti anche alcune figure di contorno, come quella dello sbirro “psicologo” (molto presente nei polizieschi di Fernando Di Leo) che di fatto prevede per il sanbabilino napoletano una pessima fine o anche quella della ragazza svizzera (Brigitte Skay) abbordata dal gruppo, feticista ed apparentemente cretina, che poi sarà decisiva nello svolgimento della storia.

Il film si basa su una vicenda realmente accaduta.