Mario Sossi

Il golpe in bianco di Edgardo Sogno

edgardo-sogno

di Ben Oates

In uno dei cortei della cosiddetta Maggioranza Silenziosa movimento definito di destra o conservatore che caratterizza la prima metà degli anni Settanta – si inneggia a Edgardo Sogno perché «l’Italia ne ha bisogno». Nato a Torino nel 1915, ufficiale di cavalleria, dopo l’8 settembre entra nella brigata Franchi, la compagine della Resistenza collegata agli inglesi dove si guadagna la Medaglia d’Oro: celebre il suo audace tentativo di liberare Ferruccio Parri prigioniero delle SS nell’hotel Regina di Milano.

Negli anni Cinquanta Sogno entra in diplomazia ricevendo prestigiosi incarichi a Parigi, Buenos Aires, Washington e Rangoon, capitale della Birmania dove è ambasciatore; quelli sono anche gli anni nei quali, insieme a Luigi Cavallo, fonda l’organizzazione anticomunista Pace e Libertà e, nell’ottobre del 1956, si adopera per mettere in salvo molti profughi ungheresi, dopo che il loro Paese è stato invaso dalle truppe sovietiche.

Alla fine degli anni Sessanta rientra in Italia e, preoccupato per la piega politica che a suo dire sta pericolosamente pendendo verso un’inevitabile vittoria del PCI, nel 1971 a Milano fonda i Comitati di Resistenza Democratica ai quali partecipano alcuni suoi ex compagni della Franchi e il suo vecchio amico Randolfo Pacciardi. Nei tre anni successivi l’attività dei Comitati è caratterizzata da incontri pubblici e privati, con numerose personalità del mondo politico, economico, culturale e militare, tutti legati dall’anticomunismo e dall’antifascismo, tutti con l’obiettivo di una svolta presidenzialista di tipo gollista da attuare prima che il Paese cada nelle mani dei comunisti. Per Sogno il momento di passare dalle parole all’azione arriva nella primavera del 1974 quando, nell’arco di un paio di settimane, le Brigate Rosse rapiscono a Genova il giudice Mario Sossi e tentano la stessa cosa con lui a Milano facendo irruzione nel suo ufficio, in quel momento però deserto.

Nei progetti di Eddy, così lo chiamano affettuosamente gli amici, prende corpo l’idea di un colpo di Stato liberale, di un golpe bianco appunto, in grado di creare le condizioni per un governo guidato da Pacciardi e formato da autorevoli rappresentanti di tutte le forze politiche a eccezione naturalmente dei comunisti; nell’esecutivo Sogno sarà il ministro della Difesa. Egli contatta le più alte cariche militari del paese, comprese quelle dell’Arma dei Carabinieri come il generale Giovanni Battista Palumbo, comandante della divisione Pastrengo, il quale ritiene indispensabile un lancio di missili da parte della Marina Militare sul carcere di Alessandria dove, a suo dire, sono reclusi dei pericolosi comunisti; nel progetto c’è anche un generale in pensione, negli anni Cinquanta capo di stato maggiore della Difesa. Sogno sa di avere l’appoggio ideologico e morale delle massime cariche della Magistratura; anche importanti esponenti della corrente «gollista» della Democrazia Cristiana saranno della partita, ma solo a cose fatte.

Non succede nulla. Alla fine di agosto del 1974 Luciano Violante, giudice istruttore di Torino, emette ordine di perquisizione dell’abitazione di Sogno e poi lo incrimina per cospirazione politica, accusa sostenuta dal sostituto procuratore della Repubblica del capoluogo piemontese. Due anni dopo scatta l’arresto; Sogno rimane in prigione poco più di un mese e mezzo. Nel 1978 arriva il definitivo proscioglimento da tutte le accuse perché il fatto non sussiste.

Il golpe bianco, il colpo di mano cioè che avrebbe dovuto trasformare la nostra Repubblica sul modello di quella francese voluta da De Gaulle, non influenza per nulla la politica italiana: nel maggio del 1974, con la vittoria del fronte divorzista al referendum, inizia l’ascesa delle sinistre che continuerà inesorabile, toccando l’apice alle elezioni politiche del 1976, quando il PCI sfiora il 35 per cento dei consensi.

Charles De Gaulle si auto nominò capo del governo causando di fatto la fine della quarta repubblica e l’inizio della quinta: era la Francia del 1958. Era Charles De Gaulle.

 

FONTI

Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, (trasmissione tv) Rai 1989

Aldo Cazzullo, Testamento di un anticomunista, Mondadori Milano 2000

Giorgio Galli, L’Italia dei golpe, convegno al Noir in Festival, Courmayeur 2004

Annunci

Rapimento Sossi: chi fingeva di non capire e chi aveva capito (molto)

Mario Sossi, prigioniero delle Brigate rosse

Mario Sossi, prigioniero delle Brigate rosse

Tra le prime esercitazioni di disinformazione attuate dalla stampa italiana durante gli anni del terrorismo non si può non citare il caso del lungo sequestro di Mario Sossi, il sostituto procuratore prelevato a Genova, il 18 aprile 1974, da un commando delle Brigate rosse. Nonostante la ormai quadriennale “attività” delle Br sullo scenario italiano molti organi di stampa continuavano a condividere un atteggiamento prudente, se non scettico, circa gli effettivi responsabili di questa e altre simili operazioni. Non si credeva, insomma, che una formazione armata in Italia potesse far propria l’ideologia marxista-leninista: le Brigate rosse non potevano che essere “sedicenti”, forse “fasciste”, di sicuro “al servizio della strategia della tensione”. Mario Sossi, nella prima metà degli anni 70, si era reso protagonista di una serie di inchieste ad alto contenuto politico acquisendo una fama di giudice implacabile presso gli ambienti dell’estrema sinistra: si pensi al processo alla banda “XXII Ottobre”, nel quale l’allora giovane pubblico ministero riuscì ad ottenere pesantissime condanne. Ed è per questo carattere di inflessibilità, un ostentato atteggiamento “da duro”, che Sossi diventa presto un obiettivo dichiarato di gruppi più o meno armati operanti nella vasta area di “contiguità” al terrorismo. Chi erano questi brigatisti? I nomi, già conosciuti presso le questure perché numerosi erano stati i precedenti sequestri di persona a scopo politico, dovevano essere piuttosto familiari a quei giornali di partito che continuavano a definire le Brigate rosse “sedicenti”.

Ancora nel 1974 le Br erano per tanti organi di stampa un mistero. Di sicuro non erano “rosse”, ma forse “nere”: riflessione condivisa non solo dal maggiore giornale della sinistra italiana – l’Unità – ma anche dai quotidiani “borghesi”, all’interno dei quali vanno però segnalate posizioni più sfumate, vere aree di pensiero laico, come quella dell’allora quarantenne Andrea Barbato: gli elementi da collazionare per giungere a conclusioni sostanzialmente esatte, circa gli obiettivi e la reale natura delle (non presunte) Brigate rosse, c’erano tutti già da allora e Barbato lo dimostra.

 “La Stampa”, 30 aprile 1974.

Il “processo proletario” contro il giudice Sossi, prigioniero delle Brigate rosse dal 18 aprile, continua. I rapitori tacciono, dopo il laconico e minaccioso messaggio di tre sere fa; la polizia dispone solo di magri indizi, la scoperta del nascondiglio appare difficile. Non solo questo sequestro è ormai il più lungo fra quelli firmati dalla formazione che ha per simbolo la stella asimmetrica, ma sembra evidente che esso segni una svolta nella tattica e nel comportamento del gruppo clandestino. Sossi è interrogato da undici giorni: un tempo non solamente interminabile per la sofferenza umana del recluso, ma anche così lungo da rivelare le intenzioni dei rapitori. Non siamo più dinanzi ad un atto “esemplare” di punizione di un avversario. Se la prigionia e il processo si prolungano tanto (e non vi sono segni che annuncino la fine) se si sfida con tanta sicurezza il rinnovato attivismo della polizia, è perché i “brigatisti rossi” si attendono veramente di strappare qualche rivelazione al magistrato. Esigono da lui, oltre a una serie di particolari tecnici e sostanziali sulle istruttorie che riguardavano i loro “compagni di lotta” anche una testimonianza ideologica che colori di dubbi politici le istruttorie stesse. In che misura Sossi collabora con questo proposito dei suoi carcerieri? Dalla lunghezza della detenzione, si dovrebbe dedurre che le sue “deposizioni” sono insoddisfacenti. “Sossi è un uomo di forte spirito legalitario”, ha detto stamane il funzionario che guida le indagini (quel dottor Umberto Catalano anch’egli menzionato nel volantino di venerdì notte) “probabilmente parla poco. Per lui collaborare significa certamente violare dei segreti, compiere un atto illegale”. Ma il punto più importante è un altro. Il sequestro di Sossi somiglia certamente, per le tecniche e l’ideologia che le accompagnano, alle precedenti gesta delle Brigate rosse che vanno dal rapimento di Idalgo Macchiarini a quello di Enrico Amerio. Ma stavolta le Brigate rosse escono dal mondo delle fabbriche in cui si erano finora aggirate e investono in pieno l’apparato dello Stato per impadronirsi di suoi eventuali meccanismi nascosti, di presunti segreti nella sua struttura. Non è più un “mordi e fuggi” com’era scritto in un cartello appeso al collo di una delle vittime; e non è neppure la rozza filosofia contenuta nello slogan “colpiscine uno per educarne cento”. Qui siamo all’assalto al “cuore dello Stato” o più ancora assistiamo passivamente a una contro-indagine. Le Brigate rosse non si contentano di compiere un attentato a fini dimostrativi, ma vogliono esibire una loro costruzione, sia pure coatta, della verità.Quale verità? Finora tra i molti fascicoli processuali di cui Sossi è chiamato a rispondere davanti ai suoi sequestratori si sa solo che è stato aperto il “dossier” del rapimento di Sergio Gadolla. Il caso è lontano, giudicato e chiuso. Riaprirlo significa cercare un corpo per quelle ombre che non furono certo taciute al tempo delle indagini e del vero processo. Fu proprio Mario Rossi al dibattito che lo vedeva imputato e che gli valse l’ergastolo ad affermare che “Sergio Gadolla era venuto con noi spontaneamente”. Le zone d’oscurità di quella vicenda furono a suo tempo ampiamente discusse in aula e sui giornali: perché Sergio Gadolla si presentò in libertà asciutto e inappuntabile, dopo quella che doveva essere una marcia sui monti sotto pioggia alluvionale? E quale fu il ruolo del missino Vandelli, creditore di grosse vincite al gioco che temeva di non incassare, nella organizzazione del rapimento? E oltre ad una deferenza di tipo “sociale” c’era qualche altro legame tra l’allora commissario Domenico Nicoliello (oggi capo della mobile di Genova) e la famiglia Gadolla? E’ probabilmente su queste linee e su questi dubbi forse appresi dalle cronache del tempo, che insistono i rapitori di Sossi nel loro interrogatorio. “Non ha nulla da rivelare nella sua borsa non c’era nessun documento segreto” ripetono magistratura e polizia genovesi. Non siamo ormai dinanzi ad un atto di guerriglia, compiuto da militanti che si considerano rivoluzionari, a sinistra di ogni sinistra. L’attività delle Brigate rosse compie una scalata, un salto decisivo. Non è più l’azione pseudopartigiana, il sabotaggio della vita di fabbrica e dei contratti di lavoro, la battaglia dichiarata al neofascismo, la lotta ai partiti e ai sindacati. I brigatisti rossi si trovano obiettivamente collegati con quelle formazioni Gap, più decise nell’attivismo clandestino, dei cui componenti chiedono oggi la liberazione dal carcere. Ora il programma politico delle Brigate rosse sembra ancor più “avanzato” dell’intenzione iniziale di “eliminare” i poliziotti, espropriare i capitalisti. Persino l’estrema sinistra extraparlamentare, divisa nella diagnosi del fenomeno, non è divisa nel giudizio. Alcuni li ritengono dei provocatori, prevedono che la liberazione di Sossi avverrà dopo il 12 maggio, li disegnano perfettamente inseriti in una strategia che vuole contrapporre la violenza rossa alla violenza nera per dimostrare la debolezza dello Stato e per invocare poi la mano forte. Altri, invece, ammettono che la matrice delle Brigate rosse è la lotta di classe, che la scuola politica è quella della sinistra, sia pure estrema; ma anche questi ultimi concludono con una condanna dei metodi e della sostanza. I “brigatisti” insomma anche per la sinistra extraparlamentare formulano un’analisi di classe della società italiana ma poi la intingono nel pessimismo e nella disperazione. Non credono nella consistenza del movimento operaio e perciò pensano di dover ricorrere alla lotta armata. Il “processo proletario” non colpisce più soltanto con il suo rito sommario (rapimento, giudizio, sentenza) i presunti strumenti dell’”oppressione capitalistica” ma giunge a giudicare i giudici. E’ una fase nuova della “clandestinità armata” di queste ambigue formazioni. Le Brigate rosse si considerano in guerra non sono con i “padroni” ma anche con lo Stato. E’ doveroso constatare che la risposta, finora, è incerta a tutti i livelli. La polizia dispone di piste scarse, la magistratura genovese sembra attendere d’essere sollevata dal peso dell’indagine. Il ruolo di altri corpi investigativi rimane misterioso: due colonnelli del controspionaggio militare sono a Genova. Il Sid ha avuto certamente un ruolo nell’indagine sulle Brigate rosse, ma quale? Secondo alcuni il servizio segreto della difesa starebbe addirittura cercando eventuali collegamenti tra le Brigate rosse e la fascista Rosa dei venti; secondo il volantino numero tre delle stesse Br, il Sid avrebbe invece collaborato con Sossi nei “processi di regime” contro il gruppo XXII Ottobre. La città (Milano, Torino, ora Genova) “centro del sistema” è anche il miglior terreno di guerriglia e il più sicuro nascondiglio. Per un’altra giornata oggi le pattuglie hanno cercato inveno e tutti abbiamo aspettato inutilmente che giungesse un altro messaggio. La polizia non fa nomi, i giudici non vogliono ripetere gli errori del passato e non indicano “colori” nelle piste, il procuratore capo ripete che non firmerà mai “mandati in bianco”. I “brigatisti” latitanti sono una mezza dozzina, se ne conoscono i nomi, se ne indicano le gerarchie e i ruoli interni. Ma anch’essi si ripete, sono ricercati solo per gli antichi reati. Sulle colline e nelle vallate dell’entroterra gli uomini dei reparti “speciali” non hanno trovato finora che cascinali abbandonati.

Andrea Barbato

Le Brigate Rosse sequestrano il Sostituto Procuratore Mario Sossi

!B)oWoJwEWk~$(KGrHqJ,!hQEw5Gw4!ezBMOYyoOQ8w~~_35Mario Sossi nasce a Imperia il 6 febbraio 1932. Magistrato, Pubblico Ministero nel processo al Gruppo XXII Ottobre, fu sequestrato dalle Brigate Rosse a Genova il 18 aprile 1974 e rilasciato a Milano il 23 maggio 1974.

Chiamato alle armi nel 1953, presta servizio nel corpo militare degli alpini a cui resterà sempre legatissimo. Durante l’università milita nella FUAN, un’associazione studentesca missina. Entra in magistratura nel 1957 e si associa all’UMI, l’associazione dei magistrati politicamente più a destra, da cui comunque si dissocerà in seguito per il mancato dell’associazione durante il suo sequestro. Divenne famoso per l’arresto di alcuni edicolanti che avevano esposto al pubblico riviste pornografiche.

Al momento del rapimento ad opera delle Brigate Rosse sosteneva l’accusa contro gruppi terroristici. Le Br lo sequestrarono la sera del 18 aprile 1974, al suo rientro a casa in Via Forte San Giuliano a Genova, appena sceso dall’autobus della linea 42. Sossi fu caricato su un’Autobianchi A112 guidata da Alberto Franceschini, seguito da Mara Cagol su una Fiat 128. Superato un posto di blocco, per un equivoco, Franceschini sparò una raffica di mitra contro l’auto guidata da Mara Cagol, che rimase illesa. Sossi fu sottoposto ad interrogatorio da Alberto Franceschini, coadiuvato da Pietro Bertolazzi.

Il rapimento fu gestito dallo stesso Franceschini, Mara Cagol e Piero Bertolazzi; Sossi fu sottoposto ad un processo proletario, al termine del quale i brigatisti chiesero per la sua liberazione, come contropartita, la liberazione dei terroristi del Gruppo XXII Ottobre e il loro trasporto in un paese amico.

Sossi venne liberato a Milano il 23 maggio 1974; non cercò di avvisare nessuno, tornò solitario a Genova in treno e infine si presentò alla Guardia di Finanza (e non presso le altre armi, pensando di poter essere oggetto di trattamenti “incongrui”).

Il rapimento di Mario Sossi costituì uno dei primi salti di qualità nell’azione di lotta delle Brigate Rosse, ben diverso dal solito “mordi e fuggi” per il quale erano ormai note.

A liberazione avvenuta il procuratore della Repubblica di Genova Francesco Coco verrà assassinato a Genova dalle Br l’8 giugno 1976, insieme a due uomini della scorta, come “rappresaglia” perché si era rifiutato di acconsentire alla scarcerazione di alcuni terroristi in cambio di Sossi.

Sulle vicende di quel rapimento lo stesso Mario Sossi scrisse un libro intitolato Nella prigione delle BR.