JULIUS EVOLA

Il «Nazimaoismo» e l’effimera utopia di un fronte comune antiborghese

«Un fenomeno curioso, meritevole di essere esaminato, è la suggestione che esercita il “maoismo” su alcuni ambienti europei, in quanto non si tratta soltanto di gruppi di dichiarata professione marxista. In Italia si possono perfino menzionare certi ambienti che rivendicano una esperienza “legionaria” e un orientamento “fascista”, pur opponendosi al Movimento Sociale in quanto lo ritengono non “rivoluzionario”, imborghesito, burocratizzato, irretito dall’atlantismo. Anche costoro parlano di Mao come di un esempio». [1]

Con queste parole, il filosofo Julius Evola introduce al suo articolo apparso sul settimanale Il Borghese del 18 luglio 1968. L’anziano esoterista, ormai punto di riferimento culturale per le nuove generazioni della destra italiana, mette in guardia i lettori da bizzarre seduzioni ideologiche che sembrano imperversare in alcuni ambienti d’ispirazione rivoluzionaria in seno all’area neofascista. Un recente fenomeno questo, che ha incuriosito l’autore di «Rivolta contro il mondo moderno» al punto da indurlo ad esaminare il «Libretto rosso» al fine di rintracciare, in un’ottica tradizionale, elementi degni di considerazione. Il responso, tuttavia, è negativo e il suo articolo «L’infatuazione maoista» boccia senza remore i propositi di quei camerati più originali che guardano con interesse alla Cina di Mao. Del resto, da parte dell’aristocratico portavoce della Tradizione, ossia colui che nega tutto ciò che direttamente o indirettamente deriva dalla Rivoluzione francese (per lui declino di civiltà che ha per estrema conseguenza proprio il bolscevismo) una simile presa di posizione era più che prevedibile.

Ma chi sono questi «fascisti rossi» che avrebbero l’ardire di conciliare opposti estremismi in un periodo storico nel quale infervora lo scontro politico? E su quali basi costoro intenderebbero proporre tale alleanza? Sono forse sufficienti le comuni istanze anticapitaliste, antiborghesi, antisioniste e antiamericane? Per qualcuno evidentemente sì. Di cosa si tratta precisamente?

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«Nazimaoismo» è in realtà un termine coniato dalla stampa tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta per designare una nuova posizione militante formatasi all’interno di un contesto, quello universitario, caratterizzato da grandi fermenti ideologici e da una generale volontà di cambiamento. Per rintracciare la genesi di tale fenomeno bisogna infatti osservare il clima studentesco della contestazione e in particolare l’attività di un movimento politico denominato «Primula Goliardica», attivo nell’area della destra extraparlamentare a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta. Tale gruppo partecipa alle occupazioni delle facoltà universitarie e nel marzo del ‘68 è presente al fianco degli studenti di estrema sinistra negli scontri di Valle Giulia contro la polizia. Il movimento però ha vita breve e nel 1969 buona parte di esso confluisce nella nascente OLP (Organizzazione Lotta di Popolo), una delle realtà più originali e controverse della scena politica extraparlamentare di quegli anni.

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Lotta di Popolo nasce ufficialmente il 1° maggio del 1969 presso la Casa dello Studente di Roma. [2] Tra i fondatori figurano ex militanti di PG come Ugo Gaudenzi ed Enzo Maria Dantini, ma nel nuovo schieramento politico giungono presto personaggi reduci da esperienze diverse provenienti sia dall’estrema sinistra che dall’estrema destra. Il movimento ha grande interesse per la situazione internazionale e nello scenario geopolitico mondiale il punto di riferimento è rappresentato dalla Cina di Mao. Sul tema del conflitto arabo-israeliano i militanti di OLP sostengono Arafat (da cui deriva anche la scelta della sigla che richiama volutamente la Palestina) e si schierano, ovviamente, dalla parte dei Vietcong nella guerra contro l’imperialismo USA.

Come altre realtà politiche di quegli anni, anche Lotta di Popolo stampa un giornale omonimo che mette nero su bianco le idee del movimento. Sovranità nazionale, Europa dei popoli, anti-sovietismo e anti-americanismo, lotta al potere economico borghese ed ecologismo sono alcuni dei temi fondamentali. Roma e Napoli si rivelano le roccaforti principali del movimento ma attorno ai «nazi-mao» aleggia un po’ ovunque un ostile clima di diffidenza che col passare del tempo si fa insostenibile. A Roma nei primi anni ’70 si verificano più volte dei violenti tafferugli tra militanti di Lotta di Popolo ed esponenti del Movimento Studentesco o di altri schieramenti dell’estrema sinistra extraparlamentare. Le varie formazioni comuniste dichiarano guerra totale ai fascisti senza se e senza ma e in determinati ambienti la psicosi degli «infiltrati» e dei «provocatori mascherati» innesca un clima di tensione che si fa sempre più pesante per gli appartenenti a Lotta di Popolo.

Non bisogna infatti dimenticare che anche prima della nascita di OLP, episodi che in tanti avevano già interpretato come «chiari esempi di infiltrazione» o «di provocazione» si erano verificati in più occasioni, basti pensare ad esempio al noto caso dei «Manifesti cinesi» del 1966 o alla presenza di agenti in borghese e militanti di estrema destra riscontrata all’interno di circoli anarchici e comunisti. Alla luce di simili accadimenti risulta facilmente comprensibile una certa difficoltà da parte dei militanti di sinistra nell’accettare alleanze così «audaci» e potenzialmente rischiose. D’altro canto non va neppure ignorata la buona fede di quanti hanno realmente creduto nel «fronte comune» anche con una certa lungimiranza da parte di chi, già sul finire degli anni Sessanta, considerava lo scontro tra «rossi e neri» come una trappola di regime che avrebbe fatto esclusivamente il gioco delle plutocrazie dominanti, consolidando quel potere centrale filo-atlantista che rappresenta di fatto l’autentico nemico di entrambe le fazioni.

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Il 1973 segna la fine dell’esperienza dell’Organizzazione Lotta di Popolo. Stremati dalla forte conflittualità, dall’enorme diffidenza e dal conseguente isolamento che ha preso piede attorno al movimento, alcuni militanti ritornano alle vecchie aree di appartenenza mentre altri danno vita al comitato di solidarietà per Freda, in quel periodo rinviato a giudizio per la strage di Piazza Fontana. Franco «Giorgio» Freda è stato un punto di riferimento per i cosiddetti «nazimaoisti» poiché in seno alla destra radicale italiana ha esplicitamente proposto un’alleanza con i gruppi rivoluzionari di estrema sinistra.

Nell’agosto del 1969, intervenendo a Ratisbona in una riunione del comitato di reggenza del Fronte Europeo Rivoluzionario, Freda tiene un discorso che verrà poi pubblicato in un saggio a cura della propria casa editrice (Edizioni Ar) dal titolo «La disintegrazione del sistema», un testo rivoluzionario nel contesto neofascista poiché rompe con le nostalgie legate al ventennio e mette in discussione il perno principale sul quale, fino a quel momento, poggiavano le istanze dell’estrema destra: l’Europa.

«Alla luce di una situazione storica mondiale per cui il guerrigliero latino-americano aderisce alla nostra visione del mondo molto più dello spagnolo infeudato ai preti e agli U.S.A.; per cui il popolo guerriero del Nord-Vietnam, col suo stile sobrio, spartano, eroico di vita, è molto più affine alla nostra figura dell’esistenza che il budello italiota o franzoso o tedesco-occidentale; per cui il terrorista palestinese è più vicino alle nostre vendette dell’inglese (europeo? ma io ne dubito!) giudeo o giudaizzato. Noi abbiamo propugnata l’egemonia europea, rivolgendoci a un’Europa che era stata ormai americanizzata o sovietizzata, senza considerare che questa Europa era diventata serva degli U.S.A. o dell’U.R.S.S. perché i popoli e le nazioni europee avevano assorbite – successivamente, ma non conseguentemente, alla sconfitta militare – le esportazioni ideologiche degli U.S.A. e dell’U.R.S.S». [3]

Freda auspica la creazione di uno «Stato Popolare» per certi aspetti non dissimile dal comunismo asiatico, ma in un contesto di valori tradizionali tipici della destra evoliana con evidenti rimandi alla Repubblica di Platone. In tale prospettiva tutte le forze dell’ordine dovranno essere disciolte per lasciare spazio all’instaurazione di una «Milizia Popolare» composta da volontari. La distruzione del sistema borghese è auspicata da Freda mediante la creazione di un fronte comune: «Noi, tuttavia, vogliamo rivolgerci a coloro che rifiutano radicalmente il sistema, situandosi oltre la sinistra di questo, sicuri che anche con loro potrà essere realizzata una leale unità di azione nella lotta contro la società borghese».

L’opera nell’immediato ottiene soltanto un plauso di nicchia, tuttavia, a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, «La disintegrazione del sistema» diviene un punto di riferimento imprescindibile per molti militanti appartenenti alle nuove generazioni dell’estrema destra italiana.

NOTE:

[1] Julius Evola, L’infatuazione maoista, Il Borghese, 18 luglio 1968

[2] Nicola Rao, La Fiamma e la Celtica, Sperling & Kupfer Editori, Milano 2006

[3] Franco G. Freda, La disintegrazione del sistema (1969), Edizioni di Ar, Padova 1978

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