JULIUS EVOLA

PIETRO LOREDAN, il Conte rosso

di Ben Oates

LOREDAN 4Una jeep sfreccia per le campagne del trevigiano. Nessuno immagina il pericolo che si correrebbe stando nei paraggi se l’automezzo dovesse avere un incidente: nel bagagliaio ci sono infatti decine di razzi pieni di tritolo. A guidare il veicolo è Pietro Loredan Gasparini di Volpago del Montello, per gli amici Piero, ma potremmo anche chiamarlo Giamburrasca grazie al talento che ha per la burla. Nato nel 1924, Loredan risiede nella sua splendida villa a Venegazzù che è stata ospedale della Croce Rossa durante la Grande Guerra: poi dopo l’8 settembre del ‘43 è diventata la sede di un comando tedesco tanto che, nell’estate del 1997, durante i lavori di ristrutturazione, verranno rinvenute svariate armi e bombe di proprietà della Wehrmacht.

Proprio da quella villa i nazisti spiccano un ordine di cattura nei confronti di Aldo, nome di battaglia che Loredan ha assunto nelle file partigiane di Pace e Libertà, dopo aver militato negli alpini guastatori. Pur facendo parte di una compagine non comunista qual è Pace e Libertà, Loredan si guadagna il soprannome di Conte rosso: è proprio in questo periodo che il dà il meglio di sé come amante della beffa andando di nascosto a dormire nella sua camera da letto, ritenendo quello l’unico posto dove i tedeschi mai avrebbero pensato di andarlo a cercare. Celebre anche la burla che Loredan fa ai danni di una compagnia di alpini inquadrata nella RSI: di notte, a ciascuno dei soldati, sottrae uno dei due stivali allineati ai bordi delle brande, causando così il rinvio di un’operazione militare da parte di quella compagnia.

È però dal «fuoco amico» che Loredan viene colpito e segnato per sempre nel fisico e non solo: in un’operazione dove deve distruggere denaro sequestrato in varie perquisizioni, al momento di dare fuoco al malloppo, viene colpito alle spalle da una raffica di mitra sparata da un paio di partigiani della Brigata Garibaldi: credutolo morto, i due si impossessano del denaro e fuggono via.

Terminata la guerra Loredan torna nella sua amata villa e dal suo adorato falco che chiama Baistrocchi, in onore di un partigiano piemontese. Con il decisivo apporto della sua compagna Anna Maria Pivetta, nella tenuta di Spineda, vicino Venegazzù, Loredan inizia a produrre un ottimo rosso che chiama «Capo di Stato» di cui omaggia anche i coniugi De Gaulle.

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Arrivano i favolosi anni Sessanta. In villa, Loredan ospita spesso il jet set del mondo dello spettacolo come ad esempio la troupe di «Signore e signori» o attori come la giovane Mariangela Melato verso la quale il Conte si diverte a passarle la mano sulla testa a mo’ di pelo e contropelo, regalando all’attrice cento lire per ogni passaggio. Altra burla del Conte è quella in cui, durante un pomeriggio assolato di agosto, convince la sua giovane cameriera a denudarsi completamente e fare un breve giro in bici intorno alla villa, col compito di rivestirsi in fretta subito dopo. Un signore in moto, che passa in quel momento, frena di scatto e avvisa il Conte della presenza di una ragazza senza veli: per tutta risposta il povero centauro si sente consigliare una doccia fredda per arginare il colpo di sole appena subìto.

Un giorno Loredan decide di acquistare dalla SIPE di Verona una gran quantità di razzi antigrandine, non più lunghi di un metro e con una gittata che supera il chilometro, sufficiente a esplodere sotto le nubi più basse: ogni razzo contiene un chilo di polvere nera e due di tritolo: Loredan li installa sulla sua jeep, portandoseli in giro nonostante siano in grado di distruggere un’intera cittadina.

Nella seconda metà degli anni Sessanta, il Conte inizia a maturare l’ossessione verso il pericolo comunista: diventa un vorace lettore di Julius Evola e si convince che occorre fare qualcosa per evitare la catastrofe. In quel periodo arriva addirittura a cercare risposte alle sue ansie politiche collegandosi con l’aldilà grazie alle sedute spiritiche di Bruno Lava, un geometra trevigiano, fin dal decennio precedente celebre medium tanto da essere seguito anche da illustri scrittori come Dino Buzzati, Goffredo Parise, Giovanni Comisso e Leo Talamonti, quest’ultimo giornalista esperto dell’occulto.

Per merito del conte Giacomo Pignatti Morano, cognato del generale del SID Gianadelio Maletti, Loredan entra in contatto con Ordine Nuovo e conosce Giovanni Ventura col quale stringe subito un legame. Il 1969 è un periodo molto frenetico: Loredan si incontra a Firenze con Junio Valerio Borghese per approfondire le voci che vogliono il Comandante a capo di un complotto per sovvertire l’ordine democratico; in primavera, su richiesta di Ventura, Loredan gli presenta Alberto Sartori, medaglia d’argento della Resistenza, fuggito in Venezuela per evitare un processo per l’uccisione di alcuni fascisti.

Sartori è rientrato in Italia da nove anni: ha subìto l’espulsione dal PCI con l’accusa di avere legami con l’intelligence inglese, ha aderito ai movimenti filocinesi per poi co-fondare il Partito Comunista d’Italia Marxista Leninista. Nell’incontro Ventura gli offre l’amministrazione della Litopress, una piccola casa editrice sovvenzionata da Loredan. Quando a Milano iniziano a scoppiare le prime bombe, Loredan si convince che dietro alle esplosioni ci sia Ventura e crede che l’ora X stia per scoccare.

Nel novembre dello stesso anno il Conte confida alla Pivetta che in occasione della parata militare del 4 alcuni ponti di Padova, già minati, sono pronti a saltare in aria; sempre negli stessi giorni la donna scopre delle bombe a mano celate nella biblioteca della villa e se ne disfa gettandole in un fiume. È la Pivetta che dà a Loredan la notizia della strage del 12 dicembre: il Conte inorridisce pensando ai morti innocenti, ma le cose per lui iniziano a complicarsi quando vengono scoperti i suoi finanziamenti destinati a Ventura.

Le indagini sulla strage si avvicinano sempre più a Loredan; dopo un interrogatorio con il giudice Gerardo D’Ambrosio, fugge in Argentina dove resta fino a quando non viene prosciolto da ogni accusa. Ma l’episodio più oscuro della sua storia rimane quello legato al sanguinoso attentato avvenuto di fronte la Questura di Milano il 17 maggio 1973.

Due giorni prima, a Treviso, un preoccupatissimo Loredan chiede appuntamento a Ivo Dalla Costa, importante funzionario del PCI veneto, al quale rivela che di lì a poche ore a Milano sarebbe avvenuto un grave attentato. I due si conoscono da tempo: per Dalla Costa il Conte è solo uno «squinternato con velleità pseudo rivoluzionarie». Perché Loredan sceglie proprio Dalla Costa, un «nemico», per fare quelle rivelazioni? Forse il Conte conosce l’attività informativa, del tutto spontanea, che Dalla Costa conduce fin dagli anni Sessanta sull’eversione nera veneta, attività questa fatta in accordo con la Polizia Giudiziaria e la Procura di Treviso. Comunque Dalla Costa non dà peso alla conversazione, ma due giorni dopo deve ricredersi e a quel punto il funzionario comunista avvisa il suo diretto superiore Domenico Ceravolo, dirigente veneto del PCI.

Seguendo una classica catena gerarchica, Ceravolo chiede e ottiene un appuntamento a Milano con Giancarlo Pajetta il quale si presenta insieme ad Alberto Malagugini, deputato del PCI, uno degli avvocati difensori di Pietro Valpreda e futuro giudice della Corte Costituzionale: è proprio Malagugini a incaricarsi di avvisare il giudice Emilio Alessandrini di quanto ascoltato dalla viva voce di Dalla Costa, ma poi misteriosamente nessuno va a parlare con il magistrato. Questa storia viene alla luce molti anni dopo grazie a un paio di interviste che Gianfranco Bertoli, l’autore dell’attentato del 1973, concede in pochi giorni al TG5 e al Corriere Della Sera, nelle quali rivendica con forza la «genuinità» del suo gesto. Le dichiarazioni di Bertoli indignano Dalla Costa che decide così di recarsi presso la Procura di Treviso per dare la sua versione dei fatti: al magistrato Dalla Costa giustifica il suo silenzio durato ventidue anni avendo ritenuto di non propagandare un episodio segreto che gli era stato riferito anche in virtù del fatto che comunque non era stato in grado di sventare l’attentato. Di questa inchiesta il Conte rosso non ne verrà mai a conoscenza.

Abbandonato da tutti, compresa la Pivetta che ha preferito sposare un tedesco, venendo comunque incontro alla richiesta di Loredan di evitare «terroni e svizzeri» quali possibili mariti, venduta ai Benetton la villa di Venegazzù, il Conte rosso passa gli ultimi anni della sua vita ripensando a quello che si doveva fare e non si è fatto. Malato di cancro ai polmoni per le troppe sigarette, muore per una banale caduta dalle scale che lo fa rimanere due giorni agonizzante a terra senza che nessuno potesse soccorrerlo. Viene trovato cadavere il 29 settembre 1994. E questa volta non è una burla.

FONTI

TG5 intervista a Gianfranco Bertoli, 15 marzo 1995

Corriere Della Sera, 21 marzo 1995

Tribunale Civile e Penale di Milano, testimonianza di Ivo Dalla Costa presso la Procura di Treviso, 24 marzo 1995

Tribunale Civile e Penale di Milano, testimonianza di Alvise Loredan, 24 aprile 1995

La Repubblica, 23 luglio 1997

Mimmo Franzinelli La sottile linea nera Rizzoli, Milano 2008

Paolo Cucchiarelli Il segreto di piazza Fontana Ponte Alle Grazie, Milano 2009

Anna Maria Pivetta Ritratto in nero Pivetta Editore, Montebelluna 2010

Conversazione telefonica con Anna Maria Pivetta, 26 luglio 2011

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Il «Nazimaoismo» e l’effimera utopia di un fronte comune antiborghese

«Un fenomeno curioso, meritevole di essere esaminato, è la suggestione che esercita il “maoismo” su alcuni ambienti europei, in quanto non si tratta soltanto di gruppi di dichiarata professione marxista. In Italia si possono perfino menzionare certi ambienti che rivendicano una esperienza “legionaria” e un orientamento “fascista”, pur opponendosi al Movimento Sociale in quanto lo ritengono non “rivoluzionario”, imborghesito, burocratizzato, irretito dall’atlantismo. Anche costoro parlano di Mao come di un esempio». [1]

Con queste parole, il filosofo Julius Evola introduce al suo articolo apparso sul settimanale Il Borghese del 18 luglio 1968. L’anziano esoterista, ormai punto di riferimento culturale per le nuove generazioni della destra italiana, mette in guardia i lettori da bizzarre seduzioni ideologiche che sembrano imperversare in alcuni ambienti d’ispirazione rivoluzionaria in seno all’area neofascista. Un recente fenomeno questo, che ha incuriosito l’autore di «Rivolta contro il mondo moderno» al punto da indurlo ad esaminare il «Libretto rosso» al fine di rintracciare, in un’ottica tradizionale, elementi degni di considerazione. Il responso, tuttavia, è negativo e il suo articolo «L’infatuazione maoista» boccia senza remore i propositi di quei camerati più originali che guardano con interesse alla Cina di Mao. Del resto, da parte dell’aristocratico portavoce della Tradizione, ossia colui che nega tutto ciò che direttamente o indirettamente deriva dalla Rivoluzione francese (per lui declino di civiltà che ha per estrema conseguenza proprio il bolscevismo) una simile presa di posizione era più che prevedibile.

Ma chi sono questi «fascisti rossi» che avrebbero l’ardire di conciliare opposti estremismi in un periodo storico nel quale infervora lo scontro politico? E su quali basi costoro intenderebbero proporre tale alleanza? Sono forse sufficienti le comuni istanze anticapitaliste, antiborghesi, antisioniste e antiamericane? Per qualcuno evidentemente sì. Di cosa si tratta precisamente?

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«Nazimaoismo» è in realtà un termine coniato dalla stampa tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta per designare una nuova posizione militante formatasi all’interno di un contesto, quello universitario, caratterizzato da grandi fermenti ideologici e da una generale volontà di cambiamento. Per rintracciare la genesi di tale fenomeno bisogna infatti osservare il clima studentesco della contestazione e in particolare l’attività di un movimento politico denominato «Primula Goliardica», attivo nell’area della destra extraparlamentare a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta. Tale gruppo partecipa alle occupazioni delle facoltà universitarie e nel marzo del ‘68 è presente al fianco degli studenti di estrema sinistra negli scontri di Valle Giulia contro la polizia. Il movimento però ha vita breve e nel 1969 buona parte di esso confluisce nella nascente OLP (Organizzazione Lotta di Popolo), una delle realtà più originali e controverse della scena politica extraparlamentare di quegli anni.

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Lotta di Popolo nasce ufficialmente il 1° maggio del 1969 presso la Casa dello Studente di Roma. [2] Tra i fondatori figurano ex militanti di PG come Ugo Gaudenzi ed Enzo Maria Dantini, ma nel nuovo schieramento politico giungono presto personaggi reduci da esperienze diverse provenienti sia dall’estrema sinistra che dall’estrema destra. Il movimento ha grande interesse per la situazione internazionale e nello scenario geopolitico mondiale il punto di riferimento è rappresentato dalla Cina di Mao. Sul tema del conflitto arabo-israeliano i militanti di OLP sostengono Arafat (da cui deriva anche la scelta della sigla che richiama volutamente la Palestina) e si schierano, ovviamente, dalla parte dei Vietcong nella guerra contro l’imperialismo USA.

Come altre realtà politiche di quegli anni, anche Lotta di Popolo stampa un giornale omonimo che mette nero su bianco le idee del movimento. Sovranità nazionale, Europa dei popoli, anti-sovietismo e anti-americanismo, lotta al potere economico borghese ed ecologismo sono alcuni dei temi fondamentali. Roma e Napoli si rivelano le roccaforti principali del movimento ma attorno ai «nazi-mao» aleggia un po’ ovunque un ostile clima di diffidenza che col passare del tempo si fa insostenibile. A Roma nei primi anni ’70 si verificano più volte dei violenti tafferugli tra militanti di Lotta di Popolo ed esponenti del Movimento Studentesco o di altri schieramenti dell’estrema sinistra extraparlamentare. Le varie formazioni comuniste dichiarano guerra totale ai fascisti senza se e senza ma e in determinati ambienti la psicosi degli «infiltrati» e dei «provocatori mascherati» innesca un clima di tensione che si fa sempre più pesante per gli appartenenti a Lotta di Popolo.

Non bisogna infatti dimenticare che anche prima della nascita di OLP, episodi che in tanti avevano già interpretato come «chiari esempi di infiltrazione» o «di provocazione» si erano verificati in più occasioni, basti pensare ad esempio al noto caso dei «Manifesti cinesi» del 1966 o alla presenza di agenti in borghese e militanti di estrema destra riscontrata all’interno di circoli anarchici e comunisti. Alla luce di simili accadimenti risulta facilmente comprensibile una certa difficoltà da parte dei militanti di sinistra nell’accettare alleanze così «audaci» e potenzialmente rischiose. D’altro canto non va neppure ignorata la buona fede di quanti hanno realmente creduto nel «fronte comune» anche con una certa lungimiranza da parte di chi, già sul finire degli anni Sessanta, considerava lo scontro tra «rossi e neri» come una trappola di regime che avrebbe fatto esclusivamente il gioco delle plutocrazie dominanti, consolidando quel potere centrale filo-atlantista che rappresenta di fatto l’autentico nemico di entrambe le fazioni.

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Il 1973 segna la fine dell’esperienza dell’Organizzazione Lotta di Popolo. Stremati dalla forte conflittualità, dall’enorme diffidenza e dal conseguente isolamento che ha preso piede attorno al movimento, alcuni militanti ritornano alle vecchie aree di appartenenza mentre altri danno vita al comitato di solidarietà per Freda, in quel periodo rinviato a giudizio per la strage di Piazza Fontana. Franco «Giorgio» Freda è stato un punto di riferimento per i cosiddetti «nazimaoisti» poiché in seno alla destra radicale italiana ha esplicitamente proposto un’alleanza con i gruppi rivoluzionari di estrema sinistra.

Nell’agosto del 1969, intervenendo a Ratisbona in una riunione del comitato di reggenza del Fronte Europeo Rivoluzionario, Freda tiene un discorso che verrà poi pubblicato in un saggio a cura della propria casa editrice (Edizioni Ar) dal titolo «La disintegrazione del sistema», un testo rivoluzionario nel contesto neofascista poiché rompe con le nostalgie legate al ventennio e mette in discussione il perno principale sul quale, fino a quel momento, poggiavano le istanze dell’estrema destra: l’Europa.

«Alla luce di una situazione storica mondiale per cui il guerrigliero latino-americano aderisce alla nostra visione del mondo molto più dello spagnolo infeudato ai preti e agli U.S.A.; per cui il popolo guerriero del Nord-Vietnam, col suo stile sobrio, spartano, eroico di vita, è molto più affine alla nostra figura dell’esistenza che il budello italiota o franzoso o tedesco-occidentale; per cui il terrorista palestinese è più vicino alle nostre vendette dell’inglese (europeo? ma io ne dubito!) giudeo o giudaizzato. Noi abbiamo propugnata l’egemonia europea, rivolgendoci a un’Europa che era stata ormai americanizzata o sovietizzata, senza considerare che questa Europa era diventata serva degli U.S.A. o dell’U.R.S.S. perché i popoli e le nazioni europee avevano assorbite – successivamente, ma non conseguentemente, alla sconfitta militare – le esportazioni ideologiche degli U.S.A. e dell’U.R.S.S». [3]

Freda auspica la creazione di uno «Stato Popolare» per certi aspetti non dissimile dal comunismo asiatico, ma in un contesto di valori tradizionali tipici della destra evoliana con evidenti rimandi alla Repubblica di Platone. In tale prospettiva tutte le forze dell’ordine dovranno essere disciolte per lasciare spazio all’instaurazione di una «Milizia Popolare» composta da volontari. La distruzione del sistema borghese è auspicata da Freda mediante la creazione di un fronte comune: «Noi, tuttavia, vogliamo rivolgerci a coloro che rifiutano radicalmente il sistema, situandosi oltre la sinistra di questo, sicuri che anche con loro potrà essere realizzata una leale unità di azione nella lotta contro la società borghese».

L’opera nell’immediato ottiene soltanto un plauso di nicchia, tuttavia, a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, «La disintegrazione del sistema» diviene un punto di riferimento imprescindibile per molti militanti appartenenti alle nuove generazioni dell’estrema destra italiana.

NOTE:

[1] Julius Evola, L’infatuazione maoista, Il Borghese, 18 luglio 1968

[2] Nicola Rao, La Fiamma e la Celtica, Sperling & Kupfer Editori, Milano 2006

[3] Franco G. Freda, La disintegrazione del sistema (1969), Edizioni di Ar, Padova 1978