Giuseppe Mazzola

Gli albori della musica alternativa

La Musica Alternativa nasce in modo spontaneo, dall’esigenza dei giovani militanti di estrema destra di trovare una propria voce, diversa dai canti altisonanti e retorici di un passato lontano e da quella dei cantanti dell’epoca, in cui invece si ritrovavano i giovani della fronda opposta. A muoverli non era solo un’esigenza espressiva, ma l’urgenza di costruire una vera e propria mitologia di esempi umani ed ideali cui ispirarsi nell’esercizio della militanza di ogni giorno.

Il contesto in cui nasce la musica non conforme è ampiamente attraversato dalla scia di sangue generata dagli anni di piombo in cui annegano numerosi «camerati». Quei morti lasceranno il segno nei ragazzi di quella generazione, specie nei giovani militanti e ne ispirarono tanto la lotta politica quanto la vena musicale; ricordiamo tra gli altri i fratelli Mattei, vittime del rogo di Prima Valle, i padovani Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola, prime vittime delle Br, lo studente greco Mikis Mantakas e il lutto che ha lasciato il solco più profondo nell’immaginifico dell’estrema destra: Sergio Ramelli. Durante quella stagione di sangue il MSI, in evidente imbarazzo per i fatti di Piazza della Loggia e dell’Italicus, non riesce a tutelare e a guidare i suoi giovani che sentono il bisogno di riscoprire le radici delle loro idee e che mirano a costruirsi una loro precisa identità, estranea ad un mondo che volevano cambiare e da cui si sentivano, non a torto, ripudiati. Nasce così il Campo Hobbit, una due giorni di dibattiti, musica e militanza la cui prima edizione si tiene tra l’11 e il 12 giugno 1977 e che si ripeté, attraverso non pochi problemi, altre due volte riscuotendo sempre successo.

Andreotti

Oreste Lionello e Pippo Franco con l’Onorevole Giulio Andreotti al Bagaglino (1988)

La nuova voce della destra affonda profonde radici nell’inventiva dei cabarettisti del Bagaglino e del Giardino dei Supplizi che, attraverso canzoni e brevi sceneggiati, si prendevano gioco della politica del tempo. Attorno a questo mondo orbitano artisti del calibro di Pingitore, Mario Castellacci e molti altri come: Pino Caruso, Oreste Lionello, Pippo Franco, Gianna Preda e Leo Valeriano, uno dei più grandi ispiratori dell’Alternativa, in prima linea nel divulgare la cultura di Destra reinterpretando e riadattando motivi propri del Fascismo e ridicolizzando gli avversari politici. Assistiamo quindi ad una vera e propria ribellione culturale di una parte politica che non trovava ascolto nel panorama comune.

Di Giorgi e Ferrario, nel libro «Il nostro canto libero», mia fonte principale, individuano tre caratteristiche fondamentali della Musica Alternativa: coerenza ideale dei contenuti, a-commercialità e durata nel tempo in quanto ancora oggi emergono nuovi gruppi dediti a questo genere che, rinnovando la forma, hanno dato vita al cosiddetto «Rock Identitario» restando però fedeli ai riferimenti storici, politici e culturali. Mentre in Italia e in Francia, grazie all’attività di Jack Marchal (sua la definizione di «rock identitario» per connotare il filone alternativo di destra), si sviluppa la musica spontanea dei militanti, nel resto d’Europa prende piede il movimento skinhead che troverà il suo sfogo nel genere hard rock e punk. Gruppi musicali d’ispirazione nazionalista vicine alle due correnti aderiranno al RAC (Rock Against Communism), nato in Inghilterra negli anni ’80.

Per capire il valore che aveva assunto la musica per i ragazzi di destra basta rifarsi a queste poche righe rintracciabili sul sito della Compagnia dell’Anello, uno dei gruppi musicali storici: «Momento aggregante per chi militava a destra in quegli anni era il canto. Si cantava […] forse inconsapevolmente ma, di fatto, ripetendo il rito antico dei militi di ogni tempo che nel canto trovavano il momento di unificazione nella vittoria come nelle avversità». Erano brani semplici, ma estremamente chiari, per intenderci, come cantavano gli Amici del Vento, altro pezzo di storia nell’ambiente: «Basta prendere una chitarra, farci sopra quattro accordi». Si cantava dopo una manifestazione, nelle sezioni o, addirittura, come vera e propria arma di militanza per diffondere i sogni e le emozioni di un mondo sconosciuto e, spesso, anche temuto.

Hobbit

Prima edizione del Campo Hobbit 
(Montesarchio, 1977)

Sono i singoli cantautori che diffondono i loro pezzi durante incontri e manifestazioni in tutta Italia. Immenso fu a tal proposito il contributo delle tre edizioni del Campo Hobbit (’77, ’78’, ’80) in cui nasce l’idea di far conoscere all’esterno la musica nata nel ristretto ambiente di destra. Nascono così i primi settimanali a tema e le prime «radio libere» come Radio University, Radio Conero e Radio Alternativa in cui era possibile confrontarsi in diretta su molteplici temi in modo totalmente indipendente dal partito. Negli anni ’80 l’impegno politico giovanile subisce un generale e diffuso indebolimento. Il filone alternativo ne risente ma riesce a sopravvivere grazie all’operato dei «traghettatori» che, diffondendo in prima persona le canzoni non conformi, contribuiscono a creare una specifica tradizione, soggetta in quel periodo anche alle influenze skin.
È agli albori degli anni ’90, in un clima di relativa tranquillità, che i nuovi autori ricercano una maggiore qualità e una più ampia fruibilità. Da questo momento si può iniziare a parlare più propriamente di «Rock Identitario».

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Morsello in “Scusate se non posso venire”, Londra ottobre 1996

Nonostante gli sforzi, nonostante la creazione di case discografiche indipendenti, l’Alternativa non ha «sfondato» nel panorama musicale odierno, ma è normale che sia cosi: sono canti di contestazione, di protesta, e non verso un singolo governo, non verso una politica discutibile, ma contro gli stessi valori alla base del mondo moderno, della società emersa a fatica dalle rovine della Seconda Guerra Mondiale e delle naturali contraddizioni che ogni epoca porta con sé. Sono canti di ribellione, di una illusione quasi infantile, composti da militanti ingenui e genuini, ancora politicamente vergini e salvi dalla logica delle poltrone, per dirla alla Massimo Morsello sono «canti assassini, canti bambini».

Ettore Pelati

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Dall’ortodossia allo spontaneismo: Susanna Ronconi tra Brigate Rosse e Prima Linea

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Susanna Ronconi

Rovigo, 3 gennaio 1982, ore 15:40. Lungo via Mazzini c’è un uomo che passeggia. È il signor Angelo, sessantaquattro anni, pensionato. Stretto al guinzaglio accanto a lui c’è un cane di piccola taglia che l’uomo porta a spasso tra le strade semideserte di un capoluogo che sembra quasi sonnecchiare in quella silente domenica d’inverno. Ma è una quiete che sta per svanire. La serenità di quel pomeriggio di inizio anno viene spazzata via dal frastuono inaspettato di una raffica di mitra. Seguono piccole esplosioni, sono bottiglie molotov. Per il pensionato sbigottito nemmeno il tempo di orientarsi in quel trambusto che sopraggiunge devastante il boato finale. Quella A112 in sosta che l’uomo scorge a pochi metri è una potente autobomba che cela al suo interno oltre dodici chilogrammi di polvere nera. Una possente deflagrazione e l’esplosivo squarcia come carta stagnola un solido muro di cinta. L’edificio violato è la sezione femminile della casa circondariale: il carcere di Rovigo, sulle cui mura è stato appena aperto un varco.

Da un cumulo di macerie fumanti escono delle donne, sono quattro detenute politiche, tutte militanti di estrema sinistra. Si tratta di Loredana Biancamano, Federica Meroni, Marina Premoli e Susanna Ronconi. Una di loro è lievemente ferita: zoppica, ma ce la fa. Il signor Angelo invece no, lui non ce l’ha fatta. Angelo Furlan, falegname in pensione e padre di famiglia, muore a seguito della violenta esplosione e giace al suolo privo di vita. Rapidamente, tra nuove raffiche e colpi di pistola, le donne si dileguano scortate da un gruppo di uomini armati appartenenti ad una nuova formazione denominata «Nucleo di Comunisti», capitanata da Sergio Segio, «il comandante Sirio», noto esponente di Prima Linea, sentimentalmente legato a Ronconi.

La zona circostante nel frattempo è devastata: nelle abitazioni ci sono diversi feriti, uomini e donne che nella tranquillità della propria casa sono stati catapultati in un inferno di calcinacci, detriti, frammenti di mattoni e schegge di vetri infranti. Alcuni di loro finiranno in ospedale in prognosi riservata. In un appartamento un bambino è salvo per miracolo dopo il crollo di una finestra.

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Il muro di cinta del carcere di Rovigo

In quel Veneto segnato dalla violenza, sono i giorni di tensione del sequestro Dozier e in tutta Italia si stanno consumando nel sangue gli ultimi fuochi di una lotta armata ormai al tramonto. Gli anni di piombo stanno per chiudere il sipario; gran parte dei protagonisti dell’attacco al cuore dello Stato sono finiti dietro le sbarre, fuggiti all’estero o prossimi alla cattura: qualcun altro invece è stato ucciso, ma tra i gruppi eversivi c’è chi dimostra di avere ancora altre cartucce da sparare. Ne sa qualcosa Segio che per organizzare l’assalto al carcere ha chiesto aiuto a diversi nuclei ancora attivi sul fronte dell’eversione rossa, dalle BR ai PAC, dai COLP fino al Fronte Comunista. [1] Del resto, nell’ottica di chi fa politica con le armi, se risulta ancora tecnicamente possibile rapire un generale NATO, si può tentare il tutto e per tutto anche per far evadere delle compagne di militanza, specialmente se tra loro vi è la propria donna.

Susanna Ronconi infatti ora è libera ma a un prezzo molto alto. Un piano studiato nei minimi dettagli non è stato sufficiente: un uomo innocente è morto, un’intera famiglia ora è distrutta. In un volantino di rivendicazione rinvenuto qualche giorno dopo in un cestino dei rifiuti di Milano, i terroristi affrontano la questione in poscritto, parlando di «vittima innocente e casuale della guerra di classe» e di «imprevisto e imprevedibile (…) di cui siamo pronti a rispondere davanti a tutti i proletari». [2]

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Ronconi e Segio

Vi sono poi da considerare i feriti, persone ugualmente innocenti e inermi, senza dimenticare che in tanti hanno dovuto lasciare la propria abitazione a seguito degli ingenti danni provocati dall’esplosione. Le cronache di quei giorni parlano di cinque famiglie (circa una ventina di persone) rimaste senza casa. [3] Ma se come disse Mao «la rivoluzione non è un pranzo di gala», e la citazione riecheggia sovente nel tentativo di alleggerire i pesi di coscienza di molti attivisti che hanno imbracciato le armi, probabilmente questa volta non è così semplice fare i conti con sé stessi e con le proprie azioni.

Contro le donne evase sono stati emessi ordini di cattura con accuse pesantissime, tra le quali la più infamante in assoluto: quella di strage aggravata, rivolta in questo caso proprio ai terroristi rossi, gli stessi che affermavano di aver scelto la lotta armata per combattere un regime complice delle stragi fasciste che da Piazza Fontana avevano intriso l’Italia di sangue innocente. Ma quei militanti non ci stanno: alle stragi indiscriminate loro non vogliono essere in alcun modo accostati, nemmeno in questo caso, nemmeno dopo il tragico epilogo dell’evasione.

«Premetto che mi assumo interamente la responsabilità umana, politica e anche penale di questo fatto», scriverà Susanna Ronconi ormai in carcere in una lunga lettera inviata ai giudici, «ma non accetto in alcun modo che i suoi esiti, sebbene enormemente drammatici come la morte di Angelo Furlan, ricadano nel reato di strage». [4] Già, perché la sua libertà di evasa dura poco meno di trecento giorni, sfumando in un blitz dei carabinieri di Milano il 28 ottobre del 1982.

La trentenne veneziana, definita da alcune testate «ideologa del partito armato», aveva già alle spalle una lunga storia di militanza. Ripercorrerla a ritroso significa imbattersi in sigle come Prima Linea, Brigate Rosse, Potere Operaio. Per quanto concerne le prime due, per coincidenza o per destino, la donna ha presenziato ai primi omicidi (ufficialmente rivendicati) di entrambe le organizzazioni.

È ancora una ragazza ventitreenne quando a Padova, il 17 giugno del 1974, partecipa all’assalto BR alla sezione MSI di via Zabarella. Il gruppo, formato da cinque persone, ha l’intento di perquisire l’intera area della sezione per portare via alcuni documenti considerati importanti. L’autista del commando aspetta in auto fuori al palazzo mentre a vigilare l’edificio è stata piazzata una sentinella. Ronconi si trova nell’atrio e stringe tra le mani una borsa nella quale dovrà custodire le carte trafugate al segnale dei due compagni all’interno della sede. Le cose però vanno diversamente. Gli uomini preposti all’assalto, identificati dai giudici in Fabrizio Pelli e Roberto Ognibene, incontrano la resistenza di due militanti missini che quel giorno casualmente si trovano in sezione: Giuseppe Mazzola, carabiniere sessantenne in congedo, e Graziano Giralucci, agente di commercio e rugbista trentenne. Dopo un po’, Ronconi vede giungere i due compagni che le dicono di andare via perché l’operazione è andata male. Per la prima volta nella loro storia, le Br hanno ucciso. Caduti sotto il primo fuoco letale di quel gruppo armato, Mazzola e Giralucci rappresentano l’infranto tabù della morte per quella che sarà considerata la principale organizzazione terroristica di estrema sinistra attiva in Europa occidentale dal secondo dopoguerra.

Susanna Ronconi lascerà però le Br per approdare tra gli “spontaneisti” di Prima Linea, organizzazione che vorrebbe rifiutare la clandestinità, la rigidità gerarchica e il settarismo per restare parte integrante del movimento senza tendenze elitarie né volontà di ergersi a partito. Al di là di utopie e intenti, al di là di strategie e propositi, anche PL spara e lo fa con la stessa ferocia dei brigatisti. Alla pubblica inaugurazione di questa pratica di sangue, anche questa volta Ronconi è presente.

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Alfredo Paolella

È una mattina d’autunno del 1978 e a Napoli con lei ci sono altri quattro militanti di Prima linea. L’obiettivo è un medico, nonché docente universitario di antropologia criminale, il dottor Alfredo Paolella, membro della Commissione Nazionale per la Riforma Penitenziaria e collaboratore del magistrato Girolamo Tartaglione, ucciso soltanto il giorno prima dalle BR a Roma. È mercoledì, sono le 8:40 dell’11 ottobre e nel quartiere Vomero del capoluogo partenopeo il professor Paolella si sta recando a prelevare la propria vettura dalla rimessa Amos di via Carelli, a due passi dalla sua abitazione. Il commando è lì ad attenderlo a volto scoperto. La giovane bionda in jeans e camicia che poco prima aveva chiesto un cambio dell’olio per la sua Bianchina, estrae una pistola e spara due colpi contro il soffitto per intimidire i dipendenti dell’autorimessa che vengono invitati a farsi da parte e ad entrare subito nel box. Si fanno avanti due uomini, uno dei quali si avvicina rapidamente al professore che nel frattempo si sta accingendo a entrare in auto. Paolella viene afferrato brutalmente per la nuca e scaraventato col viso contro una colonna di cemento. I colpi di pistola rimbombano assordanti nel garage. Meno di due ore dopo, una telefonata al quotidiano Il Mattino rivendica il primo omicidio politico di Prima Linea con un’azione criminale che porta la lotta armata ad uccidere anche al Sud.

Ma perché Paolella? Perché proprio lui per quell’evento così significativo come la prima condanna a morte pubblicamente firmata dall’organizzazione? Una singolare risposta a questo interrogativo giunge nel 1982, proprio durante le ultime settimane di latitanza di Susanna Ronconi. A parlare è Alfredo Bonavita, ex militante e co-fondatore delle BR. Arrestato nel 1974 e divenuto collaboratore di giustizia dal 1981, Bonavita si definisce un «dissidente politico».

Secondo l’ex brigatista, il commando di PL che agì in quell’autorimessa fino a qualche giorno prima dell’agguato ignorava finanche l’esistenza del docente napoletano e quel delitto sarebbe stato un «furto» ai danni di una sigla concorrente, sia pur alleata e politicamente affine. Stando alle dichiarazioni del «dissidente», un agguato nei confronti di Paolella sarebbe stato ideato in origine dalle Formazioni Comuniste Combattenti e alcuni militanti di PL dopo aver scoperto il piano lo avrebbero anticipato per acquisire maggior prestigio facendo così confluire un maggior numero di militanti dalla propria parte. [5]

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Marco Donat Cattin

È noto che tra le due organizzazioni vi era stata una stretta collaborazione fino al punto di vivere l’esperienza di un «comando unificato» tra la fine del 1977 e i primi mesi del 1978, rivendicando in un’unica sigla (PL-FCC) diverse azioni, soprattutto ferimenti ai danni di forze dell’ordine. Poco dopo l’omicidio Paolella e la rivendicazione di Prima linea, le Formazioni Comuniste Combattenti firmano con la sola sigla «FCC» l’omicidio del magistrato Fedele Calvosa. Il sodalizio sembra dunque finito. Nel 1985 davanti ai giudici della Corte d’Assise napoletana, a toccare l’argomento è proprio uno dei componenti principali di Prima Linea: Marco Donat Cattin. Il «figlio ribelle» dell’ex ministro democristiano, dissociatosi dal terrorismo dopo l’arresto, è accusato di concorso morale per l’omicidio Paolella e oltre a esporre alla corte la propria estraneità ai fatti, accenna anche alla stessa questione sollevata tempo prima dal Bonavita, parlando del criminologo partenopeo come di un «obiettivo sottratto» da Prima Linea alle FCC, provocando il disappunto di quest’ultima formazione. [6]
Per questo delitto, Donat Cattin viene assolto e assieme a lui anche Bruno Russo Palombi, Paolo Ceriani Sebregondi e Sergio Segio, con quest’ultimo finito in manette meno di tre mesi dopo l’arresto della sua fidanzata che invece, riconosciuta come membro attivo del commando, è condannata per il delitto Paolella. Diciassette anni di reclusione sono la pena per quell’agguato nell’autorimessa grazie ai benefici della dissociazione alla quale la Ronconi, come del resto anche Segio, ha fatto ricorso nel 1983, anno in cui la coppia si è unita in matrimonio nel carcere delle Murate di Firenze.

Anche altre condanne si affievoliscono per i due coniugi. Lo spaventoso reato di strage indicato dall’accusa per l’eclatante evasione non viene riconosciuto e quelle raffiche di mitra contro gli agenti di custodia per la corte non costituiscono tentato omicidio. [7] Ammessa al lavoro esterno all’inizio degli anni Novanta presso un’associazione impegnata nel sociale, la Ronconi finisce di scontare la sua pena (ridotta) già nel 1998, per poi divenire protagonista di un’aspra polemica quando nel 2006 il ministro per la Solidarietà sociale, Paolo Ferrero di Rifondazione Comunista, la nomina membro della Consulta nazionale delle tossicodipendenze, incarico al quale l’ex terrorista rinuncia a seguito delle pesanti critiche. Sergio Segio, che ha alle spalle una storia criminale nella quale spiccano fatti di sangue come gli omicidi dei magistrati Emilio Alessandrini e Guido Galli, vede commutata la sua pena dall’ergastolo a trent’anni anni. Ne sconta ventidue. Attualmente è scrittore e collabora con organizzazioni umanitarie. Dal suo romanzo «Miccia corta», nel 2009 è stato tratto il film «La prima linea» con Riccardo Scamarcio nel ruolo di Segio e Giovanna Mezzogiorno nei panni della Ronconi.

FONTI:

[1] Pietro Calogero, Carlo Fumian, Michele Sartori, Terrore Rosso, dall’autonomia al partito armato, Laterza, Bari-Roma 2015

[2] Nucleo Comunista: «Siamo stati noi», La Stampa, anno 116, n.4, 6 gennaio 1982, p.7

[3] Silvano Costanzo, Susanna Ronconi è rimasta ferita fuggendo dal carcere di Rovigo. Costruiti gli identikit del commando? Stampa Sera, anno 116, n.4, 5 gennaio 1982, p.11

[4] Giuliano Marchesini, Susanna Ronconi: «L’evasione non era solo una fuga d’amore», La Stampa, anno 119, n.237, 26 ottobre 1985, p.6

[5] Guido Rampoldi, Prima Linea assassinò Paolella senza quasi sapere chi fosse, La Stampa, anno 116, numero 222, 14 ottobre 1982, pag. 7

[6] Marco Donat-Cattin: anche le FCC erano pronte a uccidere Paolella, La Stampa, anno 119, n.10, 29 maggio 1985, p.6

[7] Evasione da Rovigo, pene per due secoli, La Repubblica, 12 dicembre 1985