Giorgio Almirante

MARIO MERLINO, il figlio dei fiori

Merlinodi Ben Oates

Cosa ci sta a fare un capellone, con barba lunga e occhiali da intellettuale, fra i neofascisti degli anni Sessanta? A guardare Mario Michele Merlino pensi più a Jerry Garcia dei Grateful Dead o ad Augusto Daolio dei Nomadi, di sicuro non a un macho con un manganello in mano che il giovane Merlino qualche volta ha usato.

Merlino è nato a Roma il 2 giugno 1944, evento questo che lo costringe a vedere mischiati i festeggiamenti per il suo compleanno con quelli della mai amata Repubblica Italiana, un fastidio che lo spinge a ricordare con orgoglio le sue prime 48 ore di vita, quelle cioè passate sotto la RSI prima che gli odiati yankee entrassero trionfanti nella capitale. Figlio di un funzionario del dicastero pontificio Propaganda Fide, verso la fine del 1960 Merlino si iscrive alla Giovane Italia; due anni dopo è la volta del MSI che Merlino lascia nel giugno del 1965, deluso dall’accordo che Giorgio Almirante, all’opposizione interna, stringe a Pescara con Arturo Michelini segretario del partito; per molti giovani neofascisti quell’intesa sancisce il frantumarsi del sogno di vedere il MSI come unico mezzo di lotta al sistema.

Merlino si avvicina quindi ad Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie iscrivendosi all’ASAN, l’organizzazione universitaria di AN; è con i camerati dell’ASAN che, il 27 aprile 1966, Merlino si trova coinvolto negli scontri fra neofascisti e socialcomunisti che provocano la morte dello studente di Architettura Paolo Rossi: con i camerati che sono ai piedi della scalinata interna dell’Università, opportunamente tenuti lontano dai compagni grazie a un cordone di Carabinieri, Merlino vede precipitare Rossi come un sacco, senza un grido.

Il 1968 è l’anno delle battaglie, delle manifestazioni, degli scontri. Insieme ai camerati di AN, Caravella ed Europa e Civiltà e ai compagni del Movimento Studentesco, Merlino è a Valle Giulia con in mano il suo manganello per darsele di santa ragione con i celerini. Poche settimane dopo è nel gruppo di neofascisti italiani ed ellenici che, a bordo dell’Egnatia, da Brindisi salpano alla volta della Grecia per celebrare il primo anniversario del golpe dei colonnelli; prima di partire Merlino è costretto a recarsi dal barbiere per tagliare i capelli, obbligato dalle ferree regole di buon costume imposte dalla giunta ellenica.

Della gita «d’istruzione» il SID è perfettamente a conoscenza grazie a Stefano Serpieri, ex ordinovista, in quel momento appartenente a Europa e Civiltà, da qualche anno anche informatore dei servizi, pure lui imbarcato sull’Egnatia; a chiudere il cerchio c’è l’addetto militare dell’ambasciata italiana di Atene che risponde al nome del colonnello Gianadelio Maletti.

Merlino e gli altri sono inconsapevoli di andare incontro a una cocente delusione, ancora oggi egli rammenta perfettamente i morsi della fame patiti ad Atene, dovuti all’indifferenza pressoché totale che le autorità greche ebbero verso i loro ospiti. I colonnelli, visceralmente anticomunisti, non avevano mai rivendicato alcuno spirito o ideologia fascista; per loro era stato fondamentale liberarsi dallo spettro di avere una bandiera rossa a sventolare su piazza Syntagma (oltre a quello di vedere intaccate le loro buste paga); inoltre non va esclusa l’ipotesi che nei militari ellenici fosse ancora vivo il ricordo di quel spezzeremo i reni alla Grecia di mussoliniana memoria.

Il 1968 per Merlino segna anche un punto di svolta interiore, una crisi esistenziale e politica che se da una parte gli creerà ripercussioni psicologiche dall’altra sarà causa di effetti di natura giudiziaria ben più pesanti (e non solo per lui). Merlino è sfiduciato verso i movimenti di destra e per nulla attratto da quelli di sinistra: la decisione di abbandonare AN diventa inevitabile. Dopo una breve frequentazione di alcuni gruppi di cattolici integralisti, approda su posizioni decisamente anarchiche. Arrivato il fatidico 1969, Merlino entra nel circolo Bakunin della capitale insieme a una quindicina di anarchici fra cui Ivo Della Savia e Pietro Valpreda. Tutti conoscono il passato fascista di Merlino, sanno che alcuni vecchi amici continua a frequentarli, ma nessuno si preoccupa o ha da ridire. Nell’estate di quell’anno Merlino è a manifestare di fronte al Palazzo di Giustizia di piazza Cavour in sostegno degli anarchici arrestati a Milano per gli attentati dinamitardi avvenuti a bordo di alcuni treni.

Insieme a Valpreda, Della Savia e tal Andrea Polito, in ottobre Merlino lascia il Bakunin per fondare il 22 Marzo, un nome che, stando a quanto ancora oggi afferma, fu imposto da Valpreda in onore del Sessantotto francese ma avversato da Merlino perché timoroso che sorgessero equivoci con un altro movimento, il XXII Marzo, creato un anno prima da Delle Chiaie con l’intento di unire i gruppi neofascisti giovanili al Movimento Studentesco dato che il nemico era uno solo, cioè il sistema. In quel momento tutti ignorano che Polito altro non è che Salvatore Ippolito, agente dell’Ufficio Politico della Questura di Roma, infiltrato su ordine del commissario Domenico Spinella, il quale da tempo nutre sospetti sull’attività politica di Della Savia.

MERLINO Agosto 1969

Merlino, agosto 1969

Il 12 dicembre 1969 Merlino deve incontrare Marcello Lelli, segretario federale della Federazione Giovanile Comunista Italiana e suo ex compagno di scuola, per esaminare la tesi di laurea che Merlino ha scritto sui rapporti fra Stato e Società. Lelli gli dà appuntamento per le 16 presso l’Istituto di Sociologia. Merlino decide però di non andare da Lelli, spinto dall’esigenza di vedere Delle Chiaie per confrontarsi con lui su quella che sente come una forte e profonda crisi personale, oltre che politica. Intanto a Milano scoppia la bomba ed è strage: poco dopo altre esplosioni avvengono a Roma in una banca e ai piedi dell’Altare della Patria, ma per fortuna non ci sono vittime.

Sospettato per gli ordigni esplosi nella capitale, come gli altri anarchici del 22 Marzo, anche Merlino viene fermato e portato in Questura raggiunto poi da Serpieri, ufficialmente convocato per essere interrogato, in realtà è lì per carpire eventuali confidenze di chi è seduto in sala d’attesa. Sulla questione dei nomi XXII Marzo e 22 Marzo, sulla vera o presunta data di nascita del secondo, per alcuni risalente al mese di aprile ‘69 e soprattutto sulla storia dell’alibi di Merlino e Delle Chiaie per i fatti del pomeriggio del 12 dicembre, ancora oggi storici e studiosi dibattono. Per molti di loro le sentenze e motivazioni di esse non rispondono ai quesiti o non corrispondono alle tesi, spesso teoremi, che da anni pongono a chi legge i loro saggi.

Che di bandolo intricato si tratta è poco ma sicuro, tanto che ancora rimangono zone d’ombra. Benché in agenda avesse annotato l’incontro con Lelli per il 12 dicembre, il giorno prima Merlino chiede a Delle Chiaie un colloquio che ha il sapore di sfogo/confessione sulla sua crisi. Delle Chiaie gli dà appuntamento nella casa di via Tuscolana per il pomeriggio del giorno dopo, impegno di cui, al contrario di Merlino, Delle Chiaie si dimentica. La sera del 12 agli inquirenti Merlino tace l’episodio per non coinvolgere Delle Chiaie nell’inchiesta e dichiara che quel pomeriggio era a passeggio da solo, per le vie della capitale; la scelta di Merlino è dettata anche dalla convinzione che il suo rilascio sarebbe stato imminente; solo nel caso in cui fosse stato trattenuto più dei tre giorni stabiliti dalla Legge, Merlino avrebbe menzionato l’appuntamento con Delle Chiaie e quest’ultimo sarebbe quindi dovuto andare in Questura a confermare che il suo amico, il pomeriggio del 12, era a casa sua e, vista la sua assenza, si era intrattenuto con la sua compagna Leda Minetti e i suoi due figli, Claudio e Riccardo dei quali, anni dopo, Merlino sposerà la sorella Mirella.

MERLINO ROBERTO GARGAMELLI E VALPREDA

Merlino, Gargamelli, Valpreda

A casa di Delle Chiaie i tre ragazzi avevano passato il tempo a parlare di un viaggio fatto in Romania alcuni anni prima, ricordi raccontati sulle note del Die Fahne Hoch (In alto la bandiera), l’inno del partito nazionalsocialista dei lavoratori, suonato al piano in chiave jazz da Riccardo. Di tutto questo Merlino ne racconta a Serpieri che, in Questura, è seduto accanto a lui insieme a Polito/Ippolito e lo prega di avvisare Delle Chiaie di tutti i dettagli; Serpieri invece tace su quello più importante, la questione dei tre giorni e dell’eventuale rilascio di Merlino, mettendo così Delle Chiaie nella condizione di non recarsi in Questura a confermare l’alibi del suo ex camerata, una cosa che farà molti giorni dopo generando negli inquirenti sospetti sui due amici e sull’attendibilità del loro alibi.

Difficile capire perché gli inquirenti non abbiano ascoltato i Minetti subito dopo il racconto, questa volta completo, fatto da Merlino sul suo pomeriggio del 12 o comunque perché la loro testimonianza non fosse sufficiente a garantire l’alibi a Merlino senza l’ausilio delle dichiarazioni di Delle Chiaie il quale, dopo tutto, era altrove per cui avrebbe potuto solo confermare l’esistenza dell’appuntamento e nulla più. Per alcuni è qui il nodo da sciogliere, in quel momento forse scocca l’ora di un duello all’arma bianca e all’ultimo sangue fra poteri dello Stato, da una parte il SID, dall’altra gli Affari Riservati del Viminale, un duello combattuto usando anarchici e neofascisti come armi. Di certo per Merlino e Delle Chiaie scatta una sorta di «ora X» che segna le loro vite per tutti gli anni successivi, caratterizzando la loro storia politica e personale in maniera definitiva. Delle Chiaie opterà per la latitanza che durerà 17 anni; Merlino invece siederà sul banco degli imputati per 15, esattamente dal 23 febbraio 1972 al 27 gennaio 1987, dove in tutti i gradi di giudizio verrà riconosciuto innocente.

Nel 1989, indossando una camicia nera, Merlino è presente ai funerali di Lelli rendendo così omaggio alla lealtà e onestà dell’amico il quale, in una cortese ma ferma replica a un articolo dell’Espresso uscito a ridosso della strage, aveva confermato di essere stato lui a decidere il giorno e l’ora dell’appuntamento e non Merlino come sosteneva l’articolo, ipotizzando la volontà di quest’ultimo a costruirsi l’alibi per quel tragico pomeriggio.

MERLINO oggi

Messi da parte i guai giudiziari e da tempo ideologicamente tornato alle proprie origini di neofascista, fra i tanti suoi interessi Merlino si è dedicato allo studio e alla memoria della RSI e soprattutto della X MAS, una storia quella della Decima che quando ne parla, Merlino sembra rivolgersi a chi l’ha guidata guardando fuori dalla finestra della sua casa che dà proprio sul lato sinistro della chiesa di Santa Maria Maggiore, dove è situata la cappella dei Borghese con le spoglie del Comandante. Tornato al suo mestiere di professore, Merlino ha insegnato Storia e Filosofia in un liceo della capitale; non di rado i suoi studenti, colpiti anche dal suo look, hanno mostrato un inusuale interesse per le sue lezioni, incuriositi anche dalla sua storia personale; meno accoglienti sono stati alcuni suoi colleghi, sempre pronti a rinfacciargli le bombe del 12 dicembre. Analogo e inaspettato atteggiamento è quello che Casa Pound ha nei confronti di Merlino tanto da inserirlo fra le persone non gradite, con la motivazione che il suo nome è un «nome pesante».

FONTI

Verbale n. 468 del 6 aprile 1970 interrogatorio di Ernesto Cudillo a Marcello Lelli

Paese Sera, 2 giugno 1974

Mario Consani Foto di gruppo di piazza Fontana, Melampo, Milano 2005

Conversazione con Mario Merlino, Roma 15 ottobre 2008

Paolo Cucchiarelli Il segreto di Piazza Fontana, Ponte Alle Grazie, Roma 2009

Conversazione con Stefano Delle Chiaie, Roma 22 novembre 2011

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FILIPPO DE JORIO, l’uomo dei miracoli

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De Jorio assiste divertito al baciamano del Principe Sforza Ruspoli al cardinal Poupard

di Ben Oates

E poi dicono che i miracoli non esistono. Provate a chiedere all’avvocato Filippo de Jorio. Una sera, alla guida della sua Lamborghini, stravolto dal sonno, si accascia sul volante, fa alcune centinaia di metri, curve comprese, poi si ferma tranquillamente: nemmeno un graffio, né a lui né alla Lamborghini. Se per un colpo di sonno basta un angelo custode, per un attentato occorre qualcosa in più.

La notte del 21 aprile 1975, mentre percorre la Aurelia Antica, per tenersi sveglio, de Jorio recita ad alta voce e in latino il «Salve Regina»: al momento di pronunciare «Mater Misericordiae», da un’automobile che si è portata a ridosso della sua, esplodono tre colpi di pistola: quello che avrebbe dovuto centrare la nuca dell’avvocato colpisce la cornice metallica del lunotto posteriore che, staccandosi, sferra una frustata capace di far piegare De Jorio sul sedile del passeggero. Sembra morto, invece esce incolume dall’abitacolo: ferma un taxi, che passa giusto in quel momento, e si fa accompagnare in Questura.

Ma chi può volere la morte di quest’uomo alto, piazzato, dalla calvizie precoce, mite, dalla voce flautata e i modi cardinalizi? Nato a Napoli nel 1933, romano d’adozione, cattolico praticante, dichiaratamente di destra, allievo di Massimo Severo Giannini, la professione di de Jorio è quella di avvocato con una passione per la politica attiva: pur essendo democristiano doc, manifesta simpatie per la Monarchia e le Forze Armate.

Alla fine degli anni Sessanta, de Jorio si avvicina a Giulio Andreotti e ne diventa uno dei cardini della corrente. Alle elezioni del 1970 guadagna ben 40 mila voti nella regione Lazio e questo è un altro miracolo: infatti il sistema elettorale prevede solo tre preferenze e lui non è inserito fra i primi tre della lista, solitamente i più votati. Per la DC de Jorio tiene i contatti con il mondo industriale, militare ed ecclesiale: amicizie queste che, a fasi alterne, gli porteranno benefici e disgrazie.

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Questa foto, risalente al 1973, è una delle poche dove compare Eggardo Beltrametti: il primo a sinistra è il generale Duilio Fanali che, secondo Delle Chiaie, è colui che fa saltare il golpe Borghese, mentre il terzo alto e calvo è de Jorio. Uno dei restanti tre è Beltrametti: nel ’73 ha già sessantadue anni, quindi potrebbe essere quello basso, stempiato, apparentemente emaciato.

Le seconde arrivano inaspettate grazie al suo lavoro di legale. Nel 1971 de Jorio assume la difesa di quattro uomini accusati di aver avuto parte attiva nel golpe Borghese del 7/8 dicembre dell’anno precedente: Remo Orlandini, già suo cliente, Mario Rosa, Giovanni De Rosa e Giuseppe Lo Vecchio. L’avvocato democristiano si getta con entusiasmo nell’incarico, certo di vincere il processo, specie dopo aver letto le carte e aver constatato l’assoluta inconsistenza delle accuse; inoltre ricorda bene quello che gli aveva detto pochi mesi prima Junio Valerio Borghese: non c’era stato alcun golpe, ma solo l’intenzione di organizzare una manifestazione di protesta di una certa robustezza in occasione della prevista visita di Tito in Italia, che poi misteriosamente non c’era stata.

Alle prime notizie sul «golpe della Madonna», Andreotti, sul suo periodico «Concretezza», scrive un articolo in difesa del Comandante intitolandolo però con un criptico «Principe avvisato, mezzo salvato». Verso la metà degli anni Settanta, Andreotti decide di abbandonare il centrismo per virare verso sinistra: de Jorio, democristiano fino al midollo e anticomunista viscerale, gli accordi li farebbe solo con la destra di Giorgio Almirante.

Uno dei collaboratori più stretti di Andreotti, un ex commissario di Pubblica Sicurezza poi diventato Pubblico Ministero, pensa a come mettere l’avvocato democristiano fuori gioco. Secondo de Jorio il sillogismo è il seguente: se si oppone al progetto di guardare a sinistra e difende dei golpisti, di sicuro anche lui viene considerato un golpista. Scatta quindi un’indagine destinata a tradursi in arresto, ma un importante giudice istruttore gli suggerisce provvidenzialmente di andarsene dall’Italia.

De Jorio lo fa a bordo del suo yacht, attraccato al porto di Fiumicino. Con il suo 32 metri dirige il timone verso la Corsica e da lì vola a Ginevra dove trova un lavoro in banca. Dopo un po’ di tempo da Roma gli giunge un invito da un noto monsignore a farsi una passeggiata verso la Francia, perché la Svizzera non è più un posto sicuro dove stare: de Jorio si reca così a Monaco e inizia a collaborare con Radio Monte Carlo. Direttamente dal capo della polizia monegasca riceve l’assicurazione di non dover temere nulla.

Né Monaco né la Francia concedono l’estradizione all’Italia e de Jorio rimane a Montecarlo per tre anni. Nel processo di primo grado del ‘77/’78 per il golpe Borghese, viene assolto insieme a Luciano Berti, il comandante delle Guardie Forestali di Cittaducale. L’avvocato ritiene che se per Berti e gli altri il pericolo è solo la prigione, a lui potrebbe andar peggio essendo l’unico degli imputati ad avere incarichi e responsabilità politiche. Insomma in lui è ancora vivo il ricordo dell’attentato del ’75 ad opera dei Nuclei Armati Proletari: una rivendicazione che, in piena crisi paranoica, desta in de Jorio profondi dubbi.

Comunque i miracoli non sono finiti. A Castiglion Fibocchi vengono rinvenute le liste di appartenenza alla P2 di Licio Gelli: il numero 670 corrisponde al nome di Filippo de Jorio. Il miracolo dov’è? La data di iscrizione alla loggia risale al periodo in cui era in esilio a Monaco: probabilmente è stato aggiunto nella certezza che prima o poi avrebbe aderito oppure è un’altra trappola che, con l’aiuto della Provvidenza, non causa alcun esito processuale se non una bizzarra deposizione come teste nel processo in cui veste i panni di avvocato difensore di alcuni illustri imputati per appartenenza alla loggia segreta.

De Jorio riesce a far assolvere i suoi assistiti in tutti e tre i gradi di giudizio. Per la faccenda del golpe Borghese, rimane dell’idea che non ci sia stato alcun golpe: doveva essere una manifestazione forse anche violenta verso l’odiato Tito, in opposizione agli accordi che l’Italia stava concludendo con il leader slavo poi codificati a Osimo cinque anni dopo.

Del Comandante, de Jorio ha un ricordo tenero, affettuoso, anche divertito: lo dipinge come una persona simpatica, socievole, ricercatissimo dai salotti romani, gran soldato, pessimo politico e, diversamente da come la pensano in molti, fascista. Sulla morte di Borghese de Jorio è sicuro che sia stato avvelenato: una certezza che non si incrina nemmeno se gli si contestano le parole di Elena, la figlia «birbante» del Comandante (notoriamente di sinistra) la quale accorsa al capezzale del padre ancora in vita ha sempre liquidato come fantasie quelle sulla morte violenta del genitore.

Per coerenza con i suoi principi morali e religiosi de Jorio ha applicato il perdono cattolico ai suoi ex nemici risparmiando loro l’odio, cattolico anche questo e notoriamente temibile. Ecco che anche i suoi ex nemici possono ritenersi dei miracolati.

FONTI

Claudio Vitalone, Stralcio della requisitoria del processo sul golpe Borghese, Roma 1978

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di 1° grado, 14 luglio 1978.

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di appello, 27 novembre 1984.

Sergio Zavoli La notte della Repubblica (trasmissione tv) Rai 1989

Vivendo Parlando-Il testimone Il golpe Borghese (trasmissione tv) TV2000 14 dicembre 1999

Conversazione telefonica con Elena Borghese, 20 giugno 2003

Aldo Giannuli L’Italia dei golpe, convegno al Noir in Festival, Courmayeur 10 dicembre 2004

La Storia siamo noi Il golpe Borghese (trasmissione tv) Rai 3, 2005

Filippo de Jorio L’albero delle mele marce Il Borghese, Roma 2009

Conversazione con Filippo de Jorio, Roma 29 aprile 2011

SANDRO SACCUCCI: dal paracadute al taxi

A P. VENEZIAdi Ben Oates

Quel film non esiste. La proiezione di Berlino dramma di un popolo, da tempo pubblicizzata da vari quotidiani romani e prevista per la sera del 7 dicembre 1970 presso la palestra di via Eleniana, sede dell’Associazione Nazionale Paracadutisti di Roma, non avviene; il titolo è pura invenzione, forse è una sorta di segnale, di parola d’ordine.

La gente non manca, sono presenti almeno un centinaio di uomini, alcuni con le rispettive accompagnatrici, pronti per assistere allo spettacolo. La serata è stata organizzata da Sandro Saccucci: nato a Roma nel 1943, professione ragioniere commercialista, soprannome Luigi, nome falso Giovanni Sbiroglio da usare in caso di necessità, all’età di 23 anni Saccucci frequenta per sei mesi la scuola di paracadutismo di Pisa e i successivi dodici li trascorre preso la caserma di fanteria paracadutista di Livorno dove termina il servizio militare con il grado di sottotenente di complemento.

Ammiratore di Giuseppe Mazzini prima, poi dell’idea di nazione che aveva avuto Mussolini, senza separarsi dal suo amato basco amaranto, nel 1968 Saccucci entra in Ordine Nuovo assumendo poco dopo una posizione di dissenso verso i vertici rappresentati da Clemente Graziani ed Elio Massagrande, diventati leader del movimento dopo il rientro nel MSI del suo fondatore Pino Rauti.

Saccucci non vede di buon occhio il disaccordo misto a diffidenza che Graziani e Massagrande hanno nei confronti dei ventilati progetti di colpo di stato da parte di Junio Valerio Borghese e del suo Fronte Nazionale. Come molti anche Saccucci nutre per il Comandante stima e considerazione tanto da assumersi il compito di condurre un gruppo che, almeno nelle intenzioni di chi guida l’operazione, deve dare man forte a un’insurrezione armata. Nella meticolosa organizzazione manca un dettaglio fondamentale: informare buona parte dei presenti qual è la vera natura di quell’assembramento, i convenuti devono attendere qualcosa o qualcuno che dia loro il via, ma il via per cosa?

Passano le ore, molti atleti, stanchi di aspettare, si tolgono la tuta e si rivestono con l’intenzione di tornare a casa, ma quando si avvicinano all’uscita si accorgono che le porte sono bloccate: iniziano così le proteste ma Saccucci non c’è, non si sa dove sia, anche se c’è però chi assicura sul suo imminente ritorno. Cominciano così a trapelare le prime voci sul reale motivo di quella convocazione, qualcuno assicura che di li a poco arriveranno gli autocarri e le armi, una notizia questa che diventa fatale a uno dei presenti, probabilmente già sofferente di cuore.

Passa la mezzanotte e di Saccucci nemmeno l’ombra, arrivano le 2.30 e Bruno Stefàno, frequentatore ondivago di Avanguardia Nazionale e ON, ordina lo scioglimento delle righe, una sorta di «tutti a casa», l’ennesimo, tanto che ci vuole la determinazione e la pistola di un capitano dei carabinieri, presente nella palestra, a disperdere i facinorosi, ansiosi di capire il perché di quel contrordine. Nulla da fare, «Il lungamente atteso colpo di Stato» non ci sarà. Saccucci non ha esitato a servirsi di gente ignara, seppur ideologicamente affine al progetto. Pur essendo stato in prigione per quasi un anno per i fatti di quella notte, nel 1972 Saccucci entra in Parlamento nelle file del MSI grazie al quale (e alla DC) sventa ben tre autorizzazioni a procedere.

 

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Arriva il maggio 1976, ci sono le elezioni politiche. C’è da fare la campagna elettorale per la rielezione e per un esponente del MSI farla nella provincia di Latina è come giocare in casa. O quasi. Il giorno 28 su quelle strade circola un piccolo corteo di automobili, sette per la precisione, formato da giovani che sono lì per fare da supporto e protezione all’onorevole Saccucci intenzionato a tenere comizi per l’intera giornata, passando da una cittadina all’altra. La prima della lista è Maenza, l’ultima è Sezze Romano. Quando il corteo di automobili arriva a Sezze è ormai buio, fino a quel momento era filato tutto liscio. Alle elezioni politiche di quattro anni prima, a Sezze il PCI aveva raggiunto il 53% dei suffragi, ma il gruppo di Saccucci si sente comunque al sicuro visto che, dopo tutto, si è sempre dalle parti di Latina. Ma non è così.

Fin da subito l’oratoria dell’ex ufficiale viene interrotta da slogan e lanci di bottiglie da parte di un folto gruppo di giovani dell’estrema sinistra, molti dei quali aderenti a Lotta Continua, giunti fin lì da Roma con l’intento di impedire a Saccucci di tenere il suo discorso. Quest’ultimo continua comunque a parlare, ma quando comincia a sostenere, neppure tanto velatamente, che con le stragi i fascisti non c’entrano, succede il finimondo. Il gruppo di missini è costretto alla fuga, una fuga però praticamente impossibile, Sezze ha un centro storico fatto di viuzze e quelle adiacenti alla piazza sono bloccate.

Al lancio di sassi e bastoni da parte dei contestatori ecco che dal gruppo missino compaiono alcune armi da fuoco, una delle quali impugnata proprio da Saccucci che spara in aria. Riusciti a farsi largo a suon di pallottole, fino a quel momento andate a vuoto, la quindicina di missini riesce a impossessarsi delle sette automobili e a tutta velocità tenta di uscire da quella che ormai è diventata una trappola. Proprio durante la fuga, da una delle auto che segue quella di Saccucci, guidata da Angelo Pistolesi, partono un paio di colpi che feriscono Antonio Spirito e uccidono Luigi Di Rosa, entrambi militanti della sinistra.

L’eco della tragedia è così grande che subito Giorgio Almirante, pur difendendo Saccucci dall’accusa di concorso in omicidio sostenendo la tesi della legittima difesa, decide di espellerlo dal partito. Rinviato a giudizio Saccucci ripara prima in Inghilterra, poi dalla Francia dov’era stato appena arrestato dall’Interpol fugge in Rhodesia, poi lascia lo Stato africano per recarsi in Cile e infine a Cordoba (Argentina). Per i fatti di Sezze, Saccucci viene condannato per concorso morale nell’omicidio, sentenza questa che verrà successivamente annullata per inapplicabilità. Va molto peggio a Pistolesi che verrà assassinato da una mano rimasta ignota un anno e mezzo dopo. Per il tentato colpo di Stato, Saccucci viene condannato in primo grado a quattro anni di reclusione, assolto poi in appello perché il fatto non sussiste. L’ufficiale col basco amaranto che, una volta preso il potere, avrebbe guidato il servizio segreto, il politico con la giacca verde oliva che non esitò a recarsi a un suo comizio armato di pistola e a usarla, a Cordoba quell’uomo finisce per indossare una divisa giallo nera. Quella di tassista.

 

FONTI

Claudio Vitalone, Stralcio della requisitoria del processo sul golpe Borghese, Roma 1978

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di 1° grado, 14 luglio 1978.

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di appello, 27 novembre 1984.

Sergio Zavoli La notte della Repubblica (trasmissione tv) Rai 1989

Vivendo Parlando-Il testimone Il golpe Borghese (trasmissione tv) TV2000 14 dicembre 1999

Aldo Giannuli L’Italia dei golpe, convegno al Noir in Festival, Courmayeur 10 dicembre 2004

La Storia siamo noi- Il golpe Borghese (trasmissione tv) Rai 3, 2005

Luca Telese Cuori neri, Sperling & Kupfer, Milano 2006

Conversazione telefonica con Sandro Saccucci, 23 marzo 2011.