Gianadelio Maletti

MARIO MERLINO, il figlio dei fiori

Merlinodi Ben Oates

Cosa ci sta a fare un capellone, con barba lunga e occhiali da intellettuale, fra i neofascisti degli anni Sessanta? A guardare Mario Michele Merlino pensi più a Jerry Garcia dei Grateful Dead o ad Augusto Daolio dei Nomadi, di sicuro non a un macho con un manganello in mano che il giovane Merlino qualche volta ha usato.

Merlino è nato a Roma il 2 giugno 1944, evento questo che lo costringe a vedere mischiati i festeggiamenti per il suo compleanno con quelli della mai amata Repubblica Italiana, un fastidio che lo spinge a ricordare con orgoglio le sue prime 48 ore di vita, quelle cioè passate sotto la RSI prima che gli odiati yankee entrassero trionfanti nella capitale. Figlio di un funzionario del dicastero pontificio Propaganda Fide, verso la fine del 1960 Merlino si iscrive alla Giovane Italia; due anni dopo è la volta del MSI che Merlino lascia nel giugno del 1965, deluso dall’accordo che Giorgio Almirante, all’opposizione interna, stringe a Pescara con Arturo Michelini segretario del partito; per molti giovani neofascisti quell’intesa sancisce il frantumarsi del sogno di vedere il MSI come unico mezzo di lotta al sistema.

Merlino si avvicina quindi ad Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie iscrivendosi all’ASAN, l’organizzazione universitaria di AN; è con i camerati dell’ASAN che, il 27 aprile 1966, Merlino si trova coinvolto negli scontri fra neofascisti e socialcomunisti che provocano la morte dello studente di Architettura Paolo Rossi: con i camerati che sono ai piedi della scalinata interna dell’Università, opportunamente tenuti lontano dai compagni grazie a un cordone di Carabinieri, Merlino vede precipitare Rossi come un sacco, senza un grido.

Il 1968 è l’anno delle battaglie, delle manifestazioni, degli scontri. Insieme ai camerati di AN, Caravella ed Europa e Civiltà e ai compagni del Movimento Studentesco, Merlino è a Valle Giulia con in mano il suo manganello per darsele di santa ragione con i celerini. Poche settimane dopo è nel gruppo di neofascisti italiani ed ellenici che, a bordo dell’Egnatia, da Brindisi salpano alla volta della Grecia per celebrare il primo anniversario del golpe dei colonnelli; prima di partire Merlino è costretto a recarsi dal barbiere per tagliare i capelli, obbligato dalle ferree regole di buon costume imposte dalla giunta ellenica.

Della gita «d’istruzione» il SID è perfettamente a conoscenza grazie a Stefano Serpieri, ex ordinovista, in quel momento appartenente a Europa e Civiltà, da qualche anno anche informatore dei servizi, pure lui imbarcato sull’Egnatia; a chiudere il cerchio c’è l’addetto militare dell’ambasciata italiana di Atene che risponde al nome del colonnello Gianadelio Maletti.

Merlino e gli altri sono inconsapevoli di andare incontro a una cocente delusione, ancora oggi egli rammenta perfettamente i morsi della fame patiti ad Atene, dovuti all’indifferenza pressoché totale che le autorità greche ebbero verso i loro ospiti. I colonnelli, visceralmente anticomunisti, non avevano mai rivendicato alcuno spirito o ideologia fascista; per loro era stato fondamentale liberarsi dallo spettro di avere una bandiera rossa a sventolare su piazza Syntagma (oltre a quello di vedere intaccate le loro buste paga); inoltre non va esclusa l’ipotesi che nei militari ellenici fosse ancora vivo il ricordo di quel spezzeremo i reni alla Grecia di mussoliniana memoria.

Il 1968 per Merlino segna anche un punto di svolta interiore, una crisi esistenziale e politica che se da una parte gli creerà ripercussioni psicologiche dall’altra sarà causa di effetti di natura giudiziaria ben più pesanti (e non solo per lui). Merlino è sfiduciato verso i movimenti di destra e per nulla attratto da quelli di sinistra: la decisione di abbandonare AN diventa inevitabile. Dopo una breve frequentazione di alcuni gruppi di cattolici integralisti, approda su posizioni decisamente anarchiche. Arrivato il fatidico 1969, Merlino entra nel circolo Bakunin della capitale insieme a una quindicina di anarchici fra cui Ivo Della Savia e Pietro Valpreda. Tutti conoscono il passato fascista di Merlino, sanno che alcuni vecchi amici continua a frequentarli, ma nessuno si preoccupa o ha da ridire. Nell’estate di quell’anno Merlino è a manifestare di fronte al Palazzo di Giustizia di piazza Cavour in sostegno degli anarchici arrestati a Milano per gli attentati dinamitardi avvenuti a bordo di alcuni treni.

Insieme a Valpreda, Della Savia e tal Andrea Polito, in ottobre Merlino lascia il Bakunin per fondare il 22 Marzo, un nome che, stando a quanto ancora oggi afferma, fu imposto da Valpreda in onore del Sessantotto francese ma avversato da Merlino perché timoroso che sorgessero equivoci con un altro movimento, il XXII Marzo, creato un anno prima da Delle Chiaie con l’intento di unire i gruppi neofascisti giovanili al Movimento Studentesco dato che il nemico era uno solo, cioè il sistema. In quel momento tutti ignorano che Polito altro non è che Salvatore Ippolito, agente dell’Ufficio Politico della Questura di Roma, infiltrato su ordine del commissario Domenico Spinella, il quale da tempo nutre sospetti sull’attività politica di Della Savia.

MERLINO Agosto 1969

Merlino, agosto 1969

Il 12 dicembre 1969 Merlino deve incontrare Marcello Lelli, segretario federale della Federazione Giovanile Comunista Italiana e suo ex compagno di scuola, per esaminare la tesi di laurea che Merlino ha scritto sui rapporti fra Stato e Società. Lelli gli dà appuntamento per le 16 presso l’Istituto di Sociologia. Merlino decide però di non andare da Lelli, spinto dall’esigenza di vedere Delle Chiaie per confrontarsi con lui su quella che sente come una forte e profonda crisi personale, oltre che politica. Intanto a Milano scoppia la bomba ed è strage: poco dopo altre esplosioni avvengono a Roma in una banca e ai piedi dell’Altare della Patria, ma per fortuna non ci sono vittime.

Sospettato per gli ordigni esplosi nella capitale, come gli altri anarchici del 22 Marzo, anche Merlino viene fermato e portato in Questura raggiunto poi da Serpieri, ufficialmente convocato per essere interrogato, in realtà è lì per carpire eventuali confidenze di chi è seduto in sala d’attesa. Sulla questione dei nomi XXII Marzo e 22 Marzo, sulla vera o presunta data di nascita del secondo, per alcuni risalente al mese di aprile ‘69 e soprattutto sulla storia dell’alibi di Merlino e Delle Chiaie per i fatti del pomeriggio del 12 dicembre, ancora oggi storici e studiosi dibattono. Per molti di loro le sentenze e motivazioni di esse non rispondono ai quesiti o non corrispondono alle tesi, spesso teoremi, che da anni pongono a chi legge i loro saggi.

Che di bandolo intricato si tratta è poco ma sicuro, tanto che ancora rimangono zone d’ombra. Benché in agenda avesse annotato l’incontro con Lelli per il 12 dicembre, il giorno prima Merlino chiede a Delle Chiaie un colloquio che ha il sapore di sfogo/confessione sulla sua crisi. Delle Chiaie gli dà appuntamento nella casa di via Tuscolana per il pomeriggio del giorno dopo, impegno di cui, al contrario di Merlino, Delle Chiaie si dimentica. La sera del 12 agli inquirenti Merlino tace l’episodio per non coinvolgere Delle Chiaie nell’inchiesta e dichiara che quel pomeriggio era a passeggio da solo, per le vie della capitale; la scelta di Merlino è dettata anche dalla convinzione che il suo rilascio sarebbe stato imminente; solo nel caso in cui fosse stato trattenuto più dei tre giorni stabiliti dalla Legge, Merlino avrebbe menzionato l’appuntamento con Delle Chiaie e quest’ultimo sarebbe quindi dovuto andare in Questura a confermare che il suo amico, il pomeriggio del 12, era a casa sua e, vista la sua assenza, si era intrattenuto con la sua compagna Leda Minetti e i suoi due figli, Claudio e Riccardo dei quali, anni dopo, Merlino sposerà la sorella Mirella.

MERLINO ROBERTO GARGAMELLI E VALPREDA

Merlino, Gargamelli, Valpreda

A casa di Delle Chiaie i tre ragazzi avevano passato il tempo a parlare di un viaggio fatto in Romania alcuni anni prima, ricordi raccontati sulle note del Die Fahne Hoch (In alto la bandiera), l’inno del partito nazionalsocialista dei lavoratori, suonato al piano in chiave jazz da Riccardo. Di tutto questo Merlino ne racconta a Serpieri che, in Questura, è seduto accanto a lui insieme a Polito/Ippolito e lo prega di avvisare Delle Chiaie di tutti i dettagli; Serpieri invece tace su quello più importante, la questione dei tre giorni e dell’eventuale rilascio di Merlino, mettendo così Delle Chiaie nella condizione di non recarsi in Questura a confermare l’alibi del suo ex camerata, una cosa che farà molti giorni dopo generando negli inquirenti sospetti sui due amici e sull’attendibilità del loro alibi.

Difficile capire perché gli inquirenti non abbiano ascoltato i Minetti subito dopo il racconto, questa volta completo, fatto da Merlino sul suo pomeriggio del 12 o comunque perché la loro testimonianza non fosse sufficiente a garantire l’alibi a Merlino senza l’ausilio delle dichiarazioni di Delle Chiaie il quale, dopo tutto, era altrove per cui avrebbe potuto solo confermare l’esistenza dell’appuntamento e nulla più. Per alcuni è qui il nodo da sciogliere, in quel momento forse scocca l’ora di un duello all’arma bianca e all’ultimo sangue fra poteri dello Stato, da una parte il SID, dall’altra gli Affari Riservati del Viminale, un duello combattuto usando anarchici e neofascisti come armi. Di certo per Merlino e Delle Chiaie scatta una sorta di «ora X» che segna le loro vite per tutti gli anni successivi, caratterizzando la loro storia politica e personale in maniera definitiva. Delle Chiaie opterà per la latitanza che durerà 17 anni; Merlino invece siederà sul banco degli imputati per 15, esattamente dal 23 febbraio 1972 al 27 gennaio 1987, dove in tutti i gradi di giudizio verrà riconosciuto innocente.

Nel 1989, indossando una camicia nera, Merlino è presente ai funerali di Lelli rendendo così omaggio alla lealtà e onestà dell’amico il quale, in una cortese ma ferma replica a un articolo dell’Espresso uscito a ridosso della strage, aveva confermato di essere stato lui a decidere il giorno e l’ora dell’appuntamento e non Merlino come sosteneva l’articolo, ipotizzando la volontà di quest’ultimo a costruirsi l’alibi per quel tragico pomeriggio.

MERLINO oggi

Messi da parte i guai giudiziari e da tempo ideologicamente tornato alle proprie origini di neofascista, fra i tanti suoi interessi Merlino si è dedicato allo studio e alla memoria della RSI e soprattutto della X MAS, una storia quella della Decima che quando ne parla, Merlino sembra rivolgersi a chi l’ha guidata guardando fuori dalla finestra della sua casa che dà proprio sul lato sinistro della chiesa di Santa Maria Maggiore, dove è situata la cappella dei Borghese con le spoglie del Comandante. Tornato al suo mestiere di professore, Merlino ha insegnato Storia e Filosofia in un liceo della capitale; non di rado i suoi studenti, colpiti anche dal suo look, hanno mostrato un inusuale interesse per le sue lezioni, incuriositi anche dalla sua storia personale; meno accoglienti sono stati alcuni suoi colleghi, sempre pronti a rinfacciargli le bombe del 12 dicembre. Analogo e inaspettato atteggiamento è quello che Casa Pound ha nei confronti di Merlino tanto da inserirlo fra le persone non gradite, con la motivazione che il suo nome è un «nome pesante».

FONTI

Verbale n. 468 del 6 aprile 1970 interrogatorio di Ernesto Cudillo a Marcello Lelli

Paese Sera, 2 giugno 1974

Mario Consani Foto di gruppo di piazza Fontana, Melampo, Milano 2005

Conversazione con Mario Merlino, Roma 15 ottobre 2008

Paolo Cucchiarelli Il segreto di Piazza Fontana, Ponte Alle Grazie, Roma 2009

Conversazione con Stefano Delle Chiaie, Roma 22 novembre 2011

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ELIO MASSAGRANDE, il gaucho

MASSAGRANDE ELIO ritratto 2

di Ben Oates

Per Elio Massagrande prima viene la famiglia, poi la politica. Di origini contadine, nasce a Isola Rizza, nei pressi di Verona: classe 1941, nel 1959 consegue a Padova la licenza di pilota civile di aeromobile. Sono le passioni per il paracadutismo e le arti marziali che avvicinano Massagrande agli ambienti di Ordine Nuovo: insieme a Leone Mazzeo, che più tardi sposerà la sorella di sua moglie, di ON Elio diventa uno dei responsabili per il Veneto.

Seguendo le orme dei suoi amici Roberto Besutti, ordinovista mantovano, sergente allievo ufficiale dei parà a Vicenza, e Marco Morin che, anni dopo, sarà protagonista di una perizia depistante sull’esplosivo usato nell’attentato di Peteano, nel 1966 Massagrande inizia il corso allievi ufficiali a Foligno per diventare sottotenente di complemento nell’artiglieria paracadutista di stanza a Livorno.

Più o meno contemporaneamente, per i tre militari quel 1966 segna le prime noie con la giustizia: al terzetto di amici vengono sequestrati un gran quantitativo di armi, munizioni ed esplosivo al plastico. Una santabarbara ingiustificabile per degli ufficiali di complemento, ma i tre le spiegazioni riescono a trovarle giurando sulla genuinità della loro passione per le armi e il relativo collezionismo.

Massagrande afferma di aver acquistato il suo quantitativo per 40 mila lire da uno sconosciuto incontrato in piazza XX Settembre a Livorno, una dichiarazione accolta da giudici non privi di superficialità anche se, nella metà degli anni Sessanta, sarebbe stato impensabile per chiunque immaginare che di lì a poco sarebbe iniziata la lunga stagione del terrore politico.

Tornato a Verona, Elio si mette in società con la moglie del capitano di artiglieria Amos Spiazzi nella gestione di una palestra.

Arriva il 1969: ON viene sciolto e Pino Rauti torna nel MSI spingendo così numerosi dissidenti a fondare il Movimento Politico Ordine Nuovo che l’anno successivo elegge suo leader Clemente Graziani e un direttorio nazionale formato da Massagrande, Besutti e Mazzeo. Gli aderenti al MPON usano definirsi ordinoviani, un termine che vuole indicare una razza appartenente a un’altra era, utile anche per distinguersi dai vecchi ordinovisti. I quattro decidono di «processare» Rauti per tradimento, condannando poi il loro ex maestro a «restare in vita» in modo tale da essere additato per sempre come rinnegato.

Insieme a un camerata romano, Mazzeo fa qualcosa in più: una sera blocca Rauti in una strada della capitale e, con un piccolo martello, lo colpisce all’orecchio per dargli un monito. Leggermente ferito, al Pronto Soccorso, Rauti dichiarerà di essere stato vittima di una selvaggia aggressione da parte di quelli del Collettivo di via dei Volsci.

I guai seri per Massagrande arrivano poco prima della metà degli anni Settanta quando il Ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani, contro i pareri di Aldo Moro, Mariano Rumor e Giulio Andreotti e minacciando una crisi di governo, scioglie per decreto il MPON mettendo di fatto fuori legge i suoi iscritti, forte anche della sentenza emessa poco prima nei confronti di 42 ordinovisti in un processo che aveva avuto come pubblico ministero Vittorio Occorsio. L’accusa è ovviamente quella di ricostituzione del partito fascista. In accordo con Besutti e Mazzeo che accettano il carcere, Graziani e Massagrande scelgono invece la via della fuga.

MASSAGRANDE ELIO 2 ritratti

Insieme alla moglie Alessandra, ai suoi tre figli e a Graziani, nel 1974 Massagrande si reca ad Atene dove, in società con un camerata greco, inaugura un ristorante; un’attività che avrà vita breve a causa della truffa fatta dal socio, ma soprattutto per la richiesta di estradizione italiana che il nuovo governo democratico greco, insediatosi negli ultimi mesi di quel 1974, ha deciso di accogliere.

La scelta del governo ellenico è motivata da alcuni attentati avvenuti ad Atene e rivendicati da Ordine Nero, una sigla che da sempre Mazzeo ritiene un’invenzione partorita dal Viminale; in ogni caso Massagrande risulterà estraneo ai fatti e la logica non spinge a pensare il contrario: difficilmente un latitante che trova rifugio in un altro Paese decide di creare problemi a chi lo ospita. Inoltre la residenza ad Atene non doveva essere un gran segreto considerando l’intervista rilasciata da Elio al settimanale OGGI nel giugno 1974.

Massagrande lascia la Grecia a malincuore: fra le sue carte processuali c’è una sua dichiarazione, priva di firma, che è un atto d’amore nei confronti di quel Paese. Sono parole che evidenziano la riconoscenza verso il popolo greco, la rabbia verso lo Stato italiano e il governo greco di Nuova Democrazia, da cui si sente tradito; in quella lettera dattiloscritta Elio afferma di non aver mai avuto a che fare con la giunta dei colonnelli e la sua offerta di arruolarsi nell’esercito ellenico insieme a Graziani durante la crisi di Cipro, dove si era sfiorato il conflitto con la Turchia, viene spiegata come frutto del suo amore sconfinato per il popolo greco.

Ad attendere Elio all’aeroporto di Fiumicino c’è una schiera di poliziotti e carabinieri, insieme a uno stuolo di giornalisti. Massagrande si fa due mesi di prigione a causa degli attentati avvenuti ad Atene; due giorni prima di essere rilasciato viene selvaggiamente picchiato da alcuni detenuti che, secondo Mazzeo, sono stati sguinzagliati dal duo Maletti – La Bruna, ufficiali del SID, con l’intento di far reagire il neofascista e avere una motivazione per trattenerlo in carcere.

Uscito di galera Massagrande riunisce di nuovo tutta la famiglia e va in Spagna. Sarà il suo secondo errore dopo quello della fuga in Grecia: nel frattempo infatti era arrivata la sentenza di Cassazione del processo di fine ‘73 che lo condannava a due anni e nove mesi. Massagrande è di nuovo un latitante. Grazie alla sua assenza in Italia gli vengono continuamente addebitati reati su reati, avvalorando così i timori che Mazzeo gli aveva espresso al momento di accettare il carcere: la prigione ha il pregio di tenerti al riparo da sospetti e accuse di quei reati che avvengono durante la detenzione, se sei latitante il rischio di vederti addossato qualsiasi cosa è alto.

In quel momento per Elio il sospetto più grave è quello di un coinvolgimento nell’omicidio del giudice Occorsio. A Madrid non si capacita di quella che considera una congettura dei magistrati italiani: è inorridito per essere accostato a Pierluigi Concutelli, che lui giudica un pazzo esaltato, tanto da pensare che il bombardiere nero si sia volutamente fatto arrestare con l’arma del delitto in mano pensando così di diventare un eroe.

Quanto all’assassinio di Occorsio anche Massagrande, come molti altri ordinovisti, si lascia sfuggire un gesto di approvazione talmente rumoroso e plateale da causare uno scontro, ai limiti della rissa, con Stefano Delle Chiaie, leader di Avanguardia Nazionale, in quel periodo anche lui latitante e titolare del ristorante Apuntamiento, noto ritrovo di neofascisti. A colpire della vicenda Occorsio è l’atteggiamento che ancora oggi alcuni ex ordinovisti hanno nei confronti del magistrato: sentimenti non certo concilianti, né comprensivi.

Finito il franchismo, la Spagna non è più un posto sicuro per molti dei fascisti rifugiati nel Paese iberico: Massagrande decide quindi di volare in Sud America. Lui, Alessandra e i tre figli si sistemano in Paraguay dove, più tardi, vengono raggiunti da Graziani proveniente dall’Inghilterra via Spagna. Venuto a conoscenza delle sue origini contadine, un italiano da anni residente nel Paese sudamericano chiede a Elio di gestirgli il 25 per cento di un’estancia, cioè uno dei tanti immensi lotti di terreno tenuti ancora allo stato brado.

È grazie al paracadutismo che Massagrande entra in contatto con Alfredo Stroessner, il dittatore del Paraguay, il quale, assicurando riparo da eventuali richieste di estradizione, chiede all’italiano di costituire due scuole di paracadutismo, una civile e una militare; da quest’ultima nasce la guardia personale del caudillo paraguaiano comandata dal figlio, diventato amico di Elio. Successivamente Stroessner decide di dare sviluppo alla regione selvaggia del Chaco, negli anni Trenta casus belli con la Bolivia, dividendola in vari lotti, da 4 mila a 12 mila ettari, dando proprio a Massagrande l’incarico di vendere i terreni in Europa per conto del governo; anziché in denaro, l’italiano preferisce essere pagato con parte di quegli stessi lotti.

Caduto Stroessner all’inizio del 1989, per Massagrande si riaffaccia lo spauracchio dell’estradizione in Italia. Il nuovo governo paraguaiano lo arresta due volte e istruisce altrettanti processi con l’intento di restituirlo al suo Paese, ma le vecchie amicizie strette negli anni con alcuni importanti funzionari di polizia lo aiutano a restare quanto basta per dare tempo agli avvocati in Italia di provare la sua innocenza. In effetti lo spettro di una persecuzione aleggia sulle aule del tribunale di Bologna quando, ad esempio, viene rivelato il contenuto di una velina del SID in cui si sostiene che Massagrande e Graziani si fossero incontrati in Svizzera per programmare l’attentato al treno Italicus avvenuto il 4 agosto 1974: pensare che i due leader ordinovisti, in quel momento residenti ad Atene per giunta nello stesso appartamento, avessero necessità di andare fino in Svizzera a organizzare un attentato, rimarrà uno dei tanti tentativi, anche strampalati, di costruire un teorema.

Quando arriva la sentenza di assoluzione per l’omicidio Occorsio via via cadono tutte le altre accuse, ma di tornare in Italia non se ne parla affatto: per Massagrande la patria è ormai il Paraguay. Il destino è però in agguato. Nel 1999 il neofascista italiano si ammala di cancro e le cure che ha in Paraguay presto si rivelano insufficienti: Alessandra e i suoi figli lo convincono a tornare in Italia dove formalmente gli rimangono da scontare dodici giorni di carcere, ma nessuno oppone ostacoli al suo rientro. Massagrande viene ricoverato a Trento, dove muore nell’agosto del 1999. Rispettando le sue ultime volontà, le sue ceneri vengono sparse sull’amato Chaco.

FONTI

Verbali di interrogatorio Questure di Livorno e Verona 7 e 17 maggio 1966.

Dichiarazione non firmata di Elio Massagrande, Atene 14 gennaio 1975 ore 09.40.

Sandro Forte (a cura di) Clemente Graziani, la vita, le idee, Settimo Sigillio, Roma 1997

Ugo Maria Tassinari Fascisteria Castelvecchi, Roma 2001.

Mimmo Franzinelli La sottile linea nera Rizzoli, Milano 2008.

Conversazione con Rutilio Sermonti, Monte Compatri 27 agosto 2009.

Conversazione telefonica con l’avvocato Giuliano Artelli, 7 giugno 2011.

Conversazione telefonica con Leone Mazzeo, 15 luglio 2011.

Conversazione telefonica con Francesca Massagrande, 20 luglio 2011.

Conversazione con Rainaldo Graziani, Roma 21 luglio 2011.

Conversazione con Stefano Delle Chiaie, Roma 12 novembre 2011.

PIETRO LOREDAN, il Conte rosso

di Ben Oates

LOREDAN 4Una jeep sfreccia per le campagne del trevigiano. Nessuno immagina il pericolo che si correrebbe stando nei paraggi se l’automezzo dovesse avere un incidente: nel bagagliaio ci sono infatti decine di razzi pieni di tritolo. A guidare il veicolo è Pietro Loredan Gasparini di Volpago del Montello, per gli amici Piero, ma potremmo anche chiamarlo Giamburrasca grazie al talento che ha per la burla. Nato nel 1924, Loredan risiede nella sua splendida villa a Venegazzù che è stata ospedale della Croce Rossa durante la Grande Guerra: poi dopo l’8 settembre del ‘43 è diventata la sede di un comando tedesco tanto che, nell’estate del 1997, durante i lavori di ristrutturazione, verranno rinvenute svariate armi e bombe di proprietà della Wehrmacht.

Proprio da quella villa i nazisti spiccano un ordine di cattura nei confronti di Aldo, nome di battaglia che Loredan ha assunto nelle file partigiane di Pace e Libertà, dopo aver militato negli alpini guastatori. Pur facendo parte di una compagine non comunista qual è Pace e Libertà, Loredan si guadagna il soprannome di Conte rosso: è proprio in questo periodo che il dà il meglio di sé come amante della beffa andando di nascosto a dormire nella sua camera da letto, ritenendo quello l’unico posto dove i tedeschi mai avrebbero pensato di andarlo a cercare. Celebre anche la burla che Loredan fa ai danni di una compagnia di alpini inquadrata nella RSI: di notte, a ciascuno dei soldati, sottrae uno dei due stivali allineati ai bordi delle brande, causando così il rinvio di un’operazione militare da parte di quella compagnia.

È però dal «fuoco amico» che Loredan viene colpito e segnato per sempre nel fisico e non solo: in un’operazione dove deve distruggere denaro sequestrato in varie perquisizioni, al momento di dare fuoco al malloppo, viene colpito alle spalle da una raffica di mitra sparata da un paio di partigiani della Brigata Garibaldi: credutolo morto, i due si impossessano del denaro e fuggono via.

Terminata la guerra Loredan torna nella sua amata villa e dal suo adorato falco che chiama Baistrocchi, in onore di un partigiano piemontese. Con il decisivo apporto della sua compagna Anna Maria Pivetta, nella tenuta di Spineda, vicino Venegazzù, Loredan inizia a produrre un ottimo rosso che chiama «Capo di Stato» di cui omaggia anche i coniugi De Gaulle.

LOREDAN 2

Arrivano i favolosi anni Sessanta. In villa, Loredan ospita spesso il jet set del mondo dello spettacolo come ad esempio la troupe di «Signore e signori» o attori come la giovane Mariangela Melato verso la quale il Conte si diverte a passarle la mano sulla testa a mo’ di pelo e contropelo, regalando all’attrice cento lire per ogni passaggio. Altra burla del Conte è quella in cui, durante un pomeriggio assolato di agosto, convince la sua giovane cameriera a denudarsi completamente e fare un breve giro in bici intorno alla villa, col compito di rivestirsi in fretta subito dopo. Un signore in moto, che passa in quel momento, frena di scatto e avvisa il Conte della presenza di una ragazza senza veli: per tutta risposta il povero centauro si sente consigliare una doccia fredda per arginare il colpo di sole appena subìto.

Un giorno Loredan decide di acquistare dalla SIPE di Verona una gran quantità di razzi antigrandine, non più lunghi di un metro e con una gittata che supera il chilometro, sufficiente a esplodere sotto le nubi più basse: ogni razzo contiene un chilo di polvere nera e due di tritolo: Loredan li installa sulla sua jeep, portandoseli in giro nonostante siano in grado di distruggere un’intera cittadina.

Nella seconda metà degli anni Sessanta, il Conte inizia a maturare l’ossessione verso il pericolo comunista: diventa un vorace lettore di Julius Evola e si convince che occorre fare qualcosa per evitare la catastrofe. In quel periodo arriva addirittura a cercare risposte alle sue ansie politiche collegandosi con l’aldilà grazie alle sedute spiritiche di Bruno Lava, un geometra trevigiano, fin dal decennio precedente celebre medium tanto da essere seguito anche da illustri scrittori come Dino Buzzati, Goffredo Parise, Giovanni Comisso e Leo Talamonti, quest’ultimo giornalista esperto dell’occulto.

Per merito del conte Giacomo Pignatti Morano, cognato del generale del SID Gianadelio Maletti, Loredan entra in contatto con Ordine Nuovo e conosce Giovanni Ventura col quale stringe subito un legame. Il 1969 è un periodo molto frenetico: Loredan si incontra a Firenze con Junio Valerio Borghese per approfondire le voci che vogliono il Comandante a capo di un complotto per sovvertire l’ordine democratico; in primavera, su richiesta di Ventura, Loredan gli presenta Alberto Sartori, medaglia d’argento della Resistenza, fuggito in Venezuela per evitare un processo per l’uccisione di alcuni fascisti.

Sartori è rientrato in Italia da nove anni: ha subìto l’espulsione dal PCI con l’accusa di avere legami con l’intelligence inglese, ha aderito ai movimenti filocinesi per poi co-fondare il Partito Comunista d’Italia Marxista Leninista. Nell’incontro Ventura gli offre l’amministrazione della Litopress, una piccola casa editrice sovvenzionata da Loredan. Quando a Milano iniziano a scoppiare le prime bombe, Loredan si convince che dietro alle esplosioni ci sia Ventura e crede che l’ora X stia per scoccare.

Nel novembre dello stesso anno il Conte confida alla Pivetta che in occasione della parata militare del 4 alcuni ponti di Padova, già minati, sono pronti a saltare in aria; sempre negli stessi giorni la donna scopre delle bombe a mano celate nella biblioteca della villa e se ne disfa gettandole in un fiume. È la Pivetta che dà a Loredan la notizia della strage del 12 dicembre: il Conte inorridisce pensando ai morti innocenti, ma le cose per lui iniziano a complicarsi quando vengono scoperti i suoi finanziamenti destinati a Ventura.

Le indagini sulla strage si avvicinano sempre più a Loredan; dopo un interrogatorio con il giudice Gerardo D’Ambrosio, fugge in Argentina dove resta fino a quando non viene prosciolto da ogni accusa. Ma l’episodio più oscuro della sua storia rimane quello legato al sanguinoso attentato avvenuto di fronte la Questura di Milano il 17 maggio 1973.

Due giorni prima, a Treviso, un preoccupatissimo Loredan chiede appuntamento a Ivo Dalla Costa, importante funzionario del PCI veneto, al quale rivela che di lì a poche ore a Milano sarebbe avvenuto un grave attentato. I due si conoscono da tempo: per Dalla Costa il Conte è solo uno «squinternato con velleità pseudo rivoluzionarie». Perché Loredan sceglie proprio Dalla Costa, un «nemico», per fare quelle rivelazioni? Forse il Conte conosce l’attività informativa, del tutto spontanea, che Dalla Costa conduce fin dagli anni Sessanta sull’eversione nera veneta, attività questa fatta in accordo con la Polizia Giudiziaria e la Procura di Treviso. Comunque Dalla Costa non dà peso alla conversazione, ma due giorni dopo deve ricredersi e a quel punto il funzionario comunista avvisa il suo diretto superiore Domenico Ceravolo, dirigente veneto del PCI.

Seguendo una classica catena gerarchica, Ceravolo chiede e ottiene un appuntamento a Milano con Giancarlo Pajetta il quale si presenta insieme ad Alberto Malagugini, deputato del PCI, uno degli avvocati difensori di Pietro Valpreda e futuro giudice della Corte Costituzionale: è proprio Malagugini a incaricarsi di avvisare il giudice Emilio Alessandrini di quanto ascoltato dalla viva voce di Dalla Costa, ma poi misteriosamente nessuno va a parlare con il magistrato. Questa storia viene alla luce molti anni dopo grazie a un paio di interviste che Gianfranco Bertoli, l’autore dell’attentato del 1973, concede in pochi giorni al TG5 e al Corriere Della Sera, nelle quali rivendica con forza la «genuinità» del suo gesto. Le dichiarazioni di Bertoli indignano Dalla Costa che decide così di recarsi presso la Procura di Treviso per dare la sua versione dei fatti: al magistrato Dalla Costa giustifica il suo silenzio durato ventidue anni avendo ritenuto di non propagandare un episodio segreto che gli era stato riferito anche in virtù del fatto che comunque non era stato in grado di sventare l’attentato. Di questa inchiesta il Conte rosso non ne verrà mai a conoscenza.

Abbandonato da tutti, compresa la Pivetta che ha preferito sposare un tedesco, venendo comunque incontro alla richiesta di Loredan di evitare «terroni e svizzeri» quali possibili mariti, venduta ai Benetton la villa di Venegazzù, il Conte rosso passa gli ultimi anni della sua vita ripensando a quello che si doveva fare e non si è fatto. Malato di cancro ai polmoni per le troppe sigarette, muore per una banale caduta dalle scale che lo fa rimanere due giorni agonizzante a terra senza che nessuno potesse soccorrerlo. Viene trovato cadavere il 29 settembre 1994. E questa volta non è una burla.

FONTI

TG5 intervista a Gianfranco Bertoli, 15 marzo 1995

Corriere Della Sera, 21 marzo 1995

Tribunale Civile e Penale di Milano, testimonianza di Ivo Dalla Costa presso la Procura di Treviso, 24 marzo 1995

Tribunale Civile e Penale di Milano, testimonianza di Alvise Loredan, 24 aprile 1995

La Repubblica, 23 luglio 1997

Mimmo Franzinelli La sottile linea nera Rizzoli, Milano 2008

Paolo Cucchiarelli Il segreto di piazza Fontana Ponte Alle Grazie, Milano 2009

Anna Maria Pivetta Ritratto in nero Pivetta Editore, Montebelluna 2010

Conversazione telefonica con Anna Maria Pivetta, 26 luglio 2011