Edgardo Beltrametti

EGGARDO BELTRAMETTI, il curatore

MANI ROSSE 1

di Ben Oates

Quanto poco ci vuole affinché il proprio nome finisca legato per sempre alle trame nere e alla cosiddetta strategia della tensione? A Eggardo Beltrametti bastano un paio di convegni e un libro, tutti curati da lui.

Nato a Cuneo nel 1911, perseguitato dal refuso commesso da molti che gli cambiano il nome in Edgardo, Beltrametti si laurea in Lettere e Filosofia e dopo una breve parentesi come insegnante si dedica alla sua vera passione: il giornalismo. Negli anni Sessanta, è autore di saggi sulla cucina italiana, attività questa che, molti anni dopo, Federico Umberto D’Amato, alto dirigente del Ministero dell’Interno e capo dell’ufficio Affari Riservati, farà con maggior successo.

Con il bizzarro pseudonimo di Edgar P. Allan, Beltrametti pubblica con Urania interessanti racconti di fantascienza. Invalido di guerra, grazie alla sua diretta esperienza nella triplice veste di partecipante, osservatore e inviato sui luoghi delle più importanti rivoluzioni postbelliche di tutto il mondo, si specializza in materie strategico militari e affari internazionali, scrivendo articoli per varie riviste del settore. Diventa redattore di Europa Nazione, scrive in Rassegna Militare e in Il Carabiniere: successivamente collabora a Mondo d’Oggi, un settimanale che vede l’esordio nel giornalismo di Mino Pecorelli, e insieme a Filippo de Jorio dirige Politica e Strategia.

Nel maggio del 1965 Beltrametti è uno dei promotori e curatori del famigerato convegno dell’Istituto Alberto Pollio, all’hotel Parco dei Principi di Roma, considerato da molti come l’avvio della strategia della tensione; sua è la relazione «La guerra rivoluzionaria: filosofia, linguaggio e procedimenti» in cui si pone il seguente quesito: come deve rispondere il mondo libero al minacciato attacco del comunismo mondiale? Insieme a lui ci sono fra gli altri Pino Rauti, che pontifica sulla penetrazione comunista in Italia, Guido Giannettini, che espone le tecniche per fronteggiare la «valanga rossa», Giano Accame, che stando a granitiche certezze a tutt’oggi dure a morire, mostrerebbe di saperla troppo lunga su quello che avverrà in Grecia di lì a due anni, cioè il golpe militare. Per l’editore Giovanni Volpe, Beltrametti cura la pubblicazione degli atti del convegno con il sottotitolo «La terza guerra mondiale è già cominciata».

MANI ROSSE

Durante l’estate dell’anno successivo scoppia una guerra a suon di inchieste e scoop fra le due più alte cariche militari del Paese cioè i capi di stato maggiore della Difesa e dell’Esercito Giuseppe Aloia e Giovanni De Lorenzo; fra «i due Aiaci», definiti così da Ferruccio Parri, c’è semplicemente un classico conflitto di potere. Aloia critica ferocemente il collega per la sua decisione di sospendere i corsi di ardimento, iniziativa questa che indebolirebbe l’efficienza dell’Esercito; dal canto proprio De Lorenzo, sostenuto dagli organi di stampa di sinistra grazie al suo passato nella Resistenza, attacca il filo atlantista Aloia facendo rivelazioni sui suoi presunti illeciti amministrativi: dall’acquisto di carri armati M60 all’utilizzo di fondi pubblici per il corredo da sposa della figlia.

Constatata l’indifferenza dei giornali, compresi quelli più moderati, a organizzare la difesa di Aloia ci pensa Beltrametti, da tempo suo stretto collaboratore, il quale incarica Giannettini e Rauti di scrivere un libro. I due vengono scelti perché il primo è un noto esperto di forze corazzate, quindi in grado di parlare della questione degli M60, il secondo perché bravo e navigato giornalista. Con lo pseudonimo di Flavio Messalla viene pubblicato «Le mani rosse sulle forze armate» nel quale gli autori chiariscono la faccenda degli M60 scagliandosi contro De Lorenzo che starebbe spalancando le porte dell’Esercito ai comunisti.

Finanziato da Aloia con due milioni e mezzo di lire e uscito in diecimila copie, il libello ha vita breve a causa di un improvviso e inaspettato incontro chiarificatore fra i due generali antagonisti che li porta a un accordo talmente avversato da Beltrametti da diventare causa della rottura dei suoi rapporti con Aloia. Quest’ultimo però ha ormai deciso e chiede all’ammiraglio Eugenio Henke, capo del SID, di far ritirare il libro dalla circolazione. Ciò non impedisce alla controinformazione militante di ritenere Le mani rosse sulle forze armate come una prova dell’asse fra il mondo neofascista e quello militare. L’episodio genera anche sospetti e prese di distanza verso Beltrametti da parte di alcuni importanti esponenti di Avanguardia Nazionale che lo giudicano uomo legato ai servizi segreti, tanto da diffidarne quanto e più di quello che faranno in seguito con Giannettini.

Incurante delle feroci polemiche che lo hanno visto coinvolto, nel giugno 1971 Beltrametti cura a Roma la conferenza «Guerra non ortodossa e difesa» e invita alcuni dei relatori già presenti al convegno del Parco dei Principi di sei anni prima: il dibattito è aperto con la lettura di un telegramma di saluti da parte del Ministro della Difesa Mario Tanassi. La platea è composta da civili e militari di vari orientamenti politici a eccezione di quello comunista: durante i lavori si ribadisce che «la difesa deve adeguarsi al tipo di offesa moderna, soprattutto all’attacco rivoluzionario».

Nello stesso anno Beltrametti è autore del saggio «Contestazione e megatoni» dove accenna a «uno stato maggiore parallelo composto di militari e civili il quale, agendo nella clandestinità, provveda a mobilitare l’apparato clandestino formato da cittadini di sicura fede politica». Che stia parlando di Gladio senza saperlo?

FONTI

Eggardo Beltrametti Contestazione e megatoni, Giovanni Volpe, Roma 1971

Eggardo Beltrametti Il colpo di stato militare in Italia, Giovanni Volpe, Roma 1975

Guido Giannettini e Pino Rauti Le mani rosse sulle forze armate, Savelli, Roma 1975 (riedizione)

Gianni Flamini Il partito del golpe (vol. 3°, tomo 1°), Italo Bovolenta, Bologna 1983

Virgilio Iliari Il generale col monocolo, Nuove Ricerche, Ancona 1994

Franco Ferraresi Minacce alla democrazia, Feltrinelli, Milano 1995

Giuseppe De Lutiis I servizi segreti in Italia, Editori Riuniti, Roma 1998

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FILIPPO DE JORIO, l’uomo dei miracoli

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De Jorio assiste divertito al baciamano del Principe Sforza Ruspoli al cardinal Poupard

di Ben Oates

E poi dicono che i miracoli non esistono. Provate a chiedere all’avvocato Filippo de Jorio. Una sera, alla guida della sua Lamborghini, stravolto dal sonno, si accascia sul volante, fa alcune centinaia di metri, curve comprese, poi si ferma tranquillamente: nemmeno un graffio, né a lui né alla Lamborghini. Se per un colpo di sonno basta un angelo custode, per un attentato occorre qualcosa in più.

La notte del 21 aprile 1975, mentre percorre la Aurelia Antica, per tenersi sveglio, de Jorio recita ad alta voce e in latino il «Salve Regina»: al momento di pronunciare «Mater Misericordiae», da un’automobile che si è portata a ridosso della sua, esplodono tre colpi di pistola: quello che avrebbe dovuto centrare la nuca dell’avvocato colpisce la cornice metallica del lunotto posteriore che, staccandosi, sferra una frustata capace di far piegare De Jorio sul sedile del passeggero. Sembra morto, invece esce incolume dall’abitacolo: ferma un taxi, che passa giusto in quel momento, e si fa accompagnare in Questura.

Ma chi può volere la morte di quest’uomo alto, piazzato, dalla calvizie precoce, mite, dalla voce flautata e i modi cardinalizi? Nato a Napoli nel 1933, romano d’adozione, cattolico praticante, dichiaratamente di destra, allievo di Massimo Severo Giannini, la professione di de Jorio è quella di avvocato con una passione per la politica attiva: pur essendo democristiano doc, manifesta simpatie per la Monarchia e le Forze Armate.

Alla fine degli anni Sessanta, de Jorio si avvicina a Giulio Andreotti e ne diventa uno dei cardini della corrente. Alle elezioni del 1970 guadagna ben 40 mila voti nella regione Lazio e questo è un altro miracolo: infatti il sistema elettorale prevede solo tre preferenze e lui non è inserito fra i primi tre della lista, solitamente i più votati. Per la DC de Jorio tiene i contatti con il mondo industriale, militare ed ecclesiale: amicizie queste che, a fasi alterne, gli porteranno benefici e disgrazie.

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Questa foto, risalente al 1973, è una delle poche dove compare Eggardo Beltrametti: il primo a sinistra è il generale Duilio Fanali che, secondo Delle Chiaie, è colui che fa saltare il golpe Borghese, mentre il terzo alto e calvo è de Jorio. Uno dei restanti tre è Beltrametti: nel ’73 ha già sessantadue anni, quindi potrebbe essere quello basso, stempiato, apparentemente emaciato.

Le seconde arrivano inaspettate grazie al suo lavoro di legale. Nel 1971 de Jorio assume la difesa di quattro uomini accusati di aver avuto parte attiva nel golpe Borghese del 7/8 dicembre dell’anno precedente: Remo Orlandini, già suo cliente, Mario Rosa, Giovanni De Rosa e Giuseppe Lo Vecchio. L’avvocato democristiano si getta con entusiasmo nell’incarico, certo di vincere il processo, specie dopo aver letto le carte e aver constatato l’assoluta inconsistenza delle accuse; inoltre ricorda bene quello che gli aveva detto pochi mesi prima Junio Valerio Borghese: non c’era stato alcun golpe, ma solo l’intenzione di organizzare una manifestazione di protesta di una certa robustezza in occasione della prevista visita di Tito in Italia, che poi misteriosamente non c’era stata.

Alle prime notizie sul «golpe della Madonna», Andreotti, sul suo periodico «Concretezza», scrive un articolo in difesa del Comandante intitolandolo però con un criptico «Principe avvisato, mezzo salvato». Verso la metà degli anni Settanta, Andreotti decide di abbandonare il centrismo per virare verso sinistra: de Jorio, democristiano fino al midollo e anticomunista viscerale, gli accordi li farebbe solo con la destra di Giorgio Almirante.

Uno dei collaboratori più stretti di Andreotti, un ex commissario di Pubblica Sicurezza poi diventato Pubblico Ministero, pensa a come mettere l’avvocato democristiano fuori gioco. Secondo de Jorio il sillogismo è il seguente: se si oppone al progetto di guardare a sinistra e difende dei golpisti, di sicuro anche lui viene considerato un golpista. Scatta quindi un’indagine destinata a tradursi in arresto, ma un importante giudice istruttore gli suggerisce provvidenzialmente di andarsene dall’Italia.

De Jorio lo fa a bordo del suo yacht, attraccato al porto di Fiumicino. Con il suo 32 metri dirige il timone verso la Corsica e da lì vola a Ginevra dove trova un lavoro in banca. Dopo un po’ di tempo da Roma gli giunge un invito da un noto monsignore a farsi una passeggiata verso la Francia, perché la Svizzera non è più un posto sicuro dove stare: de Jorio si reca così a Monaco e inizia a collaborare con Radio Monte Carlo. Direttamente dal capo della polizia monegasca riceve l’assicurazione di non dover temere nulla.

Né Monaco né la Francia concedono l’estradizione all’Italia e de Jorio rimane a Montecarlo per tre anni. Nel processo di primo grado del ‘77/’78 per il golpe Borghese, viene assolto insieme a Luciano Berti, il comandante delle Guardie Forestali di Cittaducale. L’avvocato ritiene che se per Berti e gli altri il pericolo è solo la prigione, a lui potrebbe andar peggio essendo l’unico degli imputati ad avere incarichi e responsabilità politiche. Insomma in lui è ancora vivo il ricordo dell’attentato del ’75 ad opera dei Nuclei Armati Proletari: una rivendicazione che, in piena crisi paranoica, desta in de Jorio profondi dubbi.

Comunque i miracoli non sono finiti. A Castiglion Fibocchi vengono rinvenute le liste di appartenenza alla P2 di Licio Gelli: il numero 670 corrisponde al nome di Filippo de Jorio. Il miracolo dov’è? La data di iscrizione alla loggia risale al periodo in cui era in esilio a Monaco: probabilmente è stato aggiunto nella certezza che prima o poi avrebbe aderito oppure è un’altra trappola che, con l’aiuto della Provvidenza, non causa alcun esito processuale se non una bizzarra deposizione come teste nel processo in cui veste i panni di avvocato difensore di alcuni illustri imputati per appartenenza alla loggia segreta.

De Jorio riesce a far assolvere i suoi assistiti in tutti e tre i gradi di giudizio. Per la faccenda del golpe Borghese, rimane dell’idea che non ci sia stato alcun golpe: doveva essere una manifestazione forse anche violenta verso l’odiato Tito, in opposizione agli accordi che l’Italia stava concludendo con il leader slavo poi codificati a Osimo cinque anni dopo.

Del Comandante, de Jorio ha un ricordo tenero, affettuoso, anche divertito: lo dipinge come una persona simpatica, socievole, ricercatissimo dai salotti romani, gran soldato, pessimo politico e, diversamente da come la pensano in molti, fascista. Sulla morte di Borghese de Jorio è sicuro che sia stato avvelenato: una certezza che non si incrina nemmeno se gli si contestano le parole di Elena, la figlia «birbante» del Comandante (notoriamente di sinistra) la quale accorsa al capezzale del padre ancora in vita ha sempre liquidato come fantasie quelle sulla morte violenta del genitore.

Per coerenza con i suoi principi morali e religiosi de Jorio ha applicato il perdono cattolico ai suoi ex nemici risparmiando loro l’odio, cattolico anche questo e notoriamente temibile. Ecco che anche i suoi ex nemici possono ritenersi dei miracolati.

FONTI

Claudio Vitalone, Stralcio della requisitoria del processo sul golpe Borghese, Roma 1978

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di 1° grado, 14 luglio 1978.

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di appello, 27 novembre 1984.

Sergio Zavoli La notte della Repubblica (trasmissione tv) Rai 1989

Vivendo Parlando-Il testimone Il golpe Borghese (trasmissione tv) TV2000 14 dicembre 1999

Conversazione telefonica con Elena Borghese, 20 giugno 2003

Aldo Giannuli L’Italia dei golpe, convegno al Noir in Festival, Courmayeur 10 dicembre 2004

La Storia siamo noi Il golpe Borghese (trasmissione tv) Rai 3, 2005

Filippo de Jorio L’albero delle mele marce Il Borghese, Roma 2009

Conversazione con Filippo de Jorio, Roma 29 aprile 2011