Antonio Labruna

REMO ORLANDINI: l’uomo che costruiva il golpe

orlandini

di Ben Oates

Remo ha tre passioni: la grappa, la nipotina e il colpo di Stato. Nato a Villa Minozzo, vicino a Reggio Emilia, nel 1908, dopo l’8 settembre 1943 aderisce alla Repubblica Sociale. Persa la guerra Remo intraprende la professione di costruttore edile, ma nel suo cuore c’è sempre la visione del suo Paese caratterizzata dall’ordine, dove non può esserci spazio per i parassiti, per i disonesti, per i politicanti, per i comunisti. E pensare che si tratta di una persona mite, dalla scarsa cultura, ma che esercita comunque un certo fascino, anche sulle donne. Secondo Remo un solo uomo, un solo italiano può condurre di nuovo l’Italia verso quella gloria che, al momento, sembra perduta: Junio Valerio Borghese.

Il sodalizio fra i due nasce negli anni Sessanta e si concretizza definitivamente nel settembre del 1968 quando Borghese fonda il Fronte Nazionale; Remo diventa il suo braccio destro, quello operativo. Grazie al suo lavoro Orlandini è un uomo abbastanza ricco che non esita a mettere a disposizione del Fronte gran parte delle sue risorse economiche; il denaro è solo uno dei tanti mezzi per il fine della sua vita: il colpo di Stato che darà la svolta tanto agognata. Quelli sono i tempi in cui stringe amicizie e complicità, o quelle che a lui appaiono tali, con alcuni alti gradi delle forze armate, che sembrano dargli la certezza della riuscita dell’operazione in cui lui sarà il nuovo ministro dell’Interno.

Arriva la sera del 7 dicembre 1970, la notte del Tora Tora. Orlandini segue le mosse dei congiurati da uno dei suoi cantieri, quello di Montesacro: con lui alcuni complici attendono un preciso ordine per potersi muovere verso il centro della capitale. I mezzi che ha messo a disposizione sono i suoi autocarri e alcuni autobus. Remo e gli altri sono in trepida attesa di un segnale che dovrebbe arrivare via telefono dallo studio di un commercialista in via S. Angela Americi dove Borghese e pochi altri stanno guidando l’operazione. All’improvviso, intorno alle 2.00, Orlandini esce trafelato dal suo ufficio e grida agli astanti di fuggire perché stanno per essere circondati. Non è vero, è una scusa che utilizza per togliersi dall’impaccio di dover dire ai suoi che il progetto è fallito, che sul più bello c’è stato un contrordine che ha obbligato tutti a tornare a casa.

Piove a dirotto: Orlandini sale sulla sua Citroen DS e sfreccia sulla Nomentana, verso il comandante Borghese, per chiedere spiegazioni che non avrà. A Remo nessuno toglie dalla testa che a dare quel contrordine sia stato Hugh Fendwich, un ingegnere americano che lavora alla Selenia, fiduciario del servizio segreto americano. Quando la notizia del tentato golpe viene alla luce Orlandini fugge in Spagna, destinazione questa scelta anche dal suo comandante; successivamente va in Svizzera dove, a Lugano, ha un incontro con il capitano del SID Antonio Labruna; quest’ultimo, spacciandosi per un militare infedele allo Stato e con l’aiuto di qualche bicchierino di grappa, riesce a carpire a Remo quanti più segreti possibili su quella notte. Orlandini racconta, fa nomi e cognomi. Nel processo di primo grado viene condannato a dieci anni di reclusione con l’accusa di cospirazione politica mediante associazione sovversiva: degli imputati è quello che subisce la pena più pesante. In appello è assolto perché il fatto non sussiste. Da quel giorno Orlandini dedicherà la sua vita all’adorata nipote costretta a crescere in un’Italia che il nonno voleva migliorare.

FONTI

Norberto Valentini La notte della Madonna, Le Monde, Roma 1978

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di 1° grado, 14 luglio 1978.

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di appello, 27 novembre 1984.

Sergio Zavoli La notte della Repubblica (trasmissione tv) Rai 1989

Vivendo Parlando-Il testimone Il golpe Borghese (trasmissione tv) TV2000 14 dicembre 1999

Adriano Monti Il golpe Borghese Lo Scarabeo, Bologna 2006

Conversazione con Norberto Valentini, Attigliano 20 settembre 2009

Conversazione con l’avvocato Mario Giraldi, 23 maggio 2011

Annunci

Marco Pozzan e il metodo Stanislavskij

 

Marco_Pozzandi Ben Oates

Il 1973 è appena iniziato che a Roma, presso la Turris Cinematografica, ha luogo un provino per un attore che, senza aver frequentato il Centro Sperimentale di Cinematografia, tradisce comunque un buon talento nel ricoprire vari ruoli, a seconda del copione. Fino a quel momento infatti, Marco Pozzan ha interpretato il ruolo di bidello tutto fare presso l’Istituto per ciechi Configliachi di Padova; lì raccoglie la posta personale di Franco Freda e, sempre sullo stesso set, fa da anfitrione alla famigerata riunione del 18 aprile 1969 dove, oltre ai soliti Freda e Ventura, c’è anche un misterioso signor P. che in un primo tempo Pozzan indica come Pino Rauti, rivelazione che successivamente ritratterà.

Quella è la riunione dove viene presa la decisione di agire con le bombe. Ecco che una settimana dopo, alla Fiera Campionaria di Milano e all’Ufficio Cambi della Stazione Centrale del capoluogo lombardo, esplodono alcuni ordigni che per fortuna non causano vittime. Per questa interpretazione, Pozzan si aspetta almeno una candidatura al David di Donatello, ma si deve accontentare di un breve soggiorno in carcere. Uscito subito dopo, Pozzan decide di tentare il grande salto nello sfavillante mondo del cinema: ma per sfondare nella settima arte, occorre trasferirsi a Roma.

Quando arriva alla Turris, Pozzan sente di trovarsi a proprio agio, in compagnia di artisti che, abitudine consacrata da tempo, si chiamano tutti per nome o nomignolo, come ad esempio Tonino, un agente cinematografico che lo accoglie a braccia aperte regalandogli subito anche il nome d’arte di Mario Zanella e, visto che c’è, anche un passaporto intestato con quel nome.
Tonino lo fa accomodare in una cameretta munita di divano letto, gli suggerisce un paio di bar e tavole calde dove può recarsi tranquillamente a mangiare. Durante i loro colloqui Tonino gli sottopone una storia di spionaggio dove gli agenti segreti sono i buoni e i magistrati i cattivi. Per aiutarlo a immedesimarsi nella parte, Tonino gli fa dei nomi presi a caso dai giornali, tipo Giancarlo Stiz e Gerardo D’Ambrosio: di quest’ultimo Tonino gli riferisce che gli studi universitari sono stati indirettamente finanziati dal PCI e chiede a Pozzan se, naturalmente nella finzione, ha mai parlato con quei due giudici del signor P. Escludendo che il suo interlocutore si riferisse a Pier Paolo Pasolini, che di P ne ha ben tre, a Pozzan viene un leggerissimo sospetto: che Tonino in realtà non sia un agente cinematografico? Alle sue rimostranze, Tonino gli rivela il suo vero nome: Antonio Labruna, di professione capitano del SID.
Pozzan però non si deve preoccupare: la sua carriera cinematografica non è in pericolo, per lui Tonino ha in serbo un’occasione irripetibile: quella di interpretare un infiltrato fra i latitanti neofascisti in Spagna, in un film le cui riprese sono iniziate qualche anno prima a Milano, nei pressi di una banca. Pozzan non sta nella pelle, non vede l’ora di lasciare l’Italia per Madrid dove ad attenderlo c’è un numeroso e variegato set di artisti, contenti di recitare in una mega produzione internazionale. Sembra tutto a posto, gli attori, i tecnici, gli sceneggiatori, gli scenografi. La produzione ha solo un problema. Trovare un regista che accetti di firmare quel film col proprio nome.

 

FONTI

Giorgio Boatti Piazza Fontana Einaudi, Torino 1999
Sergio Zavoli La notte della Repubblica Rai Trasmissione tv, Roma1989