Anni 80

Da “guerriero senza sonno” a “infame”. Era Walter Sordi

Walter_Sordi– Walter Sordi nasce a Roma, il 23 settembre 1961. Ancora giovanissimo milita in Terza Posizione frequentando anche la sede FUAN di via Siena, quartiere Nomentano.

– E’ parte attiva di un gruppo in cui i punti di riferimento sono Luigi Ciavardini, Giorgio Vale, Stefano Soderini, Pasquale Belsito e altri. Cominciano tutti in Terza Posizione, per poi passare, nel 1979, alla lotta armata nei Nar.

– Dedito a rapine e all’uso della violenza, il gruppo si caratterizza per i solidi rapporti di amicizia tra i componenti più in vista. Emerge una certa tendenza alla goliardia. Il Sordi dei primi tempi viene descritto, da chi lo conosceva, come un tipo tutto d’un pezzo, privo di capacità di analisi. Un manicheo, come molti altri diciottenni degli anni di piombo.

– Nella primavera del 1980 alcuni pubblici ministeri romani firmano una requisitoria nel processo contro TP nella quale si chiede al giudice istruttore il rinvio a giudizio per i reati di banda armata e associazione sovversiva; viene chiesta anche l’emissione del mandato di cattura per dozzine di giovani simpatizzanti di destra, tra cui molti minorenni. Più di cento famiglie vivono nell’ansia. Dopo la strage di Bologna, l’attesa diventa insostenibile. Nell’estate del 1980 circa trenta giovani si danno alla latitanza precauzionale. Tra loro ci sono Alibrandi, Belsito, Ciavardini, Soderini, Sordi. Proprio Sordi, assieme ai camerati Alibrandi e Belsito, decide di arruolarsi nei campi di addestramento militare della Falange Maronita libanese: praticamente la milizia cristiana alleata di Israele nella lotta contro i palestinesi. In particolare Alibrandi pare essere affascinato dalle capacità militari degli israeliani (incaricati di addestrare le milizie cristiano-maronite).

– Nella metà del 1981, Sordi, appena rientrato in Italia, aderisce allo spontaneismo armato dei Nar. Nell’ottobre del 1981, a Milano, Alibrandi, Sordi e Cavallini vanno a Milano. L’obiettivo è Giorgio Muggiani, neofascista milanese, che nel dopoguerra, assieme a Domenico Leccisi, aveva trafugato la salma di Mussolini. L’accusa è quella di aver venduto Cavallini alla polizia nell’ambito delle indagini per l’uccisione dello studente di sinistra Gaetano Amoroso (assassinato nel 1976 per vendicare Sergio Ramelli, studente di destra, massacrato l’anno prima). Sulla strada che porta a Muggiani, i tre vengono intercettati da una volante della DIGOS che intima l’alt. Alibrandi, al volante, forza il posto di blocco: scatta l’inseguimento. Lo stesso Alibrandi, dopo un tratto di strada, frena di colpo, scende, e spara all’impazzata. Colpisce Carlo Buonantuono, l’agente alla guida, ferendolo gravemente e quello che gli è seduto affianco, Vincenzo Tumminello, ammazzandolo sul colpo. Infine si lancia all’inseguimento del terzo agente, Franco Epifanio, vent’anni, che ferito si è rifugiato nell’androne di un portone; Alibrandi finisce per desistere mentre Sordi avvicinatosi all’auto dei poliziotti prima di rubare le armi ammazza con un colpo alla testa l’agente Buonantuono. E’ il primo omicidio di Sordi.

– Pochi giorni più tardi, Sordi partecipa all’esecuzione del capitano della Digos Francesco Straullu: ventisei anni, originario della Sardegna, si è rivelato brillante nella caccia ai fascisti. Straullu è particolarmente malvisto dai neri, che lo ritengono responsabile di violenze sui prigionieri e abusi sessuali sulle donne. L’attentato contro Straullu scatta la mattina del 21 ottobre 1981. Quel giorno il capitano Digos non si serve della solita Alfetta blindata, ma adopera una normale Ritmo. L’auto dell’ufficiale, guidata dall’agente scelto Ciriaco Di Roma, viene intercettata in via del Ponte Ladrone, in prossimità di un sottopassaggio, laddove è costretta a rallentare. Il commando NAR  è equipaggiato con armi moderne: è previsto anche che qualcuno si apposti sul cavalcavia in modo da sparare dall’alto, perché il tetto è il punto più vulnerabile delle auto blindate. Quando i terroristi si trovano davanti una normale Fiat e non la prevista Alfetta blindata l’agguato si tramuta in mattanza. Walter Sordi si piazza in mezzo alla strada e apre il fuoco con un Heckler & Koch G3 cal 7,62 (fucile d’assalto con una capacità di fuoco impressionante). Alibrandi lascia partire un’altra scarica con il suo Garand, mentre Soderini e Cavallini mitragliano ai lati. L’auto con Straullu sbanda paurosamente e si schianta contro un muro. Alla Mambro viene impedito di avvicinarsi ai corpi per l’usuale sottrazione delle armi. Cavallini rinuncia al macabro rituale della lancia da conficcare nel petto del nemico. Il commando, dopo aver compiuto il fatto, si allontana a bordo di una Alfasud rossa e di una Ritmo di colore grigio, entrambe rubate. In sede di sopralluogo vengono rivenuti numerosi bossoli di vario tipo, tra cui alcuni di calibro 7,62 Nato per fucile modello “Fal” del tipo blindato. Strullu verrà riconosciuto soltanto grazie ai documenti.

– Il 5 dicembre del 1981 i reduci dei campi di addestramenti libanesi, Belsito, Sordi, e Alibrandi, si fermano per comprare dei mandarini presso un chiosco di frutta della borgata Labaro, sulla via Flaminia. Transita una volante: a bordo ci sono Ciro Capobianco, Luigi D’errico e Salvatore Barbuto. L’auto inverte la marcia e avanza a filo di gas, rasentando i giovani. Alibrandi si accorge della manovra, getta per terra le bucce del mandarino, e impugna la pistola iniziando a sparare. Capobianco si accascia lungo il sedile, mentre D’Errico si precipita fuori dalla volante per ripararsi dietro un muretto e rispondere al fuoco. Dopo un attimo di sorpresa, anche le pistole di Sordi e Belsito cominciano a crepitare. Sordi viene preso a una mano, Barbuto centra alla nuca Alibrandi (successivamente Massimo Carminati, intercettato dai Ros, rivelerà che Alibrandi era stato vittima del “fuoco amico”). Alibrandi non si vede più: è caduto tra le macchine in sosta, svanito alla vista degli altri. Sordi salta nella volante seguito dagli altri due e parte sgommando verso la Flaminia. A bordo, in fin di vita, c’è ancora l’agente Capobianco. Spira due giorni dopo senza avere più ripreso conoscenza, mentre Alibrandi muore praticamente sul colpo. La madre di Capobianco perderà l’uso della parola per mesi.

– Sordi costituisce una sua banda personale tra Vigna Clara e l’Eur chiamata Walter’s Boys; formata da giovani fedelissimi fiancheggiatori e aspiranti eversivi, studenti che vivono in ambienti borghesi e offrono nascondigli. All’occorrenza vengono premiati con la partecipazione sul campo a qualche azione. I fedelissimi di Sordi considerano il loro capo un semidio. Le sue farneticazioni, la posa da soldato politico e “guerriero senza sonno”, affascinano i ragazzi.

– Il 5 marzo 1982, un commando NAR (del quale fanno parte, tra gli altri, Sordi, Francesca Mambro, Giorgio Vale) rapina la Banca Nazionale del Lavoro di Piazza Irnerio a Roma. Nel darsi alla fuga trovano le forze dell’ordine con cui ingaggiano un violento conflitto a fuoco in cui muore Alessandro Caravillani, studente di 17 anni, che passava di lì per caso. Francesca Mambro è ferita gravemente e trasportata nel pronto soccorso dell’ospedale San Filippo Neri dove verrà poi arrestata.

– Il 24 maggio del 1982 Sordi e Cavallini attaccano gli agenti di guardia alla sede dell’Olp per disarmarli. Sordi e Cavallini arrivano in Vespone sparando contro i poliziotti Pillon e Galluzzo. Il primo è ferito, il secondo muore. Dalle finestre della sede diplomatica palestinese iniziano a sparare anche gli arabi della scorta. Pochi mesi dopo, il 18 settembre, Sordi finisce in catene a opera dei carabinieri che lo catturano in un villino di Lavinio. Ha ventuno anni. Nel primo pomeriggio giungono telefonate anonime ad alcuni quotidiani nelle quali gli amici dello stesso Sordi, probabilmente per evitare trattamenti “impropri” da parte della polizia, danno notizia dell’arresto.

– Subito dopo l’arresto decide di collaborare con la magistratura e comincia a raccontare particolari inediti sull’eversione di destra. Arrivano i benefici di legge e dopo circa un anno e mezzo di carcere viene ammesso agli arresti domiciliari protetti, presso la caserma dei carabinieri di Forlimpopoli, prima di essere trasferito in una località segreta. E’ tuttora sottoposto a un programma di protezione e vive in località segreta.

– La pubblicazione della legge sui pentiti è molto attesa. Non solo dai possibili beneficiari, ma anche dai magistrati. Nella legge 29 maggio 1982, n. 304 sono previste quattro ipotesi di pentimento: una per i fiancheggiatori, una per i dissociati, una per i pentiti veri e una per i cosiddetti i “superpentiti” la cui collaborazione è considerata di eccezionale rilevanza. Le pene, per quest’ultimo caso, sono ridotte fino a un terzo: invece dell’ergastolo, pene da sei a otto anni. E’ prevista anche la libertà provvisoria. Dissociati, pentiti e superpentiti possono usufruire della sospensione condizionale della pena (se condannati a meno di quattro anni di reclusione) e della liberazione condizionale (se dimostrano un sicuro ravvedimento).

– Un impulso decisivo alle indagini di polizia, alla scoperta di nuovi covi Nar a Roma, viene fornito proprio da Sordi che decide di collaborare con gli inquirenti subito dopo la cattura. L’inchiesta giudiziaria sui Nar ricostruisce proprio grazie a lui e ad altri pentiti una lunga serie di delitti, attentati e rapine, avvenuti tra il dicembre del 1981 e l’inizio del 1984.

– Il 17 ottobre del 1982, interrogato dal giudice Imposimato, dichiara: “Conosco Giusva Fioravanti da alcuni anni. Egli mi fu presentato da alcuni camerati dell’Eur, quartiere che io frequentavo abitualmente abitando nel Prati. Il Giusva ha militato prima nel MSI a Monteverde insieme ad Alessandro Alibrandi e Cristiano Fioravanti, suo fratello. Dopo alcuni anni di politica legale, costellata di alcuni scontri con i compagni, Valerio ha cominciato a fare politica extraparlamentare, costituendo un piccolo gruppo armato, formato da lui stesso, Alibrandi, Stefano Tiraboschi, e al fratello Cristiano. Essi cominciarono a praticare la lotta armata tramite rapine, e attentati alle persone. Il gruppo capeggiato da Giusva agiva anche in collaborazione occasionale con elementi del FUAN e con un gruppo di fascisti dell’EUR composto da Carminati Massimo, i fratelli Stefano e Claudio Bracci, e Franco Anselmi. Il primo delitto di rilievo fu l’uccisione, se non erro nel 1978, del compagno Scialabba. All’azione parteciparono i due Fioravanti, Alibrandi, Mario Pedretti, Franco Anselmi, Francesco Bianco e altri due che non ricordo. Nell’omicidio Scialabba furono usate una pistola cal 22 e 38 di Valerio. Un delitto molto importante compiuto dal gruppo di Fioravanti fu la rapina all’armeria di via Nattuzzi, nella quale morì Franco Ansalmi. Il fatto fu compiuto il 6 marzo del 1978 da Alibrandi, i fratelli Fioravanti, Franco Anselmi e Francesco Bianco. Ci furono anche altri complici con funzioni di copertura. A partire da quel momento il gruppo assunse, su proposta di Tiraboschi, la denominazione di Nar”.

Da un interrogatorio di Walter Sordi ai giudici Imposimato e Sica, del 15 ottobre 1982: “Parlando in particolare degli investimenti di somme di denaro da noi fatte attraverso la banda Giuseppucci-Abbruciati, posso dire che nel 1980 Alibrandi affidò alla banda stessa 20 milioni di dire, Bracci Claudio 10 milioni, Carminati Massimo 20 milioni, Stefano Bracci e Tiraboschi 5 milioni. Ricordo che Alibrandi percepiva un milione al mese di rendita. Mi fu spiegato che gli investimenti dovevano avvenire per un periodo non inferiore a sei mesi e che gli interessi corrispondenti erano del 5-6 % mensili. Era Bracci Stefano che si preoccupava di consegnare il denaro per conto di tutti alla banda Giuseppucci-Abbruciati, ricevendone la rendita mensile. Tutto era fondato sulla fiducia. Io ho affidato al Bracci Stefano lire 65 milioni, provenienti da rapine in banche, in più riprese. […] I soldi affidati alla banda Giuseppucci-Abbruciati erano tutti in contanti. Come ho già spiegato, Giuseppucci e Abbruciati prevalentemente investivano il denaro da noi ricevuto nel traffico della cocaina e nell’usura, ma c’erano anche altri investimenti nelle pietre preziose e nel gioco d’azzardo. Ricordo che un giorno, mentre io ero a Beirut insieme ad Alibrandi, ricevetti una telefonata da Carminati il quale chiese se vi era possibilità di piazzare pietre preziose di provenienza illecita. Dalla ricettazione di gioielli provenienti da rapine si interessavano uomini collegati alla banda Giuseppucci-Abbruciati”

Testi consigliati

  • Anni di piombo (Provvisionato, Baldoni) Sperling & Kupfer
  • Destra estrema e criminale (Caprara, Semprini) Newton Compton
  • Cuori rossi contro cuori neri (Sidoni, Zanetov) Newton Compton
Annunci

Storie all’ombra del Muro: Jutta Gallus

army.mil-103747-2011-03-31-060302– Jutta Gallus, perito informatico di Dresda, cresciuta con la madre perché il padre è scappato all’Ovest abbandonando la famiglia nella Ddr, presenta nel 1974 domanda di espatrio assieme al marito.

– Nel 1961, la Sed (il partito socialista unificato della Ddr), aveva proceduto alla chiusura delle frontiere con la Rft e alla edificazione del Muro di Berlino; l’art.10 della Costituzione, che garantiva libertà di espatrio, fu abrogato e l’espatrio, ribattezzato “fuga dalla Repubblica”, inserito nel codice penale tra i delitti contro lo Stato. Formalmente, però, espatriare non era vietato in maniera assoluta, dato che occorreva inoltrare apposita domanda presso il ministero degli esteri che di rado (tranne nel caso di pensionati) la accoglieva. L’inoltro della domanda di espatrio era assai rischiosa perché propedeutica all’iscrizione negli elenchi dei sospetti della Stasi.

– La domanda di Gallus non viene accolta. Il marito si dissocia per timore di ritorsioni.

– Nel 1977 Gallus viene licenziata dal lavoro ed emarginata, ma successivamente le viene offerto un nuovo posto; evidente la regia della Stasi.

– Alla morte della madre nel 1982, Gallus, ormai divorziata, decide di contattare una organizzazione che per la somma ragguardevole di 100 mila marchi, metà da versare subito, le propone una fuga in auto attraverso la Romania e la Jugoslavia.

– A Severin, nel sud della Romania, Gallus deve ritirare in albergo passaporti falsi per passare il confine jugoslavo, ma subisce il 1678324propertyimagedatyc8furto di tutti i documenti e i soldi che ha con sé. La polizia rumena le consiglia di rivolgersi alle autorità consolari della Germania Est, a Bucarest.

– Gallus non raggiungerà mai la Jugoslavia, perché viene arrestata all’aeroporto di Bucarest e imprigionata per sette giorni con le figlie. Una delle due, Claudia, è conosciuta per il ruolo in una popolare serie televisiva della Ddr. A seguito del rientro in patria le ragazzine vengono separate dalla madre e spedite in riformatorio. Gallus viene interrogata dalla Stasi per settimane.

– Gallus viene condannata a tre anni di reclusione per tentata fuga dalla Ddr.

– Nel 1984 finisce a Karl-Marx-Stadt, dove sono detenuti i prigionieri in attesa di espatrio; una volta scontata la pena lascia la Ddr senza le figlie e si stabilisce in Germania Ovest, da dove ingaggia subito una dura lotta col governo di Honecker per ottenere il ricongiungimento; la donna si rivolge ai ministeri competenti della Germania Federale e a varie organizzazioni non governative per la tutela dei diritti umani. Con azioni di protesta presso le maggiori capitali europee, interviste e scioperi della fame, Gallus riesce a sensibilizzare l’opinione pubblica e a fare della sua lotta un caso internazionale. L’immagine ricorrente è quella della sua protesta, per giorni, anche sotto la pioggia, di fronte al checkpoint Charlie. Il governo della Ddr cederà alle pressioni soltanto nell’estate del 1988 quando, con un provvedimento senza precedenti, verrà restituito alla donna l’affidamento legale delle figlie. Gallus potrà riabbracciare le sue ragazze a Berlino Ovest il 28 agosto 1988, a sei anni dal fallito tentativo di fuga.

– Sulla vicenda di Jutta Gallus, è stato prodotto un film per la televisione andato in onda in Germania nel 2007, dal titolo “Die Frau von Checkpoint Charlie” che ha ottenuto un buon successo di pubblico, contrariamente alla tendenza a ignorare il passato comunista dei Lander dell’est.

Testo consigliato:

copertina-libro-ministero-202356

Gli anni di piombo in Francia. La storia di Action Directe

Immagine

La vicenda delle sevizie somministrate dalla polizia ad esponenti della lotta armata è recentemente tornata di attualità grazie al libro di Nicola Rao (Colpo al cuore) e alle testimonianze più o meno reticenti di alcuni “reduci” dell’epoca, come il cosiddetto professor De Tormentis, l’ex brigatista Enrico Triaca e Salvatore Genova, “liberatore” del generale americano James Lee Dozier sequestrato ad inizio anni 80 dalla colonna veneta delle Br-Pcc. Fatti riportati alla ribalta, con una certa timidezza, dalla tv di Stato ed approfonditi da giornalisti indipendenti e blogger, nella speranza, finora frustrata, che si proceda all’introduzione del reato di tortura nel nostro ordinamento giuridico.

Quando si parla dei metodi “spicci” utilizzati dagli Stati per liquidare il terrorismo interno non si fa mai riferimento all’ atteggiamento tenuto dalla Francia per i “rivoluzionari” di casa propria. La Francia, insomma, è sempre stata intesa come “Patrie de l’Homme”, in contrapposizione all’Italia del codice Rocco e delle leggi speciali. Un tipo di interpretazione della realtà che ha fatto scuola all’estero; si pensi al Brasile che, seguendo l’esempio francese, si è rifiutato di estradare Cesare Battisti.

Questa considerazione della Francia come “Patrie des droits de l’Homme”, appunto, non è forse condivisa da chi, francese, ha provato a praticare in casa propria la lotta armata. Basti l’esempio di Action Directe, organizzazione fondata da Jean Marc Rouillan a fine anni 70. Action Directe (che da ora in poi indicheremo con l’acronimo AD) compì, a metà anni 80, numerosi attentati contro l’apparato economico-militare francese; si pensi all’omicidio di Georges Besse, capo della Renault impegnato in un processo di “ristrutturazione” aziendale, e del generale René Audrian (ispettore all’armamento).

AD è il frutto di un processo di convergenza di varie componenti: il MIL (Movimento Iberico di Liberazione, chiaramente anti-franchista ed attivo durante la prima metà degli anni 70), il GARI (Gruppi Internazionali di Azione Rivoluzionaria), i gruppi autonomi nati dopo il ’68 successivi allo scioglimento di Gauche Proletarienne (come i Nuclei Armati per l’Autonomia Proletaria, altrimenti detti NAPAP) e i semplici militanti che avevano rotto con le pratiche “parasindacali” del passato. Nonostante la composita formazione, all’interno di AD, le idee sono chiare fin da subito; colpire ministeri, aziende private o statali dedite alla vendita di armi, caserme dell’esercito francese o dei servizi segreti.

Già all’inizio degli anni 80 AD viene sgominata dalla polizia e tutti i suoi più importanti rappresentanti finiscono in cella, compreso Rouillan. Il trattamento riservato a questi militanti rivoluzionari è estremamente duro: giudizio da parte della Corte di Sicurezza dello Stato, vecchia corte speciale istituita da De Gaulle, e isolamento prolungato. Inizia così, nelle prigioni, una battaglia politica, a colpi di scioperi della fame, volta alla concessione dell’ amnistia per tutti i prigionieri politici e la soppressione dei tribunali speciali. Si lotta anche per l’abolizione dei Quartier de Haute Sécurité (le carceri di massima sicurezza).

Con l’elezione di Mitterrand si avrà la concessione di una amnistia per tutti i detenuti politici, compresi quelli di AD; risultato rilevante, se confrontato con l’iniziale intendimento presidenziale di concedere il provvedimento solo a chi non avesse riportato condanne oltre il novennio. La particolarità di AD è quella di aver compreso, nei primi anni 80, la necessità di un fronte comune delle formazioni rivoluzionarie europee; in un contesto di grandi trasformazioni, come quelle che avvengono a livello continentale alla fine degli anni 70, la dimensione sovrannazionale della lotta armata viene intesa come necessaria. Rouillan e compagni capiscono che è in atto un processo di riorganizzazione del capitale, manifestatosi visivamente nel G7 di Versailles del 1982, che porterà ad un conseguente, progressivo, abbandono delle tranquillizzanti politiche “welfare” del passato. Non a caso, subito dopo il vertice, il governo Mauroy attuerà una serie di tagli alla spesa pubblica che tanto somigliano a quelli oggi favoriti dalle élite tecnocratiche al governo dell’Europa. Ed è proprio a partire dal vertice di Versailles che AD favorisce una convergenza tra organizzazioni che in Europa praticano ancora la lotta armata (ciò che rimane delle RAF e le cellule comunisti combattenti belghe); a partire dal 1983 opereranno, in Francia, gruppi di fuoco “misti”. AD viene di fatto disarticolata con una serie di operazioni  di polizia che portano all’arresto di tutto il nucleo storico.

Ai responsabili vennero comminati, da vere e proprie corti speciali istituite per l’occasione, numerosi ergastoli da scontare in condizioni carcerarie ai limiti della tortura (al punto da indignare persino il “sindacato” delle toghe francesi). Il regime speciale in questione veniva denominato sûreté  e continuò a riguardare i componenti di AD anche quando accusarono gravi patologie: Georges Cipriani è di fatto impazzito mentre Natalie Ménigon, ex di Rouillan e partecipe dell’omicidio di Georges Besse, ha avuto in carcere due ictus ottenendo solo ultimamente la libertà condizionata. Joelle Aubron è morta alcuni anni fa di tumore. Lo stesso Rouillan è affetto da una rara patologia autoimmunitaria, la “sindrome di Chester-Erdheim”, per la quale solo recentemente è stato ricoverato in un centro specializzato di Parigi.

Nessuna particolare attenzione ha destato, presso l’opinione pubblica francese e la “intellighenzia”  locale, la vicenda dei militanti di AD al contrario della vasta mobilitazione a favore dei “perseguitati” italiani Battisti e Petrella. Una “dottrina”, quella di Francois Mitterrand, che nulla ha di giuridico essendo il frutto di alcune dichiarazioni presidenziali del febbraio ’85 nelle quali, tra non poche ambiguità, si sosteneva la volontà da parte francese di combattere il terrorismo e garantire – in linea di principio – l’estradizione per i delitti di sangue.

«Il caso particolare che viene ora sottoposto – diceva Mitterrand – è quello di un certo numero d’italiani giunti in Francia. Sono trecento e più di un centinaio erano già qui prima del 1981. Hanno rotto con il terrorismo. Anche se colpevoli sono stati ricevuti in Francia; si sono inseriti nella società francese, non sono stati estradati, si sono molto spesso sposati, la maggior parte di essi ha chiesto la cittadinanza. Chi non ha avuto partecipazione diretta a delitti di sangue non sarà estradato. Ma qualora una inchiesta seriamente condotta dimostrasse che questi delitti di sangue sono stati commessi o che alcuni di questi italiani continuano a esercitare attività terroristiche opteremo per  l’estradizione o, a seconda dell’ importanza del reato, per l’ espulsione».

La “dottrina Mitterrand”, in conclusione, dovrebbe essere oggetto di dibattito assieme al ruolo svolto dalla Francia durante gli anni di piombo, senza dimenticare le ambiguità delle autorità nostrane dell’epoca, le quali, come evidenziato da uno dei più vicini consiglieri di Mitterrand, l’avvocato Jean Pierre Mignard, “erano perfettamente a conoscenza del protocollo che mettemmo a punto per accogliere i rifugiati politici”. D’altronde lo stesso ex  ambasciatore francese Jilles Martinet confidò a Sergio Romano come Craxi avesse chiesto a Mitterrand di “tenersi” Toni Negri, per evitargli i grattacapi conseguenti ad una eventuale estradizione; “ratio” che, in buona sostanza, viene attribuita anche dallo stesso Mignard ai governi italiani per spiegarne l’atteggiamento di fronte alla “dottrina Mitterrand”.

 

 

Caso MPS: stavolta il “non poteva non sapere” vale per il Pd.

Immagine

La storia del Partito Democratico è il risultato di un lungo percorso, di un lento avvicinamento, che ha visto protagonisti la sinistra democristiana, ovvero i cattolici democratici, e i comunisti, poi divenuti “ex” dopo la caduta del Muro di Berlino. Un processo lungo e difficile, frammezzato da momenti anche drammatici, battute d’arresto, e poi ancora conseguenti accelerazioni. Non c’è dubbio, però, che l’attuale Pd sia il risultato di un’onda lunga, di un pensiero lungo; l’idea originaria era proprio quella di Aldo Moro, il democristiano meno compromesso, fervido sostenitore dei governi di centro-sinistra degli anni 60 e poi del cosiddetto compromesso storico del decennio successivo con i comunisti, in seguito definito più modestamente come solidarietà nazionale.

Il Partito Democratico, insomma, è il frutto di un progetto politico piuttosto risalente con il quale si riteneva possibile la convergenza di credenti e non credenti (in qualche caso addirittura anticlericali) in un’unica formazione politica profittando anche della mancanza, a causa dei terribili anni di Tangentopoli, di un forte partito socialista.

Che al Pci (poi divenuto Pds, Ds, ed infine Pd) piacessero gli “affari” è ben dimostrabile dalla grande capacità di mantenere, economicamente parlando, un apparato partitico che ha sempre avuto pochi rivali nel mondo occidentale. Il Pci – così come tutte le sigle successive – non è mai stato un comitato elettorale ma un partito fortemente burocratizzato capace di mantenere solidi agganci col territorio, non solo nelle cosiddette regioni rosse.

Insomma, non parliamo di “tangenti” (o di un rapporto parossistico col denaro) ma soltanto di una spiccata capacità finanziaria, anche “salottiera” e di “relazione”.

Sotto questo aspetto si possono ricordare gli ottimi rapporti tra Agnelli e il Pci. Oppure i non troppo sbandierati legami che il Pci anni 80, compresa la corrente “modernista” del futuro Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, soleva intrattenere con un giovane imprenditore di nome Silvio Berlusconi (vicenda descritta mirabilmente nel fondamentale libro di Michele De Lucia, “Il Baratto”). O ancora si pensi al consolidato sistema delle Coop rosse che, al netto dei dubbi “espressi” dagli avversari politici, ha fatto letteralmente impazzire concorrenti come quel patron di Esselunga capace di ingaggiare una lunga battaglia legale lamentando l’abuso di posizione dominante da parte del gigante cooperativo.

Fino ad arrivare a vicende più recenti, ormai divenute di pubblico dominio, grazie, una volta tanto, non ad una inchiesta della magistratura ma ad uno scoop giornalistico.

In realtà che qualcosa non andasse nella gestione dei Monti dei Paschi di Siena se n’erano accorti in tanti, ma a metterci il naso sono stati soprattutto quelli del Fatto Quotidiano ed il bravissimo Marco Lillo.

Chapeau. Anche perché l’attenzione mediatica ha portato alle dimissioni di Giuseppe Mussari dalla presidenza dell’Abi, la potente associazione dei banchieri italiani. Una sorta di Confindustria dei banchieri.

Certo, sostenere che in quel di Siena il Pd “non c’entri” è davvero difficile, se è vero com’è vero che Mussari aveva forti contatti con il Pd nazionale ed ovviamente con quello locale e se è vero che le nomine presso la fondazione MPS erano politiche così come politica era la gestione dei soldi generosamente devoluti a favore del territorio senese. Con risultati anche importanti, per carità, ma con modalità che, per forza di cose, si sono rivelate col tempo particolarmente nebulose.

Tutto inizia con l’acquisizione, da parte del Monte di Paschi di Siena, della Banca AntonVeneta, per la mirabolante cifra di 10 mld di euro. Davvero singolare, perché la parte venditrice, ovvero il Banco Santander, si sarebbe ampiamente accontentata di una cifra vicina ai 7 mld, considerevole, ma comunque inferiore rispetto a quella erogata da MPS. L’operazione è stata finanziata dalla fondazione MPS; da qui la necessità di compiere un aumento di capitale, non sufficiente però a garantire il ripianamento del buco di bilancio creatosi con l’improvvido acquisto. Ed è a questo punto che vengono fatte le spericolate operazioni finanziarie, con tanto di derivati, capaci di aumentare i problemi, invece che risolverli, al punto da portare l’avv. Mussari alle dimissioni.

Il MPS, dopo giorni di passione in Borsa, accetta i Monti Bond sui quali, nel frattempo, si è sviluppata una forte polemica politica: i quasi 4 miliardi che il governo ha offerto per il ripianamento del buco di bilancio coincidono con quelli “estorti” agli italiani a seguito dell’imposizione dell’IMU sulla prima casa.

Alcuni contestano quest’ultimo punto, altri lo avallano; in realtà, considerando la perfetta fungibilità del denaro, si può ritenere che comunque i soldi incassati dallo Stato grazie all’odiato balzello siano stati utilizzati per ripianare i buchi (conosciuti) di una banca privata molto vicina ad un partito della maggioranza.

La magistratura indaga: staremo a vedere. Anche se già a questo punto si può certamente dire come il sistema di controllo (Bankitalia, Abi, financo Consob) abbia ancora una volta mostrato tutti i propri limiti, esattamente come nelle altre vicende che in 30 anni hanno sconvolto il panorama economico-finanziario italiano e soprattutto il portafoglio di tanti piccoli risparmiatori.

Le ultime indiscrezioni lascerebbero paventare un quadro ancor più inquietante: si sta facendo strada l’ipotesi che il sovrappiù pagato per acquisire AntonVeneta nasconda rilevanti tangenti spartite tra manager (e forse politici) spagnoli e italiani, denaro poi parzialmente rientrato grazie al tanto criticato “scudo” fiscale voluto da Tremonti.

A questo punto sorgono spontanee almeno un paio di domande.

Prima di tutto ci sarebbe da chiedersi se Mario Monti, Presidente del Consiglio in carica, capace di vantare molteplici conoscenze nel mondo bancario al punto da candidare nella propria lista esponenti del cda di MPS, fosse davvero all’oscuro delle vicende riguardanti il Monte dei Paschi e soprattutto delle rischiose manovre finanziarie compiute dal suo gruppo dirigente. Che MPS fosse in cattive acque lo si poteva intuire da tempo; bisognerebbe capire se chi ha guidato il governo sapeva qualcosa di più o se invece ha preferito far finta di nulla. Il ministro dell’economia Grilli ha recentemente dichiarato che il governo conosceva da un anno la difficile situazione della banca senese, precisando però che i controlli erano di competenza di Bankitalia. Sarà. Ma di certo il livello tecnico-politico non si può autoassolvere così facilmente. Soprattutto considerando che gli italiani hanno sostanzialmente pagato con la tassa sulla prima casa quel Monti Bond con il quale lo Stato spera di ripianare il buco di bilancio – non ancora esattamente quantificato e pertanto probabilmente ancora più ampio – creato dagli spericolati banchieri. Ed a questo punto si potrebbe configurare un’ipotesi particolarmente odiosa per il governo Monti: quella di aver compreso lo stato delle cose, in particolare le azioni criminogene poste in essere per l’operazione AntonVeneta con tanto di finanziamenti illeciti a politici e banchieri, preferendo, nonostante tutto, “scaricare” le perdite sulle spalle dei contribuenti.

L’altra domanda che ci si può porre riguarda proprio il Partito Democratico: possibile che i piddini, di “casa” all’interno del MPS, non si siano mai accorti di nulla? Davvero il Pd ignorava le operazioni poste in essere dal board del Monte dei Paschi pur avendo propri uomini ovunque, sia all’interno della banca, sia nella fondazione che la controllava, così come in tutte le istituzioni cittadine e locali che beneficiavano di generose elargizioni? E’ davvero credibile ritenere che nel 2007, con il centro-sinistra al governo da oltre un anno, nessuno si fosse accorto di ciò che Mussari stava combinando per l’acquisizione di AntonVeneta? E come mai nessuno si preoccupò di chiedere spiegazioni per l’anomalo costo dell’operazione? Possibile, infine, che il Pd non sia minimamente responsabile per una città come Siena che a parte il Monte era già balzata agli onori della cronaca per i buchi nei bilanci di università e comune?

Insomma, il “non poteva non sapere”, usato generosamente in passato per altri, potrebbe, stavolta, risuonare anche per il Partito Democratico.

In difesa degli anni 80 (quelli di Craxi).

ImmagineGli anni 80 sono sempre stati bersaglio privilegiato di ben orchestrate campagne demonizzatrici. In realtà i cosiddetti anni di plastica rappresentano, nel pessimismo e nella mediocrità attuali, l’ultimo periodo davvero interessante per l’Italia (e non solo).

C’è poco da stupirsi se, parlando con chi li ha vissuti, si noti spesso un certo rimpianto. Parlo di gente “comune”, non di intellettuali o giornalisti impegnati. Forse tutto ciò è dovuto al ricordo di una giovinezza ormai andata, alla naturale malinconia per amori finiti o amicizie perdute o per un mondo che allora pareva essere pieno di opportunità. Basta un certo film, una canzone di quel periodo per partire con i ricordi. In tutto ciò la politica o l’ideologia non hanno diritto di cittadinanza.

Se valutiamo la situazione dell’Italia all’indomani della fine degli anni ’70 non ci vuole molto a capire come il nuovo decennio abbia rappresentato una vera e propria svolta negli usi, nei costumi e nell’economia. Alcuni hanno parlato di cambiamento antropologico degli italiani, “drogati” dalle tv commerciali: dico subito che non condivido questa interpretazione. La tv italiana, davvero dannosa, comincia con Non è la Rai (1991). Da lì inizia lo schifo, la cosiddetta tv spazzatura.

Rimpiangere il bianco e nero (non solo sotto il profilo cromatico) degli anni ’70, così come discutere la possibilità che operatori privati potessero inserirsi in un mercato come quello televisivo, aveva ed ha certamente un qualcosa di antistorico. Semmai si è (dolosamente) sbagliato nel non consentire al mercato di acquisire una normale e funzionante natura pluralistica, optando per il sostanziale duopolio che conosciamo.

Il colore arriva in Italia solo nel 1977 (molto in ritardo rispetto ai principali Paesi europei) per il capriccio di politici che ritenevano la tv a colori un lusso“un incentivo alle spese voluttuarie”.(1)

L’avvento delle tv commerciali avviene molto dopo l’introduzione delle trasmissioni a colori, in nettissimo ritardo anche rispetto al diffondersi delle cosiddette radio libere. Quando ci si riferisce alla tv privata degli anni 80 si parla di un qualcosa di ingenuo, innocuo (si pensi a Drive In, a Striscia la notizia, a Telemike) capace di tranquillizzare un’Italia reduce dagli anni di piombo.

Le tv commerciali, negli anni 80, contribuiscono certamente  alla sconfitta dei terroristi. Basta guardare quella tv per capire che il loro tempo era passato, che non avrebbero mai potuto vincere.

Negli anni 80, in Italia e non solo, c’era ancora creatività e soprattutto molta voglia di vivere. Perdurava un cinema con buoni numeri (pur in un contesto di irreversibile crisi dei cosiddetti “generi” capaci di arricchire i produttori durante tutti i ’70): si pensi a film come La città delle donne, E la nave va, Ginger e Fred, La terrazza, Bianca, La messa è finita, Il minestrone, La notte di san Lorenzo, Tre fratelli, C’era una volta in america, L’ultimo imperatore, Ricomincio da tre, Non ci resta che piangere, Compagni di scuola, Speriamo che sia femmina, Borotalco, Il piccolo diavolo, Nuovo cinema Paradiso, Il camorrista e tanti altri. Grasso che cola, considerati gli standard attuali. Nel campo della musica, della letteratura o del giornalismo, poi, erano ancora vivi ed ispirati molti dei Grandi (qui risparmio l’elenco).

Insomma, durante gli anni del Riflusso tutta la società italiana si sveglia dal torpore (non certo politico) e dalle paure del decennio passato. (2)

Politicamente gli ’80 sono gli anni di Craxi e dei socialisti.

Non voglio porre in essere capziose distinzioni o rispolverare atteggiamenti assolutori. Non userò il “tutti-colpevoli-nessun-colpevole” che spesso irrompe quando si parla dei socialisti e del loro Lider Maximo. Mi limito ad osservare che, al netto di tutto ciò che sappiamo, Craxi è stata l’ultima figura (non figurina) politica di rilievo in un Paese capace ancora di esprimere qualcosa di interessante.

Alcuni dati per chiarire cosa siano stati i tanto vituperati anni del craxismo:

– Nell’84 il Governo italiano firma il nuovo Concordato con la Chiesa cattolica, stavolta privo del vetusto riferimento al  “cattolicesimo quale religione di Stato”. Viene abolita la cosiddetta congrua (ovvero una sorta di stipendio mensile che lo Stato passava ai parroci). Infine si istituisce  l’8 per mille per la Chiesa cattolica (e le altre religioni) oltre all’insegnamento facoltativo del cattolicesimo nelle scuole.

– Si realizza il contestato taglio della scala mobile (meccanismo capace di legare gli stipendi al correre dell’inflazione). Di fatto si spacca l’unità sindacale (con la firma di CISL e UIL). La CIGL alza le barricate sostenendo assieme al PCI una durissima battaglia politica contro il provvedimento. Il fronte comunista raccoglie le firme per un referendum abrogativo ma inaspettatamente i cittadini confermano il taglio alla scala mobile. Si tratta di una grande vittoria politica di Craxi capace di mettere la “faccia” durante la dura campagna referendaria.

– L’inflazione (a due cifre) viene abbattuta e passa dal 14,7 al 5,8 (grazie anche al già citato taglio della scala mobile). Lo sviluppo della economia italiana conosce tassi di crescita secondi solo al Giappone (cosa che porta al celebre “sorpasso” ai danni della Gran Bretagna di Margaret Thatcher).

– Viene inaugurata una sorta di “battaglia” contro gli evasori fiscali: sembra strano ma proprio sotto il governo Craxi si introduce per gli esercizi commerciali l’obbligo di dotarsi di un registratore di cassa (e di emettere lo scontrino fiscale).

– Craxi interviene contro la nomina a vita di Enrico Cuccia a capo di Mediobanca (con tutti i giornali a descrivere la querelle come una “ingerenza” del Governo nell’economia).  Il consiglio di amministrazione di Mediobanca vota comunque Cuccia come presidente onorario, di fatto “aggirando” l’ostacolo.

– In politica estera l’operato di Craxi è orientato ad un rafforzamento del processo di integrazione europea (non dimentichiamo che il trattato di Maastricht viene firmato nel ’92 dall’allora ministro degli esteri socialista Gianni De Michelis) e da un conseguente “smarcamento” dalla protezione americana (basti pensare ai fatti di Sigonella e agli spregiudicati rapporti con i palestinesi, che riconfermano una politica risalente ai tempi di Aldo Moro). La critica al mondo anglosassone si manifesta anche nell’appoggio all’Argentina durante la guerra delle Falklands/Malvinas. Importante fu inoltre la posizione italiana rispetto al passaggio di poteri in Tunisia: le pessime condizioni di salute del “padre della Patria” Bourguiba spinge la Francia a “teleguidare” la crisi con un proprio candidato ma il tutto viene vanificato dal colpo di stato di Ben Alì (a sua volta recentemente spodestato proprio all’inizio delle rivolte arabe della scorsa primavera) sostenuto dall’Italia e da Craxi. L’appoggio dell’Italia è determinante per il successo della operazione che spiazza i francesi.

Negli anni 80 la Fiat è la più importante casa automobilistica europea assieme alla Volkswagen, in relazione al numero di veicoli prodotti e alla quota di mercato. Oggi il confronto sarebbe imbarazzante. Come sistema Paese potevamo ancora contare sulla grande industria, certamente in mani statali e dunque con fortissime ingerenze politiche. Non risulta però che dopo le svendite/privatizzazioni iniziate nel ’92 la competitività della nostra economia sia migliorata o che i costi e le tariffe per i consumatori siano calati…

E il debito pubblico dell’era Craxi? Cresceva ma in un contesto economico molto positivo e comunque non agli stessi livelli dei governi “tecnici” del periodo 92-94 (3), chiamati – come oggi – per realizzare la svendita di alcuni asset e salvare i conti pubblici.

Link:

(1) Anni Settanta, quando la Rai aveva paura del colore

(2) 1980 L\’ anno del Riflusso ci ha reso moderni

(3) Dati macroeconomici italiani