Anni 70

Caso MPS: stavolta il “non poteva non sapere” vale per il Pd.

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La storia del Partito Democratico è il risultato di un lungo percorso, di un lento avvicinamento, che ha visto protagonisti la sinistra democristiana, ovvero i cattolici democratici, e i comunisti, poi divenuti “ex” dopo la caduta del Muro di Berlino. Un processo lungo e difficile, frammezzato da momenti anche drammatici, battute d’arresto, e poi ancora conseguenti accelerazioni. Non c’è dubbio, però, che l’attuale Pd sia il risultato di un’onda lunga, di un pensiero lungo; l’idea originaria era proprio quella di Aldo Moro, il democristiano meno compromesso, fervido sostenitore dei governi di centro-sinistra degli anni 60 e poi del cosiddetto compromesso storico del decennio successivo con i comunisti, in seguito definito più modestamente come solidarietà nazionale.

Il Partito Democratico, insomma, è il frutto di un progetto politico piuttosto risalente con il quale si riteneva possibile la convergenza di credenti e non credenti (in qualche caso addirittura anticlericali) in un’unica formazione politica profittando anche della mancanza, a causa dei terribili anni di Tangentopoli, di un forte partito socialista.

Che al Pci (poi divenuto Pds, Ds, ed infine Pd) piacessero gli “affari” è ben dimostrabile dalla grande capacità di mantenere, economicamente parlando, un apparato partitico che ha sempre avuto pochi rivali nel mondo occidentale. Il Pci – così come tutte le sigle successive – non è mai stato un comitato elettorale ma un partito fortemente burocratizzato capace di mantenere solidi agganci col territorio, non solo nelle cosiddette regioni rosse.

Insomma, non parliamo di “tangenti” (o di un rapporto parossistico col denaro) ma soltanto di una spiccata capacità finanziaria, anche “salottiera” e di “relazione”.

Sotto questo aspetto si possono ricordare gli ottimi rapporti tra Agnelli e il Pci. Oppure i non troppo sbandierati legami che il Pci anni 80, compresa la corrente “modernista” del futuro Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, soleva intrattenere con un giovane imprenditore di nome Silvio Berlusconi (vicenda descritta mirabilmente nel fondamentale libro di Michele De Lucia, “Il Baratto”). O ancora si pensi al consolidato sistema delle Coop rosse che, al netto dei dubbi “espressi” dagli avversari politici, ha fatto letteralmente impazzire concorrenti come quel patron di Esselunga capace di ingaggiare una lunga battaglia legale lamentando l’abuso di posizione dominante da parte del gigante cooperativo.

Fino ad arrivare a vicende più recenti, ormai divenute di pubblico dominio, grazie, una volta tanto, non ad una inchiesta della magistratura ma ad uno scoop giornalistico.

In realtà che qualcosa non andasse nella gestione dei Monti dei Paschi di Siena se n’erano accorti in tanti, ma a metterci il naso sono stati soprattutto quelli del Fatto Quotidiano ed il bravissimo Marco Lillo.

Chapeau. Anche perché l’attenzione mediatica ha portato alle dimissioni di Giuseppe Mussari dalla presidenza dell’Abi, la potente associazione dei banchieri italiani. Una sorta di Confindustria dei banchieri.

Certo, sostenere che in quel di Siena il Pd “non c’entri” è davvero difficile, se è vero com’è vero che Mussari aveva forti contatti con il Pd nazionale ed ovviamente con quello locale e se è vero che le nomine presso la fondazione MPS erano politiche così come politica era la gestione dei soldi generosamente devoluti a favore del territorio senese. Con risultati anche importanti, per carità, ma con modalità che, per forza di cose, si sono rivelate col tempo particolarmente nebulose.

Tutto inizia con l’acquisizione, da parte del Monte di Paschi di Siena, della Banca AntonVeneta, per la mirabolante cifra di 10 mld di euro. Davvero singolare, perché la parte venditrice, ovvero il Banco Santander, si sarebbe ampiamente accontentata di una cifra vicina ai 7 mld, considerevole, ma comunque inferiore rispetto a quella erogata da MPS. L’operazione è stata finanziata dalla fondazione MPS; da qui la necessità di compiere un aumento di capitale, non sufficiente però a garantire il ripianamento del buco di bilancio creatosi con l’improvvido acquisto. Ed è a questo punto che vengono fatte le spericolate operazioni finanziarie, con tanto di derivati, capaci di aumentare i problemi, invece che risolverli, al punto da portare l’avv. Mussari alle dimissioni.

Il MPS, dopo giorni di passione in Borsa, accetta i Monti Bond sui quali, nel frattempo, si è sviluppata una forte polemica politica: i quasi 4 miliardi che il governo ha offerto per il ripianamento del buco di bilancio coincidono con quelli “estorti” agli italiani a seguito dell’imposizione dell’IMU sulla prima casa.

Alcuni contestano quest’ultimo punto, altri lo avallano; in realtà, considerando la perfetta fungibilità del denaro, si può ritenere che comunque i soldi incassati dallo Stato grazie all’odiato balzello siano stati utilizzati per ripianare i buchi (conosciuti) di una banca privata molto vicina ad un partito della maggioranza.

La magistratura indaga: staremo a vedere. Anche se già a questo punto si può certamente dire come il sistema di controllo (Bankitalia, Abi, financo Consob) abbia ancora una volta mostrato tutti i propri limiti, esattamente come nelle altre vicende che in 30 anni hanno sconvolto il panorama economico-finanziario italiano e soprattutto il portafoglio di tanti piccoli risparmiatori.

Le ultime indiscrezioni lascerebbero paventare un quadro ancor più inquietante: si sta facendo strada l’ipotesi che il sovrappiù pagato per acquisire AntonVeneta nasconda rilevanti tangenti spartite tra manager (e forse politici) spagnoli e italiani, denaro poi parzialmente rientrato grazie al tanto criticato “scudo” fiscale voluto da Tremonti.

A questo punto sorgono spontanee almeno un paio di domande.

Prima di tutto ci sarebbe da chiedersi se Mario Monti, Presidente del Consiglio in carica, capace di vantare molteplici conoscenze nel mondo bancario al punto da candidare nella propria lista esponenti del cda di MPS, fosse davvero all’oscuro delle vicende riguardanti il Monte dei Paschi e soprattutto delle rischiose manovre finanziarie compiute dal suo gruppo dirigente. Che MPS fosse in cattive acque lo si poteva intuire da tempo; bisognerebbe capire se chi ha guidato il governo sapeva qualcosa di più o se invece ha preferito far finta di nulla. Il ministro dell’economia Grilli ha recentemente dichiarato che il governo conosceva da un anno la difficile situazione della banca senese, precisando però che i controlli erano di competenza di Bankitalia. Sarà. Ma di certo il livello tecnico-politico non si può autoassolvere così facilmente. Soprattutto considerando che gli italiani hanno sostanzialmente pagato con la tassa sulla prima casa quel Monti Bond con il quale lo Stato spera di ripianare il buco di bilancio – non ancora esattamente quantificato e pertanto probabilmente ancora più ampio – creato dagli spericolati banchieri. Ed a questo punto si potrebbe configurare un’ipotesi particolarmente odiosa per il governo Monti: quella di aver compreso lo stato delle cose, in particolare le azioni criminogene poste in essere per l’operazione AntonVeneta con tanto di finanziamenti illeciti a politici e banchieri, preferendo, nonostante tutto, “scaricare” le perdite sulle spalle dei contribuenti.

L’altra domanda che ci si può porre riguarda proprio il Partito Democratico: possibile che i piddini, di “casa” all’interno del MPS, non si siano mai accorti di nulla? Davvero il Pd ignorava le operazioni poste in essere dal board del Monte dei Paschi pur avendo propri uomini ovunque, sia all’interno della banca, sia nella fondazione che la controllava, così come in tutte le istituzioni cittadine e locali che beneficiavano di generose elargizioni? E’ davvero credibile ritenere che nel 2007, con il centro-sinistra al governo da oltre un anno, nessuno si fosse accorto di ciò che Mussari stava combinando per l’acquisizione di AntonVeneta? E come mai nessuno si preoccupò di chiedere spiegazioni per l’anomalo costo dell’operazione? Possibile, infine, che il Pd non sia minimamente responsabile per una città come Siena che a parte il Monte era già balzata agli onori della cronaca per i buchi nei bilanci di università e comune?

Insomma, il “non poteva non sapere”, usato generosamente in passato per altri, potrebbe, stavolta, risuonare anche per il Partito Democratico.

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Milano odia: la polizia non può sparare

Film del 1974 con Tomas Milian. Regia di Umberto Lenzi.

Giulio Sacchi (Tomas Milian) è un disoccupato di Milano che gravita nella malavita locale. L’ultimo colpo è quello contro una banca: alla guida di una Citroen Ds porta i complici sull’obiettivo ed aspetta col motore acceso. Primo grossolano errore che attira l’attenzione di un vigile. Costui gli chiede i documenti, intende fargli una multa per aver parcheggiato in divieto di sosta. Sacchi perde la testa e spara facendolo secco. I complici risalgono in macchina senza aver potuto completare la rapina, prendendo come ostaggio un bambino. Ne consegue un furioso inseguimento con la polizia ma i banditi, riuscendo a forzare un passaggio a livello, seminano gli sbirri e si sbarazzano (fortunatamente in modo incruento) del piccolo ostaggio.
La banda di rapinatori “processa” a modo proprio Sacchi con una grandinata di botte, incolpandolo di codardia e stupidità. Quando si fa un colpo bisogna cercare di limitare i danni al contrario di quanto fatto da Sacchi che col suo sconsiderato comportamento ha messo i complici nelle condizioni di poter fare una strage.

Il pensiero fisso del protagonista è quello di realizzare il colpo che possa sistemarlo per tutta la vita. L’idea gli viene quando va a prendere dal lavoro la fidanzata ed ha modo di osservare la giovane figlia del “padrone”: Marilù, 20 anni (Laura Belli). Da quel momento in poi Sacchi avrà il chiodo fisso di sequestrare la ricca rampolla: si informa pertanto sugli spostamenti della ragazza e chiede alla sua fidanzata la disponibilità dell’auto per compiere il delitto.
Nel mentre Sacchi ha l’occasione di seminare un altro morto (ancora un agente che lo coglie sul fatto mentre ruba le monetine da un distributore automatico di sigarette). E’ qui che avviene l’incontro col commissario Grandi, che arriva sul posto e viene sfottuto dall’omicida cammuffatosi tra la folla (“Commissario, mi dice un posto dove prendere le sigarette a quest’ora?”).

Il piano per sequestrare Marilù va avanti e coinvolge due amici di Giulio (Ray Lovelock e Gino Santercole). Si tratta di due tipi qualsiasi, uno fa il tabaccaio l’altro una professione non precisata. Tutti e due, come Sacchi, vorrebbero fare soldi ma si dilettano in piccoli contrabbandi che non portano a niente.
I tre devono risolvere il problema dell’approvvigionamento armi e lo fanno rivolgendosi ad un vecchio pappone che abita presso i Navigli. Costui si è riciclato nel commercio dei “ferri” ed accoglie i ragazzi per fornire loro un paio di mitra. Naturalmente non hanno soldi per pagare e risolvono la questione mitragliando l’uomo assieme alla sua anziana consorte, così provando in un certo senso la funzionalità delle armi.

Il rapimento di Marilù è uno dei pezzi forti del film: il primo tentativo avviene in un bosco nel quale la ragazza si era rifugiata con l’auto in cerca di un po’ di intimità col proprio ragazzo. I tre loschi individui – opportunamente impasticcati – assaltano la macchina uccidendo il povero fidanzato. Qualcosa va però storto, perché Marilù riesce a scappare trovando ospitalità in una villa vicino al bosco. I tre banditi non si danno per vinti ed una volta capito dov’è la loro preda daranno vita ad una macabra sarabanda di sesso e morte.

Milano Odia è opportunamente considerato il miglior film di Umberto Lenzi. Sicuramente il più “totale”, il più importante sotto il profilo della sceneggiatura con un Tomas Milian straordinario ed estremamente cattivo.

Giulio Sacchi – nella ricca Milano dove conti solo se hai i soldi – è un disoccupato con ingiustificati sogni di gloria. Non ha una gran voglia di lavorare ed in ogni caso ritiene che sudando onestamente dalla mattina alla sera non si possano raggiungere certi livelli. A lui interessa “la grana”, sistemarsi per tutta la vita, condurre una esistenza da gran signore e non pensa di avere alcuna possibilità di realizzare nella legalità questo progetto. Di conseguenza è pronto a tutto. Egli disprezza il mondo che lo circonda: il suo boss (Ugo Maione, interpretato da Luciano Catenacci), la fidanzata che considera nient’altro che una matura puttana,  i suoi amici che “vorrebbero ma non possono”, disprezza soprattutto Marilù – la figlia del ricco Porrino – al quale rinfaccia sempre la bella vita. Perché agli altri sì e a lui no? Se avesse domandato a Porrino un po’ di soldi non glieli avrebbe di certo dati. Ed ecco che gli sequestra la figlia. E’ un suo diritto farlo, perché anche lui deve poter condurre una vita da gran signore. Questa è la logica di Sacchi che vede attorno a sé una ricchezza esagerata, mortificante, soprattutto non corrispondente a particolari meriti personali. E se si hanno pochi freni inibitori queste ragioni possono essere sufficienti ad organizzare un sequestro di persona ed essere disposti anche ad ammazzare.

Milian straordinario, alcolizzato ed impasticcato a dovere (anche nella realtà). Bravi i due partner a latere del protagonista (Lovelock, suo malgrado una vera icona del cinema di genere, e Gino Santercole). Anita Strindberg fa la parte della fidanzata di Sacchi (povera lei). Ma la sorpresa è Henry Silva: una vita passata a fare il killer si ritrova in “Milano odia” catapultato in un ruolo da commissario che inizialmente lascia perplessi (nel ricordo appunto di cliché consolidati) ma che col passare dei minuti diventa sempre più convincente e credibile. Silva recita un commissario dal grande sangue freddo e dal discreto senso dell’umorismo. Ma con una fortissima determinazione a catturare il criminale che sta insanguinando la città. Sembra uscire sconfitto dal confronto, forse giuridicamente lo è, ma nell’ultimissima scena saprà riprendersi una amarissima – disperata – rivincita.

Musica di Ennio Morricone.

La prima udienza del processo alla banda della Magliana

 

 

La Banda della Magliana è il nome attribuito a quella che è considerata la più potente organizzazione criminale autoctona che abbia mai operato nella città di Roma. Il nome, attribuito alla banda dalla stampa , deriva da quello del quartiere romano della Magliana, nel quale risiedevano una parte dei suoi componenti.
Nata nella tarda metà degli anni settanta, la banda fu la prima organizzazione capitolina a percepire non solo la possibilità di unificare in senso operativo la frastagliata realtà della criminalità romana, ma anche a sentire l’esigenza di diversificare sia le proprie attività delinquenziali che andavano dai sequestri di persona, al controllo del gioco d’azzardo e delle scommesse ippiche, alle rapine e al traffico di sostanze stupefacenti e sia di estendere la propria rete di contatti alle principali organizzazioni criminali del Paese, dalla Mafia alla Camorra, nonché ad esponenti della massoneria, oltre che a numerose collaborazioni con elementi della destra eversiva, dei servizi segreti e della finanza.
Una vera e propria holding-criminale che, per anni, impose la sua legge nella capitale e la cui storia, fatta anche di legami mai del tutto chiariti con politica e intelligence deviata, racconta di una zona grigia non ancora del tutto conoscibile nei dettagli sul ruolo dell’organizzazione in molti dei cosiddetti misteri italiani, dal coinvolgimento nell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, al legame con il sequestro Moro, ai depistaggi nella strage di Bologna, all’omicidio del banchiere Roberto Calvi, fino al rapimento di Emanuela Orlandi.

La notte della Repubblica: Fioravanti- Mambro

I Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR) furono un gruppo terroristico d’ispirazione neofascista attivo in Italia dal 1977 al novembre del 1981, nato a Roma nel Quartiere Trieste e poi diffusosi in altre città italiane.
Nei quattro anni di attività i NAR furono ritenuti responsabili di 33 omicidi, oltre che della morte di 85 persone cadute nella Strage alla stazione di Bologna, per la quale sono stati condannati come esecutori materiali, con sentenza definitiva, Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini. La genesi del nome viene raccontata così da Valerio Fioravanti: “La sigla (NAR, ndr) nacque perché la sinistra si era inventata questa storia delle sigle e delle rivendicazioni. Così qualcuno cominciò a tirare fuori anche a destra e venne fuori NAR, che somigliava ai NAP, Nuclei Armati Proletari, che a quei tempi erano una delle principali organizzazioni armate della sinistra. Per quel che ricordo io, la usammo per la prima volta dopo l’omicidio Scialabba. Di certo fu coniata in una villa dell’EUR la cui disponibilità ci veniva garantita, quando i padroni erano in vacanza, da un amico che faceva il giardiniere lì. Quella sera io ero in licenza dal servizio militare. La vulgata dice che c’era anche Francesca (Mambro, ndr) e che è stata lei ad inventarla, ma io onestamente non me la ricordo”