Anni 70

Dall’ortodossia allo spontaneismo: Susanna Ronconi tra Brigate Rosse e Prima Linea

susanna_ronconi

Susanna Ronconi

Rovigo, 3 gennaio 1982, ore 15:40. Lungo via Mazzini c’è un uomo che passeggia. È il signor Angelo, sessantaquattro anni, pensionato. Stretto al guinzaglio accanto a lui c’è un cane di piccola taglia che l’uomo porta a spasso tra le strade semideserte di un capoluogo che sembra quasi sonnecchiare in quella silente domenica d’inverno. Ma è una quiete che sta per svanire. La serenità di quel pomeriggio di inizio anno viene spazzata via dal frastuono inaspettato di una raffica di mitra. Seguono piccole esplosioni, sono bottiglie molotov. Per il pensionato sbigottito nemmeno il tempo di orientarsi in quel trambusto che sopraggiunge devastante il boato finale. Quella A112 in sosta che l’uomo scorge a pochi metri è una potente autobomba che cela al suo interno oltre dodici chilogrammi di polvere nera. Una possente deflagrazione e l’esplosivo squarcia come carta stagnola un solido muro di cinta. L’edificio violato è la sezione femminile della casa circondariale: il carcere di Rovigo, sulle cui mura è stato appena aperto un varco.

Da un cumulo di macerie fumanti escono delle donne, sono quattro detenute politiche, tutte militanti di estrema sinistra. Si tratta di Loredana Biancamano, Federica Meroni, Marina Premoli e Susanna Ronconi. Una di loro è lievemente ferita: zoppica, ma ce la fa. Il signor Angelo invece no, lui non ce l’ha fatta. Angelo Furlan, falegname in pensione e padre di famiglia, muore a seguito della violenta esplosione e giace al suolo privo di vita. Rapidamente, tra nuove raffiche e colpi di pistola, le donne si dileguano scortate da un gruppo di uomini armati appartenenti ad una nuova formazione denominata «Nucleo di Comunisti», capitanata da Sergio Segio, «il comandante Sirio», noto esponente di Prima Linea, sentimentalmente legato a Ronconi.

La zona circostante nel frattempo è devastata: nelle abitazioni ci sono diversi feriti, uomini e donne che nella tranquillità della propria casa sono stati catapultati in un inferno di calcinacci, detriti, frammenti di mattoni e schegge di vetri infranti. Alcuni di loro finiranno in ospedale in prognosi riservata. In un appartamento un bambino è salvo per miracolo dopo il crollo di una finestra.

15879253_993851734092580_2141597229_n-1

Il muro di cinta del carcere di Rovigo

In quel Veneto segnato dalla violenza, sono i giorni di tensione del sequestro Dozier e in tutta Italia si stanno consumando nel sangue gli ultimi fuochi di una lotta armata ormai al tramonto. Gli anni di piombo stanno per chiudere il sipario; gran parte dei protagonisti dell’attacco al cuore dello Stato sono finiti dietro le sbarre, fuggiti all’estero o prossimi alla cattura: qualcun altro invece è stato ucciso, ma tra i gruppi eversivi c’è chi dimostra di avere ancora altre cartucce da sparare. Ne sa qualcosa Segio che per organizzare l’assalto al carcere ha chiesto aiuto a diversi nuclei ancora attivi sul fronte dell’eversione rossa, dalle BR ai PAC, dai COLP fino al Fronte Comunista. [1] Del resto, nell’ottica di chi fa politica con le armi, se risulta ancora tecnicamente possibile rapire un generale NATO, si può tentare il tutto e per tutto anche per far evadere delle compagne di militanza, specialmente se tra loro vi è la propria donna.

Susanna Ronconi infatti ora è libera ma a un prezzo molto alto. Un piano studiato nei minimi dettagli non è stato sufficiente: un uomo innocente è morto, un’intera famiglia ora è distrutta. In un volantino di rivendicazione rinvenuto qualche giorno dopo in un cestino dei rifiuti di Milano, i terroristi affrontano la questione in poscritto, parlando di «vittima innocente e casuale della guerra di classe» e di «imprevisto e imprevedibile (…) di cui siamo pronti a rispondere davanti a tutti i proletari». [2]

abr5

Ronconi e Segio

Vi sono poi da considerare i feriti, persone ugualmente innocenti e inermi, senza dimenticare che in tanti hanno dovuto lasciare la propria abitazione a seguito degli ingenti danni provocati dall’esplosione. Le cronache di quei giorni parlano di cinque famiglie (circa una ventina di persone) rimaste senza casa. [3] Ma se come disse Mao «la rivoluzione non è un pranzo di gala», e la citazione riecheggia sovente nel tentativo di alleggerire i pesi di coscienza di molti attivisti che hanno imbracciato le armi, probabilmente questa volta non è così semplice fare i conti con sé stessi e con le proprie azioni.

Contro le donne evase sono stati emessi ordini di cattura con accuse pesantissime, tra le quali la più infamante in assoluto: quella di strage aggravata, rivolta in questo caso proprio ai terroristi rossi, gli stessi che affermavano di aver scelto la lotta armata per combattere un regime complice delle stragi fasciste che da Piazza Fontana avevano intriso l’Italia di sangue innocente. Ma quei militanti non ci stanno: alle stragi indiscriminate loro non vogliono essere in alcun modo accostati, nemmeno in questo caso, nemmeno dopo il tragico epilogo dell’evasione.

«Premetto che mi assumo interamente la responsabilità umana, politica e anche penale di questo fatto», scriverà Susanna Ronconi ormai in carcere in una lunga lettera inviata ai giudici, «ma non accetto in alcun modo che i suoi esiti, sebbene enormemente drammatici come la morte di Angelo Furlan, ricadano nel reato di strage». [4] Già, perché la sua libertà di evasa dura poco meno di trecento giorni, sfumando in un blitz dei carabinieri di Milano il 28 ottobre del 1982.

La trentenne veneziana, definita da alcune testate «ideologa del partito armato», aveva già alle spalle una lunga storia di militanza. Ripercorrerla a ritroso significa imbattersi in sigle come Prima Linea, Brigate Rosse, Potere Operaio. Per quanto concerne le prime due, per coincidenza o per destino, la donna ha presenziato ai primi omicidi (ufficialmente rivendicati) di entrambe le organizzazioni.

È ancora una ragazza ventitreenne quando a Padova, il 17 giugno del 1974, partecipa all’assalto BR alla sezione MSI di via Zabarella. Il gruppo, formato da cinque persone, ha l’intento di perquisire l’intera area della sezione per portare via alcuni documenti considerati importanti. L’autista del commando aspetta in auto fuori al palazzo mentre a vigilare l’edificio è stata piazzata una sentinella. Ronconi si trova nell’atrio e stringe tra le mani una borsa nella quale dovrà custodire le carte trafugate al segnale dei due compagni all’interno della sede. Le cose però vanno diversamente. Gli uomini preposti all’assalto, identificati dai giudici in Fabrizio Pelli e Roberto Ognibene, incontrano la resistenza di due militanti missini che quel giorno casualmente si trovano in sezione: Giuseppe Mazzola, carabiniere sessantenne in congedo, e Graziano Giralucci, agente di commercio e rugbista trentenne. Dopo un po’, Ronconi vede giungere i due compagni che le dicono di andare via perché l’operazione è andata male. Per la prima volta nella loro storia, le Br hanno ucciso. Caduti sotto il primo fuoco letale di quel gruppo armato, Mazzola e Giralucci rappresentano l’infranto tabù della morte per quella che sarà considerata la principale organizzazione terroristica di estrema sinistra attiva in Europa occidentale dal secondo dopoguerra.

Susanna Ronconi lascerà però le Br per approdare tra gli “spontaneisti” di Prima Linea, organizzazione che vorrebbe rifiutare la clandestinità, la rigidità gerarchica e il settarismo per restare parte integrante del movimento senza tendenze elitarie né volontà di ergersi a partito. Al di là di utopie e intenti, al di là di strategie e propositi, anche PL spara e lo fa con la stessa ferocia dei brigatisti. Alla pubblica inaugurazione di questa pratica di sangue, anche questa volta Ronconi è presente.

alfredo_paolella

Alfredo Paolella

È una mattina d’autunno del 1978 e a Napoli con lei ci sono altri quattro militanti di Prima linea. L’obiettivo è un medico, nonché docente universitario di antropologia criminale, il dottor Alfredo Paolella, membro della Commissione Nazionale per la Riforma Penitenziaria e collaboratore del magistrato Girolamo Tartaglione, ucciso soltanto il giorno prima dalle BR a Roma. È mercoledì, sono le 8:40 dell’11 ottobre e nel quartiere Vomero del capoluogo partenopeo il professor Paolella si sta recando a prelevare la propria vettura dalla rimessa Amos di via Carelli, a due passi dalla sua abitazione. Il commando è lì ad attenderlo a volto scoperto. La giovane bionda in jeans e camicia che poco prima aveva chiesto un cambio dell’olio per la sua Bianchina, estrae una pistola e spara due colpi contro il soffitto per intimidire i dipendenti dell’autorimessa che vengono invitati a farsi da parte e ad entrare subito nel box. Si fanno avanti due uomini, uno dei quali si avvicina rapidamente al professore che nel frattempo si sta accingendo a entrare in auto. Paolella viene afferrato brutalmente per la nuca e scaraventato col viso contro una colonna di cemento. I colpi di pistola rimbombano assordanti nel garage. Meno di due ore dopo, una telefonata al quotidiano Il Mattino rivendica il primo omicidio politico di Prima Linea con un’azione criminale che porta la lotta armata ad uccidere anche al Sud.

Ma perché Paolella? Perché proprio lui per quell’evento così significativo come la prima condanna a morte pubblicamente firmata dall’organizzazione? Una singolare risposta a questo interrogativo giunge nel 1982, proprio durante le ultime settimane di latitanza di Susanna Ronconi. A parlare è Alfredo Bonavita, ex militante e co-fondatore delle BR. Arrestato nel 1974 e divenuto collaboratore di giustizia dal 1981, Bonavita si definisce un «dissidente politico».

Secondo l’ex brigatista, il commando di PL che agì in quell’autorimessa fino a qualche giorno prima dell’agguato ignorava finanche l’esistenza del docente napoletano e quel delitto sarebbe stato un «furto» ai danni di una sigla concorrente, sia pur alleata e politicamente affine. Stando alle dichiarazioni del «dissidente», un agguato nei confronti di Paolella sarebbe stato ideato in origine dalle Formazioni Comuniste Combattenti e alcuni militanti di PL dopo aver scoperto il piano lo avrebbero anticipato per acquisire maggior prestigio facendo così confluire un maggior numero di militanti dalla propria parte. [5]

donat_cattin_alberto

Marco Donat Cattin

È noto che tra le due organizzazioni vi era stata una stretta collaborazione fino al punto di vivere l’esperienza di un «comando unificato» tra la fine del 1977 e i primi mesi del 1978, rivendicando in un’unica sigla (PL-FCC) diverse azioni, soprattutto ferimenti ai danni di forze dell’ordine. Poco dopo l’omicidio Paolella e la rivendicazione di Prima linea, le Formazioni Comuniste Combattenti firmano con la sola sigla «FCC» l’omicidio del magistrato Fedele Calvosa. Il sodalizio sembra dunque finito. Nel 1985 davanti ai giudici della Corte d’Assise napoletana, a toccare l’argomento è proprio uno dei componenti principali di Prima Linea: Marco Donat Cattin. Il «figlio ribelle» dell’ex ministro democristiano, dissociatosi dal terrorismo dopo l’arresto, è accusato di concorso morale per l’omicidio Paolella e oltre a esporre alla corte la propria estraneità ai fatti, accenna anche alla stessa questione sollevata tempo prima dal Bonavita, parlando del criminologo partenopeo come di un «obiettivo sottratto» da Prima Linea alle FCC, provocando il disappunto di quest’ultima formazione. [6]
Per questo delitto, Donat Cattin viene assolto e assieme a lui anche Bruno Russo Palombi, Paolo Ceriani Sebregondi e Sergio Segio, con quest’ultimo finito in manette meno di tre mesi dopo l’arresto della sua fidanzata che invece, riconosciuta come membro attivo del commando, è condannata per il delitto Paolella. Diciassette anni di reclusione sono la pena per quell’agguato nell’autorimessa grazie ai benefici della dissociazione alla quale la Ronconi, come del resto anche Segio, ha fatto ricorso nel 1983, anno in cui la coppia si è unita in matrimonio nel carcere delle Murate di Firenze.

Anche altre condanne si affievoliscono per i due coniugi. Lo spaventoso reato di strage indicato dall’accusa per l’eclatante evasione non viene riconosciuto e quelle raffiche di mitra contro gli agenti di custodia per la corte non costituiscono tentato omicidio. [7] Ammessa al lavoro esterno all’inizio degli anni Novanta presso un’associazione impegnata nel sociale, la Ronconi finisce di scontare la sua pena (ridotta) già nel 1998, per poi divenire protagonista di un’aspra polemica quando nel 2006 il ministro per la Solidarietà sociale, Paolo Ferrero di Rifondazione Comunista, la nomina membro della Consulta nazionale delle tossicodipendenze, incarico al quale l’ex terrorista rinuncia a seguito delle pesanti critiche. Sergio Segio, che ha alle spalle una storia criminale nella quale spiccano fatti di sangue come gli omicidi dei magistrati Emilio Alessandrini e Guido Galli, vede commutata la sua pena dall’ergastolo a trent’anni anni. Ne sconta ventidue. Attualmente è scrittore e collabora con organizzazioni umanitarie. Dal suo romanzo «Miccia corta», nel 2009 è stato tratto il film «La prima linea» con Riccardo Scamarcio nel ruolo di Segio e Giovanna Mezzogiorno nei panni della Ronconi.

FONTI:

[1] Pietro Calogero, Carlo Fumian, Michele Sartori, Terrore Rosso, dall’autonomia al partito armato, Laterza, Bari-Roma 2015

[2] Nucleo Comunista: «Siamo stati noi», La Stampa, anno 116, n.4, 6 gennaio 1982, p.7

[3] Silvano Costanzo, Susanna Ronconi è rimasta ferita fuggendo dal carcere di Rovigo. Costruiti gli identikit del commando? Stampa Sera, anno 116, n.4, 5 gennaio 1982, p.11

[4] Giuliano Marchesini, Susanna Ronconi: «L’evasione non era solo una fuga d’amore», La Stampa, anno 119, n.237, 26 ottobre 1985, p.6

[5] Guido Rampoldi, Prima Linea assassinò Paolella senza quasi sapere chi fosse, La Stampa, anno 116, numero 222, 14 ottobre 1982, pag. 7

[6] Marco Donat-Cattin: anche le FCC erano pronte a uccidere Paolella, La Stampa, anno 119, n.10, 29 maggio 1985, p.6

[7] Evasione da Rovigo, pene per due secoli, La Repubblica, 12 dicembre 1985

Da “guerriero senza sonno” a “infame”. Era Walter Sordi

Walter_Sordi– Walter Sordi nasce a Roma, il 23 settembre 1961. Ancora giovanissimo milita in Terza Posizione frequentando anche la sede FUAN di via Siena, quartiere Nomentano.

– E’ parte attiva di un gruppo in cui i punti di riferimento sono Luigi Ciavardini, Giorgio Vale, Stefano Soderini, Pasquale Belsito e altri. Cominciano tutti in Terza Posizione, per poi passare, nel 1979, alla lotta armata nei Nar.

– Dedito a rapine e all’uso della violenza, il gruppo si caratterizza per i solidi rapporti di amicizia tra i componenti più in vista. Emerge una certa tendenza alla goliardia. Il Sordi dei primi tempi viene descritto, da chi lo conosceva, come un tipo tutto d’un pezzo, privo di capacità di analisi. Un manicheo, come molti altri diciottenni degli anni di piombo.

– Nella primavera del 1980 alcuni pubblici ministeri romani firmano una requisitoria nel processo contro TP nella quale si chiede al giudice istruttore il rinvio a giudizio per i reati di banda armata e associazione sovversiva; viene chiesta anche l’emissione del mandato di cattura per dozzine di giovani simpatizzanti di destra, tra cui molti minorenni. Più di cento famiglie vivono nell’ansia. Dopo la strage di Bologna, l’attesa diventa insostenibile. Nell’estate del 1980 circa trenta giovani si danno alla latitanza precauzionale. Tra loro ci sono Alibrandi, Belsito, Ciavardini, Soderini, Sordi. Proprio Sordi, assieme ai camerati Alibrandi e Belsito, decide di arruolarsi nei campi di addestramento militare della Falange Maronita libanese: praticamente la milizia cristiana alleata di Israele nella lotta contro i palestinesi. In particolare Alibrandi pare essere affascinato dalle capacità militari degli israeliani (incaricati di addestrare le milizie cristiano-maronite).

– Nella metà del 1981, Sordi, appena rientrato in Italia, aderisce allo spontaneismo armato dei Nar. Nell’ottobre del 1981, a Milano, Alibrandi, Sordi e Cavallini vanno a Milano. L’obiettivo è Giorgio Muggiani, neofascista milanese, che nel dopoguerra, assieme a Domenico Leccisi, aveva trafugato la salma di Mussolini. L’accusa è quella di aver venduto Cavallini alla polizia nell’ambito delle indagini per l’uccisione dello studente di sinistra Gaetano Amoroso (assassinato nel 1976 per vendicare Sergio Ramelli, studente di destra, massacrato l’anno prima). Sulla strada che porta a Muggiani, i tre vengono intercettati da una volante della DIGOS che intima l’alt. Alibrandi, al volante, forza il posto di blocco: scatta l’inseguimento. Lo stesso Alibrandi, dopo un tratto di strada, frena di colpo, scende, e spara all’impazzata. Colpisce Carlo Buonantuono, l’agente alla guida, ferendolo gravemente e quello che gli è seduto affianco, Vincenzo Tumminello, ammazzandolo sul colpo. Infine si lancia all’inseguimento del terzo agente, Franco Epifanio, vent’anni, che ferito si è rifugiato nell’androne di un portone; Alibrandi finisce per desistere mentre Sordi avvicinatosi all’auto dei poliziotti prima di rubare le armi ammazza con un colpo alla testa l’agente Buonantuono. E’ il primo omicidio di Sordi.

– Pochi giorni più tardi, Sordi partecipa all’esecuzione del capitano della Digos Francesco Straullu: ventisei anni, originario della Sardegna, si è rivelato brillante nella caccia ai fascisti. Straullu è particolarmente malvisto dai neri, che lo ritengono responsabile di violenze sui prigionieri e abusi sessuali sulle donne. L’attentato contro Straullu scatta la mattina del 21 ottobre 1981. Quel giorno il capitano Digos non si serve della solita Alfetta blindata, ma adopera una normale Ritmo. L’auto dell’ufficiale, guidata dall’agente scelto Ciriaco Di Roma, viene intercettata in via del Ponte Ladrone, in prossimità di un sottopassaggio, laddove è costretta a rallentare. Il commando NAR  è equipaggiato con armi moderne: è previsto anche che qualcuno si apposti sul cavalcavia in modo da sparare dall’alto, perché il tetto è il punto più vulnerabile delle auto blindate. Quando i terroristi si trovano davanti una normale Fiat e non la prevista Alfetta blindata l’agguato si tramuta in mattanza. Walter Sordi si piazza in mezzo alla strada e apre il fuoco con un Heckler & Koch G3 cal 7,62 (fucile d’assalto con una capacità di fuoco impressionante). Alibrandi lascia partire un’altra scarica con il suo Garand, mentre Soderini e Cavallini mitragliano ai lati. L’auto con Straullu sbanda paurosamente e si schianta contro un muro. Alla Mambro viene impedito di avvicinarsi ai corpi per l’usuale sottrazione delle armi. Cavallini rinuncia al macabro rituale della lancia da conficcare nel petto del nemico. Il commando, dopo aver compiuto il fatto, si allontana a bordo di una Alfasud rossa e di una Ritmo di colore grigio, entrambe rubate. In sede di sopralluogo vengono rivenuti numerosi bossoli di vario tipo, tra cui alcuni di calibro 7,62 Nato per fucile modello “Fal” del tipo blindato. Strullu verrà riconosciuto soltanto grazie ai documenti.

– Il 5 dicembre del 1981 i reduci dei campi di addestramenti libanesi, Belsito, Sordi, e Alibrandi, si fermano per comprare dei mandarini presso un chiosco di frutta della borgata Labaro, sulla via Flaminia. Transita una volante: a bordo ci sono Ciro Capobianco, Luigi D’errico e Salvatore Barbuto. L’auto inverte la marcia e avanza a filo di gas, rasentando i giovani. Alibrandi si accorge della manovra, getta per terra le bucce del mandarino, e impugna la pistola iniziando a sparare. Capobianco si accascia lungo il sedile, mentre D’Errico si precipita fuori dalla volante per ripararsi dietro un muretto e rispondere al fuoco. Dopo un attimo di sorpresa, anche le pistole di Sordi e Belsito cominciano a crepitare. Sordi viene preso a una mano, Barbuto centra alla nuca Alibrandi (successivamente Massimo Carminati, intercettato dai Ros, rivelerà che Alibrandi era stato vittima del “fuoco amico”). Alibrandi non si vede più: è caduto tra le macchine in sosta, svanito alla vista degli altri. Sordi salta nella volante seguito dagli altri due e parte sgommando verso la Flaminia. A bordo, in fin di vita, c’è ancora l’agente Capobianco. Spira due giorni dopo senza avere più ripreso conoscenza, mentre Alibrandi muore praticamente sul colpo. La madre di Capobianco perderà l’uso della parola per mesi.

– Sordi costituisce una sua banda personale tra Vigna Clara e l’Eur chiamata Walter’s Boys; formata da giovani fedelissimi fiancheggiatori e aspiranti eversivi, studenti che vivono in ambienti borghesi e offrono nascondigli. All’occorrenza vengono premiati con la partecipazione sul campo a qualche azione. I fedelissimi di Sordi considerano il loro capo un semidio. Le sue farneticazioni, la posa da soldato politico e “guerriero senza sonno”, affascinano i ragazzi.

– Il 5 marzo 1982, un commando NAR (del quale fanno parte, tra gli altri, Sordi, Francesca Mambro, Giorgio Vale) rapina la Banca Nazionale del Lavoro di Piazza Irnerio a Roma. Nel darsi alla fuga trovano le forze dell’ordine con cui ingaggiano un violento conflitto a fuoco in cui muore Alessandro Caravillani, studente di 17 anni, che passava di lì per caso. Francesca Mambro è ferita gravemente e trasportata nel pronto soccorso dell’ospedale San Filippo Neri dove verrà poi arrestata.

– Il 24 maggio del 1982 Sordi e Cavallini attaccano gli agenti di guardia alla sede dell’Olp per disarmarli. Sordi e Cavallini arrivano in Vespone sparando contro i poliziotti Pillon e Galluzzo. Il primo è ferito, il secondo muore. Dalle finestre della sede diplomatica palestinese iniziano a sparare anche gli arabi della scorta. Pochi mesi dopo, il 18 settembre, Sordi finisce in catene a opera dei carabinieri che lo catturano in un villino di Lavinio. Ha ventuno anni. Nel primo pomeriggio giungono telefonate anonime ad alcuni quotidiani nelle quali gli amici dello stesso Sordi, probabilmente per evitare trattamenti “impropri” da parte della polizia, danno notizia dell’arresto.

– Subito dopo l’arresto decide di collaborare con la magistratura e comincia a raccontare particolari inediti sull’eversione di destra. Arrivano i benefici di legge e dopo circa un anno e mezzo di carcere viene ammesso agli arresti domiciliari protetti, presso la caserma dei carabinieri di Forlimpopoli, prima di essere trasferito in una località segreta. E’ tuttora sottoposto a un programma di protezione e vive in località segreta.

– La pubblicazione della legge sui pentiti è molto attesa. Non solo dai possibili beneficiari, ma anche dai magistrati. Nella legge 29 maggio 1982, n. 304 sono previste quattro ipotesi di pentimento: una per i fiancheggiatori, una per i dissociati, una per i pentiti veri e una per i cosiddetti i “superpentiti” la cui collaborazione è considerata di eccezionale rilevanza. Le pene, per quest’ultimo caso, sono ridotte fino a un terzo: invece dell’ergastolo, pene da sei a otto anni. E’ prevista anche la libertà provvisoria. Dissociati, pentiti e superpentiti possono usufruire della sospensione condizionale della pena (se condannati a meno di quattro anni di reclusione) e della liberazione condizionale (se dimostrano un sicuro ravvedimento).

– Un impulso decisivo alle indagini di polizia, alla scoperta di nuovi covi Nar a Roma, viene fornito proprio da Sordi che decide di collaborare con gli inquirenti subito dopo la cattura. L’inchiesta giudiziaria sui Nar ricostruisce proprio grazie a lui e ad altri pentiti una lunga serie di delitti, attentati e rapine, avvenuti tra il dicembre del 1981 e l’inizio del 1984.

– Il 17 ottobre del 1982, interrogato dal giudice Imposimato, dichiara: “Conosco Giusva Fioravanti da alcuni anni. Egli mi fu presentato da alcuni camerati dell’Eur, quartiere che io frequentavo abitualmente abitando nel Prati. Il Giusva ha militato prima nel MSI a Monteverde insieme ad Alessandro Alibrandi e Cristiano Fioravanti, suo fratello. Dopo alcuni anni di politica legale, costellata di alcuni scontri con i compagni, Valerio ha cominciato a fare politica extraparlamentare, costituendo un piccolo gruppo armato, formato da lui stesso, Alibrandi, Stefano Tiraboschi, e al fratello Cristiano. Essi cominciarono a praticare la lotta armata tramite rapine, e attentati alle persone. Il gruppo capeggiato da Giusva agiva anche in collaborazione occasionale con elementi del FUAN e con un gruppo di fascisti dell’EUR composto da Carminati Massimo, i fratelli Stefano e Claudio Bracci, e Franco Anselmi. Il primo delitto di rilievo fu l’uccisione, se non erro nel 1978, del compagno Scialabba. All’azione parteciparono i due Fioravanti, Alibrandi, Mario Pedretti, Franco Anselmi, Francesco Bianco e altri due che non ricordo. Nell’omicidio Scialabba furono usate una pistola cal 22 e 38 di Valerio. Un delitto molto importante compiuto dal gruppo di Fioravanti fu la rapina all’armeria di via Nattuzzi, nella quale morì Franco Ansalmi. Il fatto fu compiuto il 6 marzo del 1978 da Alibrandi, i fratelli Fioravanti, Franco Anselmi e Francesco Bianco. Ci furono anche altri complici con funzioni di copertura. A partire da quel momento il gruppo assunse, su proposta di Tiraboschi, la denominazione di Nar”.

Da un interrogatorio di Walter Sordi ai giudici Imposimato e Sica, del 15 ottobre 1982: “Parlando in particolare degli investimenti di somme di denaro da noi fatte attraverso la banda Giuseppucci-Abbruciati, posso dire che nel 1980 Alibrandi affidò alla banda stessa 20 milioni di dire, Bracci Claudio 10 milioni, Carminati Massimo 20 milioni, Stefano Bracci e Tiraboschi 5 milioni. Ricordo che Alibrandi percepiva un milione al mese di rendita. Mi fu spiegato che gli investimenti dovevano avvenire per un periodo non inferiore a sei mesi e che gli interessi corrispondenti erano del 5-6 % mensili. Era Bracci Stefano che si preoccupava di consegnare il denaro per conto di tutti alla banda Giuseppucci-Abbruciati, ricevendone la rendita mensile. Tutto era fondato sulla fiducia. Io ho affidato al Bracci Stefano lire 65 milioni, provenienti da rapine in banche, in più riprese. […] I soldi affidati alla banda Giuseppucci-Abbruciati erano tutti in contanti. Come ho già spiegato, Giuseppucci e Abbruciati prevalentemente investivano il denaro da noi ricevuto nel traffico della cocaina e nell’usura, ma c’erano anche altri investimenti nelle pietre preziose e nel gioco d’azzardo. Ricordo che un giorno, mentre io ero a Beirut insieme ad Alibrandi, ricevetti una telefonata da Carminati il quale chiese se vi era possibilità di piazzare pietre preziose di provenienza illecita. Dalla ricettazione di gioielli provenienti da rapine si interessavano uomini collegati alla banda Giuseppucci-Abbruciati”

Testi consigliati

  • Anni di piombo (Provvisionato, Baldoni) Sperling & Kupfer
  • Destra estrema e criminale (Caprara, Semprini) Newton Compton
  • Cuori rossi contro cuori neri (Sidoni, Zanetov) Newton Compton

Rapimento Sossi: chi fingeva di non capire e chi aveva capito (molto)

Mario Sossi, prigioniero delle Brigate rosse

Mario Sossi, prigioniero delle Brigate rosse

Tra le prime esercitazioni di disinformazione attuate dalla stampa italiana durante gli anni del terrorismo non si può non citare il caso del lungo sequestro di Mario Sossi, il sostituto procuratore prelevato a Genova, il 18 aprile 1974, da un commando delle Brigate rosse. Nonostante la ormai quadriennale “attività” delle Br sullo scenario italiano molti organi di stampa continuavano a condividere un atteggiamento prudente, se non scettico, circa gli effettivi responsabili di questa e altre simili operazioni. Non si credeva, insomma, che una formazione armata in Italia potesse far propria l’ideologia marxista-leninista: le Brigate rosse non potevano che essere “sedicenti”, forse “fasciste”, di sicuro “al servizio della strategia della tensione”. Mario Sossi, nella prima metà degli anni 70, si era reso protagonista di una serie di inchieste ad alto contenuto politico acquisendo una fama di giudice implacabile presso gli ambienti dell’estrema sinistra: si pensi al processo alla banda “XXII Ottobre”, nel quale l’allora giovane pubblico ministero riuscì ad ottenere pesantissime condanne. Ed è per questo carattere di inflessibilità, un ostentato atteggiamento “da duro”, che Sossi diventa presto un obiettivo dichiarato di gruppi più o meno armati operanti nella vasta area di “contiguità” al terrorismo. Chi erano questi brigatisti? I nomi, già conosciuti presso le questure perché numerosi erano stati i precedenti sequestri di persona a scopo politico, dovevano essere piuttosto familiari a quei giornali di partito che continuavano a definire le Brigate rosse “sedicenti”.

Ancora nel 1974 le Br erano per tanti organi di stampa un mistero. Di sicuro non erano “rosse”, ma forse “nere”: riflessione condivisa non solo dal maggiore giornale della sinistra italiana – l’Unità – ma anche dai quotidiani “borghesi”, all’interno dei quali vanno però segnalate posizioni più sfumate, vere aree di pensiero laico, come quella dell’allora quarantenne Andrea Barbato: gli elementi da collazionare per giungere a conclusioni sostanzialmente esatte, circa gli obiettivi e la reale natura delle (non presunte) Brigate rosse, c’erano tutti già da allora e Barbato lo dimostra.

 “La Stampa”, 30 aprile 1974.

Il “processo proletario” contro il giudice Sossi, prigioniero delle Brigate rosse dal 18 aprile, continua. I rapitori tacciono, dopo il laconico e minaccioso messaggio di tre sere fa; la polizia dispone solo di magri indizi, la scoperta del nascondiglio appare difficile. Non solo questo sequestro è ormai il più lungo fra quelli firmati dalla formazione che ha per simbolo la stella asimmetrica, ma sembra evidente che esso segni una svolta nella tattica e nel comportamento del gruppo clandestino. Sossi è interrogato da undici giorni: un tempo non solamente interminabile per la sofferenza umana del recluso, ma anche così lungo da rivelare le intenzioni dei rapitori. Non siamo più dinanzi ad un atto “esemplare” di punizione di un avversario. Se la prigionia e il processo si prolungano tanto (e non vi sono segni che annuncino la fine) se si sfida con tanta sicurezza il rinnovato attivismo della polizia, è perché i “brigatisti rossi” si attendono veramente di strappare qualche rivelazione al magistrato. Esigono da lui, oltre a una serie di particolari tecnici e sostanziali sulle istruttorie che riguardavano i loro “compagni di lotta” anche una testimonianza ideologica che colori di dubbi politici le istruttorie stesse. In che misura Sossi collabora con questo proposito dei suoi carcerieri? Dalla lunghezza della detenzione, si dovrebbe dedurre che le sue “deposizioni” sono insoddisfacenti. “Sossi è un uomo di forte spirito legalitario”, ha detto stamane il funzionario che guida le indagini (quel dottor Umberto Catalano anch’egli menzionato nel volantino di venerdì notte) “probabilmente parla poco. Per lui collaborare significa certamente violare dei segreti, compiere un atto illegale”. Ma il punto più importante è un altro. Il sequestro di Sossi somiglia certamente, per le tecniche e l’ideologia che le accompagnano, alle precedenti gesta delle Brigate rosse che vanno dal rapimento di Idalgo Macchiarini a quello di Enrico Amerio. Ma stavolta le Brigate rosse escono dal mondo delle fabbriche in cui si erano finora aggirate e investono in pieno l’apparato dello Stato per impadronirsi di suoi eventuali meccanismi nascosti, di presunti segreti nella sua struttura. Non è più un “mordi e fuggi” com’era scritto in un cartello appeso al collo di una delle vittime; e non è neppure la rozza filosofia contenuta nello slogan “colpiscine uno per educarne cento”. Qui siamo all’assalto al “cuore dello Stato” o più ancora assistiamo passivamente a una contro-indagine. Le Brigate rosse non si contentano di compiere un attentato a fini dimostrativi, ma vogliono esibire una loro costruzione, sia pure coatta, della verità.Quale verità? Finora tra i molti fascicoli processuali di cui Sossi è chiamato a rispondere davanti ai suoi sequestratori si sa solo che è stato aperto il “dossier” del rapimento di Sergio Gadolla. Il caso è lontano, giudicato e chiuso. Riaprirlo significa cercare un corpo per quelle ombre che non furono certo taciute al tempo delle indagini e del vero processo. Fu proprio Mario Rossi al dibattito che lo vedeva imputato e che gli valse l’ergastolo ad affermare che “Sergio Gadolla era venuto con noi spontaneamente”. Le zone d’oscurità di quella vicenda furono a suo tempo ampiamente discusse in aula e sui giornali: perché Sergio Gadolla si presentò in libertà asciutto e inappuntabile, dopo quella che doveva essere una marcia sui monti sotto pioggia alluvionale? E quale fu il ruolo del missino Vandelli, creditore di grosse vincite al gioco che temeva di non incassare, nella organizzazione del rapimento? E oltre ad una deferenza di tipo “sociale” c’era qualche altro legame tra l’allora commissario Domenico Nicoliello (oggi capo della mobile di Genova) e la famiglia Gadolla? E’ probabilmente su queste linee e su questi dubbi forse appresi dalle cronache del tempo, che insistono i rapitori di Sossi nel loro interrogatorio. “Non ha nulla da rivelare nella sua borsa non c’era nessun documento segreto” ripetono magistratura e polizia genovesi. Non siamo ormai dinanzi ad un atto di guerriglia, compiuto da militanti che si considerano rivoluzionari, a sinistra di ogni sinistra. L’attività delle Brigate rosse compie una scalata, un salto decisivo. Non è più l’azione pseudopartigiana, il sabotaggio della vita di fabbrica e dei contratti di lavoro, la battaglia dichiarata al neofascismo, la lotta ai partiti e ai sindacati. I brigatisti rossi si trovano obiettivamente collegati con quelle formazioni Gap, più decise nell’attivismo clandestino, dei cui componenti chiedono oggi la liberazione dal carcere. Ora il programma politico delle Brigate rosse sembra ancor più “avanzato” dell’intenzione iniziale di “eliminare” i poliziotti, espropriare i capitalisti. Persino l’estrema sinistra extraparlamentare, divisa nella diagnosi del fenomeno, non è divisa nel giudizio. Alcuni li ritengono dei provocatori, prevedono che la liberazione di Sossi avverrà dopo il 12 maggio, li disegnano perfettamente inseriti in una strategia che vuole contrapporre la violenza rossa alla violenza nera per dimostrare la debolezza dello Stato e per invocare poi la mano forte. Altri, invece, ammettono che la matrice delle Brigate rosse è la lotta di classe, che la scuola politica è quella della sinistra, sia pure estrema; ma anche questi ultimi concludono con una condanna dei metodi e della sostanza. I “brigatisti” insomma anche per la sinistra extraparlamentare formulano un’analisi di classe della società italiana ma poi la intingono nel pessimismo e nella disperazione. Non credono nella consistenza del movimento operaio e perciò pensano di dover ricorrere alla lotta armata. Il “processo proletario” non colpisce più soltanto con il suo rito sommario (rapimento, giudizio, sentenza) i presunti strumenti dell’”oppressione capitalistica” ma giunge a giudicare i giudici. E’ una fase nuova della “clandestinità armata” di queste ambigue formazioni. Le Brigate rosse si considerano in guerra non sono con i “padroni” ma anche con lo Stato. E’ doveroso constatare che la risposta, finora, è incerta a tutti i livelli. La polizia dispone di piste scarse, la magistratura genovese sembra attendere d’essere sollevata dal peso dell’indagine. Il ruolo di altri corpi investigativi rimane misterioso: due colonnelli del controspionaggio militare sono a Genova. Il Sid ha avuto certamente un ruolo nell’indagine sulle Brigate rosse, ma quale? Secondo alcuni il servizio segreto della difesa starebbe addirittura cercando eventuali collegamenti tra le Brigate rosse e la fascista Rosa dei venti; secondo il volantino numero tre delle stesse Br, il Sid avrebbe invece collaborato con Sossi nei “processi di regime” contro il gruppo XXII Ottobre. La città (Milano, Torino, ora Genova) “centro del sistema” è anche il miglior terreno di guerriglia e il più sicuro nascondiglio. Per un’altra giornata oggi le pattuglie hanno cercato inveno e tutti abbiamo aspettato inutilmente che giungesse un altro messaggio. La polizia non fa nomi, i giudici non vogliono ripetere gli errori del passato e non indicano “colori” nelle piste, il procuratore capo ripete che non firmerà mai “mandati in bianco”. I “brigatisti” latitanti sono una mezza dozzina, se ne conoscono i nomi, se ne indicano le gerarchie e i ruoli interni. Ma anch’essi si ripete, sono ricercati solo per gli antichi reati. Sulle colline e nelle vallate dell’entroterra gli uomini dei reparti “speciali” non hanno trovato finora che cascinali abbandonati.

Andrea Barbato

Ricordando via Fani: i servizi hanno ancora i loro segreti

Alfetta, via Fani 16 marzo 197816 marzo 1978, ore 8,45. L’auto dell’onorevole Moro, una Fiat 130 blu ministeriale, è come sempre sotto l’abitazione del presidente Dc, in via del Forte Trionfale 79. A comporre la scorta, oltre al maresciallo Oreste Leonardi, l’appuntato Domenico Ricci, il vicebrigadiere Francesco Zizzi, le guardie di pubblica sicurezza Raffaele Iozzino e Giulio Rivera. Zizzi è lì per caso: sostituisce un collega in ferie.

Negli stessi istanti nei quali Leonardi e gli altri attendono Moro, i componenti del gruppo di fuoco brigatista arrivano in via Mario Fani e si dispongono, travestiti da avieri, dietro le siepi del bar Olivetti posto all’incrocio con via Stresa e chiuso per lavori. Mario Moretti aspetta in via Sangemini (traversa di via Fani) dentro una Fiat 128 con targa diplomatica. Nella zona, a bordo di un’altra 128, stazionano, con funzioni di appoggio, Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri. Sempre in via Fani, ma dall’altra parte dell’incrocio, c’è Barbara Balzerani, armata con mitraglietta Skorpion di produzione cecoslovacca. Bruno Seghetti è a bordo di una 132 blu, pronto a trasportare Moro dopo l’azione.

La scorta parte da via del Forte Trionfale in direzione via Trionfale, poi svolta a sinistra. Moretti scivola con la sua 128 verso via Fani rallentando la corsa della 130 di Moro e dell’Alfetta; all’incrocio con via Stresa, in prossimità del bar Olivetti, quasi si ferma. E’ in questo istante che Morucci, Fiore, Bonisoli e Gallinari coprono i cinque metri di carreggiata necessari a portarsi a ridosso delle auto e iniziare a sparare. Morucci e Fiore tirano verso la Fiat 130, colpendo sia il caposcorta Leonardi che l’autista Ricci, mentre Bonisoli e Gallinari si occupano dell’Alfetta. L’immediato ferimento dell’autista di quest’ultima auto genera il rilascio della frizione e il tamponamento che porterà la 130 a picchiare a sua volta sulla 128 di Moretti. I mitra di Morucci e Fiore si inceppano ed è in questo istante che Domenico Ricci, l’autista della 130, cerca di liberare il proprio mezzo verso una via di fuga che non esiste perché il lato destro è occupato da un’altra auto, una Austin Morris. Lo stesso Ricci viene fulminato da Morucci che, nel frattempo, ha recuperato l’efficienza della sua arma. Gli altri componenti conosciuti del commando, ovvero Balzerani, Casimirri e Lojacono presidiano l’inizio e la fine di via Fani (incrocio con via Stresa).

Annientata la scorta, Fiore e Moretti agguantano Moro e lo guidano verso l’auto di Seghetti che poi parte a tutta velocità in direzione via Trionfale. A prendere due delle cinque borse di Moro è forse Morucci, poi fuggito da via Fani con una 128.

Il convoglio brigatista si immette in via Trionfale in vista di via Casale De Bustis il cui accesso bloccato da una catena viene reso fruibile grazie a dei tronchesi. Il trasbordo di Moro avviene forse in piazza Madonna del Cenacolo con il presidente Dc posizionato in una cassa collocata dentro un furgone guidato da Moretti. Un secondo trasbordo del prigioniero dentro una Citroen Ami8 avviene nel parcheggio sotterraneo della Standa dei Colli Portuensi; da qui Moretti e Gallinari trasportano Moro in via Montalcini 8, presso l’appartamento acquistato da Anna Laura Braghetti opportunamente attrezzato per la detenzione.

Si è spesso ipotizzata la presenza in via Fani di un tiratore scelto, che avrebbe permesso ai brigatisti di sopperire alla propria inadeguatezza militare. Dei 97 bossoli ritrovati 49 sarebbero di una sola arma; prova della presenza di un killer magari prestato dalla criminalità organizzata. In realtà soltanto 19 di questi 49 proiettili sono andati a segno, mentre i restanti 30 non hanno centrato né le auto né i componenti della scorta. La stessa possibilità che i 49 colpi siano stati sparati dalla medesima arma (un FNAB-43, dove il numero sta per l’anno di fabbricazione) è messa in forse da una seconda perizia risalente agli anni 90. Relativamente all’ipotesi del tiratore scelto si è pensato a un coinvolgimento della ‘ndrangheta, sulla base dei viaggi compiuti da Moretti nel sud e di una intercettazione tra il deputato Dc Cazora e Sereno Freato, segretario di Moro: telefonata nella quale si insiste sulla necessità di recuperare le foto scattate poco dopo l’agguato da un residente in via Fani, Gherardo Nucci. Gli scatti verranno consegnati alla magistratura dallo stesso Nucci e mai più ritrovati. Un nome per identificare il super killer è stato fatto: Giustino De Vuono, personaggio legato alla mafia calabrese, ex componente della legione straniera, finito in carcere per vari reati tra cui il rapimento e l’uccisione di Carlo Saronio a Milano nel 1975. De Vuono si sarebbe convertito alle Br in carcere e una volta evaso godrà di una strana libertà di azione: frequenti viaggi da e per il sud America grazie alla protezione dei nostri Servizi che di fronte alle richieste di informazioni delle autorità locali opporranno sempre uno stretto riserbo. Ancora nel settembre del 1979 si ha ricordo di lui in Italia, come testimoniano le pagine dell’Unità che descrivono una sparatoria avvenuta nel litorale tirrenico, tra le province di Catanzaro e Cosenza, nei pressi di un posto di blocco. Gli stessi articoli descrivono De Vuono come personaggio con un ruolo chiave nel rapimento e nell’uccisione di Moro.

Un altro degli elementi spesso ignorati di via Fani è la Austin Morris parcheggiata sul lato destro della strada in perfetta coincidenza con il luogo del tamponamento tra le auto della scorta e la 128 di Moretti. Il dato centrale è la targa dell’auto che, secondo la giornalista Stefania Limiti, ne indica la riconducibilità a una società legata ai servizi segreti: il veicolo sarebbe stato acquistato dalla ditta Poggio delle Rose, con sede presso l’Immobiliare Gradoli proprietaria tra l’altro di alcuni appartamenti presso il civico 96 della via Gradoli nella quale verrà scoperto il famoso covo brigatista.

I servizi segreti (italiani e stranieri) sapevano dei preparativi per il sequestro Moro?

Il KGB mise sulle tracce del politico Dc un finto studente di storia risorgimentale, formalmente in Italia grazie a una borsa di studio: si tratta di Sergey Solokov, classe 1953, ufficiale del dipartimento V del KGB quello dedito, secondo il giornalista del Daily Mail Brian Freemantle, alle azioni speciali. Approdato a Roma nel settembre ‘77 e “attenzionato” dal SISMI durante tutto il suo soggiorno in Italia, Solokov, condusse una vera e propria indagine sulle abitudini e gli spostamenti del leader democristiano allarmando Franco Tritto, uno dei più stretti collaboratori di Moro. Tra l’altro era strano che uno studente di storia seguisse con così tanta costanza le lezioni di diritto e procedura penale di Moro. Solokov farà ritorno a Mosca nel luglio 78. Negli anni 80 frequenterà ancora l’Italia come redattore della TASS.

E’ quasi certo che il KGB fosse a conoscenza delle mosse delle Br grazie alla STASI che, a sua volta controllava la RAF tedesca (in stretti rapporti con i brigatisti italiani). La tecnica “a cancelletto” utilizzata per l’assalto di via Fani è la copia di quella utilizzata dalla RAF per rapire nel settembre 77 Martin Schleyer, capo degli industriali tedeschi. Le stesse dichiarazioni di Patrizio Peci, il primo e più importante pentito delle Br, evidenziano i collegamenti tra tedeschi e italiani mantenuti, inizialmente, da Lauro Azzolini e poi da Moretti in persona. Nella risoluzione strategica del ‘78 le Br sottolineavano la necessità di sviluppare la cooperazione con altri elementi dell’internazionalismo proletario, quali l’IRA, l’ETA e la stessa RAF (in pratica il passaggio a una concezione internazionale della guerriglia). Recentemente sono state trovate negli archivi della STASI delle schede informative su tutti i leader brigatisti, a dimostrazione dell’interesse nutrito dal servizio segreto tedesco-orientale per le vicende italiane.

Su un totale di oltre 54 mila pagine riguardanti il caso Moro depositate nell’archivio storico del Senato, sono ancora 15 mila quelle classificate, non essendo stato emanato il regolamento attuativo di riforma dei servizi segreti che dovrebbe disciplinare la materia. Proprio per questo AISE e AISI, eredi di SISMI e SISDE, a quasi 40 anni dagli eventi, si oppongono alla declassificazione dei loro atti non contribuendo di certo a fare chiarezza su un evento chiave della nostra sanguinosa storia repubblicana.

La Notte della Repubblica – Mario Moretti

23931421_aldo-moro-un-omicidio-central-agency-1

Mario Moretti è nato a Porto San Giorgio, nelle Marche. Il padre è commerciante di bestiame, la madre maestra di musica. Diplomatosi perito industriale, all’inizio del 1968 è a Milano in cerca di lavoro. Ha in tasca due lettere di raccomandazione: una del rettore del Convitto di Fermo, Ottorino Prosperi, per un posto all’Università Cattolica, l’altra della marchesa Anna Casati Stampa di Concino, per un impiego alla Sit-Siemens. Lo assumono in fabbrica. Qui diventa subito amico di Corrado Alunni, Giorgio Semeria e Paola Besuschio. Con loro entra a  far parte del Collettivo Politico Metropolitano di Renato Curcio e Margherita Cagol.

Il 29 settembre 1969, in una comune di piazza Stuparich, si sposa con Amelia Cochetti, maestra d’asilo. Avranno un figlio, Marcello Massimo.

La scelta della clandestinità arriva, per Moretti, tra l’estate e l’autunno del 1970, quando con un gruppetto di compagni della Sit-Siemens e del collettivo da vita a quello che  sarà il nucleo storico delle Brigate rosse. E’ un teorico ed elabora i primi documenti brigatisti, ma è anche tra i primi a prendere le  armi e ad entrare in azione.

Il 30 Giugno 1971, a Pergine di Valsugana, partecipa con Renato Curcio a una rapina per autofinanziamento. E’ la sua prima azione. Dopo l’arresto di Renato Curcio e Alberto Franceschini, e poi di Roberto Ognibene e Prospero Gallinari, diventerà il capo più autorevole delle Br, fino a gestire il sequestro, la prigionia e la morte di Moro e a concludere con la tragedia la fase culminante della sua attività operativa. [Fonte]

La Notte della Repubblica, Sergio Zavoli intervista Mario Moretti.

Gli anni di piombo in Francia. La storia di Action Directe

Immagine

La vicenda delle sevizie somministrate dalla polizia ad esponenti della lotta armata è recentemente tornata di attualità grazie al libro di Nicola Rao (Colpo al cuore) e alle testimonianze più o meno reticenti di alcuni “reduci” dell’epoca, come il cosiddetto professor De Tormentis, l’ex brigatista Enrico Triaca e Salvatore Genova, “liberatore” del generale americano James Lee Dozier sequestrato ad inizio anni 80 dalla colonna veneta delle Br-Pcc. Fatti riportati alla ribalta, con una certa timidezza, dalla tv di Stato ed approfonditi da giornalisti indipendenti e blogger, nella speranza, finora frustrata, che si proceda all’introduzione del reato di tortura nel nostro ordinamento giuridico.

Quando si parla dei metodi “spicci” utilizzati dagli Stati per liquidare il terrorismo interno non si fa mai riferimento all’ atteggiamento tenuto dalla Francia per i “rivoluzionari” di casa propria. La Francia, insomma, è sempre stata intesa come “Patrie de l’Homme”, in contrapposizione all’Italia del codice Rocco e delle leggi speciali. Un tipo di interpretazione della realtà che ha fatto scuola all’estero; si pensi al Brasile che, seguendo l’esempio francese, si è rifiutato di estradare Cesare Battisti.

Questa considerazione della Francia come “Patrie des droits de l’Homme”, appunto, non è forse condivisa da chi, francese, ha provato a praticare in casa propria la lotta armata. Basti l’esempio di Action Directe, organizzazione fondata da Jean Marc Rouillan a fine anni 70. Action Directe (che da ora in poi indicheremo con l’acronimo AD) compì, a metà anni 80, numerosi attentati contro l’apparato economico-militare francese; si pensi all’omicidio di Georges Besse, capo della Renault impegnato in un processo di “ristrutturazione” aziendale, e del generale René Audrian (ispettore all’armamento).

AD è il frutto di un processo di convergenza di varie componenti: il MIL (Movimento Iberico di Liberazione, chiaramente anti-franchista ed attivo durante la prima metà degli anni 70), il GARI (Gruppi Internazionali di Azione Rivoluzionaria), i gruppi autonomi nati dopo il ’68 successivi allo scioglimento di Gauche Proletarienne (come i Nuclei Armati per l’Autonomia Proletaria, altrimenti detti NAPAP) e i semplici militanti che avevano rotto con le pratiche “parasindacali” del passato. Nonostante la composita formazione, all’interno di AD, le idee sono chiare fin da subito; colpire ministeri, aziende private o statali dedite alla vendita di armi, caserme dell’esercito francese o dei servizi segreti.

Già all’inizio degli anni 80 AD viene sgominata dalla polizia e tutti i suoi più importanti rappresentanti finiscono in cella, compreso Rouillan. Il trattamento riservato a questi militanti rivoluzionari è estremamente duro: giudizio da parte della Corte di Sicurezza dello Stato, vecchia corte speciale istituita da De Gaulle, e isolamento prolungato. Inizia così, nelle prigioni, una battaglia politica, a colpi di scioperi della fame, volta alla concessione dell’ amnistia per tutti i prigionieri politici e la soppressione dei tribunali speciali. Si lotta anche per l’abolizione dei Quartier de Haute Sécurité (le carceri di massima sicurezza).

Con l’elezione di Mitterrand si avrà la concessione di una amnistia per tutti i detenuti politici, compresi quelli di AD; risultato rilevante, se confrontato con l’iniziale intendimento presidenziale di concedere il provvedimento solo a chi non avesse riportato condanne oltre il novennio. La particolarità di AD è quella di aver compreso, nei primi anni 80, la necessità di un fronte comune delle formazioni rivoluzionarie europee; in un contesto di grandi trasformazioni, come quelle che avvengono a livello continentale alla fine degli anni 70, la dimensione sovrannazionale della lotta armata viene intesa come necessaria. Rouillan e compagni capiscono che è in atto un processo di riorganizzazione del capitale, manifestatosi visivamente nel G7 di Versailles del 1982, che porterà ad un conseguente, progressivo, abbandono delle tranquillizzanti politiche “welfare” del passato. Non a caso, subito dopo il vertice, il governo Mauroy attuerà una serie di tagli alla spesa pubblica che tanto somigliano a quelli oggi favoriti dalle élite tecnocratiche al governo dell’Europa. Ed è proprio a partire dal vertice di Versailles che AD favorisce una convergenza tra organizzazioni che in Europa praticano ancora la lotta armata (ciò che rimane delle RAF e le cellule comunisti combattenti belghe); a partire dal 1983 opereranno, in Francia, gruppi di fuoco “misti”. AD viene di fatto disarticolata con una serie di operazioni  di polizia che portano all’arresto di tutto il nucleo storico.

Ai responsabili vennero comminati, da vere e proprie corti speciali istituite per l’occasione, numerosi ergastoli da scontare in condizioni carcerarie ai limiti della tortura (al punto da indignare persino il “sindacato” delle toghe francesi). Il regime speciale in questione veniva denominato sûreté  e continuò a riguardare i componenti di AD anche quando accusarono gravi patologie: Georges Cipriani è di fatto impazzito mentre Natalie Ménigon, ex di Rouillan e partecipe dell’omicidio di Georges Besse, ha avuto in carcere due ictus ottenendo solo ultimamente la libertà condizionata. Joelle Aubron è morta alcuni anni fa di tumore. Lo stesso Rouillan è affetto da una rara patologia autoimmunitaria, la “sindrome di Chester-Erdheim”, per la quale solo recentemente è stato ricoverato in un centro specializzato di Parigi.

Nessuna particolare attenzione ha destato, presso l’opinione pubblica francese e la “intellighenzia”  locale, la vicenda dei militanti di AD al contrario della vasta mobilitazione a favore dei “perseguitati” italiani Battisti e Petrella. Una “dottrina”, quella di Francois Mitterrand, che nulla ha di giuridico essendo il frutto di alcune dichiarazioni presidenziali del febbraio ’85 nelle quali, tra non poche ambiguità, si sosteneva la volontà da parte francese di combattere il terrorismo e garantire – in linea di principio – l’estradizione per i delitti di sangue.

«Il caso particolare che viene ora sottoposto – diceva Mitterrand – è quello di un certo numero d’italiani giunti in Francia. Sono trecento e più di un centinaio erano già qui prima del 1981. Hanno rotto con il terrorismo. Anche se colpevoli sono stati ricevuti in Francia; si sono inseriti nella società francese, non sono stati estradati, si sono molto spesso sposati, la maggior parte di essi ha chiesto la cittadinanza. Chi non ha avuto partecipazione diretta a delitti di sangue non sarà estradato. Ma qualora una inchiesta seriamente condotta dimostrasse che questi delitti di sangue sono stati commessi o che alcuni di questi italiani continuano a esercitare attività terroristiche opteremo per  l’estradizione o, a seconda dell’ importanza del reato, per l’ espulsione».

La “dottrina Mitterrand”, in conclusione, dovrebbe essere oggetto di dibattito assieme al ruolo svolto dalla Francia durante gli anni di piombo, senza dimenticare le ambiguità delle autorità nostrane dell’epoca, le quali, come evidenziato da uno dei più vicini consiglieri di Mitterrand, l’avvocato Jean Pierre Mignard, “erano perfettamente a conoscenza del protocollo che mettemmo a punto per accogliere i rifugiati politici”. D’altronde lo stesso ex  ambasciatore francese Jilles Martinet confidò a Sergio Romano come Craxi avesse chiesto a Mitterrand di “tenersi” Toni Negri, per evitargli i grattacapi conseguenti ad una eventuale estradizione; “ratio” che, in buona sostanza, viene attribuita anche dallo stesso Mignard ai governi italiani per spiegarne l’atteggiamento di fronte alla “dottrina Mitterrand”.