Anna Laura Braghetti

Via Montalcini e il garage troppo corto. Le ultime dalla Commissione d’inchiesta sul caso Moro

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E’ di qualche giorno fa la notizia del sopralluogo compiuto in via Montalcini da alcuni membri della nuova Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro e dai carabinieri del Ris, guidati dal colonnello Luigi Ripani: l’appartamento, sito al numero 8, a Roma sud, zona Magliana, è quello dove Moro sarebbe stato tenuto prigioniero per 55 giorni, dal 16 marzo 1978, giorno della strage di via Fani, fino al tragico epilogo del 9 maggio culminato con il ritrovamento del corpo dello statista in via Caetani, al centro di Roma.

Via Montalcini rappresenta un punto di fondamentale importanza per tutta la vicenda Moro essendo stata nel tempo crocevia di dichiarazioni, verità giudiziarie, e, secondo alcuni, veri e propri depistaggi sulla tragica storia dell’assassinio del presidente democristiano.

I membri della Commissione, tra cui il presidente Giuseppe Fioroni e il deputato Pd Gero Grassi, tra i più strenui promotori della nuova indagine parlamentare, hanno assistito a una serie di accertamenti tecnici, compiuti dai Ris, tra cui quelli finalizzati alla verifica del rumore prodotto dall’utilizzo di armi da fuoco, pur dotate di silenziatore, in uno spazio così angusto.

Le prime impressioni suggeriscono che spari, compiuti all’alba, avrebbero potuto essere uditi dagli inquilini del condominio di via Montalcini; a lasciare qualche dubbio è poi anche la fattibilità della procedura descritta dai Br, sia sul lato del come Moro è stato fatto entrare nel bagagliaio della Renault 4, sia su quello delle “misure” empiriche del garage davvero minime per far circolare prigioniero (dentro una cesta) e i due Br che avrebbero sparato. Il posto auto è parso infatti sufficiente a contenere a stento, e in modo estremamente parziale, una R4 rossa identica a quella ritrovata in via Caetani.

 

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Le foto diffuse da Grassi e da Paolo Cucchiarelli, giornalista Ansa, autore della interessante inchiesta “Morte di un Presidente” nella quale, tra le altre cose, viene rivoluzionata la modalità seguita per l’esecuzione di Moro, dimostrano che la R4 è troppo grande per il piccolo posto auto.

“La prima questione”, dice Grassi, “riguarda il box dove sarebbe stata parcheggiata l’auto: non si chiude la saracinesca perché l’auto non entra interamente se ha il cofano aperto. Quindi tutte le operazioni sarebbero state fatte con la porta basculante aperta. Poi non c’è abbastanza spazio per far entrare nell’abitacolo una cesta: mentre le Br sostengono che così hanno portato il presidente Moro all’interno del bagagliaio dove poi è stato ritrovato”.

Sugli spari, Grassi, sostiene che “gli spazi ristretti impongono allo sparatore di essere a dieci centimetri dal volto di Moro”, con “i colpi sparati dagli uomini del RIS che a noi, privi di protezione acustica, hanno dato l’impressione di una bomba: possibile che nessuno degli abitanti del palazzo abbia sentito rumore quella mattina del 9 maggio?”.

Agli interrogativi della Commissione sembra rispondere il libro di Anna Laura Braghetti, “Il prigioniero”, scritto dieci anni fa assieme alla giornalista Paola Tavella.

Conviene riportare un breve brano: “Vidi Mario e Germano (rispettivamente Moretti e Maccari, ndr) uscire dallo studio trasportando cautamente la cesta. Si erano tolti i cappucci. Ora non restava che arrivare in garage. Il nostro box, come quello di ogni inquilino, affacciava su un unico, grande, vano sotterraneo che dava direttamente sulla strada. Si raggiungeva attraverso le scale interne della palazzina o con l’ascensore. Io scesi per prima e perlustrai le scale. Feci segno che si poteva passare. Corsi ad aprire il box. Mi raggiunsero in pochi secondi, ed entrarono. Quando furono dentro, però, ci rendemmo conto che non saremmo riusciti a chiuderlo del tutto. L’auto era stata posteggiata con il muso rivolto verso l’esterno, aveva il portabaglio aperto e loro due dovevano restare in piedi sul retro. Non c’era abbastanza spazio. Uscendo dovetti lasciare socchiuso di qualche centimetro. Dopo un attimo sentii Mario che chiedeva a Moro di entrare nel bagagliaio e sistemarsi. Pensai che avrebbe visto Mario in faccia e capito cosa stava per accadere. Facevo la spola fra l’ascensore e la porta principale sulla strada. Improvvisamente sentii il rumore dell’ascensore che scendeva verso il garage. Avvertii Mario e Germano di restare immobili. Poi vidi l’inquilino dell’ultimo piano. Sapevo che era una professoressa. La salutai, chiesi come mai fosse in piedi così di buon’ora. Rispose che insegnava fuori Roma e impiegava molto tempo per arrivare a scuola. Mi guardava in modo strano. Si domandava, a sua volta, perché io fossi lì, a girovagare senza ragione. Buttò una occhiata al mio box. Il fascione anteriore della Renault rossa si vedeva benissimo. Lei Entrò in macchina e cercò di mettere in moto senza riuscirci. Mi offrii di aiutarla. Rifiutò. […] L’inquilina dell’ultimo piano riuscì finalmente ad avviare la macchina. Quando il garage fu di nuovo deserto, comunicai a Germano e Mario che il pericolo era passato. Sentii una prima raffica, poi trascorse un istante e ne sentii una seconda, più breve. I colpi silenziati facevano un rumore strano, di tonfi soffocati. Ancora qualche minuto, poi Mario, dall’interno, mi chiese di sollevare la porta del box. L’auto si mosse lenta. Dissi freneticamente che dovevano cambiare macchina, perché la signora dell’ultimo piano ci aveva visti. Ma loro non ascoltarono. Erano pallidi e stravolti. Partirono. Chiusi a chiave la porta del mio garage. Uscii sulla strada. In girno c’era solo un uomo che portava a spasso il cane”. 

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Brigate rosse. Il grottesco incontro tra Moretti, Franceschini e Morucci

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Morucci

Valerio Morucci, romano classe 1949, studente universitario, fanatico di armi e capo della struttura militare di Potere operaio, prova a entrare nelle Brigate rosse fin dai primissimi anni Settanta: a vagliare la richiesta di Morucci, Alberto Franceschini e Mario Moretti. I tre si incontrano a Milano nel 1971.

Alberto Franceschini: «Stavamo riorganizzando le Br dopo la prima ondata di arresti e Valerio Morucci ci aveva fatto sapere più volte che voleva parlarci. Era il capo del servizio militare di Potere operaio e lo conoscevamo di nome anche perché era considerato un esperto di armi. Lo incontrammo io e Moretti a Milano, in viale Sarca. Arrivò in Mini-minor, una giacca blu con i bottoni d’oro, camicia di seta, cravatta, occhiali Ray-ban: sembrava un fascistello sanbabilino. Parlò soprattutto lui, e di armi: voleva farci vedere che le conosceva bene, che uno come lui sarebbe stato indispensabile per la nostra organizzazione. Ci chiese di entrare nelle Br, ma nessuno di noi fu d’accordo nell’accogliere Valerio. La nostra diffidenza per quelli di Potere operaio era congenita. Li consideravamo dei mezzi aristocratici che volevano giocare alla rivoluzione. Mi fu sufficiente raccontare ai compagni come si era presentato all’appuntamento con noi perché la richiesta di Valerio venisse respinta. Si decise soltanto di continuare a tenere con lui il rapporto che già avevamo, di tipo esclusivamente logistico, e di cui venne incaricato Moretti, l’unico che aveva cercato di difendere, sia pur timidamente, la causa di Morucci» [1]

Valerio Morucci: «Mi diedero appuntamento in viale Zara. Io andai su a Milano con la mia Mini Cooper gialla e nera e con la bionda, per approfittare del viaggio. Già da subito vedo che Moretti e Franceschini mi guardano storto. Io infatti indosso il mio blazer e una camicia azzurra incravattata sotto un bel cappotto blu. Inoltre mi ero presentato con un macchina e una bionda piuttosto appariscenti. Mi guardano come se fossi stato un libertino gaudente appena uscito da un night dopo essermi strafatto di troie e cocaina. Quello con gli occhialetti, Franceschini, mostra il sorrisetto storto del bambino sadico che dà pizzicotti alla sorella. Le labbra di Moretti superano a fatica la smorfia di ripugnanza e supponenza con cui sembra essere nato. Mi dicono: “Da Roma hanno detto che puoi procurarci delle armi”. “Sì”, dico io sorridente, “che vi serve?”. “Tutto: mitra, pistole, munizioni…”.”Ci proverò”, faccio io, “ma se vi servono urgenti bisognerà prenderle al prezzo che si trova”». [2]

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Moretti

Morucci su Moretti«Ogni tanto, tra il serio e il faceto, gli scappava di dire che era il capo e che lasciava impronte dappertutto perché i giornali all’epoca non lo nominavano mai e temeva che la polizia volesse giocarlo come spia. Alcuni come Moretti interpretavano il riposo del guerriero come avere una donna in ogni città e anche più di una all’occorrenza. Mi assoggettai anche io alla sicurezza e ai vantaggi delle regole» [3]

– Ancora Morucci: «Comprai una moto Norton Commando con cui scorazzavo per la città come un pazzo. Mi compravo bei vestiti e ogni sera mangiavo al ristorante. Allora con le donne ero una bestia. Ma con lei mi ero messo per ripicca, per toglierla da sotto al naso a quelli del gruppo che pensavano più alla fica che alla rivoluzione». [4]

Morucci, Faranda e i ristoranti: «Nei giorni tra l’appello di Paolo VI e la diffusione del comunicato numero 8, che è del 24 aprile 1978, si presentò Lanfranco Pace in uno dei ristoranti in cui io e Faranda eravamo soliti pranzare da anni, quello sito in via dei Genovesi o via dei Salumi, dietro piazza in Piscinula. Si tratta di un ristorante siciliano con le pareti riccamente addobbate con oggetti provenienti dalla Sicilia. Il Pace ci disse che da alcuni giorni girava per ristoranti da noi frequentati abitualmente per rintracciarci e chiederci se effettivamente le Brigate rosse, dopo i comunicati n.6 e n.7, avessero intenzione di uccidere Moro. Pace conosceva quel ristorante perché prima del periodo in cui ebbe contatti con le Br – tra l’autunno del 1977 e i primi giorni del 1978 – egli lo aveva saltuariamente frequentato assieme a noi»[5]

Morucci aveva raccontato al magistrato che con la Faranda impiegavano intere giornate per cercare il luogo più adatto dove lasciare i comunicati delle Br o le lettere di Moro, tentando di far credere di avere adottato tutte le possibili precauzioni, fino a ricorrere a metodi quasi scientifici, per impedire di essere individuati e pedinati dalla forze dell’ordine. Adesso invece sostiene che due dei brigatisti più ricercati d’Italia, come lui e Faranda, andavano a pranzo in ristoranti che frequentavano da anni, assieme ad altri militanti dell’estrema sinistra, col risultato di essere facilmente rintracciati da un ex militante delle Br che meno di un mese prima era stato fermato dalla Polizia. [6]

Alfredo Bonavita: «Per quanto concerne la nascita della colonna romana, anche a Roma c’era fin dal 1971 un nucleo di compagni vicini alle Br che militavano nell’area di Potere operaio. Ricordo che si parlava della zona di Cinecittà, ove erano avvenute azioni contro i fascisti. Alcuni compagni di Roma andavano a Milano e tenevano i contatti con Franceschini e a volte anche con Curcio. Si trattava di compagni di quartiere, non inseriti in alcuna realtà di fabbrica o di scuola. Da noi erano considerati un poco come barboni, anche perché facevano dei furti per sopravvivere. Una volta rubarono la testa di una mummia o di una statua che poi rivendettero per meno di 200 mila lire. Un’altra volta rubarono, sempre a Roma, una collezione di francobolli. Questo primo tentativo di costituire un nucleo Br a Roma fallì nella primavera del 1972, quando a Milano e a Torino decidemmo il passaggio alla clandestinità. Tale decisione fu determinata da una serie di elementi di carattere politico-organizzativo, a partire dalla riflessione sugli arresti dei primi di maggio 1972, determinati sia dalle indagini di polizia e magistratura sia dalle rivelazioni fatte da Marco Pisetta dopo il suo arresto. A seguito delle rivelazioni si accelerò il processo di clandestinizzazione degli uomini e delle strutture. Tale scelta non fu condivisa da molti compagni romani che si staccarono dalla organizzazione». [7]

Anna Laura Braghetti: «Esiste un racconto molto significativo sul primo incontro fra i milanesi e i romani. La leggenda vuole che tramite intermediari fosse stato fissato un abboccamento fra Morucci, Franceschini e Moretti. Franceschini e Mario arrivarono su una vecchia Fiat, con addosso scarpacce pesanti e orridi cappotti sformati. Valerio invece era smagliante: una bella macchinetta, occhiali neri alla moda, giacca blu doppiopetto, stivali. Immagino si siano guardati e si siano fatti reciprocamente schifo. I brigatisti avevano fatto della sobrietà nordica e dello stile di vita operaio un dogma e tenevano una minuziosa contabilità ritenendo di avere rapinato le banche in nome e per conto del proletariato. Ma Valerio non vedeva francamente la ragione di tanto moralismo e veniva pur sempre da un’area politica – quella della Autonomia operaia – che negli anni successivi avrebbe prodotto dirigenti capaci di dire ai ragazzi: “Guai se trovo uno di voi cretini che distrugge un’automobile di lusso. Le belle macchine si rubano, e poi ci si fa tutti un giro”. Giorgio Bocca, nel suo bellissimo libro ‘Noi terroristi’ fa raccontare a Morucci quel meeting: “Quando li ho conosciuti nel 71 erano tipi tristissimi e anonimi, mimetizzati sul fondo di grigiore di una città operaia, sempre atteggiati ai modi che loro pensavano consoni a dei rivoluzionari professionisti. Io ero arrivato all’appuntamento su una Mini cooper gialla con tetto nero e con una ragazza bionda. Loro vennero all’appuntamento con una 850 grigio sbiadito e un enorme portabagagli sul tetto. Franceschini con gli occhiali, senza baffi, ingobbito come sempre, cinereo in faccia e nei vestiti. Moretti un po’ più aitante, con indosso un assurdo tre-quarti spigato grigio e marrone, con le spighe enormi”. I tre quindi non si piacquero e le Br non si mossero dal Nord finché non decisero che era ora di andarsi a cercare il cuore dello Stato. E lo Stato significava Roma» [8]

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Franceschini

Alberto Franceschini sui compagni romani: «Erano faciloni e chiacchieroni. Le regole di compartimentazione con loro erano inutili. Ogni tanto ti arrivavano a casa con la testa di una statua rubata in una chiesa per chiederti di piazzarla presso un antiquario di Milano. Quello di rubare pezzi di statue era il loro modo preferito di finanziarsi. A me i rapporti con loro lasciavano un cattivo sapore di borbonesco e di sottoproletariato. Ripetevo in continuazione che una forza rivoluzionaria non può vivere alla maniera dei tombaroli, che i soldi bisognava andarseli a prendere nelle banche. Mi guardavano con quella loro aria sempre stanca e tranquilla, per poi rispondermi invariabilmente: ‘Hai ragione, compagno, ma intanto vedi di piazzare questa zucchetta». [9]

 

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Mini Cooper, primi anni Settanta

 

Fonti:

[1] Franceschini, Buffa, Giustolisi, Mara Renato e io, Mondadori, 1991

[2] Morucci, Ritratto di un terrorista da giovane, Piemme 1999

[3] Morucci, op. cit.

[4] Morucci, op.cit.

[5] Memoriale Morucci

[6] Sergio Flamigni, Patto di omertà, Kaos edizioni, 2015

[7] Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani sul sequestro di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia (volume 54, pagina 345) 

[8] Anna Laura Braghetti, Paola Tavella, Il prigioniero, Feltrinelli

[9] Braghetti, Tavella, op. cit.

 

Ricordando via Fani: i servizi hanno ancora i loro segreti

Alfetta, via Fani 16 marzo 197816 marzo 1978, ore 8,45. L’auto dell’onorevole Moro, una Fiat 130 blu ministeriale, è come sempre sotto l’abitazione del presidente Dc, in via del Forte Trionfale 79. A comporre la scorta, oltre al maresciallo Oreste Leonardi, l’appuntato Domenico Ricci, il vicebrigadiere Francesco Zizzi, le guardie di pubblica sicurezza Raffaele Iozzino e Giulio Rivera. Zizzi è lì per caso: sostituisce un collega in ferie.

Negli stessi istanti nei quali Leonardi e gli altri attendono Moro, i componenti del gruppo di fuoco brigatista arrivano in via Mario Fani e si dispongono, travestiti da avieri, dietro le siepi del bar Olivetti posto all’incrocio con via Stresa e chiuso per lavori. Mario Moretti aspetta in via Sangemini (traversa di via Fani) dentro una Fiat 128 con targa diplomatica. Nella zona, a bordo di un’altra 128, stazionano, con funzioni di appoggio, Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri. Sempre in via Fani, ma dall’altra parte dell’incrocio, c’è Barbara Balzerani, armata con mitraglietta Skorpion di produzione cecoslovacca. Bruno Seghetti è a bordo di una 132 blu, pronto a trasportare Moro dopo l’azione.

La scorta parte da via del Forte Trionfale in direzione via Trionfale, poi svolta a sinistra. Moretti scivola con la sua 128 verso via Fani rallentando la corsa della 130 di Moro e dell’Alfetta; all’incrocio con via Stresa, in prossimità del bar Olivetti, quasi si ferma. E’ in questo istante che Morucci, Fiore, Bonisoli e Gallinari coprono i cinque metri di carreggiata necessari a portarsi a ridosso delle auto e iniziare a sparare. Morucci e Fiore tirano verso la Fiat 130, colpendo sia il caposcorta Leonardi che l’autista Ricci, mentre Bonisoli e Gallinari si occupano dell’Alfetta. L’immediato ferimento dell’autista di quest’ultima auto genera il rilascio della frizione e il tamponamento che porterà la 130 a picchiare a sua volta sulla 128 di Moretti. I mitra di Morucci e Fiore si inceppano ed è in questo istante che Domenico Ricci, l’autista della 130, cerca di liberare il proprio mezzo verso una via di fuga che non esiste perché il lato destro è occupato da un’altra auto, una Austin Morris. Lo stesso Ricci viene fulminato da Morucci che, nel frattempo, ha recuperato l’efficienza della sua arma. Gli altri componenti conosciuti del commando, ovvero Balzerani, Casimirri e Lojacono presidiano l’inizio e la fine di via Fani (incrocio con via Stresa).

Annientata la scorta, Fiore e Moretti agguantano Moro e lo guidano verso l’auto di Seghetti che poi parte a tutta velocità in direzione via Trionfale. A prendere due delle cinque borse di Moro è forse Morucci, poi fuggito da via Fani con una 128.

Il convoglio brigatista si immette in via Trionfale in vista di via Casale De Bustis il cui accesso bloccato da una catena viene reso fruibile grazie a dei tronchesi. Il trasbordo di Moro avviene forse in piazza Madonna del Cenacolo con il presidente Dc posizionato in una cassa collocata dentro un furgone guidato da Moretti. Un secondo trasbordo del prigioniero dentro una Citroen Ami8 avviene nel parcheggio sotterraneo della Standa dei Colli Portuensi; da qui Moretti e Gallinari trasportano Moro in via Montalcini 8, presso l’appartamento acquistato da Anna Laura Braghetti opportunamente attrezzato per la detenzione.

Si è spesso ipotizzata la presenza in via Fani di un tiratore scelto, che avrebbe permesso ai brigatisti di sopperire alla propria inadeguatezza militare. Dei 97 bossoli ritrovati 49 sarebbero di una sola arma; prova della presenza di un killer magari prestato dalla criminalità organizzata. In realtà soltanto 19 di questi 49 proiettili sono andati a segno, mentre i restanti 30 non hanno centrato né le auto né i componenti della scorta. La stessa possibilità che i 49 colpi siano stati sparati dalla medesima arma (un FNAB-43, dove il numero sta per l’anno di fabbricazione) è messa in forse da una seconda perizia risalente agli anni 90. Relativamente all’ipotesi del tiratore scelto si è pensato a un coinvolgimento della ‘ndrangheta, sulla base dei viaggi compiuti da Moretti nel sud e di una intercettazione tra il deputato Dc Cazora e Sereno Freato, segretario di Moro: telefonata nella quale si insiste sulla necessità di recuperare le foto scattate poco dopo l’agguato da un residente in via Fani, Gherardo Nucci. Gli scatti verranno consegnati alla magistratura dallo stesso Nucci e mai più ritrovati. Un nome per identificare il super killer è stato fatto: Giustino De Vuono, personaggio legato alla mafia calabrese, ex componente della legione straniera, finito in carcere per vari reati tra cui il rapimento e l’uccisione di Carlo Saronio a Milano nel 1975. De Vuono si sarebbe convertito alle Br in carcere e una volta evaso godrà di una strana libertà di azione: frequenti viaggi da e per il sud America grazie alla protezione dei nostri Servizi che di fronte alle richieste di informazioni delle autorità locali opporranno sempre uno stretto riserbo. Ancora nel settembre del 1979 si ha ricordo di lui in Italia, come testimoniano le pagine dell’Unità che descrivono una sparatoria avvenuta nel litorale tirrenico, tra le province di Catanzaro e Cosenza, nei pressi di un posto di blocco. Gli stessi articoli descrivono De Vuono come personaggio con un ruolo chiave nel rapimento e nell’uccisione di Moro.

Un altro degli elementi spesso ignorati di via Fani è la Austin Morris parcheggiata sul lato destro della strada in perfetta coincidenza con il luogo del tamponamento tra le auto della scorta e la 128 di Moretti. Il dato centrale è la targa dell’auto che, secondo la giornalista Stefania Limiti, ne indica la riconducibilità a una società legata ai servizi segreti: il veicolo sarebbe stato acquistato dalla ditta Poggio delle Rose, con sede presso l’Immobiliare Gradoli proprietaria tra l’altro di alcuni appartamenti presso il civico 96 della via Gradoli nella quale verrà scoperto il famoso covo brigatista.

I servizi segreti (italiani e stranieri) sapevano dei preparativi per il sequestro Moro?

Il KGB mise sulle tracce del politico Dc un finto studente di storia risorgimentale, formalmente in Italia grazie a una borsa di studio: si tratta di Sergey Solokov, classe 1953, ufficiale del dipartimento V del KGB quello dedito, secondo il giornalista del Daily Mail Brian Freemantle, alle azioni speciali. Approdato a Roma nel settembre ‘77 e “attenzionato” dal SISMI durante tutto il suo soggiorno in Italia, Solokov, condusse una vera e propria indagine sulle abitudini e gli spostamenti del leader democristiano allarmando Franco Tritto, uno dei più stretti collaboratori di Moro. Tra l’altro era strano che uno studente di storia seguisse con così tanta costanza le lezioni di diritto e procedura penale di Moro. Solokov farà ritorno a Mosca nel luglio 78. Negli anni 80 frequenterà ancora l’Italia come redattore della TASS.

E’ quasi certo che il KGB fosse a conoscenza delle mosse delle Br grazie alla STASI che, a sua volta controllava la RAF tedesca (in stretti rapporti con i brigatisti italiani). La tecnica “a cancelletto” utilizzata per l’assalto di via Fani è la copia di quella utilizzata dalla RAF per rapire nel settembre 77 Martin Schleyer, capo degli industriali tedeschi. Le stesse dichiarazioni di Patrizio Peci, il primo e più importante pentito delle Br, evidenziano i collegamenti tra tedeschi e italiani mantenuti, inizialmente, da Lauro Azzolini e poi da Moretti in persona. Nella risoluzione strategica del ‘78 le Br sottolineavano la necessità di sviluppare la cooperazione con altri elementi dell’internazionalismo proletario, quali l’IRA, l’ETA e la stessa RAF (in pratica il passaggio a una concezione internazionale della guerriglia). Recentemente sono state trovate negli archivi della STASI delle schede informative su tutti i leader brigatisti, a dimostrazione dell’interesse nutrito dal servizio segreto tedesco-orientale per le vicende italiane.

Su un totale di oltre 54 mila pagine riguardanti il caso Moro depositate nell’archivio storico del Senato, sono ancora 15 mila quelle classificate, non essendo stato emanato il regolamento attuativo di riforma dei servizi segreti che dovrebbe disciplinare la materia. Proprio per questo AISE e AISI, eredi di SISMI e SISDE, a quasi 40 anni dagli eventi, si oppongono alla declassificazione dei loro atti non contribuendo di certo a fare chiarezza su un evento chiave della nostra sanguinosa storia repubblicana.