1980

Luca il contrabbandiere

Luca il contrabbandiere si caratterizza per una storia molto semplice ma ciò risulta tutt’altro che controproducente. Quando Fulci si autodefiniva “terrorista dei generi” sapeva quello che diceva e questo film ne è un esempio concreto. La trama si incentra su ciò che effettivamente accadeva a Napoli verso la metà degli anni 70, ovvero la nuova criminalità dei trafficanti di droga contrapposta a quella più tradizionale dei contrabbandieri, delle bische e della prostituzione. L’elemento dirompente però non è quello camorristico bensì “marsigliese”: i nuovi arrivati pretendono di imporre lo spaccio della droga a Napoli servendosi delle strutture messe in piedi dai contrabbandieri, ovviamente non esitando ad usare tutte le armi a propria disposizione per raggiungere l’obiettivo (dall’intimidazione all’omicidio, dalla corruzione al sequestro di persona). Tutto inizia con una “soffiata” che fa perdere ai contrabbandieri un affare da circa 200 milioni dell’epoca. Da qui iniziano le indagini interne per capire chi sia stato l’infame. Luca e il fratello si impegnano in tal senso coinvolgendo anche un terzo contrabbandiere dai modi molto ambigui (Luigi Perlante, interpretato da Saverio Marconi). I sospetti convergono su un quarto personaggio, uno dei più potenti mammasantissima napoletani (don Sciorino, alias Ferdinando Murolo). Ma l’elemento che fa trasformare Luca da semplice contrabbandiere ad una sorta di giustiziere è l’assassinio di suo fratello (Enrico Maisto) ad un posto di blocco. Cosa singolare, dato che si tratta di sicari travestiti da poliziotti. Luca si salva per miracolo e decide di vendicarsi ritenendo di poter individuare il mandante dell’omicidio proprio nel boss rivale del fratello, ovvero Sciorino. Si intrufola pertanto nella villa del boss ma dopo essere stato placcato e pestato capisce finalmente di aver sbagliato persona.

 A questo punto entra sempre più nel gioco la figura del marsigliese (il convincente Marcel Bozzuffi), un misto di eleganza francese e spietatezza. E si può dire come la storia sia tutta qui: da un lato i rappresentanti di una nuova malavita senza scrupoli, dall’altro il vecchio ordine caratterizzato da un cosiddetto “codice d’onore”.

Il film è godibile, oltre che per la semplicità della trama, per le numerose scene d’azione e per la presenza di alcuni innesti splatter. Si tratta fondamentalmente di un violentissimo noir. Da segnalare, a tale proposito, lo sfregio compiuto ai danni di una bella spacciatrice dallo spietatissimo marsigliese, oppure le ripetute inquadrature su cadaveri scarnificati da un’esplosione o anche i primi piani su teste/gole che esplodono dopo essere state colpite da raffiche di mitra. Si tratta di particolari cruenti che sono caratterizzanti Fulci e che poi verranno ulteriormente potenziati negli horror dello stesso regista (c’è da dire che in questo film siamo già piuttosto avanti). <i>Luca il contrabbandiere</i> è in definitiva un film romantico, che parteggia chiaramente per la vecchia malavita di un tempo capace di rispettare donne e bambini e di rifiutare la droga (significativa la frase finale del vecchio boss: “Qui a Napoli abbiamo il mare e il sole, che ce ne facciamo della droga?”). Tutta la pellicola si inquadra in questo contesto: Luca è soltanto uno strumento per ribadire un vecchio ordine che cerca di resistere in tutti i modi al nuovo imperniato sullo spaccio della droga. Per certi versi si può dunque dire come Testi sia un protagonista non protagonista, nel senso che il suo personaggio è uno strumento narrativo e non il soggetto della storia stessa. La vecchia malavita -gli anziani mammasantissima che un tempo erano i padroni incontrastati di Napoli- si riunirà un’ultima volta per aiutare Luca a sconfiggere l’assalto della “modernità” (ed è in questa scena che compare, in un piccolo cameo, lo stesso Lucio Fulci).

La storia è piuttosto reale anche se nel 1980 il romantico mondo dei contrabbandieri era già stato soppiantato dalle nuove organizzazioni camorristiche rese potentissime dall’enorme afflusso di denaro proveniente dallo smercio degli stupefacenti. La droga era già sbarcata a Napoli, nonostante il sole e il mare.

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La prima udienza del processo alla banda della Magliana

 

 

La Banda della Magliana è il nome attribuito a quella che è considerata la più potente organizzazione criminale autoctona che abbia mai operato nella città di Roma. Il nome, attribuito alla banda dalla stampa , deriva da quello del quartiere romano della Magliana, nel quale risiedevano una parte dei suoi componenti.
Nata nella tarda metà degli anni settanta, la banda fu la prima organizzazione capitolina a percepire non solo la possibilità di unificare in senso operativo la frastagliata realtà della criminalità romana, ma anche a sentire l’esigenza di diversificare sia le proprie attività delinquenziali che andavano dai sequestri di persona, al controllo del gioco d’azzardo e delle scommesse ippiche, alle rapine e al traffico di sostanze stupefacenti e sia di estendere la propria rete di contatti alle principali organizzazioni criminali del Paese, dalla Mafia alla Camorra, nonché ad esponenti della massoneria, oltre che a numerose collaborazioni con elementi della destra eversiva, dei servizi segreti e della finanza.
Una vera e propria holding-criminale che, per anni, impose la sua legge nella capitale e la cui storia, fatta anche di legami mai del tutto chiariti con politica e intelligence deviata, racconta di una zona grigia non ancora del tutto conoscibile nei dettagli sul ruolo dell’organizzazione in molti dei cosiddetti misteri italiani, dal coinvolgimento nell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, al legame con il sequestro Moro, ai depistaggi nella strage di Bologna, all’omicidio del banchiere Roberto Calvi, fino al rapimento di Emanuela Orlandi.

La notte della Repubblica: Fioravanti- Mambro

I Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR) furono un gruppo terroristico d’ispirazione neofascista attivo in Italia dal 1977 al novembre del 1981, nato a Roma nel Quartiere Trieste e poi diffusosi in altre città italiane.
Nei quattro anni di attività i NAR furono ritenuti responsabili di 33 omicidi, oltre che della morte di 85 persone cadute nella Strage alla stazione di Bologna, per la quale sono stati condannati come esecutori materiali, con sentenza definitiva, Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini. La genesi del nome viene raccontata così da Valerio Fioravanti: “La sigla (NAR, ndr) nacque perché la sinistra si era inventata questa storia delle sigle e delle rivendicazioni. Così qualcuno cominciò a tirare fuori anche a destra e venne fuori NAR, che somigliava ai NAP, Nuclei Armati Proletari, che a quei tempi erano una delle principali organizzazioni armate della sinistra. Per quel che ricordo io, la usammo per la prima volta dopo l’omicidio Scialabba. Di certo fu coniata in una villa dell’EUR la cui disponibilità ci veniva garantita, quando i padroni erano in vacanza, da un amico che faceva il giardiniere lì. Quella sera io ero in licenza dal servizio militare. La vulgata dice che c’era anche Francesca (Mambro, ndr) e che è stata lei ad inventarla, ma io onestamente non me la ricordo”