Corna e scandali di un presidente napoletano. Signore e signori, Giovanni Leone

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Giovanni Leone

Giovanni Leone nasce a Napoli nel 1908. Figlio di uno dei fondatori del Partito popolare è giovanissimo docente di procedura penale: principe del foro, è stato iscritto al partito fascista e poi alla Dc a partire dalla metà degli anni Quaranta. Deputato fin dalla Costituente, Presidente della Camera, due volte Presidente del Consiglio, Leone passa per uomo super partes: una caratteristica che rivendicherà fin dal primo giorno al Quirinale.

– Leone esibisce una folcloristica napoletanità: scongiuri e «corna» si alternano in un crescendo che lascia sbigottiti vicini e testimoni. Cronache e pettegolezzi riferiscono di tarantelle e cantate di «O’ Sole mio» anche a latere di occasioni ufficiali. Tifoso del Napoli, si lascia andare a intemperanze allo stadio. A tutto questo aggiunge una inflessione dialettale che ne fa inevitabile bersaglio di caricature e sfottò. Gaffeur di professione, catalizza la morbosa curiosità dei cronisti dell’epoca anche a causa di «Donna Vittoria», la giovane moglie. La Dc non lo difende.

– Quando c’è da eleggere il successore di Giuseppe Saragat al Quirinale, la Dc individua inizialmente in Amintore Fanfani un candidato teoricamente capace di ottenere l’appoggio dei partiti centristi e, si pensa, del Pci. «Il Rieccolo», come lo chiama Montanelli, passa ancora per progressista anche se ha appena perso la battaglia per l’abolizione del divorzio. Proprio in quelle settimane di fine 1971 il settimanale Panorama, già attivo in inchieste giornalistiche su «trame nere» e «strategia della tensione», scrive che Fanfani è il candidato di un fantomatico gruppo cattolico denominato «Cinque per cinque»; un centro di interessi capace di egemonizzare la Fondazione Agnelli e di essere il punto di riferimento di Eugenio Cefis, presidente della Montedison, e di alti gradi delle forze armate. Il Pci, dal canto proprio, non aveva mai nascosto una certa diffidenza verso Fanfani presentato, per i suoi modi autoritari inversamente proporzionali all’altezza, come un «micro De Gaulle» [1]

– In realtà Fanfani non ha l’appoggio neppure dell’intera Dc. Pur essendo il candidato ufficiale del partito, già al primo scrutinio del 9 dicembre 1971 mancano all’appello una quarantina di voti: sono quelli dei cosiddetti «franchi tiratori». Quando dopo diverse fumate nere monarchici e missini iniziano a far balenare una possibile convergenza su Fanfani, la Dc ricorda che il leader aretino ha accettato la candidatura richiamandosi ai valori della Resistenza.

«Nano maledetto/ non sarai mai eletto». Con frasi simili, alternate al più classico «Fanfascista», scritte nelle schede di voto per l’elezione del Presidente della Repubblica, viene di fatto meno la candidatura di Fanfani alla più alta carica dello Stato

– In parlamento la sinistra parlamentare (Psi, Pci poi Psiup) vota per il socialista De Martino. Per superare lo stallo la Dc decide di accantonare la candidatura Fanfani: il 21 dicembre, all’interno di un «conclave», la Dc designa Giovanni Leone (che prevale per un soffio su Aldo Moro) candidato alla Presidenza della Repubblica. E’ il trionfo della linea di Andreotti. Leone viene eletto al ventitreesimo scrutinio con i voti determinanti del Msi che, secondo alcuni, è «entrato discriminato, è uscito determinante».

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Leone, discorso di insediamento, tra Pertini e Fanfani

– Quando Leone si presenta alle Camere per l’insediamento, Pajetta scaraventa una manciata di monete addosso a  Giorgio La Malfa, antifascista ma elettore di un presidente votato dai fascisti

– Leone definisce fin da subito sé stesso «notaio» delle scelte di parlamento e governo. Non è amato dal popolo, pur riproducendone tic e superstizioni, e non fa niente per farsi amare.

– Settembre 1973, golpe militare in Cile. Il segretario del Pci Berlinguer trae occasione dalla cruenta fine del governo Allende per proporre alla Dc un «compromesso storico» che garantisca le istituzioni democratiche: il Pci, dice, potrebbe proseguire quella «via italiana al socialismo» già promessa da Togliatti trent’anni prima. La nuova sinistra vede invece negli eventi cileni la conferma di una borghesia incapace di accettare una affermazione del socialismo per via legale.

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Le corna presidenziali

– A un acutizzarsi della già grave crisi economica si unisce il propagarsi di una improvvisa epidemia di colera nel Sud: si tratta di zone ad amministrazione democristiana, soprattutto Napoli. Si diffondono voci secondo le quali lo stesso presidente Leone avrebbe fatto gli scongiuri visitando gli ospedali napoletani.

Giulio Andreotti: «Le prime censure a Leone avvennero per la constatata abitudine, tutta napoletana, di scongiurare il malocchio facendo ostentatamente le corna con la mano destra» [2]

– Durante una commemorazione di Giuseppe Mazzini, poco prima di entrare nella sala, davanti a numerosi giornalisti e altre personalità, Leone prende per il braccio Andreotti e gli sussurra: «Ho sentito dire che Mazzini porta jella. Tié!», facendo il gesto delle corna.

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Leone contestato risponde con le corna, Pisa 1975

– A partire dal 1975, Leone viene fatto oggetto di una violentissima campagna stampa, orchestrata da L’Espresso e Camilla Cederna e dai radicali di Marco Pannella. Le accuse vanno dallo scandalo Lockheed, tangenti per l’acquisto di aerei americani, alla vita privata della famiglia Leone e della first lady Vittoria fino alle accuse di nepotismo: il tutto sfocia nella pubblicazione del libro «Giovanni Leone: la carriera di un presidente» firmato dalla Cederna che poi sarà condannata per diffamazione.

– Il 14 giugno 1978 la direzione del PCI decide di richiedere formalmente le dimissioni del Presidente della Repubblica. Quella sera Andreotti e Zaccagnini si recano da Leone per raccoglierne le dimissioni. Pare abbia congedato i due ospiti con la frase: «grazie, guagliò, così ora potrò guardarmi i mondiali di calcio in santa pace»

– Il 15 giugno del 1978 Giovanni Leone firma le dimissioni e lascia il Quirinale. Lo salutano in pochi. Leone se ne va a causa di una serie di attacchi della stampa e del partito radicale andati avanti per mesi. Negli anni successivi gran parte di quelle accuse si rivelerà infondata. Nel 1998 Pannella e Bonino chiederanno ufficialmente scusa. Leone muore nel 2001.

Camilla Cederna: «Leone va matto per tutti i piatti napoletani, pizza, parmigiana di melanzane, peperone imbottito, pastiera… Il cuoco del Quirinale ha fatto fatica a rimettersi dallo choc, dopo tutte le mousse e le gelatine che piacevano a Saragat» [3]

Camilla Cederna: «Leone è solo un pulcinella con le orecchie scollate» [4]

Il Male, settimanale satirico: «Ansa 767678… Roma, 15 giugno. Alle ore 21.00 il Presidente Leone ha ricevuto la servitù e tenuto un breve discorso. Il capo del cerimoniale del Quirinale lo ha informato che gli saranno addebitate le posate d’argento mancanti. Ansa 878767… Roma, 15 giugno. Alle ore 23,00 il Presidente Leone ha lasciato il Quirinale, scendendo di corsa la grande scala. Nella foga è inciampato nella cravatta cadendo. Trenta giorni di prognosi. Ansa 676562… Roma, 16 giugno. Ricevendo i giornalisti in un lussuoso albergo della capitale, la ex presidentessa donna Vittoria ha annunciato che chiederà divorzio per abbandono del tetto coniugale» [5]

Guido Quaranta: «Leone, presidente del consiglio, prende l’elicottero per visitare il disastro del Vajont. L’ultimo a salire a bordo è un noto fotografo. Leone si accorge che si tratta del passeggero numero diciassette. Non ce lo vuole. Quello lo supplica: ‘Preside’, tengo un pool di agenzie…’. E Leone: ‘Ma io tengo un pool di figli!’». [6]

– Il senatore a vita Leone, dopo il mandato presidenziale, viene chiamato a testimoniare presso la Commissione di inchiesta parlamentare sulla loggia P2: egli afferma di avere avvertito in varie occasioni nell’esercizio del mandato di Presidente della Repubblica una azione di condizionamento sulle cui origini non aveva notizie sicure, pur sospettando un coinvolgimento di ambienti vicini ai servizi segreti, rendendosi conto soltanto a posteriori della presenza intorno a lui di persone non completamente affidabili. [7]

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– «Un esempio di questo ambiguo rapporto che la loggia P2 intesse con il potere può essere individuato nella vicenda del presidente della repubblica Giovanni Leone, nel senso indicato dal commissario Petruccioli, quando ha rilevato come il Gelli che rivolge le sue blandizie al neoeletto presidente pervenendo a farsi da questi ricevere e il Gelli che si vanta con l’onorevole Craxi di poter condizionare la suprema magistratura della repubblica non solo non siano figure in contrasto tra loro ma possano in ipotesi essere considerati due concordanti aspetti di un identico modo di porsi di fronte al potere politico» [8]

– «C’è comunque ancora un fatto, nella storia della P2, che merita di essere ricordato: la guerra spietata che Licio Gelli condusse e fece condurre nei confronti del Presidente della Repubblica Giovanni Leone. Le motivazioni di questa ostilità sono probabilmente da ricercarsi nella chiusura costantemente esercitata dal Presidente Leone nei confronti del “Venerabile” della P2, che aveva tentato di accreditarsi negli ambienti politici e della massoneria come il manovratore occulto della sua elezione avvenuta nel 1971. Un altro motivo può essere costituito dal rifiuto opposto dal Presidente Leone, nella sua qualità di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, di intervenire a favore di Carmelo Spagnuolo, posto sotto inchiesta dopo l’episodio dell‘affidavit in favore di Sindona: e Spagnuolo ricopriva una posizione di alto prestigio nella P2. Sta di fatto che Mino Pecorelli, il direttore dii “OP”, iscritto alla P2 ,e molto legato a Gelli almeno nel periodo cui ci stiamo riferendo, scatenò una pesantissima campagna diffamatoria nei confronti del Presidente Leone. Campagna che ebbe delle notevoli ripercussioni politiche, anche perché fu proprio sulla base degli articoli di Pecorelli, che la giornalista Camilla Cederna costruì poi la sostanza di un suo libro contro il Presidente della Repubblica di chiara impronta scandalistica. […] Si può legittimamente supporre, da quanto precede, che Gelli volesse costringere il Presidente Leone alle dimissioni, puntando alla successiva elezione di un nuovo Capo dello Stato più ben disposto verso la massoneria e gli interessi politico-finanziari della P2 in particolare. In effetti, la bene orchestrata campagna contro Giovanni Leone, contribuì non poco alla cessazione anticipata del suo mandato presidenziale. Ma Gelli non aveva previsto che le correnti democristiane non avrebbero saputo trovare un candidato comune su cui puntare e che, di conseguenza, il successore di Leone sarebbe stato Sandro Pertini» [9]

 

La cerimonia delle cariatidi, tratta da Signore e signori, buonanotte, film “collettivo” del 1976, vede all’inaugurazione dell’Anno Pregiudiziario, i massimi rappresentanti dello Stato e della Chiesa tra cui il presidente Giovanni Leone: è alla fine della cerimonia che gli anziani presenti, guidati proprio dal Presidente napoletano, si scatenano in una tarantella sulle note di «Funiculì funiculà» 

FONTI:

[1] Giorgio Galli, Il partito armato, Kaos edizioni

[2] Giulio Andreotti, Visti da vicino. Terza serie. Personaggi e problemi del mondo contemporaneo, Milano, 1985, pagina 156

[3] Angelo Olivieri, Sette anni di guai: i Presidenti della Repubblica nella satira 1946-1992, pagina 16

[4] Angelo Olivieri, Sette anni di guai: i Presidenti della Repubblica nella satira 1946-1992, pagina 17

[5] Angelo Olivieri, Sette anni di guai: i Presidenti della Repubblica nella satira 1946-1992, pagina 17

[6] Angelo Olivieri, Sette anni di guai: i Presidenti della Repubblica nella satira 1946-1992, pagina 17

[7] Relazione della commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, pag.137

[8] Relazione della commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, pag. 150

[9] Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, relazione di minoranza Giorgio Pisanò, pag.122

«Avete tutti il cervello poco sviluppato». Quella volta che Toni Negri insultò i brigatisti rischiando una coltellata

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Alcune note biografiche su Negri: «Negri Antonio (detto Tony), nato a Padova l’1.8.1933. Dal 1978 ha risieduto di fatto a Milano. Figlio di un insegnante di origine emiliana, deceduto a Padova nel 1936, è cresciuto con la madre e la sorella. Il fratello risulta essere deceduto in Jugoslavia nel 1943. Un’altra sorella morì pochi giorni dopo la nascita, a Padova, nel 1931. Nel 1961 contrasse matrimonio con Paola Meo, insegnante, con la quale ha avuto due figli. Si è laureato in lettere e filosofia a Padova nel 1956 presentando una tesi su un periodo storico tedesco. Risulta aver frequentato corsi di specializzazione in filosofia a Parigi e Tubinga. Conosce perfettamente il tedesco e il francese. Dal 1958 è libero docente di filosofia del diritto presso l’università di Padova e dal 1977 è direttore dell’Istituto di scienze politiche dello stesso Ateneo ove, prima di essere arrestato, insegnava dottrina dello Stato. Sembra abbia insegnato per un certo periodo alla Sorbona» [1]

Enrico Fenzi su Toni Negri: «Era molto nervoso e il caratteristico ghigno che gli storceva la bocca non faceva che accentuare la sua perenne concitazione. Non era facile parlargli perché non stava a sentire: interrompeva e partiva rapidamente per conto proprio» [2]

Alberto Franceschini, detenuto assieme ad altri Br nel carcere di Palmi: «Negri è l’unico qua dentro che sia davvero aggiornato e che riesce a orecchiare subito l’ultima teoria di moda all’estero. Questa è la base del potere che ha sui suoi» [3]

– Ancora Fenzi su Negri: «Sembrava sapere tutto di tutti. Per quanto ne potevo capire aveva sempre avuto informazioni dirette e continue, sapeva benissimo che cosa facevano o non facevano gli autonomi e sapeva da tempo di me, della mia appartenenza alle Br. Abbinava, con loquacità e malignità tutte venete, il gusto sfrenato del pettegolezzo accademico con quello del pettegolezzo politico e io lo stavo a sentire travolto e divertito» [4]

 

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Voci nel carcere di Palmi: «Ieri Negri è stato dodici ore col magistrato che l’interrogava! Che cosa gli avrà detto?». «La settimana scorsa si è fatto otto ore, per due giorni di fila… e ha fatto ormai migliaia di pagine di verbale» [5]

Negri: «Non avete capito nulla. Non sono io: sono loro!». Loro, cioè i brigatisti.

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Enrico Fenzi

Perché Negri era stato buttato nella fossa dei leoni, tra «i terroristi veri»? Poteva non essere una scelta meramente amministrativa quella che aveva messo insieme un gruppo come quello del «7 aprile», che si proclamava in toto innocente e che da questa innocenza partiva per una ricostruzione propria degli anni Settanta, e l’insieme più largo che raccoglieva militanti delle più grosse organizzazioni armate. Una provocazione verso gli uni e gli altri? Mettiamoli nei guai e vediamo che succede. Ma allora: chi come Negri organizzava una così grossa operazione di sganciamento non collaborava di fatto con il Ministero? [6]

I detenuti comuni che simpatizzavano per le Br già cominciavano a meravigliarsi di tanta tolleranza. Ci fu chi propose in perfetta buona fede: «Se vi fa troppi problemi dargli una coltellata, ci pensiamo noi più che volentieri» [7]

Negri rischiava sul serio, anche se abbastanza sventatamente sembrava non rendersene conto. Mancava tuttavia l’elemento decisivo, l’occasione che avrebbe potuto far precipitare di colpo la situazione.

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Curcio, Franceschini, Bertolazzi e Fenzi, insieme in un cameroncino a quattro posti. Franceschini torna dall’aria con una copia del quotidiano genovese «Il Lavoro». Lo butta sul tavolo e dice:«Ecco qua. C’è una lunga intervista di Negri. Volevano tenercela nascosta, se ne sono ben guardati dal parlarne». Nell’intervista si rivolge a quello Stato che lo tiene in carcere: «Sono un uomo di confine», sembra dire Negri, «uno che guarda oltre e che può aver avuto rapporti con parte delle forze che confusamente aggrediscono la società, ma solo per controllarle meglio e domarne la capacità distruttiva riconducendo a un ruolo paraistituzionale quella energia sociale che, per così dire, sovrabbonda in periodi di rapida trasformazione e che per sua stessa natura non può trovare sfogo lungo i tradizionali canali della rappresentanza politica» [8]

Franceschini su Negri: «E poi sapete che cosa mi ha detto l’altro giorno? Che noi brigatisti abbiamo tutti un cervello poco sviluppato!» [9]

L’aria attorno a Negri si fa elettrica. Per il carcere gira una sola parola d’ordine: lo si è finalmente scoperto e bisogna fargliela pagare. E’ però chiaro che nessun brigatista vuole che una cosa simile accada davvero: è inaccettabile, rischioso, incomprensibile fuori dalle mura del carcere. Un modo di cadere nella trappola. Come giustificare una tale enormità? E quali conseguenze? Insomma, non si può ammazzare uno solo perché vuol mettere la maggiore distanza possibile tra sé e le Br e perché ha riempito pagine e pagine di verbale di chiacchiere innocue. Uno che nelle Br non ci è mai stato.

Altro motivo per non uccidere Negri: a Palmi non si sta male. Nella testa dei capi Br quel carcere può essere qualcosa a metà strada tra l’università e il quartier generale della lotta armata. Per garantire tutto questo bisogna assolutamente evitare gli omicidi.

«A Palmi si studia non si lotta!», hanno detto per anni i detenuti delle altre carceri speciali, in tono di rabbia e di accusa, e con una punta di invidia: il modello positivo, dove si lottava, che viene contrapposto a Palmi è per molto tempo Nuoro.

Resa dei conti tra Franceschini e Negri: «Una mattina ci siamo trovati meno numerosi del solito al passeggio. Una quindicina. C’era anche Negri e c’era Franceschini. Era l’occasione buona. Hanno cominciato a parlare di chissà cosa. Il tono è salito di colpo e già Negri stava all’angolo, le spalle al muro, terreo. Franceschini lo chiudeva puntandogli il dito addosso e lo insultava. Freddamente, con determinazione. Ci siamo stretti attorno a loro per non perdere nulla della rissa improvvisa, ma era una rissa strana a senso unico. Franceschini si muoveva come se fosse sulla pedana di un piccolo palcoscenico: partiva all’assalto col braccio teso, la bava alla bocca, e gli piantava addosso i suoi insulti come coltellate. Si ritirava poi di un passo o due, gli voltava la schiena, lo guardava di traverso, sopra la spalla, senza minimamente curarsi di ascoltare quello che l’altro diceva e ripartiva implacabile all’attacco. Avanti e indietro, come una grossa mazza, una ruspa che avesse da sbancare un monte, da tirar giù un muro… Negri era inchiodato nel suo angolo, con la faccia di uno che sta annegando. Ribatteva affannosamente qualcosa, per sé, non per gli altri perché nessuno di quelli che gli puntavano gli occhi lo stava a sentire. Era solo per prendere fiato per respirare nel breve intervallo tra le ondate successive che si abbattevano su di lui» [10]

Franceschini a Negri: «Io t’ho capito… tutti ormai hanno capito: tu vuoi fare il Malher della situazione, buttarti con lo Stato venderti il movimento per i tuoi sporchi interessi… ma se tu sei Malher ti giuro che io non sarò Baader… e prima che mi facciano fuori ti scanno io con le mie mani!» [11]

Negri è salvo e in fondo agli occhi di Franceschini che conclude con grandi gesti la sua furente sceneggiata è nascosto un filo di allegria. Da quella mattina Negri comincia a vedersi pochissimo all’aria e a starsene per conto proprio: lì la sua storia e le sue faccende finiscono di significare qualcosa.

Alfredo Buonavita su Negri: «Il problema, secondo noi, era che Negri fosse stato mandato a Palmi per creare la guerra tra noi e l’Autonomia. Infatti eravamo 45 delle Br, 7 o 8 comuni e 5-6 membri della Autonomia tra cui Negri e Ferrari Bravo. Secondo noi c’era un chiaro intento di far succedere una rissa» [12]

«La differenza tra Curcio e Negri? Curcio andava, Negri mandava ad espropriare e, nello stesso tempo, cercava finanziamenti dal CNR». Spiegazione: «E’ negli atti processuali. Ebbe 45 milioni, 45 milioni di una volta». [13]

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Oreste Scalzone e Franco Piperno

Al volantino rivendicante l’omicidio del maresciallo Taverna era allegato l’opuscolo di 29 pagine intitolato «Brigate rosse n.7 luglio 1979: dal campo dell’Asinara» contenente un attacco a Valerio Morucci e Adriana Faranda definiti «neofiti della controguerriglia psicologica, poveri mentecatti utilizzati dalla controrivoluzione». Il documento, conteneva anche un duro attacco al «barone Piperno» e a tutti i sedicenti autonomi (tra cui Pace, Piperno e Negri), definiti «piagnucolose educande che dalla tranquillità delle loro cattedre e delle loro riviste incitavano i proletari detenuti alle lotte più truculente e oggi, timidi agnellini, affidano allo sciopero della fame la loro rivendicazione di innocenza» [14]

Negri«Essere militante significa giocarsi tutto» [15]

Uccidere Toni Negri, il teorico dell’autonomia operaia e della violenza politica. Parla Cecco Bellosi, brigatista della colonna milanese: «Questa ‘fibbia’, termine che in gergo carcerario è l’ordine di eliminare qualcuno, ha determinato la fine della mia militanza. Dopo la richiesta assurda di uccidere Toni Negri ho deciso che era ora di dire basta con una ‘storia’ che stava finendo male. La ‘fibbia’ mi è giunta in modo verbale, ovviamente in modo cifrato quando ero nella sezione di massima sicurezza di Rebibbia. Ero considerato un irriducibile. Altri imputati, tra cui Toni Negri, erano invece in un altro braccio della prigione, ma avevamo comunque possibilità di incontrarci in aula.
Ho immediatamente respinto la richiesta di eliminare Negri e da lì ho preso la decisione di chiudere per sempre quel capitolo.
Questo non ha comportato rischi per me, anche perché le Br ormai erano allo sbando e divise in più fazioni.
Io appartenevo alla colonna milanese autonoma e non avevo obblighi verso il gruppo centrale. Ho anche avvertito Toni Negri di guardarsi le spalle, ma l’idea folle di eliminarlo è stata comunque vanificata dalla disgregazione delle Br» [16]

Toni Negri sulla sua detenzione a Palmi: «Quando mi trovo in prigione mi accusano di 17 omicidi, Moro compreso, e vengo riconosciuto come qualcuno che aveva partecipato a via Fani. In pratica mi accusano di essere il capo delle Br. In una prima fase, questi (i giudici, ndr) erano convinti che noi fossimo i capi delle Br: quindi ci misero assieme ai brigatisti. Il rapporto con loro è stato fin dal principio molto polemico. C’è stato uno scontro, avvenuto in due occasioni: il primo nel carcere di Palmi, in Calabria, nel quale io ho subito un processo da parte dei brigatisti e sono stato condannato a morte (ride, ndr). In realtà facevo i discorsi che avevo sempre fatto e cioè: la questione Moro era una questione demenziale e suicida. Il secondo punto era sulla RAF: dicevo che certamente i compagni in carcere erano stati uccisi, ma, con tutta probabilità, lo desideravano perché il movimento era finito. Tutta l’operazione terroristica europea era un’operazione fondamentalmente suicida. Bisognava quindi trattare e fare la pace. Per questo mi sono portato dietro la fama del traditore, per alcuni anni, anche se poi lì è iniziato il fenomeno del pentitismo: a quel punto era difficile chiamare Negri ‘traditore’, quello stesso Negri che non si era mai pentito, non diceva nulla, rifiutava gli interrogatori con i giudici (ride, ndr). Quello che a Palmi era il pm delle Br è diventato un grandissimo pentito (si riferisce a Franceschini e sghignazza, ndr). Capisci? Io ora ho tutta la mia dignità ancora intera mentre gran parte di questi l’hanno perduta» [17]

FONTI:

[1] Ministero dell’Interno, direzione generale della pubblica sicurezza, pag. 457, volume CVIII, Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia

[2], [3], [4], [5], [6], [7], [8], [9], [10], [11] Enrico Fenzi, Armi e bagagli, Egg

[12] volume X, pagina 580 Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia

[13] Il generale Dalla Chiesa intervistato da Enzo Biagi: pagina 771, volume terzo, tomo VII Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2

[14] pagina 460, volume LIV, Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia, atti giudiziari processo Moro bis)

[15] pagina 69, volume LXII, Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia

[16] archivio900.it, Quando mi chiesero di uccidere Toni Negri, L’ex brigatista di Colonno ricorda anche l’espatrio clandestino di Giangiacomo Feltrinelli

[17] Toni Negri – L’eterna rivolta – parte 3 (video disponibile su You Tube)

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Mundial 78. Il gran rifiuto di Cruyff non c’entra con la giunta militare

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Cruyff impartisce disposizioni durante la finale del Mondiale 74

Johan Cruyff (Amsterdam, 25 aprile 1947 – Barcellona, 24 marzo 2016), calciatore e allenatore olandese, fautore del cosiddetto “calcio totale”. Di ruolo indefinito, è considerato il più grande calciatore europeo di tutti i tempi.

– Caratterizzato da struttura fisica longilinea (180 cm per 70 kg) era in possesso di una eccellente tecnica individuale, grande visione di gioco, scatto fulmineo e notevole progressione. Capace di muoversi su tutto il fronte d’attacco, era dotato di una forte personalità e di una innata vena polemica.

Tre volte pallone d’oro, gli vengono attribuite più di 400 reti in carriera.

– Giocatore decisivo in tutti i club in cui ha militato, ha impresso un’orma anche nella storia della nazionale olandese di cui è stato capitano per buona parte degli anni Settanta.

– Il giornalista italiano Sandro Ciotti gli dedicherà un film-documentario intitolato “Il profeta del gol” nel quale, accanto all’uomo Cruyff, vengono esposte molte idee del campione olandese su calcio e metodologie di allenamento.

– Finalista con l’Olanda nella sfortunata edizione del Mondiale 1974 si è a lungo discusso sul suo rifiuto di partecipare all’edizione di quattro anni dopo in Argentina.

– E’ stata a lungo diffusa una spiegazione di tipo “agiografico”: il capitano “orange” si sarebbe rifiutato di disputare il Mundial 78 come forma di protesta verso la dittatura militare rappresentata dal generale Jorge Videla.

– Questa interpretazione degli eventi, la più favorevole a Cruyff, ha trovato larga condivisione in tutto il mondo nei giorni immediatamente successivi alla morte dell’ex campione olandese (marzo 2016).

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La tv venezuelana “Tele Sur”

– In realtà è più probabile che il rifiuto di Cruyff sia stato motivato da problemi personali. Nel 2008 l’ex campione rilascia una intervista a “Catalunya Radio”, emittente radiofonica di Barcellona, nella quale dichiara testualmente:

Forse non sapete che io ebbi problemi verso la fine della mia carriera qui. Qualcuno mi puntò un fucile alla testa:  legò me e mia moglie, davanti ai nostri tre bambini, nella nostra casa di Barcellona. I miei figli andavano a scuola accompagnati dalla polizia.  Poliziotti dormirono nella nostra casa per tre o quattro mesi. Io andavo alle partite con le guardie del corpo. Queste cose cambiano il tuo punto di vista su molte cose. Ci sono momenti in cui altri valori prendono il sopravvento. Volevamo mettere fine a quella situazione, fare una vita diversa. Pensai fosse venuto il momento di lasciare il calcio e per questo decisi di non giocare ai mondiali in Argentina

– Pur non essendoci dubbi sulla valutazione profondamente negativa data da Cruyff al regime militare argentino, le ragioni di tipo personale furono probabilmente più importanti delle considerazioni di carattere politico.

– Presso i super professionisti del calcio il problema della situazione politica argentina durante il Mundial 78 e il dilemma etico di giocare una competizione sportiva a pochi chilometri dai centri di tortura non ebbero un impatto rilevante. Non lo ebbero per i giocatori italiani e nemmeno per gli altri: la parola d’ordine era quella di affermare l’estraneità dello sport rispetto alla politica. I casi di cui si discusse all’epoca sono stati fortemente ridimensionati. Jorge Carrascosa, capitano dell’Argentina, si ritirò dal calcio alla vigilia dei mondiali per motivi mai chiariti; il portiere svedese Ronnie Hellström di cui si parlò per una sua presunta partecipazione alla marcia di Plaza de Mayo, non ebbe alcun incontro con le donne della protesta [1], mentre l’unico calciatore che affermò espressamente di non voler giocare il Mondiale argentino fu il tedesco Paul Breitner.

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Breitner con la maglia dei “franchisti” madrileni

– Il 7 aprile del 1978 la rivista Stern pubblica un articolo di Breitner fortemente critico verso la dittatura argentina: il giocatore tedesco se la prende anche con i suoi compagni di squadra, definiti “eunuchi politici”. A parere di Breitner la Germania campione in carica avrebbe avuto una responsabilità speciale: quella di prendere una posizione chiara sulla questione del Mondiale organizzato dalla dittatura argentina. [2]

Breitner rifiutò di partecipare al Mundial 78 per una congerie di ragioni: non solo il regime dei militari, ma anche la scarsa motivazione, i diverbi con tecnico e compagni, il complesso passaggio generazionale che stava caratterizzando il calcio tedesco alla fine degli anni Settanta.

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Alberto Tarantini, campione del Mondo 1978, decide di parlare dopo 27 anni di silenzio, in una intervista concessa al quotidiano argentino Página12. La sua è una difesa a tutto tondo del risultato sportivo: “I giocatori pensarono a giocare”, dice, sostenendo anche di avere personalmente chiesto a Videla della sorte di tre amici desaparecidos. Il giovane Tarantini era in un bar quando arrivò l’esercito e sequestrò varie persone, tra le quali i suoi amici che non vennero mai più trovati. [3]

Tarantini su Videla:

Videla me sacó cagando [4]

FONTI:

[1] Pablo Llonto, I mondiali della vergogna – I campionati di Argentina ’78 e la dittatura, Roma, Edizioni Alegre, 2010.

[2] El Pais, 7 aprile 1978

[3] [4] Pagina 12, 17 settembre 2005

Mundial 78. Ramon Quiroga e la ‘marmelada peruana’

quirogaRamon Quiroga, nato a Rosario, Argentina, il 23 luglio 1950. Professione: portiere. Soprannome: “El loco” (il pazzo).

– Di origine argentina, ottiene il passaporto peruviano nel 1977 a seguito di una lunga militanza nello Sporting Cristal: vanta 40 presenze nella nazionale peruviana (tra il 1977 e il 1985).

– Alto appena 177 cm fa parte della schiera di portieri “nani” in voga tra anni Settanta e prima metà degli anni Ottanta.

Il brasiliano Dirceu sui portieri bassi:

Tancredi è l’ unico capace nelle uscite tra gli italiani. Ma a me avere un portierino che a fatica tocca la traversa non dà sicurezza, preferisco avere un bell’ omone tra i pali, uno che sappia anche dirigerti. Il migliore in questo senso è il russo Dasaev

– José René Higuita Zapata, celebre portiere colombiano, ha dichiarato in una intervista di essersi ispirato al “Loco” Quiroga e all’altro “Loco” Hugo Gatti, entrambi argentini.

– Ai Mondiali 1978, Quiroga dà prova del suo estro in alcune spettacolari uscite che lasciano interdetti i telecronisti di tutto il mondo.

– Portiere reattivo, di personalità, aveva optato per la nazionale peruviana ritenendo di non trovare spazio nella “Albiceleste” argentina che a metà anni Settanta poteva contare su elementi come Fillol, Gatti, Baley, Lavolpe.

– Al Mundial 78 l’Argentina, come squadra di casa, si trova praticamente costretta a vincere. La formula del torneo è quella del Mondiale 1974: una prima fase con quattro gruppi eliminatori di quattro squadre ciascuno. A qualificarsi le prime due di ogni gruppo; in caso di parità di punti vale la differenza reti e in caso di parità di differenza reti vale il numero di gol segnati.

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Jorge Videla, presidente della giunta militare argentina

– La seconda fase è data da due gironi di semifinale di quattro squadre ciascuno, chiamati Gruppo A e Gruppo B, formati dalle squadre qualificate nei gironi della prima fase. Le prime classificate dei gironi della seconda fase disputano la finale per il primo posto, mentre le seconde si affrontano nella finale per il terzo posto.

– Nella prima partita l’Argentina batte a fatica una ottima Ungheria per 2-1 (gol decisivo di Alonso, con un singolarissimo “1” come numero di maglia); nella seconda, si ripete col medesimo punteggio contro la Francia di Platini, ma nella terza viene battuta dall’Italia di Bearzot (gol di Bettega dopo pregevole triangolazione con Paolo Rossi).

– Nella seconda fase si forma un girone con Brasile e Argentina: Polonia e Perù sono le vittime predestinate delle due grandi squadre sudamericane. Il Brasile batte il Perù per 3-0 e la Polonia 3-1, mentre l’Argentina batte 2-0 la Polonia: lo 0-0 contro il Brasile impone quindi agli argentini una vittoria sul Perù con almeno quattro gol di scarto.

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Il primo gol di Kempes

– L’Argentina, costretta a lasciare Buenos Aires dopo la sconfitta contro l’Italia e il secondo posto nella prima fase, si ritrova a giocare la partita decisiva per l’accesso alla finalissima a Rosario, città natale di Quiroga.

– I media sudamericani, in particolare quelli brasiliani, subodorano la “marmelada” (equivalente dell’italiano “biscotto”) e fanno pressioni sul Perù affinché garantisca la regolarità della partita: viene esplicitamente richiesta l’esclusione di Quiroga a vantaggio del secondo portiere Ottorino Sartor. I peruviani decidono di confermare comunque Quiroga.

– Si gioca nello stadio “Gigante de Arroyito” davanti a 37 mila spettatori: il Perù si fa subito pericoloso con Munante, ma è un fuoco di paglia. Al gol di Kempes, seguirà quello di Tarantini poco prima dell’intervallo e poi ancora Kempes e Luque, al 49′ e al 50′, che di fatto chiudono la pratica. C’è ancora tempo per altri due gol: Houseman, che aveva fatto ammattire gli italiani nel Mondiale di quattro anni prima, e ancora Luque. Risultato finale: 6-0.

– Nella partita contro l’Argentina, Quintana appare stranamente remissivo, poco reattivo, così come tutto il Perù. Fonti mai confermate riferiscono di una colossale fornitura di grano e di una linea di credito da 50 milioni di dollari a favore del governo peruviano.

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La “marmelada peruana”: in primo piano, Leopoldo Luque 

Nel libro “El hijo del Ajedrecista“, scritto da Fernando Rodriguez Mondragon, figlio dell’ex capo del narcotraffico del cartello di Calì, Gilberto Rodriguez Orejuela, si sostiene la tesi della avvenuta corruzione: Rodriguez figlio sostiene di essere venuto a conoscenza, tramite uno zio –  boss del narcotraffico – della combine tra Argentina e Perù volta all’eliminazione del Brasile.

– Secondo altre voci, i peruviani avrebbero ricevuto prima della gara la visita del generale Videla e del premio Nobel per la pace Henry Kissinger. Lo stesso Quiroga, sotto l’effetto dell’alcol, avrebbe parzialmente ammesso un accordo.

– Quiroga continua a giocare nella nazionale peruviana, senza alcun problema, fino al 1985. Parteciperà, quindi, da titolare anche al Mundial 82. Si ritirerà nel 1986.

 

Angelo Gallo, il calabrese che tirò le orecchie a Fanfani

amintore-fanfani-preso-per-le-orecchieRoma, chiesa del Gesù, 9 maggio 1979, primo anniversario della morte di Aldo Moro: a pochi passi dalla storica sede della Democrazia cristiana il militante Angelo Gallo si avvicina alle spalle del presidente del Senato Amintore Fanfani e inizia a tirargli le orecchie in segno di protesta per l’inerzia dei politici rispetto ai problemi del lavoro. [1]

Lina Perrotta, vedova di Gallo: «La tirata d’orecchie? Che bel gesto! Appesa in camera da pranzo abbiamo ancora quella foto: ne abbiamo fatto fare un poster gigante e lo abbiamo incorniciato come un quadro. La sua fu un’azione di protesta, perché vedeva che non si faceva niente per i giovani, per il loro lavoro. Lui si arrabbiava per queste cose, perché voleva che tutti lavorassero, avessero di che mangiare e vestirsi, potessero farsi una famiglia e costruirsi una casa. Era davvero un uomo saggio, mio marito. Questo lo posso dire ad alta voce: saggio e buono. Lui ha fatto quel gesto con piacere, perché non gli davano retta. Lo ha fatto per l’ideale in cui credeva: di aiutare i giovani, i calabresi, tutto il popolo. Era un vero democratico cristiano, lui. Ed è stato sempre contento di quello che ha fatto» [2]

fanfaniAngelo Gallo, consigliere comunale di Acri (Cs), aveva più volte spiegato il suo gesto come una protesta verso la sordità di Fanfani per problemi del Sud: «Gli chiedemmo più volte interventi incisivi per il Meridione; lui, però, era rimasto sempre sordo alle mie richieste». Negli ambienti vicini a Fanfani si è sospettato che quello di Gallo sia stato un gesto concordato con gli avversari di partito dell’ex presidente del Senato. E in questo senso non sarebbe stata casuale la presenza del fotografo in quel momento proprio accanto a Fanfani. [3]

– Dell’accaduto, ci sarebbero altre due versioni: la tirata d’orecchi a Fanfani sarebbe servita a denunciare una eccessiva acquiescenza della Dc verso i comunisti e soprattutto la necessità di rifondare il partito «per non morire» 

Michele Gallo, figlio di Angelo«La sua carriera politica fu bruciata da quel gesto». La tirata d’orecchie a Fanfani costò al focoso militante dc anche una settimana di galera: Gallo fu poi prosciolto da ogni accusa [4]

– Le foto vennero scattate da Angelo Palma [5]

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La Stampa, 10 maggio 1979

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L’Unità, 10 maggio 1979

Fonti:

[1] Wikipedia alla voce «Amintore Fanfani nella cultura popolare»
[2] Adnkronos, 3 febbraio 2008, «Fanfani: il perché di quella tirata d’orecchie, parla la vedova Gallo»
[3] Thisisacri.it, «Lo sapevate che?»
[4] Repubblica, archivio, 18 maggio 1997, «Addio all’aggressore di Fanfani»
[5] Oliviero Beha blog, 29 maggio 2003, «Uno storico atto di rimprovero politico»

Brigate rosse. Il grottesco incontro tra Moretti, Franceschini e Morucci

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Morucci

Valerio Morucci, romano classe 1949, studente universitario, fanatico di armi e capo della struttura militare di Potere operaio, prova a entrare nelle Brigate rosse fin dai primissimi anni Settanta: a vagliare la richiesta di Morucci, Alberto Franceschini e Mario Moretti. I tre si incontrano a Milano nel 1971.

Alberto Franceschini: «Stavamo riorganizzando le Br dopo la prima ondata di arresti e Valerio Morucci ci aveva fatto sapere più volte che voleva parlarci. Era il capo del servizio militare di Potere operaio e lo conoscevamo di nome anche perché era considerato un esperto di armi. Lo incontrammo io e Moretti a Milano, in viale Sarca. Arrivò in Mini-minor, una giacca blu con i bottoni d’oro, camicia di seta, cravatta, occhiali Ray-ban: sembrava un fascistello sanbabilino. Parlò soprattutto lui, e di armi: voleva farci vedere che le conosceva bene, che uno come lui sarebbe stato indispensabile per la nostra organizzazione. Ci chiese di entrare nelle Br, ma nessuno di noi fu d’accordo nell’accogliere Valerio. La nostra diffidenza per quelli di Potere operaio era congenita. Li consideravamo dei mezzi aristocratici che volevano giocare alla rivoluzione. Mi fu sufficiente raccontare ai compagni come si era presentato all’appuntamento con noi perché la richiesta di Valerio venisse respinta. Si decise soltanto di continuare a tenere con lui il rapporto che già avevamo, di tipo esclusivamente logistico, e di cui venne incaricato Moretti, l’unico che aveva cercato di difendere, sia pur timidamente, la causa di Morucci» [1]

Valerio Morucci: «Mi diedero appuntamento in viale Zara. Io andai su a Milano con la mia Mini Cooper gialla e nera e con la bionda, per approfittare del viaggio. Già da subito vedo che Moretti e Franceschini mi guardano storto. Io infatti indosso il mio blazer e una camicia azzurra incravattata sotto un bel cappotto blu. Inoltre mi ero presentato con un macchina e una bionda piuttosto appariscenti. Mi guardano come se fossi stato un libertino gaudente appena uscito da un night dopo essermi strafatto di troie e cocaina. Quello con gli occhialetti, Franceschini, mostra il sorrisetto storto del bambino sadico che dà pizzicotti alla sorella. Le labbra di Moretti superano a fatica la smorfia di ripugnanza e supponenza con cui sembra essere nato. Mi dicono: “Da Roma hanno detto che puoi procurarci delle armi”. “Sì”, dico io sorridente, “che vi serve?”. “Tutto: mitra, pistole, munizioni…”.”Ci proverò”, faccio io, “ma se vi servono urgenti bisognerà prenderle al prezzo che si trova”». [2]

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Moretti

Morucci su Moretti«Ogni tanto, tra il serio e il faceto, gli scappava di dire che era il capo e che lasciava impronte dappertutto perché i giornali all’epoca non lo nominavano mai e temeva che la polizia volesse giocarlo come spia. Alcuni come Moretti interpretavano il riposo del guerriero come avere una donna in ogni città e anche più di una all’occorrenza. Mi assoggettai anche io alla sicurezza e ai vantaggi delle regole» [3]

– Ancora Morucci: «Comprai una moto Norton Commando con cui scorazzavo per la città come un pazzo. Mi compravo bei vestiti e ogni sera mangiavo al ristorante. Allora con le donne ero una bestia. Ma con lei mi ero messo per ripicca, per toglierla da sotto al naso a quelli del gruppo che pensavano più alla fica che alla rivoluzione». [4]

Morucci, Faranda e i ristoranti: «Nei giorni tra l’appello di Paolo VI e la diffusione del comunicato numero 8, che è del 24 aprile 1978, si presentò Lanfranco Pace in uno dei ristoranti in cui io e Faranda eravamo soliti pranzare da anni, quello sito in via dei Genovesi o via dei Salumi, dietro piazza in Piscinula. Si tratta di un ristorante siciliano con le pareti riccamente addobbate con oggetti provenienti dalla Sicilia. Il Pace ci disse che da alcuni giorni girava per ristoranti da noi frequentati abitualmente per rintracciarci e chiederci se effettivamente le Brigate rosse, dopo i comunicati n.6 e n.7, avessero intenzione di uccidere Moro. Pace conosceva quel ristorante perché prima del periodo in cui ebbe contatti con le Br – tra l’autunno del 1977 e i primi giorni del 1978 – egli lo aveva saltuariamente frequentato assieme a noi»[5]

Morucci aveva raccontato al magistrato che con la Faranda impiegavano intere giornate per cercare il luogo più adatto dove lasciare i comunicati delle Br o le lettere di Moro, tentando di far credere di avere adottato tutte le possibili precauzioni, fino a ricorrere a metodi quasi scientifici, per impedire di essere individuati e pedinati dalla forze dell’ordine. Adesso invece sostiene che due dei brigatisti più ricercati d’Italia, come lui e Faranda, andavano a pranzo in ristoranti che frequentavano da anni, assieme ad altri militanti dell’estrema sinistra, col risultato di essere facilmente rintracciati da un ex militante delle Br che meno di un mese prima era stato fermato dalla Polizia. [6]

Alfredo Bonavita: «Per quanto concerne la nascita della colonna romana, anche a Roma c’era fin dal 1971 un nucleo di compagni vicini alle Br che militavano nell’area di Potere operaio. Ricordo che si parlava della zona di Cinecittà, ove erano avvenute azioni contro i fascisti. Alcuni compagni di Roma andavano a Milano e tenevano i contatti con Franceschini e a volte anche con Curcio. Si trattava di compagni di quartiere, non inseriti in alcuna realtà di fabbrica o di scuola. Da noi erano considerati un poco come barboni, anche perché facevano dei furti per sopravvivere. Una volta rubarono la testa di una mummia o di una statua che poi rivendettero per meno di 200 mila lire. Un’altra volta rubarono, sempre a Roma, una collezione di francobolli. Questo primo tentativo di costituire un nucleo Br a Roma fallì nella primavera del 1972, quando a Milano e a Torino decidemmo il passaggio alla clandestinità. Tale decisione fu determinata da una serie di elementi di carattere politico-organizzativo, a partire dalla riflessione sugli arresti dei primi di maggio 1972, determinati sia dalle indagini di polizia e magistratura sia dalle rivelazioni fatte da Marco Pisetta dopo il suo arresto. A seguito delle rivelazioni si accelerò il processo di clandestinizzazione degli uomini e delle strutture. Tale scelta non fu condivisa da molti compagni romani che si staccarono dalla organizzazione». [7]

Anna Laura Braghetti: «Esiste un racconto molto significativo sul primo incontro fra i milanesi e i romani. La leggenda vuole che tramite intermediari fosse stato fissato un abboccamento fra Morucci, Franceschini e Moretti. Franceschini e Mario arrivarono su una vecchia Fiat, con addosso scarpacce pesanti e orridi cappotti sformati. Valerio invece era smagliante: una bella macchinetta, occhiali neri alla moda, giacca blu doppiopetto, stivali. Immagino si siano guardati e si siano fatti reciprocamente schifo. I brigatisti avevano fatto della sobrietà nordica e dello stile di vita operaio un dogma e tenevano una minuziosa contabilità ritenendo di avere rapinato le banche in nome e per conto del proletariato. Ma Valerio non vedeva francamente la ragione di tanto moralismo e veniva pur sempre da un’area politica – quella della Autonomia operaia – che negli anni successivi avrebbe prodotto dirigenti capaci di dire ai ragazzi: “Guai se trovo uno di voi cretini che distrugge un’automobile di lusso. Le belle macchine si rubano, e poi ci si fa tutti un giro”. Giorgio Bocca, nel suo bellissimo libro ‘Noi terroristi’ fa raccontare a Morucci quel meeting: “Quando li ho conosciuti nel 71 erano tipi tristissimi e anonimi, mimetizzati sul fondo di grigiore di una città operaia, sempre atteggiati ai modi che loro pensavano consoni a dei rivoluzionari professionisti. Io ero arrivato all’appuntamento su una Mini cooper gialla con tetto nero e con una ragazza bionda. Loro vennero all’appuntamento con una 850 grigio sbiadito e un enorme portabagagli sul tetto. Franceschini con gli occhiali, senza baffi, ingobbito come sempre, cinereo in faccia e nei vestiti. Moretti un po’ più aitante, con indosso un assurdo tre-quarti spigato grigio e marrone, con le spighe enormi”. I tre quindi non si piacquero e le Br non si mossero dal Nord finché non decisero che era ora di andarsi a cercare il cuore dello Stato. E lo Stato significava Roma» [8]

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Franceschini

Alberto Franceschini sui compagni romani: «Erano faciloni e chiacchieroni. Le regole di compartimentazione con loro erano inutili. Ogni tanto ti arrivavano a casa con la testa di una statua rubata in una chiesa per chiederti di piazzarla presso un antiquario di Milano. Quello di rubare pezzi di statue era il loro modo preferito di finanziarsi. A me i rapporti con loro lasciavano un cattivo sapore di borbonesco e di sottoproletariato. Ripetevo in continuazione che una forza rivoluzionaria non può vivere alla maniera dei tombaroli, che i soldi bisognava andarseli a prendere nelle banche. Mi guardavano con quella loro aria sempre stanca e tranquilla, per poi rispondermi invariabilmente: ‘Hai ragione, compagno, ma intanto vedi di piazzare questa zucchetta». [9]

 

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Mini Cooper, primi anni Settanta

 

Fonti:

[1] Franceschini, Buffa, Giustolisi, Mara Renato e io, Mondadori, 1991

[2] Morucci, Ritratto di un terrorista da giovane, Piemme 1999

[3] Morucci, op. cit.

[4] Morucci, op.cit.

[5] Memoriale Morucci

[6] Sergio Flamigni, Patto di omertà, Kaos edizioni, 2015

[7] Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani sul sequestro di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia (volume 54, pagina 345) 

[8] Anna Laura Braghetti, Paola Tavella, Il prigioniero, Feltrinelli

[9] Braghetti, Tavella, op. cit.

 

Gol, solitudine e coerenza. Lo chiamavano «Giggirrriva»

uid_1226575a19d-580-0Il 7 novembre 1944 nasce a Leggiuno il più grande attaccante italiano dell’epoca moderna: Luigi Riva, detto Gigi, bandiera del Cagliari e miglior marcatore della nazionale. Due gambe rotte sull’altare dell’Italia, tre titoli di capocannoniere con il quarto mancato di un soffio nel 1971-72 a vantaggio di un altro mancino terribile: l’amico-nemico Roberto Boninsegna.

«Giggirrriva» è una sorta di santino per la Sardegna, una leggenda tramandata di padre in figlio, in un’Isola in cui le vittorie sono merce rara.
Quando poco dopo l’incredibile dimostrazione di potenza data in un Inter-Cagliari dell’ottobre 1970 Gianni Brera lo ribattezza «Rombo di tuono» è subito chiaro che quella definizione lo avrebbe accompagnato a lungo: mancino dotato di strabordante forza fisica, coraggio, imperioso colpo di testa è soprattutto un trascinatore, un uomo squadra, uno di quelli che da soli fanno vincere le partite.

Riva appartiene alla generazione che ha «rifatto» l’Italia sotto il profilo sportivo.
Negli anni 40 nascono i nuovi campioni del calcio italiano, dopo Superga e la conclusione del ciclo di Vittorio Pozzo; è la generazione dei Boninsegna, Burgnich, Rivera, Sandro Mazzola, Facchetti, Domenghini, Zoff che consente di porre fine alla lunga traversata nel deserto iniziata coi mondiali degli anni 50.

 

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Con Lodetti e Facchetti a Inghilterra ’66

 

A Inghilterra ’66 un giovane Riva fa già parte della comitiva azzurra, spaccando tutto negli allenamenti. Quasi una gita premio per un ragazzo promettente; un incoraggiamento, con l’onere di non fare troppa concorrenza ai senatori. Grande rimpianto per Edmondo Fabbri: «Se ti avessi fatto giocare» dirà il c.t. all’indomani della umiliante sconfitta con la Corea del Nord «ora saremmo ancora in corsa per il mondiale».

La storia di Riva in nazionale sarà lunga, gloriosa e con i contorni del dramma. Già nel ’67, in un incontro amichevole con il Portogallo: in panchina il mago Herrera, chiacchierato per i suoi metodi di allenamento, un vincente abituato a imporsi sui giocatori a ogni costo al punto da assegnare al superstizioso Riva l’odiato numero 9. Risultato: uscita scomposta del portiere portoghese e frattura di tibia e perone per l’attaccante del Cagliari.

Nessun dubbio però sul modo di intendere il gioco: «Questo è il calcio, il gol è troppo importante per un uomo di punta: è quella cosa che ti fa star bene durante la settimana», dirà Riva in una intervista alla Rai, «quindi non cambio. Se ci sarà da spaccarmi l’altra gamba me la spaccherò».

 

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Il contrasto con Hof al Prater di Vienna

 

Quasi un vaticinio. Match con l’Austria valido per le qualificazioni a Euro ‘72: fallo da dietro del terzino Hof su Riva che parte come un fulmine verso la porta avversaria. E’ un attimo: crollo a terra, urlo dell’attaccante azzurro con Domenghini, collega e amico del Cagliari, a mettersi le mani nei capelli. Con Riva rotto il Cagliari in lotta per Coppa campioni e campionato perde rapidamente entrambi.

Stadio Sant’Elia, una sorta di arena per gladiatori sul modello dell’Olimpico di Roma: Riva ci gioca le poche partite di Coppa campioni e i campionati dal 1970-71 fino al terzo infortunio del ‘76: strappo agli adduttori e fine della carriera. Senza lacrime, senza gare d’addio, senza sceneggiate: «Vedrò cosa si può fare per recuperare ancora una volta», dirà serafico intervistato negli spogliatoi da un gruppo di attoniti cronisti, «se sarà possibile voglio provare di nuovo a dire la mia».

 

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Dopo, il ruolo dirigenziale in un piccolo Cagliari nel quale non arrivano più i soldi dei petrolieri; squadra casereccia, ma orgogliosa, con alcuni giovani giocatori locali: Gigi Piras, terzo marcatore in assoluto nella storia del Cagliari, e Pietro Paolo Virdis, l’attaccante più talentuoso del calcio sardo, emulo a metà di Riva con i suoi numerosi rifiuti rifilati alla Juventus prima della clamorosa capitolazione.

 

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La lunga parentesi come accompagnatore della nazionale fa di Riva il custode dei segreti dello spogliatoio azzurro: sempre discreto, capace di stemperare le tensioni e caricarsi sulle spalle la responsabilità di qualche piccata risposta verso critici troppo severi.

Ogni tanto lo si vede in giro, a Cagliari.
Capita che qualche padre dica al figlioletto: «Sai chi è quel signore? Adesso te lo spiego…».

E il signore, che osserva il mondo coi suoi inseparabili Ray ban, abbozza un sorriso.