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Gli Squallor, analisi di un fenomeno tra delirio «trash» e avanguardia artistica

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Amburgo, 1960. In un momento storico di grandi sperimentazioni musicali, gli esordienti Beatles stanno formando il loro sound nei locali del quartiere Reeperbahn. Per i night club della città tedesca si esibisce anche un gruppo di italiani che cattura l’attenzione dei ragazzi di Liverpool[1]. Si tratta del quartetto di Marino Marini già noto a Paul McCartney che in Inghilterra ha avuto modo di apprezzarne il chitarrista[2], un ventiduenne napoletano di nome Gaetano Savio. Anche Savio è agli esordi come musicista e presto diventerà una figura importante nel settore discografico italiano. Alcuni lo ricorderanno come l’autore di Cuore matto e Maledetta primavera, per altri invece resterà nella memoria come il cantante degli Squallor.

 

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Totò Savio

 

E bene sì, Paul McCartney ha tratto ispirazione[3] anche da quel musicista che nel 1981 canterà Curnutone. Del resto non c’è da stupirsi, poiché la dissacrante band delle «male parole» era composta da autentici pezzi da novanta dell’industria musicale: parolieri, compositori, produttori, personaggi che hanno fatto la storia della musica leggera italiana; autentici professionisti del settore discografico che un po’ per sfida, un po’ per noia, animati da un’irrefrenabile goliardia, decisero un bel giorno di infrangere le regole e divertirsi insieme per sfidare l’oppressiva censura e ridere di vizi e costumi di un intero paese, sbeffeggiando in una pungente satira la società italiana, a cominciare dai protagonisti dell’amato/odiato ambiente discografico:

«Siccome noi frequentavamo i cantanti, che sono i peggiori scassacazzi mondiali, quando facevamo gli Squallor ci sfogavamo contro i cantanti, quelli seri.» (Alfredo Cerruti) [4]

Il complesso nasce a Milano nel 1969 e anche se a prevalere è una certa napoletanità è sostanzialmente errata l’etichetta di «gruppo napoletano» che talvolta viene affibbiata agli Squallor. La band è composta da un milanese, un fiorentino e due napoletani.

«Ma chi erano questi qua?!». Ricordiamoli velocemente uno per uno:

Daniele Pace: milanese, classe 1935. Entra nel mondo della musica negli anni ’50 come cantante e chitarrista del gruppo “I Marcellini”. Dopo l’esperienza da musicista sulle navi da crociera (dove ha modo di cantare anche con Silvio Berlusconi) inizia la sua fortunata carriera di compositore e paroliere, scrivendo per tantissimi cantanti. Tra i suoi brani più noti ricordiamo: E la luna bussò; Nessuno mi può giudicare; Sarà perché ti amo; A far l’amore comincia tu; La pioggia. Negli anni ’80 vince il Grammy Music Award per aver superato il milione di passaggi in radio con la famosissima canzone Love Me Tonight interpretata da Tom Jones.

Giancarlo Bigazzi: fiorentino, classe 1940. È noto nell’ambiente discografico italiano come uno dei parolieri più prolifici e apprezzati di sempre. Scrive canzoni fin da giovanissimo. Tra le sue opere più conosciute ricordiamo Rose Rosse, Lisa dagli occhi blu, Eternità, Si può dare di più, Montagne verdi, Erba di casa mia, Gloria, Notte rosa, Cosa resterà degli anni ’80, Gli uomini non cambiano, Non amarmi, Perché lo fai, Bella stronza. Come discografico ha prodotto i lavori de I Califfi, Il giardino dei semplici, Raf, Marco Masini, Umberto Tozzi e tanti altri. Come musicista ha anche realizzato le colonne sonore per i film di Marco Risi: Mery per Sempre e Ragazzi Fuori.

17101909_1029383407206079_138900324_nAlfredo Cerruti: napoletano, classe 1942. Entra nel settore discografico negli anni ’60 e ne raggiunge i vertici nei primi anni ’70 diventando direttore artistico della CBS, della CGD e in fine della Ricordi. Dotato di grande intuito per i potenziali successi ha prodotto i più importanti artisti della musica italiana. È noto al gossip come fidanzato della cantante Mina e grande amico di Renzo Arbore. È stato autore televisivo per trasmissioni come Chi tiriamo in ballo, Indietro tutta, Cocco, Stasera mi butto, Domenica In e tante altre.

Gaetano Savio (detto Totò): napoletano, classe 1937. Inizia la sua carriera di musicista a diciassette anni come chitarrista del celebre quartetto di Marino Marini assieme al quale si esibisce in spettacoli dal vivo in giro per l’Europa. Nel 1961 inizia ad incidere dischi da solista e si impegna nell’attività di compositore. Nel 1967 arriva il primo grande successo con il suo brano Cuore Matto interpretato da Little Tony, ma Savio compone musiche anche per artisti del calibro di Franco Califano, Massimo Ranieri, Mario Tessuto, i Camaleonti, Michele Zarrillo, Loretta Goggi e tantissimi altri. È anche l’autore della colonna sonora del film La patata bollente, di Steno, e del brano Tango diverso, da lui cantato in una scena del film.

Elio Gariboldi: noto ad alcuni fans del gruppo come «il misterioso quinto Squallor». È presente solo agli esordi, comparendo anche nella foto sul primo singolo della band, ma la sua partecipazione al progetto con i quattro amici termina nel 1973 causa impegni lavorativi. Discografico ed editore della Sugar a Monaco di Baviera, nei primi anni ’60 è stato produttore del complesso musicale dei Trappers nei quali figurano personaggi come Mario Lavezzi e Bruno Longhi[5].

La storia discografica degli Squallor ha ufficialmente inizio nel 1971 con il 45 giri 38 Luglio, Raccontala giusta ma di fatto il gruppo nasce nel 1969. L’idea viene ad Alfredo Cerruti, in quegli anni grande esperto di scherzi telefonici. Durante la visione di un film di Stanley Donen, Il mio amico il diavolo, il discografico napoletano resta colpito dalla voce dell’attore Peter Cook (il diavolo) mentre parla in un monologo con un suggestivo brano in sottofondo. Cerruti pensa che gli piacerebbe fare lo stesso, del resto, pur non essendo un cantante, ha una voce davvero notevole. Nel tempio della musica italiana, in mezzo a grandi amici compositori e parolieri, per testi e basi musicali c’è solo l’imbarazzo della scelta. Agli altri l’idea piace e Alfredo diventa il narratore ufficiale del progetto accanto alla voce cantata di Savio. Il leitmotiv principale non può che essere la goliardia, del resto la risata è da sempre l’elemento cardine che anima la vita lavorativa di ogni membro del gruppo.

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L’esperimento del 1971 sembra funzionare. I due brani, assieme agli altri due del successivo singolo (Ti ho conosciuto in un clubs, La risata triste) vengono inseriti nel primo LP della band. È il 1973 e la CBS pubblica Troia. Il disco è molto lontano da quell’estetica degli eccessi che caratterizzerà la successiva produzione degli Squallor. L’album non contiene volgarità esplicite né parolacce ed è interamente basato sulla poetica dell’assurdo e sui doppi sensi, a cominciare dal titolo del disco che sembra alludere in realtà alla mitica città dell’Asia minore, come suggerisce ironicamente un cavalluccio a dondolo in mezzo alle fiamme nell’efficace illustrazione in copertina. «Elena, un solo nome tu hai, è Troia…la mia città!» recita la voce di Cerruti nell’omonimo brano. Il disco non ha un grandissimo riscontro commerciale, ma gli Squallor si fanno notare e spiazzano il pubblico con il lavoro successivo ben più redditizio: Palle, del 1974. Senza Gariboldi sono rimasti in quattro. Ai microfoni la voce di Daniele Pace inizia ad affiancare quella di Cerruti e Savio e per la prima volta fa la sua comparsa anche il turpiloquio che diventerà un elemento imprescindibile sia negli skatch che nelle canzoni.

 

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La produzione degli Squallor avrà lungo seguito anche negli anni a venire vendendo oltre due milioni di copie e raggiungendo la Top 10 della Hit Parade in tre occasioni. La loro discografia proseguirà con gli album Vacca (1977), Pompa (1977), Cappelle (1978), Tromba (1980), Mutando (1981), Scoraggiando (1982), Arrapaho (1983), Uccelli d’Italia (1984), Tocca l’albicocca (1985), Manzo (1986), Cielo Duro (1988), Cambia mento (1994), oltre ad una lunga serie di raccolte e compilation.  Nel 1984 il produttore cinematografico Ciro Ippolito, già regista di B-movies come Alien 2 sulla terra e Lacrime napulitane, trasporta Arrapaho sul piano cinematografico mentre l’anno successivo è la volta di Uccelli d’Italia, due film ultra-demenziali che rappresentano l’apoteosi del trash cinematografico degli anni ‘80. Qualche mese dopo il secondo film, la formazione subisce una gravissima perdita con la scomparsa di Daniele Pace, stroncato da un infarto all’età di 50 anni. Da Manzo in poi, gli Squallor saranno in tre e nell’ultimo album (Cambia mento) a seguito di un’operazione alla gola, Savio si limiterà a comporre le musiche affidando l’interpretazione canora al collaboratore Gigi Sabani.

Ma cosa hanno rappresentato gli Squallor in 25 anni di attività?  Analizzando attentamente l’opera omnia della band è possibile individuarne tre aspetti fondamentali, tre diversi volti di un’unica entità: il ludico, il satirico e l’artistico. Il primo è l’aspetto provocatorio che ne ha decretato il successo: gli Squallor come puro e irriverente divertimento, come sfogo, goliardia e volgarità (apparentemente) gratuita. Il secondo è un aspetto forse meno visibile in superficie ma comunque facilmente intercettabile: la pungente critica alla società italiana. Il terzo, quello più «esoterico», è rappresentato da sporadici momenti di pura genialità che hanno sublimato alcuni brani in raffinate opere d’arte. Non a caso, il noto critico Achille Bonito Oliva ha definito gli Squallor «dei dadaisti»[6].

Sul primo aspetto non intendiamo soffermarci poiché non necessita di ulteriori approfondimenti. In quanto al secondo ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta sui brani da prendere in esame e per motivi di spazio possiamo solo citarne alcuni. Politica, musica, religione, istituzioni, sessualità, amore: gli Squallor hanno sbeffeggiato senza remore ogni aspetto del costume italico, della classe dirigente e delle correnti ideologiche di quegli anni.

Emblematica è la saga di Pierpaolo che inizia nel 1977 con il brano Famiglia Cristiana proseguendo per altri nove capitoli fino al 1994. Quella di Pierpaolo è l’alta società dell’era democristiana, il protagonista è un ricco ragazzino viziato (voce camuffata di Cerruti) sempre in giro per il mondo, che ad ogni episodio telefona al papà industriale per estorcergli grossi quantitativi di denaro, talvolta in cambio del silenzio sui loschi giri d’affari del padre tra politica e alta finanza. Nei vari capitoli, Pierpaolo segue le mode del momento, diventando anche «rivoluzionario» e «filo-sovietico». Ma gli Squallor mettono in scena la corruzione politica anche in brani come Confucio (1978), un comizio elettorale che degenera in rissa e turpiloquio e Carceri d’oro (1988), la storia di un evasore fiscale chiuso in una cella dorata con alcuni ministri. I quattro non si esimono dal denunciare a loro modo la mala sanità italiana (Crosta Center Hospital, del 1978) e l’autorità ecclesiastica non sfugge al ludibrio squalloresco. Nel brano Unisex (1977), in un maccheronico spagnolo improvvisato, un omosessuale definito «los culatones» racconta la sua esperienza di adescamento in un cinema e il rapporto omoerotico che ne consegue con un uomo barbuto. Alla fine del brano, il gay dichiara le sue generalità e si scopre che si tratta del «Cardinale Alfonso Fava». Nel 1980 con Gennarino Primo puntano ancora più in alto nella gerarchia proponendo la caricaturale elezione del primo papa napoletano della storia, il cardinale Vincenzo Esposito che afferma di essersi «grattato» in modo scaramantico alla notizia di essere stato eletto poiché «oggi come oggi i Papa hanno poca decorrenza». Ma gli Squallor non risparmiano nessuno, neppure gli ecologisti (Terrestri, del 1977 e Vota verdi, del 1985), gli intellettuali di sinistra (Sfogo, del 1978) e i sessantottini:

«Domani compio quarant’anni e la cambiale dei ricordi mi riporta al ’68, quando ero amico di Capanna e avevo dato quattro esami con la media del 18. Il mio paese era lontano in un pezzetto di provincia e non me lo ricordo mica, la nostra meta era Milano, spinti da una fame antica di notti luci e un po’ di fica.» (Mi ha rovinato il ’68, del 1988)

La politica italiana è sbeffeggiata tanto a destra quanto al centro e a sinistra. Gli amori omosessuali vengono palesemente ridicolizzati, ma la stessa sorte tocca anche alle relazioni etero. La Chiesa è presa di mira in diverse occasioni ma non mancano caricature dell’Islam o di Confucio. Insomma, un dissacrante anarco-nichilismo prende di mira un’intera società deridendo chiunque, a cominciare da loro stessi: gli auto-ironici Squallor.

La totale dissacrazione del concetto di artista, la disintegrazione dei valori, la rinuncia assoluta ad ogni logica e raziocinio, l’assenza di regole, il rifiuto del linguaggio logico-consequenziale, l’assurdo. Tutti questi elementi caratterizzano fin dagli esordi la poetica degli Squallor e ci riconducono all’aspetto dadaista a cui abbiamo accennato.

Ma quando è che la demenzialità si fa Arte? Quando è capace di colpire sovrastrutture e schemi della mente, penetrando al di là di ogni barriera logica per creare un varco capace di aprire la strada a sensibili mutazioni nell’animo dell’ascoltatore. Anche lo shock estetico può essere in tal senso uno strumento. Il linguaggio anti-aristotelico di una narrazione «a-semantica» del primo periodo degli Squallor è riconducibile a quel novero di performances dell’assurdo che hanno caratterizzato più momenti nelle avanguardie artistiche del XX° secolo.

Emblematico in tal senso è il brano sperimentale Marcia Longa (1974) che rappresenta forse l’apoteosi dell’avanguardismo squalloresco. Un’opera di per sé psichedelica ma che trascende il concetto stesso di psichedelia sfuggendo ad ogni tentativo di categorizzazione. Marcia Longa è «teatro psichico», «flusso di coscienza», «terrorismo poetico». È la straniante messa in scena del nonsense in uno spettacolo sonoro a due canali stereo. Le voci dello stesso narratore (Alfredo Cerruti) si sovrappongono nella bizzarra radiocronaca di due eventi separati: «dalla Clinica di Sant’Eusebio» e «da un paese torrido come l’Africa e freddo come il Polo nord». La base musicale di Savio scandisce tempi e atmosfere mentre i due monologhi si intrecciano in un unico delirio anti-narrativo senza soluzione di continuità. La stimolazione immaginifica che ne consegue trasporta l’ascoltatore in una catarsi onirica dove la proiezione dell’assurdo si fa immagine visibile e straniante. Di minore intensità psichica ma sulla stessa lunghezza d’onda è il preludio di simili esperimenti con autentiche poesie dell’irrazionale come Ti ho conosciuto in un clubs, Indiani a Worlock, e 38 Luglio.

Uno studio a 360° del fenomeno Squallor richiederebbe molto più di un semplice articolo poiché i brani meritevoli di analisi sono tantissimi. Di sicuro il quartetto Savio/Bigazzi/Cerruti/Pace è stato anche frivola goliardia e volgarità a buon mercato ma una seria e minuziosa ricerca scevra da facili riserve e preconcetti potrebbe condurre la sensibilità del ricercatore verso radiosi momenti di insensata bellezza.

NOTE:

[1] Manuela Caretta, Triplo Touche! Un batterista in giro per l’Europa tra gli anni ’60 e ’70, Streetlib

[2] Jacqueline Schweitzer, intervista di Pino Strabioli dalla trasmissione Cominciamo Bene Prima, 1° marzo 2007

[3] Walter Everett, The Beatles as Musicians, Oxford University Press, 2001

[4] Citato in Carla Rinaldi e Michele Rossi, Gli Squallor, Compagnia Nuove Indye, 2013

[5] http://www.carlocasale.it/elio-gariboldi-discografico.php

[6] Citato in Carla Rinaldi e Michele Rossi, Gli Squallor, Compagnia Nuove Indye, 2013

 

 

 

Brigate rosse. Arriva frate mitra, l’infiltrato

tumblr_mbujv1EieW1rh1wl4o1_400Silvano Girotto, meglio conosciuto come “frate mitra”, nasce a Caselle Torinese il 3 aprile del 1939.
Figlio di un maresciallo dei carabinieri, appena adolescente sconfina in Francia dove rischia l’arresto per immigrazione clandestina. Mentendo sull’età riesce comunque ad arruolarsi nella Legione straniera. Viene quindi inviato in Algeria dove la Francia è impegnata in una spietata repressione contro i moti indipendentisti locali. Dopo soli 3 mesi, diserta disgustato dagli innumerevoli episodi di tortura perpetrati dai francesi ai danni dei patrioti algerini.

Al rientro in Italia viene arrestato perché coinvolto in un furto compiuto da alcuni coetanei. Decide di entrare nell’Ordine Francescano, prendendo il nome di padre Leone. L’attività pastorale e il contesto sociale nel quale opera lo inducono ad avvicinarsi a posizioni che gli fanno guadagnare la fama di “frate rosso”. Il vescovo di Novara gli vieta di predicare.

Nel 1969 tenta con successo di sedare una rivolta presso il carcere di Novara, agendo da mediatore. Chiede e ottiene l’autorizzazione a partire come missionario nel terzo mondo.

Giunto in Bolivia prende contatto con gli strati più poveri della popolazione opponendosi al colpo di stato militare che fa capitolare il governo progressista di Juan Josè Torres. Le forze popolari espugnano alcuni depositi militari locali rifornendosi di armi. Gli scontri con i golpisti sono violentissimi.
La scelta conseguente è quella della clandestinità. Il regime di Hugo Banzer riuscirà a comunque a prendere il potere.

La resistenza boliviana ha come base logistica Santiago del Cile, dove Girotto si trova nel momento in cui viene portato a termine il golpe contro Salvator Allende. Il Cile cade quindi nelle mani di una giunta militare guidata da Augusto Pinochet. Girotto partecipa anche in questo caso alla resistenza e viene ferito negli scontri. Cerca quindi rifugio nella sede diplomatica italiana per poi essere rimpatriato alla fine del 1973.

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Silvano Girotto

Nello stesso anno viene espulso dall’Ordine francescano, con la motivazione di aver partecipato a degli scontri armati.

Da questo ruolo nella guerriglia sudamericana contro i regimi militari dei primi anni 70 deriva il nome di Frate Mitra che da quel momento in poi lo contraddistinguerà.

In una intervista afferma di non essere pregiudizialmente contro la lotta armata, quando questa è ultima ratio contro un potere iniquo e violento; ritiene però notevoli le differenze di contesto politico e sociale tra Italia e Sudamerica: i problemi italiani, sostiene Girotto, possono ancora essere affrontati e risolti per via politica. A seguito di queste considerazioni, e tenendo conto dei numerosi omicidi e rapimenti (primo fra tutti quello del giudice Sossi), decide di collaborare con i carabinieri.

Tutto inizia con un articolo di Giorgio Pisanò, direttore del settimanale Candido, nel quale si dipinge Girotto come un simpatizzante comunista custode di segreti e conoscenze compromettenti in campo brigatista. Sarebbe dunque stato questo articolo a spingere i carabinieri del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa a contattare Girotto, al quale viene offerto di collaborare. Girotto chiede un paio di giorni per riflettere e infine accetta.

L’ex frate entra subito in contatto con ambienti brigatisti frequentando alcuni fiancheggiatori dell’organizzazione: gli è d’aiuto il prestigio derivante dall’esperienza sudamericana come guerrigliero.

A Pinerolo, Girotto conosce Renato Curcio. Il leader Br giudica genuine le intenzioni dell’ex frate e decide di dargli credito. A un secondo incontro partecipa anche Mario Moretti. A quanto sembra è in questa occasione che viene fatta a Girotto la proposta di addestrare un nucleo di brigatisti. Al terzo incontro, quello decisivo, l’ex francescano si presenta con i carabinieri.

8 settembre 1974. La 128 targata BO 545217 su cui viaggiano i due capi brigatisti Curcio e Franceschini viene bloccata alle porte di Pinerolo, al passaggio a livello sulla strada per Orbassano. Ricorda Franceschini: «Pignero, che mi teneva per il collo, mi dice: “Io non so chi tu sia, ma conosco quell’altro”. E indicò Curcio. “Lo conosco tanto bene che ho chiamato il mio cane Renato”». Alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi e sul terrorismo, il 10 febbraio 2000, Girotto racconta: «Ricordo molto bene quando fu arrestato Alberto Franceschini, che non avevo mai visto e che capitò a Pinerolo per caso: quando il giorno dopo, vedendo il capitano Pignero, gli chiesi chi era quello con gli occhiali, alto, che stava insieme a Curcio, mi rispose che era un certo Franceschini, uno dei capi, arrivato il giorno prima da Praga».

Un duplice arresto, quello di Curcio e Franceschini, che doveva essere l’atto conclusivo, il trionfo, per gli uomini del Nucleo speciale di Dalla Chiesa, ma che invece ne rappresenta il passo di addio. Ragioni politiche mai del tutto chiarite portano alla decisione di «ristrutturare» il gruppo messo in piedi dal generale. «Stanno disfacendo tutto», dice Dalla Chiesa rivolgendosi ai magistrati, «se pensate che abbiamo lavorato bene, fate qualcosa». Ottiene soltanto un plauso. Il patrimonio di conoscenze messo insieme giorno dopo giorno dai carabinieri venne disperso, gli uomini trasferiti.

Non è escluso che Girotto intendesse entrare realmente nelle Br, potendo così collaborare più fattivamente con i carabinieri e ottenere risultati maggiori nella lotta al terrorismo: propositi scoraggiati da Dalla Chiesa che avrebbe considerato “frate mitra” fin troppo esposto.image

 

L’ex francescano, dopo l’arresto dei brigatisti, riesce a condurre una vita normale avendo due figlie dalla compagna boliviana che aveva condotto con lui la resistenza contro il regime di Banzer. Lavora come operaio e diviene sindacalista. Ha modo di trovare un impiego in alcuni Paesi arabi per poi tornare definitivamente in Italia. Nel 1978 si fa da testimone nel processo contro le Br celebratosi a Torino.

Il 10 febbraio 2000 viene ascoltato nella 62ª seduta della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi a cui aveva fornito una bozza del libro autobiografico pubblicato due anni dopo.

Nel 2002, in procinto di partire alla volta di una missione cattolica in Etiopia, vuole riprendere contatto con coloro che aveva fatto arrestare e che sono ormai liberi dopo aver scontato pesanti condanne. Curcio, pur non manifestando rancore, mantiene un atteggiamento riluttante, mentre Franceschini accetta l’incontro, stabilendo con Girotto un rapporto amichevole.

Interessanti alcune dichiarazioni rilasciate, su vari temi, durante la sua missione in Etiopia.

DOMANDA: La teologia della liberazione che si sviluppò in Sud America negli anni ‘ 70 avrebbe potuto aiutare?

RISPOSTA: «Certamente, ma la Chiesa di Roma non ne volle sapere. Da un lato l’ apertura di Paolo VI, che addirittura in casi particolarmente drammatici ammetteva la lotta armata, dall’ altro l’ allora cardinale Ratzinger che ispirava i corposi documenti con cui si condannava la teologia della liberazione. Le contraddizioni della Chiesa risiedono nel fatto che non riesce a capire le condizioni della gente del Terzo Mondo. La condanna dei preservativi assomiglia tanto alla condanna inflitta a Galileo. Per ragionare nei villaggi africani non si possono usare gli stessi metri che si adoperano nelle ovattate sale del Vaticano»

D: E i rapporti con i brigatisti che fece catturare?

R: «Li ho incontrati e siamo diventati amici. Abbiamo parlato e discusso. Mi hanno dato ragione. Mi sono associato alla guerriglia in America Latina, in condizioni particolari, sotto la cappa di una feroce dittatura. In Italia non c’ erano le condizioni per la lotta armata. Era assolutamente fuori luogo pensarlo. Da noi non c’ era una dittatura che ammazzava i contadini e la povera gente. Ora anche loro sono d’ accordo con me. Nella trappola scattata a Pinerolo doveva esserci anche Mario Moretti, ma all’ ultimo momento fu avvisato da una telefonata. Non so chi l’ abbia avvisato, ma di quell’ incontro sapevano soltanto poche persone. Strano che sia sfuggito, vero?».

Giorgio Vale, il mulatto dei Nar

Giorgio_ValeNasce il 22 ottobre del 1962. Inizia la sua militanza politica nel movimento Lotta Studentesca che poi cambierà il nome in Terza Posizione. Soprannominato Il Drake si legherà particolarmente a Giusva Fioravanti, leader dell’organizzazione terroristica neofascista dei Nuclei Armati Rivoluzionari. Dopo una militanza in Terza Posizione decide di passare nei NAR.

– Mulatto (la nonna è eritrea), partecipa il 28 maggio 1980 all’omicidio dell’appuntato di polizia Franco Evagelista, detto Serpico, in servizio davanti al liceo romano Giulio Cesare. Pare che l’obiettivo del gruppo di fuoco fosse quello di schiaffeggiare gli agenti, come sfregio alla crescente militarizzazione del territorio posta in essere dalle forze dell’ordine in quel periodo. La reazione dei poliziotti provocherà una sparatoria nella quale, appunto, rimarrà ucciso Evangelista.

– Il 9 settembre è parte attiva del commando che uccide Francesco Mangiameli, esponente del gruppo neofascista Terza Posizione, accusato di aver rubato il denaro destinato all’evasione di Pierluigi Concutelli e di aver espresso giudizi poco lusinghieri proprio su Vale per via del colore della sua pelle. Mangiameli viene prima ucciso e poi zavorrato in fondo a un lago, salvo poi riaffiorare ed essere così scoperto dalle forze dell’ordine.

– Nel settembre dell’80, dopo la strage di Bologna, la magistratura emette decine di ordini di arresto ai danni di esponenti di Terza Posizione i quali però fanno in tempo a fuggire all’estero. Vale, non ancora maggiorenne, diventa uno dei capi carismatici del gruppo.

– Giorgio Vale viene tirato in ballo a seguito delle indagini sulla strage di Bologna dal capo del SISMI generale Santovito che lo identifica come punto di contatto tra l’eversione italiana e gruppi terroristici franco/tedeschi. In particolare vengono ritrovati, nel gennaio 1981, sul treno Taranto-Milano: due mitra MAB, esplosivo T 4 (lo stesso utilizzato per la strage) e due biglietti aerei intestati ad un francese e ad un tedesco con destinazione Parigi e Monaco. In seguito viene accertato che tutto il materiale era stato collocato dai servizi segreti per depistare le indagini sulla strage. Nel 1995 con sentenza definitiva vengono condannati per il depistaggio Licio Gelli e Francesco Pazienza, oltre a vari esponenti dei servizi segreti. La stessa sentenza scagiona Vale (post mortem) da ogni responsabilità. [LEGGI SENTENZA]

– Nel gennaio del 1980 Vale, ancora in Terza Posizione, si avvicina sempre più ai NAR di Fioravanti. Le ragioni sono da individuarsi nella mancanza di risolutezza e nell’autoritarismo dei maggiori dirigenti di TP accusati tra l’altro di essere fuggiti all’estero con la cassa del movimento. Vale cura i contatti con le altre organizzazioni ma è conscio della mancanza di una figura carismatica all’interno di TP.

– La prima azione di Vale coi NAR è funzionale alla sottrazione di un mitra M12 ad un poliziotto: l’esito sarà l’omicidio dell’agente Maurizio Arnesano. A Vale cade anche la pistola, durante la fuga, ma Fioravanti esprime giudizio favorevole su di lui.

– Il 5 febbraio 1981 Vale assiste all’arresto di Giusva Fioravanti, avvenuto durante un tentativo di recupero armi, nei pressi del Canale Scaricatore di Padova. Assieme alla Mambro sono presenti anche il fratello di Giusva Fioravanti (Cristiano) e Gigi Cavallini. Nella sparatoria periscono due carabinieri: Enea Condotto e Luigi Maronese . Fioravanti viene ferito ad una gamba: decide di attendere all’interno di un appartamento i soccorsi, propedeutici all’arresto.

– Il 30 settembre 1981 viene ucciso il ventitreenne Marco Pizzari, all’interno di un regolamento di conti nell’ambito dell’estrema destra romana. Amico intimo di Luigi Ciavardini viene ritenuto un “infame traditore”. Pizzari viene ucciso da un commando composto da quattro uomini travestiti da poliziotti. L’azione viene rivendicata da Volante Rossa ma in realtà è compiuta dai NAR. All’azione partecipa Francesca Mambro mentre Vale svolge un compito di staffetta e autista così come per l’omicidio Straullu.

– Nelle rapine dove c’è un alto rischio di conflitto a fuoco Vale ricopre un ruolo di copertura: per esempio nella rapina miliardaria ai danni del gioielliere Marletta che determina la fusione tra NAR ed ex di Terza Posizione. La nuova banda prenderà il nome di NAR2, dalla denominazione del processo che verrà celebrato ai componenti del nuovo nucleo armato.

– Il 5 marzo 1982 Vale prende parte ad una rapina ad una banca romana. A seguito di questa azione viene ucciso uno studente (Alessandro Caravillani) e catturata Francesca Mambro. Con gli arresti di Mambro e Fioravanti, nonché con l’uccisione di Alessandro Alibrandi a seguito di un conflitto a fuoco la polizia è convinta di poter chiudere definitivamente la partita con i NAR provando a catturare anche Vale. Le forze dell’ordine riescono ad individuare il luogo nel quale si nasconde: si tratta di un appartamento di via Decio Mure 43, nel quartiere Quadraro. Durante la stessa giornata, poco prima di mezzogiorno, la polizia decide per una irruzione nella quale rimane ucciso Vale.

– Nello stesso appartamento nel quale stava asserragliato furono trovati centinaia di proiettili sparati da armi in dotazione DIGOS ma in base ai risultati della autopsia risultò che Vale morì a seguito di un unico proiettile (alla tempia). Si parlò di suicidio ma dai dati derivanti dalla verifica col guanto di paraffina sarebbe risultato che Vale non aveva affatto sparato.

Ricordando via Fani: i servizi hanno ancora i loro segreti

Alfetta, via Fani 16 marzo 197816 marzo 1978, ore 8,45. L’auto dell’onorevole Moro, una Fiat 130 blu ministeriale, è come sempre sotto l’abitazione del presidente Dc, in via del Forte Trionfale 79. A comporre la scorta, oltre al maresciallo Oreste Leonardi, l’appuntato Domenico Ricci, il vicebrigadiere Francesco Zizzi, le guardie di pubblica sicurezza Raffaele Iozzino e Giulio Rivera. Zizzi è lì per caso: sostituisce un collega in ferie.

Negli stessi istanti nei quali Leonardi e gli altri attendono Moro, i componenti del gruppo di fuoco brigatista arrivano in via Mario Fani e si dispongono, travestiti da avieri, dietro le siepi del bar Olivetti posto all’incrocio con via Stresa e chiuso per lavori. Mario Moretti aspetta in via Sangemini (traversa di via Fani) dentro una Fiat 128 con targa diplomatica. Nella zona, a bordo di un’altra 128, stazionano, con funzioni di appoggio, Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri. Sempre in via Fani, ma dall’altra parte dell’incrocio, c’è Barbara Balzerani, armata con mitraglietta Skorpion di produzione cecoslovacca. Bruno Seghetti è a bordo di una 132 blu, pronto a trasportare Moro dopo l’azione.

La scorta parte da via del Forte Trionfale in direzione via Trionfale, poi svolta a sinistra. Moretti scivola con la sua 128 verso via Fani rallentando la corsa della 130 di Moro e dell’Alfetta; all’incrocio con via Stresa, in prossimità del bar Olivetti, quasi si ferma. E’ in questo istante che Morucci, Fiore, Bonisoli e Gallinari coprono i cinque metri di carreggiata necessari a portarsi a ridosso delle auto e iniziare a sparare. Morucci e Fiore tirano verso la Fiat 130, colpendo sia il caposcorta Leonardi che l’autista Ricci, mentre Bonisoli e Gallinari si occupano dell’Alfetta. L’immediato ferimento dell’autista di quest’ultima auto genera il rilascio della frizione e il tamponamento che porterà la 130 a picchiare a sua volta sulla 128 di Moretti. I mitra di Morucci e Fiore si inceppano ed è in questo istante che Domenico Ricci, l’autista della 130, cerca di liberare il proprio mezzo verso una via di fuga che non esiste perché il lato destro è occupato da un’altra auto, una Austin Morris. Lo stesso Ricci viene fulminato da Morucci che, nel frattempo, ha recuperato l’efficienza della sua arma. Gli altri componenti conosciuti del commando, ovvero Balzerani, Casimirri e Lojacono presidiano l’inizio e la fine di via Fani (incrocio con via Stresa).

Annientata la scorta, Fiore e Moretti agguantano Moro e lo guidano verso l’auto di Seghetti che poi parte a tutta velocità in direzione via Trionfale. A prendere due delle cinque borse di Moro è forse Morucci, poi fuggito da via Fani con una 128.

Il convoglio brigatista si immette in via Trionfale in vista di via Casale De Bustis il cui accesso bloccato da una catena viene reso fruibile grazie a dei tronchesi. Il trasbordo di Moro avviene forse in piazza Madonna del Cenacolo con il presidente Dc posizionato in una cassa collocata dentro un furgone guidato da Moretti. Un secondo trasbordo del prigioniero dentro una Citroen Ami8 avviene nel parcheggio sotterraneo della Standa dei Colli Portuensi; da qui Moretti e Gallinari trasportano Moro in via Montalcini 8, presso l’appartamento acquistato da Anna Laura Braghetti opportunamente attrezzato per la detenzione.

Si è spesso ipotizzata la presenza in via Fani di un tiratore scelto, che avrebbe permesso ai brigatisti di sopperire alla propria inadeguatezza militare. Dei 97 bossoli ritrovati 49 sarebbero di una sola arma; prova della presenza di un killer magari prestato dalla criminalità organizzata. In realtà soltanto 19 di questi 49 proiettili sono andati a segno, mentre i restanti 30 non hanno centrato né le auto né i componenti della scorta. La stessa possibilità che i 49 colpi siano stati sparati dalla medesima arma (un FNAB-43, dove il numero sta per l’anno di fabbricazione) è messa in forse da una seconda perizia risalente agli anni 90. Relativamente all’ipotesi del tiratore scelto si è pensato a un coinvolgimento della ‘ndrangheta, sulla base dei viaggi compiuti da Moretti nel sud e di una intercettazione tra il deputato Dc Cazora e Sereno Freato, segretario di Moro: telefonata nella quale si insiste sulla necessità di recuperare le foto scattate poco dopo l’agguato da un residente in via Fani, Gherardo Nucci. Gli scatti verranno consegnati alla magistratura dallo stesso Nucci e mai più ritrovati. Un nome per identificare il super killer è stato fatto: Giustino De Vuono, personaggio legato alla mafia calabrese, ex componente della legione straniera, finito in carcere per vari reati tra cui il rapimento e l’uccisione di Carlo Saronio a Milano nel 1975. De Vuono si sarebbe convertito alle Br in carcere e una volta evaso godrà di una strana libertà di azione: frequenti viaggi da e per il sud America grazie alla protezione dei nostri Servizi che di fronte alle richieste di informazioni delle autorità locali opporranno sempre uno stretto riserbo. Ancora nel settembre del 1979 si ha ricordo di lui in Italia, come testimoniano le pagine dell’Unità che descrivono una sparatoria avvenuta nel litorale tirrenico, tra le province di Catanzaro e Cosenza, nei pressi di un posto di blocco. Gli stessi articoli descrivono De Vuono come personaggio con un ruolo chiave nel rapimento e nell’uccisione di Moro.

Un altro degli elementi spesso ignorati di via Fani è la Austin Morris parcheggiata sul lato destro della strada in perfetta coincidenza con il luogo del tamponamento tra le auto della scorta e la 128 di Moretti. Il dato centrale è la targa dell’auto che, secondo la giornalista Stefania Limiti, ne indica la riconducibilità a una società legata ai servizi segreti: il veicolo sarebbe stato acquistato dalla ditta Poggio delle Rose, con sede presso l’Immobiliare Gradoli proprietaria tra l’altro di alcuni appartamenti presso il civico 96 della via Gradoli nella quale verrà scoperto il famoso covo brigatista.

I servizi segreti (italiani e stranieri) sapevano dei preparativi per il sequestro Moro?

Il KGB mise sulle tracce del politico Dc un finto studente di storia risorgimentale, formalmente in Italia grazie a una borsa di studio: si tratta di Sergey Solokov, classe 1953, ufficiale del dipartimento V del KGB quello dedito, secondo il giornalista del Daily Mail Brian Freemantle, alle azioni speciali. Approdato a Roma nel settembre ‘77 e “attenzionato” dal SISMI durante tutto il suo soggiorno in Italia, Solokov, condusse una vera e propria indagine sulle abitudini e gli spostamenti del leader democristiano allarmando Franco Tritto, uno dei più stretti collaboratori di Moro. Tra l’altro era strano che uno studente di storia seguisse con così tanta costanza le lezioni di diritto e procedura penale di Moro. Solokov farà ritorno a Mosca nel luglio 78. Negli anni 80 frequenterà ancora l’Italia come redattore della TASS.

E’ quasi certo che il KGB fosse a conoscenza delle mosse delle Br grazie alla STASI che, a sua volta controllava la RAF tedesca (in stretti rapporti con i brigatisti italiani). La tecnica “a cancelletto” utilizzata per l’assalto di via Fani è la copia di quella utilizzata dalla RAF per rapire nel settembre 77 Martin Schleyer, capo degli industriali tedeschi. Le stesse dichiarazioni di Patrizio Peci, il primo e più importante pentito delle Br, evidenziano i collegamenti tra tedeschi e italiani mantenuti, inizialmente, da Lauro Azzolini e poi da Moretti in persona. Nella risoluzione strategica del ‘78 le Br sottolineavano la necessità di sviluppare la cooperazione con altri elementi dell’internazionalismo proletario, quali l’IRA, l’ETA e la stessa RAF (in pratica il passaggio a una concezione internazionale della guerriglia). Recentemente sono state trovate negli archivi della STASI delle schede informative su tutti i leader brigatisti, a dimostrazione dell’interesse nutrito dal servizio segreto tedesco-orientale per le vicende italiane.

Su un totale di oltre 54 mila pagine riguardanti il caso Moro depositate nell’archivio storico del Senato, sono ancora 15 mila quelle classificate, non essendo stato emanato il regolamento attuativo di riforma dei servizi segreti che dovrebbe disciplinare la materia. Proprio per questo AISE e AISI, eredi di SISMI e SISDE, a quasi 40 anni dagli eventi, si oppongono alla declassificazione dei loro atti non contribuendo di certo a fare chiarezza su un evento chiave della nostra sanguinosa storia repubblicana.

Fabrizio Quattrocchi. Un caso frettolosamente archiviato

Fabrizio Quattrocchi. Un caso frettolosamente archiviatoCi sono voluti nove anni per arrivare a una sentenza, di primo grado, nei confronti di alcuni dei responsabili della barbara uccisione di Fabrizio Quattrocchi in Iraq. Una sentenza che certamente non può soddisfare i parenti del giovane contractor genovese, dato che i giudici della prima Corte d’Assise di Roma hanno assolto dall’accusa di terrorismo Hamed Hillal Al Qubeidi e Hamid Hillal Al Qubeidi, componenti del gruppo islamista Falangi Verdi responsabile, nell’aprile del 2004, del rapimento di Salvatore Stefio, Umberto Cupertino, Maurizio Agliana e appunto Fabrizio Quattrocchi. Non sono state dunque accolte le richieste del pubblico ministero Erminio Amelio (venticinque anni di carcere per finalità terroristiche), così come non è stato attribuito valore probatorio alle dichiarazioni di Stefio che in udienza aveva riferito le parole di uno degli imputati (a piede libero in Iraq) circa la partecipazione alla strage di Nassiriya. Secondo i magistrati l’atto di sequestrare e uccidere i prigionieri italiani non avrebbe potuto pregiudicare l’assetto democratico dello Stato italiano. Il legame degli imputati con gruppi eversivi non sarebbe stato provato, nonostante i numerosi video diffusi a rivendicazione delle proprie azioni, il lungo lavoro degli inquirenti americani e il fatto che gli stessi accusati abbiano scontato un periodo di detenzione presso il famigerato carcere di Abu Ghraib, vicino a Baghdad. Una sentenza che ha lasciato di stucco i parenti di Quattrocchi, già in passato oggetto di polemiche dopo la decisione dell’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi di conferire alla memoria di Fabrizio una medaglia d’oro per il coraggio mostrato di fronte agli assassini e le parole pronunciate al momento dell’esecuzione («Vi faccio vedere come muore un italiano»).

Le motivazioni della sentenza non sono piaciute alla risicata rappresentanza parlamentare di destra (Fratelli d’Italia, in testa) mentre negli altri schieramenti politici bisogna registrare un atteggiamento di distacco e disinteresse. Difficile dimenticare le polemiche innescate in passato da Giuliana Sgrena e Rosa Calipari, poi eletta in Parlamento tra le fila del Pd, circa la decisione presidenziale di conferire la medaglia d’oro a Quattrocchi: la giornalista del Manifesto, già oggetto di un sequestro a scopo di estorsione in Iraq conclusosi con la morte dell’agente Sismi Nicola Calipari, ha sempre qualificato Quattrocchi come mercenario (nonostante il contractor italiano non svolgesse compiti di “guerra sporca” ma di protezione fisica di personalità rilevanti, nell’ottica di un subappalto compiuto dalle forze americane, in accordo con quanto disposto dalla legge 210/95 in merito alla definizione dell’attività tipica del mercenario).

La sentenza della Corte d’Assise di Roma ha destato scalpore anche perché di fatto contraddice le motivazioni per le quali Ciampi concesse la medaglia d’oro a Quattrocchi: nella motivazione ufficiale si spiega, infatti, che l’atto di eroismo del giovane genovese deve essere inquadrato nell’ambito di un’azione che non può che essere definita come terroristica.

La vicenda di Quattrocchi merita comunque attenzione, al di là della sentenza che il pubblico ministero impugnerà in appello. Per esempio suscitano interesse alcune indiscrezioni giornalistiche, pubblicate sul Corriere della Sera, secondo le quali sarebbe circolata la notizia del rapimento di Quattrocchi due giorni prima della data ufficiale del prelevamento (12 aprile 2004) avvenuto durante uno spostamento in auto dall’Iraq alla Giordania. Un rapporto Digos cita una telefonata avvenuta tra un dirigente Digos e un agente Sisde nella quale sarebbero state chieste informazioni su due genovesi rapiti in Iraq, tra cui lo stesso Quattrocchi. In pratica diversi elementi, tra cui il nome di Quattrocchi e la società per cui lavorava, ovvero l’Isba (acronimo di Investigazioni, Bonifica, Servizi sicurezza e Allarmi), sarebbero emersi prima dell’effettivo sequestro. Già la sera del 10 aprile la possibilità che un genovese potesse essere vittima di un rapimento in Iraq circolava nelle redazioni senza trovare conferme. Secondo Giuseppe D’Avanzo, noto giornalista di Repubblica recentemente scomparso, il rebus si spiegherebbe ipotizzando la possibilità che i quattro italiani siano stati sequestrati in momenti diversi: Quattrocchi per primo, il 10 aprile, e gli altri tre il giorno seguente, ovvero domenica 11 aprile. Le modalità di reclutamento sono state poi oggetto di ampio accertamento da parte dell’autorità giudiziaria, con l’assoluzione di tutti i protagonisti italiani coinvolti. Circa le ragioni dell’uccisione di Quattrocchi, uno dei possibili responsabili del suo sequestro, Abu Yussuf, ex informatico di origine magrebina convertitosi alla causa della Jihad dopo aver assistito ad alcuni discorsi di Osama Bin Laden, ebbe modo di dichiarare alla stampa britannica che il genovese era stato ammazzato perché aveva partecipato, da mercenario, ad alcune missioni in Paesi a forte presenza musulmana come Bosnia e Nigeria (circostanza sempre smentita dalla famiglia dell’ucciso). Desta poi curiosità la grande pigrizia con la quale la stampa italiana ha sempre trattato la vicenda Quattrocchi: l’unico documentario, ancora reperibile in rete, sull’attività dei contractors italiani in Iraq venne prodotto dalla televisione svizzera francese RTS Un. Così come sono ancora reperibili su internet i documenti che rendono note le modalità attraverso le quali venivano condotti gli arruolamenti (tutto avveniva on line su forum appositi, già nel 2004, almeno a livello di prima conoscenza e invio dei curricula); la preferenza veniva concessa a chi in passato avesse fatto parte di reparti di élite, come i lagunari del Battaglione San Marco.

Io Ho Paura

Film del 1977 con Gian Maria Volonté. Regia di Damiano Damiani.

Il brigadiere Graziano è di stanza a Roma durante i terribili anni di piombo. Ne ha viste di tutti i colori. E’ un veterano, una sorta di factotum della polizia. Meridionale, disilluso, cerca solo di fare il suo dovere e guadagnarsi la pagnotta in tempi difficili, ben sapendo che per tanti suoi colleghi c’è stata solo una corona di fiori e (forse) una targa ricordo.
Il film inizia con l’agguato ai danni di un magistrato e la sua scorta composta da un unico, giovane, poliziotto. Il brigadiere Graziano viene chiamato ad intervenire assieme ad un collega. I due intercettano subito i terroristi, tagliano loro la strada mettendo la macchina di traverso e catapuldandosi fuori dal mezzo per ripararsi armi in pugno. Dei passanti fanno però perdere ai poliziotti quell’effetto sorpresa che avrebbe potuto favorirli: i terroristi riescono a forzare il blocco sparando decine di colpi coi loro mitra e lasciando sul selciato Graziano e il suo collega (fortunatamente illesi, perché nascosti dietro le auto in sosta).

Intanto, presso la caserma di polizia, si svolge l’ennesima commemorazione di due agenti morti per mano terrorista. La tensione è alta e i poliziotti convocano una sorta di assemblea spontanea per capire cosa fare. Graziano non se ne cura: preferisce mettersi da parte e consumare il suo pasto. Interviene solo quando vede il maggiore che con “la sua aria da superuomo” si lancia in accuse irriverenti nei confronti dei subordinati e soprattutto dei giovani poliziotti mandati in prima linea a morire senza adeguata preparazione. Graziano viene preso da parte dal capitano (Bruno Corazzari) ed invitato a calmarsi. A tale proposito gli viene affidata la scorta di un anziano magistrato fuori da qualsiasi inchiesta inerente il terrorismo.

Il giudice Cancedda (Erland Josephson) è un fedele cattolico, di idee tradizionaliste. Un esponente della vecchia guardia, con grande senso del dovere.

Si verifica un omicidio al porto ed il giudice è chiamato ad occuparsi del caso. Immediatamente i sospetti convergono su un paio di tossici con frequentazioni politiche non meglio precisate. Cancedda li interroga e si convince della loro colpevolezza. Ascolta distrattamente anche un uomo, Lunardi (Claudio Zucchet), che dichiarerà di non essere mai stato lì tranne che per prendere la nave la sera prima.
Graziano assiste alla scena e nota che Lunardi si comporta in netto contrasto con quanto dichiarato (in pratica dimostra di essere un habitué della zona). Rientrati in auto Cancedda e Graziano parlano dei due giovani arrestati: il giudice dice che molto probabilmente sarà costretto a condannarli, anche se la cosa gli dispiace. Graziano interviene ed esprime i suoi dubbi, soprattutto per quanto riguarda il comportamento sospetto di Lunardi. L’intuizione di Graziano si rivela corretta e Lunardi viene arrestato.

Da questo personaggio apparentemente minore si sviluppa la storia ed iniziano realmente i guai per l’anziano giudice e per il suo uomo di scorta. I due vengono avvicinati dalla donna di Lunardi: vorrebbe rendere delle dichiarazioni scottanti sul caso del porto, ma intende farlo subito senza attendere ulteriori dilazioni. Il giudice la ascolta e viene messo al corrente di ciò che realmente c’è sotto: un traffico di armi a beneficio di una organizzazione terroristica operante in Italia. Un caso certamente pericoloso tanto è vero che la prima reazione di Graziano è quella di tutelarsi chiamando i superiori per sapere come muoversi ed eventualmente essere esentato dal servizio. Cancedda, dal canto suo, sembra essere eccitato da quello che ha scoperto e induce Graziano a mantenere il massimo riserbo perché non si fida né della polizia né dei carabinieri. Graziano, a malincuore, è costretto a seguire il giudice nelle sue indagini e per forza di inerzia finisce per parteciparvi piuttosto attivamente.

Durante un appostamento notano e fotografano un terrorista latitante: lo seguono e scoprono che si incontra con un uomo misterioso nei pressi di Ostia. Graziano non conosce la persona in questione, ma si limita a fotografarla con un teleobiettivo. Quando svilupperà le foto in compagnia di Cancedda quest’ultimo riconoscerà il colonnello Ruiz (Raffaele Di Mario) dei servizi segreti. A questo punto il caso si fa davvero scottante: un terrorista latitante, sospettato di aver messo le bombe sui treni, che incontra un alto esponente dei servizi. Graziano è sempre più scosso e chiede al magistrato di non menzionarlo nel rapporto che questi è tenuto a stendere sull’accaduto. Cancedda decide di andare dal comandante dei servizi, suo antico conoscente, per fargli sapere che cosa succede nei suoi uffici.

Graziano decide di non seguirlo (anche se poi starà dietro Cancedda in veste di “privato cittadino”). Il giudice rimane tutta la notte presso l’abitazione del generale e ne esce solo al mattino, sconvolto. Quando Graziano ritorna da Cancedda il giorno dopo lo trova nel suo studio intento a bruciare le foto che ritraggono l’uomo dei servizi col terrorista. A questo punto gli chiede cosa abbia detto il generale ma il magistrato si rifiuta di rispondere: Graziano ha però capito tutto, in particolare che il comandante dei servizi segreti sapeva benissimo che i suoi uomini sono in contatto con i dinamitardi dei treni. Graziano capisce anche che lui e Cancedda sono in grave pericolo, assieme a Lunardi e la sua donna. Tutto appare ancora più chiaro quando il primo muore misteriosamente “suicidato” in carcere e la seconda vola giù dal nono piano del suo appartamento. Cancedda fa fatica ad aprire gli occhi, pensa ad un duplice suicidio, mentre Graziano è fermamente convinto che si sia messa in moto una macchina capace di stritolare tutti quelli che sanno: loro due compresi.

La storia prosegue con l’ingresso del giudice Moser (Mario Adorf) che eredita l’inchiesta di Cancedda: parliamo di un personaggio ambiguo, untuoso, la vera antitesi di Cancedda. Il film si divide in due parti: Cancedda (la vecchia scuola), Moser (la nuova).

A metà strada tra thriller politico e poliziesco puro, questo film di Damiani ha la capacità di entrare bene nel contesto degli anni di piombo senza compiere strumentalizzazioni politiche. Emerge, infatti, la repulsione per la violenza da qualsiasi parte politica provenga così come la ormai consolidata convinzione che lo stato (o parte di esso) non sempre abbia lavorato per il mantenimento delle libertà costituzionali. Io ho paura non intende essere un film storico, non c’è infatti alcun lavoro documentaristico o revisionistico: la sceneggiatura prende piede e si sviluppa nel contesto di quegli anni fatti di stragi, di giudici e poliziotti assassinati e di trame rispetto alle quali i servizi di sicurezza spesso non hanno fatto mancare il proprio apporto. Gian Maria Volonté regala ancora una volta una interpretazione degna del suo nome: certo si tratta forse di un titolo “minore” nella sua filmografia (e probabilmente il personaggio gli sta stretto) ma la sua capacità di dare spessore al ruolo è notevole.

Lo spettatore si ricorda di un personaggio come quello del brigadiere Graziano, sempre in bilico tra l’umana paura e la voglia comunque di andare a fondo e tener fede al proprio ruolo. Un poliziotto vero, quello di Volontè, non stereotipato, capace di sostenere una dialettica continua col giudice Cancedda (quasi votato al martirio e mosso da una incrollabile fede in Dio e nella Giustizia). Le figure di Graziano e Cancedda sono tutt’altro che improbabili ed anzi pienamente riscontrabili nel contesto di persone che garantiscono a prezzo di grandi sacrifici personali la sicurezza collettiva.

Nel film ci sono delle scene “cult” che hanno il merito di essere perfettamente attinenti col periodo storico rappresentato e di fare intuire i cambiamenti in corso anche dal punto di vista sociologico. I ruoli di contorno sono bene azzeccati, in particolare quelli del colonnello Ruiz e della donna di Graziano (Angelica Ippolito). Il film è musicato da Riz Ortolani: melodie minimalistiche capaci di sposarsi egregiamente con le varie scene (spesso drammatiche).

Lo strano caso del colonnello Varisco

– Antonio Varisco nasce a Zara il 29 maggio 1927. Tenente-colonnello dei Carabinieri è comandante del nucleo traduzione e scorte del tribunale di Roma. Muore nel 1979 a seguito di un attentato terroristico attribuito alle Brigate Rosse. E’ insignito della medaglia d’oro al valor civile alla memoria.

– Simpatico, allegro, affabile, il colonnello Varisco è particolarmente apprezzato dai cronisti romani. Il suo ruolo lo porta sovente ad avere contatti con loro. Un gentiluomo per tutti, ma un torturatore per i brigatisti che lo crivellano con 18 colpi di fucile a canne mozze. Varisco viene ucciso alle 8,25 del 13 luglio mentre con la sua Bmw percorre il lungotevere Arnaldo Da Brescia. Attentato pianificato e realizzato in fretta ai danni di un uomo che si apprestava a lasciare l’Arma per dedicarsi alla sicurezza di Farmitalia.

– Varisco sarebbe dunque stato ucciso dalla colonna romana. Il suo nome è in una lista di possibili obiettivi trovata nel covo di viale Giulio Cesare dove vengono catturati Adriana Faranda e Valerio Morucci. Il colonnello è presente a molti processi contro le BR e i NAP ed è lui che si occupa delle traduzioni e della sicurezza in tribunale.Varisco arresta Vito Miceli, capo del SID.

– I brigatisti rivendicano più volte l’azione usando un frasario particolarmente macabro. Ma il condizionale è d’obbligo per una vicenda che rimane avvolta da non poche ombre. Prima di tutto sono le armi usate ad essere particolarmente inusuali. Pallettoni e fucile a canne mozze paiono essere più adatti a un commando mafioso che a uno brigatista. Così come l’uso di motociclette/auto (le fonti divergono in tal senso) e di bombe fumogene marca Energa per coprire la fuga. Antonio Savasta, capo della colonna romana, si prende la responsabilità dell’omicidio così come Rita Algranati [clicca] che dichiarerà di aver partecipato al delitto.

– Le indagini della procura romana, accreditando la versione di Savasta e compagni, ritengono le Br romane responsabili dell’omicidio sia come mandanti che come esecutori.

– L’attività professionale di Varisco lo porterà a imbattersi in alcuni importanti casi: lo scandalo Lockheed, quello dell’Italcasse, La Rosa dei Venti e quello relativo ad una loggia massonica segreta poi comunemente denominata P2 (indagine che porterà il colonnello a indagare alcuni superiori, per esempio il generale Santovito, capo del SISMI, il servizio segreto militare). A incaricare Varisco di questi accertamenti sarà il giudice Vittorio Occorsio poi ucciso da Pierluigi Concutelli ex esponente di Ordine Nuovo (movimento neofascista sciolto nel 1973 dal ministro degli interni Paolo Emilio Taviani).

– Il nome di Varsico ricorre naturalmente anche nell’affaire Moro. Il colonnello ha un ufficio presso Piazza delle Cinque Lune nel quale si incontra con un altro ufficiale dei carabinieri (forse Dalla Chiesa) e Mino Pecorelli: quest’ultimo proprio in quei giorni pubblica sul suo giornale Op parti inedite del memoriale Moro ripromettendosi di fare ulteriori rivelazioni nelle settimane successive (non farà a tempo: sarà ucciso da un commando i cui componenti non sono mai stati identificati). Pecorelli e Varisco si conoscono e hanno modo di incontrarsi più volte nei giorni del sequestro dello statista democristiano. Strana coincidenza che i tre protagonisti di questa storia siano morti tutti in modo violento: Pecorelli e Varisco nel 1979 a Roma, Dalla Chiesa nel 1982 a Palermo.