Testimonianze.

Gli anni del baracchino CB. Quando i «whatsapp» si mandavano via radio

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Domenica 24 settembre 1972, una data passata alla storia per i radio-operatori italiani come la prima giornata nazionale C.B. Un manifesto della FIRCB (Federazione Italiana Ricetrasmissioni Citizen’s Band) annuncia per le ore 22:00 una serie di trasmissioni radio abusive con la partecipazione di alcuni parlamentari: «La legge contrasta con la Costituzione. Gli amatori della Citizen’s Band si battono per la libertà d’informazione. Durante la giornata nazionale per la C.B. domenica 24 settembre, alle ore 22 da varie città, deputati hanno deciso di servirsi della “Banda” dei 27 megacicli per spiegare al ministro delle PP.TT. l’importanza civica sociale di un fenomeno che interessa oltre un milione di italiani. Tutti i cittadini potranno ascoltare la trasmissione munendosi di apposito convertitore, del costo di poche migliaia di lire, anche con una normale radio ad onde medie. Durante la giornata in tutta Italia avranno luogo manifestazioni a favore della C.B. In tutte le edicole sarà diffuso l’organo ufficiale della Federazione Italiana Ricetrasmissioni sulla Citizen’s Band: “C.B. Italia” (supplemento di Radio Elettronica) – sabato 30 settembre, avrà luogo a Roma un raduno nazionale di C.B. Una delegazione chiederà di essere ricevuta dal Presidente del Consiglio, On. Giulio Andreotti. Prenotazioni ed informazioni per il raduno nazionale si accettano presso i centri operativi C.B. nelle principali città italiane oppure a Roma, Via Palestro II (…) ed a Milano, Via Frua 19 (…).
GIUSTIZIA PER I C.B. – GLI APPASSIONATI DEI RADIOTELEFONI SUI 27 Mhz PROTESTANO!»
baracchino3Modulare sui 27 Mhz in Italia è ancora illegale ma i fruitori di apparecchi ricetrasmittenti operano attivamente da alcuni anni. Da Nord a Sud, le voci che popolano le frequenze della banda cittadina sono sempre più numerose e chiedono al governo la libertà di esistere. Il 29 marzo 1973, dopo anni di utilizzo clandestino, un primo decreto avvia anche in Italia la regolarizzazione per le trasmissioni radio C.B. I «pirati dell’etere» escono allo scoperto e sui tetti delle abitazioni si moltiplicano «quelle strane antenne» che spesso animano le riunioni condominiali per i disturbi al segnale TV. Le conversazioni radiofoniche anticipano il mondo virtuale delle chat. Il ricorrente QSO serale, diffuso svago del dopo-lavoro, è una sorta di «gruppo whatsapp» ante litteram. Un manipolo di amici (talvolta reali ma spesso solo virtuali) si dà appuntamento quotidiano sul solito canale. Si chiacchiera, si scherza, si discute, a volte si organizza una «verticale», che nel gergo C.B. vuol dire incontrarsi di persona.

I canali, tuttavia, non sono privati e chiunque può ascoltare o intervenire. Basta dire «break al canale!» e attendere con pazienza l’autorizzazione ad accedere. Ma c’è chi quest’autorizzazione se la prende a prescindere, imponendosi talvolta con la forza del proprio segnale. Il «troll» degli anni settanta/ottanta è chiamato Querremmatore (da QRM: disturbo) ed è estremamente insidioso. Non esistono moderatori né admin, non esiste un tasto «ignore», non si può «bloccare»«bannare» alcun utente. La coscienza civica, la diplomazia e le regole fondamentali di condivisione degli spazi sono gli unici elementi che tutelano la sopravvivenza di un gruppo radio. In mancanza di tali principii vige unicamente la legge del più forte. Ed ecco che c’è chi prende le dovute precauzioni per non soccombere nella giungla dell’etere. Amplificatori, lineari, accordatori d’antenna. La radio non è internet e la possibilità di comunicare devi guadagnartela, devi conoscere la tecnica e costruirti una discreta stazione. «Spendi un dollaro per la radio e cento dollari per l’antenna» recita un motto americano molto noto ai C.B.

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Ma se un disturbatore riesce ad impedire una conversazione vuol dire che emette un segnale molto potente. Se un segnale è molto potente vuol dire che la stazione che lo emette non è poi così lontana. Tra i fruitori della radio nemmeno l’anonimato gode delle stesse garanzie della rete. Con dedizione e caparbietà, gli utenti più esperti, duri e ostinati possono ambire a risolverle faccia a faccia le diatribe con i querremmatori. È sufficiente disporre di una «barra mobile» (apparecchio radio in auto) e della giusta dose di pazienza nella ricerca del segnale, con occhio sempre vigile e attento tra le antenne delle abitazioni. Spesso il risultato è sorprendente. Dietro voci minacciose e imponenti si celano timidi ragazzini impauriti. Dietro goliardiche esternazioni infantili si scoprono stimati professionisti e padri di famiglia. Proprio come nelle chat del nuovo millennio ma con maggiori possibilità di annullare le distanze. Quasi sempre questi incontri si risolvono con una stretta di mano e un caffè al bar. Qualche volta ci scappa pure la minaccia e nei casi più turbolenti si può finire con la scazzottata. Quel che è certo è che «l’incontro in verticale» è quasi sempre un momento di unione e non di conflitto. Unione che in alcuni casi ha creato famiglie e grandi comitive. C’è chi in radio ha trovato l’amore e chi ha scoperto nuove amicizie. Altri invece hanno aiutato forze dell’ordine e civili in difficoltà, a partire dal terremoto nel Friuli del 1976, quando gli operatori C.B. fornirono assistenza attiva ai soccorsi, salvando vite umane e creando i presupposti per l’istituzione del Servizio Emergenza Radio in seno alla Protezione Civile.

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«Punte, mezze punte, puntine da disegno». L’immaginifico stile di Nicolò Carosio

fr-carosioNicolò Carosio (5 marzo 1907, 27 settembre 1984) è stato giornalista e radiocronista, per oltre trent’anni voce narrante delle imprese, e delle disfatte, della nazionale italiana di calcio. Padre genovese, funzionario di dogana, madre inglese, si laurea in giurisprudenza a Venezia.

– Inizialmente impiegato presso la Shell, si allena fin da giovane nell’arte della radiocronaca commentando partitelle nei dintorni di Venezia.

– Nel 1932, la buona occasione: Carosio scrive all’EIAR, l’Ente italiano audizioni radiofoniche, ottenendo un provino per un posto di radiocronista. Convocato a Torino, gli viene richiesto di improvvisare un «derby» tra Toro e Juve; lo fanno continuare fino a un immaginario 5 a 5, per poi fargli firmare un contratto di collaborazione. Carosio inizia ufficialmente la sua carriera di radiocronista a 25 anni, debuttando in occasione di un incontro tra Italia e Germania disputatosi a Bologna nel ’33. [1]

– La carriera di Cariosio si sviluppa veloce: radiocronista per l’emittente di Stato in occasione delle prime due vittoriose spedizioni mondiali dell’Italia, quelle del 1934 e del 1938, rende popolari termini come «traversone» (al posto di «cross»), «calcio d’angolo» (al posto di «corner») e soprattutto «rete» (al posto di «gol»): il «quasi rete» è un altro dei suoi marchi di fabbrica. [2]

Carosio racconta l’evento sportivo con uno stile tipicamente britannico: parco di termini ridondanti, non lesina però stilettate quando il gioco non lo soddisfa: «punte, mezze punte, puntine da disegno», si lascia scappare una volta all’indirizzo di giocatori dall’indefinibile collocazione tattica. [3]

– Pur amando i calciatori tecnici, apprezza soprattutto lo spirito gladiatorio: «poche storie e alzarsi» (dedicato a Rivera), «tagliarsi i capelli, così il pallone non lo vedi» (dedicato a Gigi Meroni), «Mariolino, meno veroniche e più sostanza» (riferito a Mario Corso). [4]

– Per lunghi anni gli viene attribuito un insulto razzista rivolto a Seyoum Tarekegn, guardalinee etiope che faceva parte della terna arbitrale durante il match tra Italia e Israele a Mexico ’70: al gran gol di testa di Riva, Tarekegn aveva segnalato un dubbio fuorigioco. A danno di Carosio si diffonde ben presto una voce, avallata anche dal quotidiano torinese La Stampa, secondo la quale l’esperto telecronista avrebbe definito «negraccio» il guardalinee etiope durante la diretta della partita: da qui la scelta della Rai di silurarlo. [5]

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Dopo molti anni, Carosio ottiene giustizia grazie a «Sport in tv», libro scritto da Massimo De Luca e Pino Frisoli, uscito nel 2010.

–  Carosio non diede mai del «negraccio» al guardalinee etiope: durante l’incontro Italia-Israele, a Mexico 70,  se la prende soprattutto con l’arbitro brasiliano De Moraes che non fischia molti falli evidenti ai danni degli italiani: «E’ inaudito, l’arbitro lascia ancora correre…», «finalmente l’ineffabile signor Moraes (senza il “De”, ndr) si accorge di un fallo a nostro danno». [6]

Poche le frasi di Carosio indirizzate al guardalinee etiope: quando un attaccante israeliano si presenta solo davanti ad Albertosi, Carosio parla di «fuorigioco netto lasciato correre dall’etiope». Qualche minuto dopo, per un’altra decisione del guardalinee, in favore dell’Italia, Carosio afferma: «l’etiope ha sbandierato». In occasione del gol annullato a Riva nel secondo tempo, Carosio commenta con un «siamo proprio sfortunati, a parer nostro non è fuorigioco e Riva aveva segnato regolarmente al 29. Indubbiamente ci sia consentito di parlare di sfortuna che perseguita gli azzurri». [7]

Non è quindi vero che l’ultima telecronaca Rai di Carosio sia stata Italia-Israele a Mexico 70: viceversa «continuerà a lavorare per la Tv pubblica per tutto il 1971, fino alla regolare conclusione del suo contratto di collaborazione con la Rai. Carosio non era un dipendente Rai, ma solo un collaboratore. Italia-Israele non è stata la sua ultima telecronaca dell’Italia: infatti la pr220px-niccolocarosioima partita della Nazionale dopo i Mondiali, l’amichevole Svizzera-Italia del 17 ottobre 1970, passata alla storia anche per il bellissimo gol di Sandro Mazzola, è proprio di Carosio, che alternandosi ancora con Martellini, telecronista della successiva Austria-Italia, farà anche Italia-Irlanda dell’8 dicembre 1970 per la qualificazione agli Europei. Sempre per la Nazionale Carosio farà anche Italia-Svezia del 9 ottobre 1971 per gli italiani del Nord America, come ricorda proprio Martellini all’inizio della telecronaca per l’Italia. Carosio, oltre ad alternarsi con Martellini nelle telecronache di Serie A e delle coppe europee, viene anche mandato dalla Rai a Wembley per la finale di Coppa dei Campioni Ajax-Panathinaikos del 2 giugno 1971, trasmessa in differita sul Nazionale il 3 giugno alle 14.00 e la sera dello stesso giorno era in diretta per Leeds-Juventus, finale di ritorno di Coppa delle Fiere trasmessa in diretta alle 20.30 sul Secondo causando lo spostamento di Rischiatutto sul Programma Nazionale, come si chiamava all’epoca l’odierna Rai Uno. Carosio con la Rai finisce il 15 dicembre 1971 con la partita amichevole Lega Belgio-Lega Italia giocata a Charleroi e finita 2-1 per i padroni di casa» [8]

L’alternanza con l’emergente Martellini. «Nando Martellini già si alternava da qualche anno con Carosio nelle telecronache dell’Italia. […] Per la regola dell’alternanza Italia-Germania Ovest sarebbe toccata a Carosio. La notizia che la semifinale Italia-Germania Ovest sarebbe stata affidata a Martellini e non a Carosio viene resa pubblica dalla Rai martedì 16 giugno 1970, a 24 ore dalla partita, da Giorgio Boriani, direttore dei servizi sportivi della Tv, interpellato telefonicamente da Gian Paolo Cresci, capo ufficio stampa della Rai, nel corso di una conferenza stampa con i giornalisti riuniti in viale Mazzini per un primo bilancio sulle trasmissioni dei Mondiali di calcio. Lo scrive, tra gli altri, il Corriere d’informazione, quotidiano milanese del pomeriggio, nello stesso giorno a pagina 6 titolando “Sarà Nando Martellini, non Carosio, a trasmettere Italia-Germania”» [9]

La Stampa diffonde la bufala su Carosio. «Pochi giorni dopo “La Stampa” del 20 giugno 1970, a pagina 20, in un breve articolo a firma P.B. (Paolo Bertoldi inviato in Messico) parla di “disavventura” televisiva perchè Carosio avrebbe definito “negraccio” il guardalinee etiope che aveva annullato il gol di Riva e per questo non avrebbe più commentato le telecronache dell’Italia ai Mondiali. E’ ormai accertato che Carosio in realtà non diede mai del “negraccio” al guardalinee etiope e si limitò solo, nel primo tempo, a rilevare gli sbandieramenti di Tarekegn contro i giocatori italiani. Niente di particolare, semplici rilievi tecnici e non certo offese razziste. Da notare che Paolo Bertoldi, trovandosi in Messico, non poteva avere ascoltato la telecronaca Rai. Carosio, come scrivono tutti i giornali dell’epoca, avrebbe invece commentato l’altra semifinale Brasile-Uruguay. Per la finale, la Rai decide di confermare Martellini, mentre Carosio commenta la finale per il terzo posto Germania Ovest-Uruguay. Solo al rientro in Italia si sparge la voce dell’insoddisfazione di Carosio, che avrebbe manifestato il desiderio di dimettersi con un anno di anticipo sulla scadenza del suo contratto a termine che si sarebbe risolto a fine 1971» [10]

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                     Carosio poco prima della morte

Qualcosa, però, accadde alla radio, ma Carosio non c’entra niente: un ingegnere etiope residente a Roma, Laiketsion Petros, scrive al quotidiano Il Messaggero una lettera pubblicata con il titolo: «Una frase di pessimo gusto» [11]

– «Sono rimasto molto sorpreso — scrive l’ingegnere — nel sentire alla radio i commenti sia del radiocronista che di altre persone relativi al guardalinee etiopico Tarekegn, dopo la cronaca della partita Italia-Israele. La frase che più mi ha colpito è stata quella, più volte ripetuta: “Il Negus si è vendicato”. A parte il fatto che il Negus si è già vendicato, perdonando e dimenticando il passato, e oggi Italiani ed Etiopici vivono sia in Italia che in Etiopia nella migliore delle armonie, sia nel lavoro che nello sport, ritengo che questa frase detta a 20 milioni circa di radioascoltatori, sia veramente di pessimo gusto e del tutto priva di qualsiasi fondamento» [12]

Un’altra lettera di protesta, firmata da Carmelo Bene, viene pubblicata su l’Unità con il titolo «La vendetta del Negus». Anche in questo caso si parla di una frase sentita alla radio nel dopo partita. A pronunciarla è Antonio Ghirelli, all’epoca direttore del Corriere dello Sport, che intervistato da Mario Gismondi dice proprio: «è stata la vendetta del Negus». Passa invece inosservato il commento finale di Eugenio Danese, decano dei giornalisti sportivi italiani e inventore tra l’altro dell’espressione «zona Cesarini». Danese, a proposito del gol annullato a Riva, dice:«Non vogliamo essere cattivi, ma il guardalinee era etiope, cioè africano». Un commento che oggi probabilmente desterebbe molte polemiche. [13]

FONTI:

[1], [2], [3], [4] «Nicolò Carosio, il primo cantore del football», Storiedicalcio.altervista.org

[5], [6], [7], [8], [9], [10], [11], [12], [13] «Sport in tv», Massimo De Luca e Pino Frisoli, Rai-Eri, 2010 e Nicolò Carosio: la verità definitiva su cosa accadde dopo la telecronaca di Italia-Israele nel 1970, «La tv per sport», PinoFrisoli.blogspot.it

Mundial 78. Il gran rifiuto di Cruyff non c’entra con la giunta militare

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Cruyff impartisce disposizioni durante la finale del Mondiale 74

Johan Cruyff (Amsterdam, 25 aprile 1947 – Barcellona, 24 marzo 2016), calciatore e allenatore olandese, fautore del cosiddetto “calcio totale”. Di ruolo indefinito, è considerato il più grande calciatore europeo di tutti i tempi.

– Caratterizzato da struttura fisica longilinea (180 cm per 70 kg) era in possesso di una eccellente tecnica individuale, grande visione di gioco, scatto fulmineo e notevole progressione. Capace di muoversi su tutto il fronte d’attacco, era dotato di una forte personalità e di una innata vena polemica.

Tre volte pallone d’oro, gli vengono attribuite più di 400 reti in carriera.

– Giocatore decisivo in tutti i club in cui ha militato, ha impresso un’orma anche nella storia della nazionale olandese di cui è stato capitano per buona parte degli anni Settanta.

– Il giornalista italiano Sandro Ciotti gli dedicherà un film-documentario intitolato “Il profeta del gol” nel quale, accanto all’uomo Cruyff, vengono esposte molte idee del campione olandese su calcio e metodologie di allenamento.

– Finalista con l’Olanda nella sfortunata edizione del Mondiale 1974 si è a lungo discusso sul suo rifiuto di partecipare all’edizione di quattro anni dopo in Argentina.

– E’ stata a lungo diffusa una spiegazione di tipo “agiografico”: il capitano “orange” si sarebbe rifiutato di disputare il Mundial 78 come forma di protesta verso la dittatura militare rappresentata dal generale Jorge Videla.

– Questa interpretazione degli eventi, la più favorevole a Cruyff, ha trovato larga condivisione in tutto il mondo nei giorni immediatamente successivi alla morte dell’ex campione olandese (marzo 2016).

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La tv venezuelana “Tele Sur”

– In realtà è più probabile che il rifiuto di Cruyff sia stato motivato da problemi personali. Nel 2008 l’ex campione rilascia una intervista a “Catalunya Radio”, emittente radiofonica di Barcellona, nella quale dichiara testualmente:

Forse non sapete che io ebbi problemi verso la fine della mia carriera qui. Qualcuno mi puntò un fucile alla testa:  legò me e mia moglie, davanti ai nostri tre bambini, nella nostra casa di Barcellona. I miei figli andavano a scuola accompagnati dalla polizia.  Poliziotti dormirono nella nostra casa per tre o quattro mesi. Io andavo alle partite con le guardie del corpo. Queste cose cambiano il tuo punto di vista su molte cose. Ci sono momenti in cui altri valori prendono il sopravvento. Volevamo mettere fine a quella situazione, fare una vita diversa. Pensai fosse venuto il momento di lasciare il calcio e per questo decisi di non giocare ai mondiali in Argentina

– Pur non essendoci dubbi sulla valutazione profondamente negativa data da Cruyff al regime militare argentino, le ragioni di tipo personale furono probabilmente più importanti delle considerazioni di carattere politico.

– Presso i super professionisti del calcio il problema della situazione politica argentina durante il Mundial 78 e il dilemma etico di giocare una competizione sportiva a pochi chilometri dai centri di tortura non ebbero un impatto rilevante. Non lo ebbero per i giocatori italiani e nemmeno per gli altri: la parola d’ordine era quella di affermare l’estraneità dello sport rispetto alla politica. I casi di cui si discusse all’epoca sono stati fortemente ridimensionati. Jorge Carrascosa, capitano dell’Argentina, si ritirò dal calcio alla vigilia dei mondiali per motivi mai chiariti; il portiere svedese Ronnie Hellström di cui si parlò per una sua presunta partecipazione alla marcia di Plaza de Mayo, non ebbe alcun incontro con le donne della protesta [1], mentre l’unico calciatore che affermò espressamente di non voler giocare il Mondiale argentino fu il tedesco Paul Breitner.

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Breitner con la maglia dei “franchisti” madrileni

– Il 7 aprile del 1978 la rivista Stern pubblica un articolo di Breitner fortemente critico verso la dittatura argentina: il giocatore tedesco se la prende anche con i suoi compagni di squadra, definiti “eunuchi politici”. A parere di Breitner la Germania campione in carica avrebbe avuto una responsabilità speciale: quella di prendere una posizione chiara sulla questione del Mondiale organizzato dalla dittatura argentina. [2]

Breitner rifiutò di partecipare al Mundial 78 per una congerie di ragioni: non solo il regime dei militari, ma anche la scarsa motivazione, i diverbi con tecnico e compagni, il complesso passaggio generazionale che stava caratterizzando il calcio tedesco alla fine degli anni Settanta.

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Alberto Tarantini, campione del Mondo 1978, decide di parlare dopo 27 anni di silenzio, in una intervista concessa al quotidiano argentino Página12. La sua è una difesa a tutto tondo del risultato sportivo: “I giocatori pensarono a giocare”, dice, sostenendo anche di avere personalmente chiesto a Videla della sorte di tre amici desaparecidos. Il giovane Tarantini era in un bar quando arrivò l’esercito e sequestrò varie persone, tra le quali i suoi amici che non vennero mai più trovati. [3]

Tarantini su Videla:

Videla me sacó cagando [4]

FONTI:

[1] Pablo Llonto, I mondiali della vergogna – I campionati di Argentina ’78 e la dittatura, Roma, Edizioni Alegre, 2010.

[2] El Pais, 7 aprile 1978

[3] [4] Pagina 12, 17 settembre 2005

Operazione Condor

dictadura_brasileiraAnni Settanta. Gli Stati Uniti organizzano una massiccia operazione di politica estera per mettere “sotto tutela” quegli Stati del Centro e Sud America nei quali troppo forte viene ritenuta l’influenza socialista: è l’Operazione Condor.

Il programma, oltre a coinvolgere direttamente la C.I.A., ovvero  il servizio segreto statunitense, interessa apparati militari, organizzazioni di estrema destra, partiti politici e movimenti di guerriglia anticomunisti sudamericani. Obiettivo: rovesciare governi ritenuti non affini dal punto di vista ideologico, anche se eletti democraticamente come quello di Salvador Allende in Cile.

L’impegno statunitense è giustificato da interessi economici e politici molto rilevanti: in gioco è il controllo politico e commerciale delle società latinoamericane e del locale mercato delle materie prime. In questo quadro la C.I.A. fornisce assistenza attiva, finanziamenti e coperture,  ai servizi segreti sudamericani, nonché l’addestramento di quadri operativi negli Stati Uniti.Operação-Condor-Latuff-Diálogos-do-Sul

Massiccio il ricorso alla tortura e all’omicidio degli oppositori politici. Non rari i casi di ambasciatori, politici o dissidenti assassinati oltre i confini dell’America Latina. Cile, Argentina, Bolivia, Brasile, Perù, Paraguay e Uruguay possono considerarsi i più importanti Stati coinvolti nell’Operazione Condor.

Nel 1992 il giudice paraguaiano José Augustín Fernández scopre, durante un’indagine in una stazione di polizia di Asunción, archivi dettagliati che descrivono la sorte di migliaia di desaparecidos: si tratta di persone rapite, torturate e fatte sparire tra gli anni Settanta e Ottanta da forze armate e servizi segreti di Cile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia e Brasile. Gli archivi contano 50 mila persone assassinate, 30 mila scomparse. Incalcolabile il numero degli incarcerati. Tali documenti vengono ribattezzati “Archivi del terrore”.

Alcuni casi

195-chile-flores-FOTO-02-Tribuna-del-Bío-BíoIl generale Carlos Prats e La moglie vengono assassinati dalla DINA cilena il 30 settembre 1974, con un’autobomba, a Buenos Aires città nella quale vivono in esilio. Pinochet e la direzione della DINA, nella persona di Manuel Contreras, vengono riconosciuti colpevoli di questi omicidi per stessa ammissione di Contreras. L’agente cileno Enrique Arancibia Clavel viene incarcerato in Argentina per questo omicidio.

Bernardo Leighton, politico democristiano in esilio in Italia dopo il colpo di stato di Pinochet, viene gravemente ferito durante un attentato il 5 ottobre 1976 a Roma.

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L’auto di Letelier

Orlando Letelier, ministro del governo di Salvador Allende destituito dal golpe, viene assassinato con un’autobomba il 21 settembre 1976 mentre si trova in esilio a Washington. Ancora una volta la responsabilità è attribuita alla DINA, in stretta collaborazione con la C.I.A. americana. In una lettera aperta apparsa sul Los Angeles Times il 17 dicembre 2004, il figlio di Orlando Letelier, Francisco, scrive che l’omicidio del padre è ascrivibile all’Operazione Condor definita come «una rete di intelligence utilizzata da sei dittatori sudamericani dell’epoca, per eliminare i dissidenti»

Brigate rosse. Arriva frate mitra, l’infiltrato

tumblr_mbujv1EieW1rh1wl4o1_400Silvano Girotto, meglio conosciuto come “frate mitra”, nasce a Caselle Torinese il 3 aprile del 1939.
Figlio di un maresciallo dei carabinieri, appena adolescente sconfina in Francia dove rischia l’arresto per immigrazione clandestina. Mentendo sull’età riesce comunque ad arruolarsi nella Legione straniera. Viene quindi inviato in Algeria dove la Francia è impegnata in una spietata repressione contro i moti indipendentisti locali. Dopo soli 3 mesi, diserta disgustato dagli innumerevoli episodi di tortura perpetrati dai francesi ai danni dei patrioti algerini.

Al rientro in Italia viene arrestato perché coinvolto in un furto compiuto da alcuni coetanei. Decide di entrare nell’Ordine Francescano, prendendo il nome di padre Leone. L’attività pastorale e il contesto sociale nel quale opera lo inducono ad avvicinarsi a posizioni che gli fanno guadagnare la fama di “frate rosso”. Il vescovo di Novara gli vieta di predicare.

Nel 1969 tenta con successo di sedare una rivolta presso il carcere di Novara, agendo da mediatore. Chiede e ottiene l’autorizzazione a partire come missionario nel terzo mondo.

Giunto in Bolivia prende contatto con gli strati più poveri della popolazione opponendosi al colpo di stato militare che fa capitolare il governo progressista di Juan Josè Torres. Le forze popolari espugnano alcuni depositi militari locali rifornendosi di armi. Gli scontri con i golpisti sono violentissimi.
La scelta conseguente è quella della clandestinità. Il regime di Hugo Banzer riuscirà a comunque a prendere il potere.

La resistenza boliviana ha come base logistica Santiago del Cile, dove Girotto si trova nel momento in cui viene portato a termine il golpe contro Salvator Allende. Il Cile cade quindi nelle mani di una giunta militare guidata da Augusto Pinochet. Girotto partecipa anche in questo caso alla resistenza e viene ferito negli scontri. Cerca quindi rifugio nella sede diplomatica italiana per poi essere rimpatriato alla fine del 1973.

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Silvano Girotto

Nello stesso anno viene espulso dall’Ordine francescano, con la motivazione di aver partecipato a degli scontri armati.

Da questo ruolo nella guerriglia sudamericana contro i regimi militari dei primi anni 70 deriva il nome di Frate Mitra che da quel momento in poi lo contraddistinguerà.

In una intervista afferma di non essere pregiudizialmente contro la lotta armata, quando questa è ultima ratio contro un potere iniquo e violento; ritiene però notevoli le differenze di contesto politico e sociale tra Italia e Sudamerica: i problemi italiani, sostiene Girotto, possono ancora essere affrontati e risolti per via politica. A seguito di queste considerazioni, e tenendo conto dei numerosi omicidi e rapimenti (primo fra tutti quello del giudice Sossi), decide di collaborare con i carabinieri.

Tutto inizia con un articolo di Giorgio Pisanò, direttore del settimanale Candido, nel quale si dipinge Girotto come un simpatizzante comunista custode di segreti e conoscenze compromettenti in campo brigatista. Sarebbe dunque stato questo articolo a spingere i carabinieri del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa a contattare Girotto, al quale viene offerto di collaborare. Girotto chiede un paio di giorni per riflettere e infine accetta.

L’ex frate entra subito in contatto con ambienti brigatisti frequentando alcuni fiancheggiatori dell’organizzazione: gli è d’aiuto il prestigio derivante dall’esperienza sudamericana come guerrigliero.

A Pinerolo, Girotto conosce Renato Curcio. Il leader Br giudica genuine le intenzioni dell’ex frate e decide di dargli credito. A un secondo incontro partecipa anche Mario Moretti. A quanto sembra è in questa occasione che viene fatta a Girotto la proposta di addestrare un nucleo di brigatisti. Al terzo incontro, quello decisivo, l’ex francescano si presenta con i carabinieri.

8 settembre 1974. La 128 targata BO 545217 su cui viaggiano i due capi brigatisti Curcio e Franceschini viene bloccata alle porte di Pinerolo, al passaggio a livello sulla strada per Orbassano. Ricorda Franceschini: «Pignero, che mi teneva per il collo, mi dice: “Io non so chi tu sia, ma conosco quell’altro”. E indicò Curcio. “Lo conosco tanto bene che ho chiamato il mio cane Renato”». Alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi e sul terrorismo, il 10 febbraio 2000, Girotto racconta: «Ricordo molto bene quando fu arrestato Alberto Franceschini, che non avevo mai visto e che capitò a Pinerolo per caso: quando il giorno dopo, vedendo il capitano Pignero, gli chiesi chi era quello con gli occhiali, alto, che stava insieme a Curcio, mi rispose che era un certo Franceschini, uno dei capi, arrivato il giorno prima da Praga».

Un duplice arresto, quello di Curcio e Franceschini, che doveva essere l’atto conclusivo, il trionfo, per gli uomini del Nucleo speciale di Dalla Chiesa, ma che invece ne rappresenta il passo di addio. Ragioni politiche mai del tutto chiarite portano alla decisione di «ristrutturare» il gruppo messo in piedi dal generale. «Stanno disfacendo tutto», dice Dalla Chiesa rivolgendosi ai magistrati, «se pensate che abbiamo lavorato bene, fate qualcosa». Ottiene soltanto un plauso. Il patrimonio di conoscenze messo insieme giorno dopo giorno dai carabinieri venne disperso, gli uomini trasferiti.

Non è escluso che Girotto intendesse entrare realmente nelle Br, potendo così collaborare più fattivamente con i carabinieri e ottenere risultati maggiori nella lotta al terrorismo: propositi scoraggiati da Dalla Chiesa che avrebbe considerato “frate mitra” fin troppo esposto.image

 

L’ex francescano, dopo l’arresto dei brigatisti, riesce a condurre una vita normale avendo due figlie dalla compagna boliviana che aveva condotto con lui la resistenza contro il regime di Banzer. Lavora come operaio e diviene sindacalista. Ha modo di trovare un impiego in alcuni Paesi arabi per poi tornare definitivamente in Italia. Nel 1978 si fa da testimone nel processo contro le Br celebratosi a Torino.

Il 10 febbraio 2000 viene ascoltato nella 62ª seduta della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi a cui aveva fornito una bozza del libro autobiografico pubblicato due anni dopo.

Nel 2002, in procinto di partire alla volta di una missione cattolica in Etiopia, vuole riprendere contatto con coloro che aveva fatto arrestare e che sono ormai liberi dopo aver scontato pesanti condanne. Curcio, pur non manifestando rancore, mantiene un atteggiamento riluttante, mentre Franceschini accetta l’incontro, stabilendo con Girotto un rapporto amichevole.

Interessanti alcune dichiarazioni rilasciate, su vari temi, durante la sua missione in Etiopia.

DOMANDA: La teologia della liberazione che si sviluppò in Sud America negli anni ‘ 70 avrebbe potuto aiutare?

RISPOSTA: «Certamente, ma la Chiesa di Roma non ne volle sapere. Da un lato l’ apertura di Paolo VI, che addirittura in casi particolarmente drammatici ammetteva la lotta armata, dall’ altro l’ allora cardinale Ratzinger che ispirava i corposi documenti con cui si condannava la teologia della liberazione. Le contraddizioni della Chiesa risiedono nel fatto che non riesce a capire le condizioni della gente del Terzo Mondo. La condanna dei preservativi assomiglia tanto alla condanna inflitta a Galileo. Per ragionare nei villaggi africani non si possono usare gli stessi metri che si adoperano nelle ovattate sale del Vaticano»

D: E i rapporti con i brigatisti che fece catturare?

R: «Li ho incontrati e siamo diventati amici. Abbiamo parlato e discusso. Mi hanno dato ragione. Mi sono associato alla guerriglia in America Latina, in condizioni particolari, sotto la cappa di una feroce dittatura. In Italia non c’ erano le condizioni per la lotta armata. Era assolutamente fuori luogo pensarlo. Da noi non c’ era una dittatura che ammazzava i contadini e la povera gente. Ora anche loro sono d’ accordo con me. Nella trappola scattata a Pinerolo doveva esserci anche Mario Moretti, ma all’ ultimo momento fu avvisato da una telefonata. Non so chi l’ abbia avvisato, ma di quell’ incontro sapevano soltanto poche persone. Strano che sia sfuggito, vero?».

La strage di Acca Larentia e il mistero della mitraglietta Skorpion

Vittime di Acca Larentia

Acca Larentia, Roma, 7 gennaio 1978, sezione del Movimento Sociale Italiano, quartiere Tuscolano. Poco prima delle 18 alcuni giovani militanti si muovono verso piazza Risorgimento, dove è previsto un volantinaggio. Alle 18,30 altri cinque ragazzi si preparano ad uscire dai locali della sezione. Sono Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Vincenzo Segneri, Maurizio Lupini, Giuseppe D’Audino.

– Quando Bigonzetti apre la porta blindata, la via è poco illuminata. Un gruppo di cinque o sei giovani, tra cui forse una donna, gira l’angolo di via Evandro, avanza verso i missini e apre il fuoco. Bigonzetti non fa a tempo ad accorgersi di nulla che è già a terra: investito dal piombo, e colpito alla testa, cade davanti alla porta della sede. I sicari sparano di nuovo, questa volta contro Segneri che, ferito al braccio, fa in tempo a rientrare spingendo a terra gli altri due camerati che si trovano alla soglia del locale. Per Ciavatta, che è accanto a Bigonzetti, non c’è scampo: prova a fuggire verso una rampa di scale, ma giunto al secondo gradino viene fulminato da una scarica di proiettili.

– I killers fuggono via, forse a bordo di una Renault, forse a piedi. Lentamente la porta blindata della sezione viene riaperta. I tre superstiti tentano di soccorrere Bigonzetti, che è già morto, mentre Francesco Ciavatta rantola. Passano pochi minuti e in via Acca Larentia piombano a sirene spiegate forze dell’ordine e un’ambulanza. Gli agenti prendono a bordo Vittorio Segneri, diciotto anni, operaio in una officina metalmeccanica. Gli infermieri caricano invece Ciavatta che morirà in ospedale dopo poche ore. Il padre si suiciderà per la disperazione alcuni mesi dopo ingerendo una bottiglia di acido muriatico

– In via Acca Larentia c’è un grande concitazione. Un giornalista e un operatore televisivo tentano di ricostruire la dinamica del duplice omicidio. Uno dei due, forse distrattamente, getta un mozzicone di sigaretta sulla chiazza di sangue lasciata da Ciavatta. Qualcuno interpreta il gesto come un atto di disprezzo. Il giornalista viene insultato e malmenato, l’operatore vede la sua cinepresa gettata a terra e calpestata. Si scatena un parapiglia. Un dirigente del fronte della gioventù interviene per calmare gli animi, ma proprio in quel momento un drappello di carabinieri che staziona poco lontano comincia a lanciare lacrimogeni.

– In un contesto di grande confusione, il capitano dei carabinieri Edoardo Sivori impugna una pistola e fa per sparare, ma l’arma si inceppa. Non desiste: ne chiede un’altra a un sottoposto e apre il fuoco verso il gruppo di missini. Un giovane, colpito alla testa, crolla a terra. E’ Stefano Recchioni, diciannove anni. Morirà 48 ore dopo all’ospedale.

– Il raid viene rivendicato dai Nuclei Armati per il Contropotere Territoriale:

Un nucleo armato, dopo una accurata opera di controinformazione e controllo della fogna di via Acca Larenzia, ha colpito i topi neri nell’esatto momento in cui questi stavano uscendo per compiere l’ennesima azione squadristica. Non si illudano i camerati, la lista è ancora lunga

– L’azione di Acca Larentia è scarsamente compresa perfino tra i militanti di Autonomia operaia. Viene ritrovato un secondo volantino che rivendica nuovamente l’eccidio:

Il fatto che questa azione sia stata fatta da una componente del movimento e non dal movimento intero, non colloca questa componente al di fuori del movimento stesso. Dal dibattito che c’è stato e che ancora continua all’interno del movimento emergono secondo noi due gravi carenze: la prima è una carenza di valutazione rispetto all’azione e a quello che rappresenta sia nel momento contingente sia all’interno di un piano di contropotere territoriale; la seconda è dato dal fatto della totale impreparazione del movimento di fronte a situazioni di antifascismo militante

Oreste Scalzone prende le distanze:

Questo non è antifascismo. E’ da condannare lo sparare alla cieca, senza progetto

Radio popolare lancia appelli alla distensione dopo un dibattito con gli ascoltatori che non capiscono il senso del duplice omicidio.

Francesca Mambro/1:

Il 77 era alle spalle e lo scontro con i comunisti sembrava ormai superato. Acca Larentia era la sezione che frequentava mio fratello: quel giorno non era andato perché aveva un appuntamento con il dentista, ma io non lo sapevo. Ero preoccupata. Appena arrivata chiedo chi fossero i caduti: mi dissero Francesco e Franco. Cominciammo a gridare slogan, e a contestare le guardie. ‘Che fate qui? Andate a cercare gli assassini’. Lanciarono qualche lacrimogeno. Uno colpisce Stefano Recchioni alla gamba: sta accanto a me, lo vedo chinarsi per vedere cosa fosse successo. Appena si rialza viene colpito e cade a terra. Io penso a un candelotto, provo a soccorrerlo, ma quando gli metto la mano sotto la testa per sollevargliela e vedo il sangue, capisco che si tratta di un proiettile

Francesca Mambro/2:

Noi ragazzini venivamo usati per il servizio d’ordine ai comizi di Almirante, quando serviva gente pronta a prendere botte e a ridarle, ma ad Acca Larentia i pezzi grossi del partito dimostrarono che se per difenderci bisognava prendere posizioni scomode, come denunciare i carabinieri, allora non valeva la pena. Acca Larentia segna la rottura definitiva di molti di noi con il Msi

Un militante:

Francesca Mambro me la ricordo imbestialita. Urlava a quelli affacciati sui balconi che erano dei vigliacchi, tutti complici nella caccia al fascista. Lei fu tra coloro che decisero di reagire anche con le armi

– La mattina del 9 febbraio 1987 Pierluigi Vigna rivela che la mitraglietta Skorpion usata da una frazione delle Br l’anno prima per l’uccisione dell’ex sindaco di Firenze Lando Conti e dell’economista Ezio Tarantelli è la stessa che precedentemente aveva sparato contro i missini di Acca Larentia.

– C’è una pentita: è Silvia Todini, che all’epoca del raid contro i due missini aveva quindici anni. La Todini, che ha avuto ruoli marginali nella ultima generazione delle Br degli anni 80, collabora con il giudice romano Domenico Sica già dal 1983. La Todini racconta che nell’appartamento di una certa Daniela c’erano dei giovani che discutevano sulla fabbricazione di un timbro con la scritta “Nuclei Armati per il contropotere territoriale”.

– E’ sulla base delle affermazioni della Todini che il 30 aprile ’87 il giudice istruttore del tribunale di Roma, Guido Catenacci, spicca cinque ordini di cattura. I carabinieri arrestano Mario Scrocca. Per la magistratura è il “Mario” visto dalla Todini in casa di Daniela. Ventotto anni, di professione infermiere, è sposato e padre di un bambino di due anni. Nel 1978, all’epoca dell’eccidio, aveva diciannove anni e militava in Lotta continua. L’ordine di cattura parla di duplice omicidio, tentato omicidio, associazione sovversiva e partecipazione a banda armata.

– Alle 11,30 di giovedì 30 aprile 87 Mario Scrocca varca il cancello del carcere romano di Regina Coeli. Poco dopo viene interrogato dai magistrati. Ammette la sua militanza politica dell’epoca, ma nega di aver partecipato all’agguato contro i fascisti. Terminato l’interrogatorio, Scrocca viene rinchiuso in una cella di isolamento perché deve ancora rispondere ad altre domande dei magistrati. Il giorno successivo è il 1 maggio, giorno festivo. Scrocca decide di scrivere alla moglie Rossella:

Sono qui e ancora non riesco a farmene una ragione. Il tempo si è cristallizzato. L’unica cosa che riesco ad avere chiara nella mente sei tu e Tiziano. Non tollero che tu e nostro figlio siate trascinati in questa storia di merda. Finalmente riesco a piangere, vorrei urlare, ma questa soddisfazione non gliela voglio dare. Tenerezza, tenerezza, tenerezza, Voglia di tenerezza è il titolo di un film che non ho neanche visto, ma racchiude tutto quello che penso quando mi scopro a pensare il tuo bellissimo viso. Quello che manca è la materialità della quotidiana bellezza di toccarti, di coricarmi con te. Qui se va male non si tratta di fare qualche mese, qui se il giudice decide che le accuse contro di me sono vere sto nella merda per sempre. Mi sono fumato anche l’ultima sigaretta e poi ho deciso che non ho né la forza né la volontà di aspettare che questa storia si chiarisca

– Scrocca si impiccherà poco dopo all’interno della sua cella.

– 8 settembre 1988: dopo un blitz dei carabinieri contro i militanti delle Br-Pcc, si conosce l’identità della ragazza citata dalla Todini. E’ Daniela Dolce, 36 anni, nata a Colleferro, che sfugge alla cattura. Contro di lei il giudice titolare della inchiesta sulla strage di Acca Larentia ha spiccato un mandato di cattura per banda armata, associazione sovversiva e duplice omicidio: Ciavatta e Bigonzetti. Questa ultima accusa cadrà alla fine della istruttoria. Daniela Dolce scapperà comunque in Nicaragua.

– L’arma utilizzata nell’agguato, una mitraglietta Skorpion, viene rinvenuta nel 1988 in un covo delle Brigate rosse in via Dogali, a Milano. La vicenda relativa ad Acca Larentia si conclude formalmente l’11 luglio 1990, quando la corte di assise di Roma assolve tre uomini e una donna (tra cui appunto Daniela Dolce) ritenuti esponenti dei “Nuclei armati per il contropotere territoriale”.

– Nel 2012, a seguito di una interpellanza parlamentate, viene ricostruita la provenienza iniziale dell’arma che è stata originariamente acquistata, nel 1971, dal cantante Jimmy Fontata e da questi rivenduta, nel ’77, a un ispettore di polizia: rimane tuttora ignoto il modo in cui l’arma sia giunta nella mani dei terroristi.

– Scrive il prefetto Carlo De Stefano, in risposta all’interrogazione parlamentare: 

Le indagini relative alla tracciabilità della Skorpion permisero di stabilire che nel febbraio del 71 l’arma era stata regolarmente acquistata presso una armeria di Sanremo da Enrico Sbriccoli, cantante noto al pubblico con il nome d’arte di Jimmy Fontana, il quale ne aveva denunciato l’acquisto presso la stazione dei Carabinieri di Formello. Nel ’79 il cantante venne escusso dalla Digos della Questura di Roma e riferì di avere venduto nel ’77 la sua Skorpion al funzionario di polizia dr. Antonio Cetroli che in quel periodo era il dirigente del commissariato di pubblica sicurezza Tuscolano a Roma. Secondo lo Sbriccoli la compravendita sarebbe avvenuta presso la armeria Bonvicini, di Roma, alla presenza della moglie del titolare. Sulla questione, sempre nel ’79, venne escussa la signora Ciani in Bonvicini che pur asserendo di conoscere il Cetroli e lo Sbriccoli entrambi suoi clienti non confermò i particolari riferiti agli inquirenti dal cantante. Le versioni dei protagonisti della vicenda non sono mai state concordanti, poiché il funzionario di polizia ha sempre escluso di avere acquistato armi. Il funzionario di polizia è deceduto a Roma il 30 giugno 2005. Gli autori materiali dell’eccidio di Acca Larentia non sono mai stati individuati. E’ verosimile che l’arma utilizzata per l’attentato sia confluita nell’arsenale delle Br attraverso la successiva adesione alla formazione eversiva di uno o più soggetti che la detenevano Fonte: Ugo Maria Tassinari

-I colpevoli dell’agguato sono quindi rimasti sempre ignoti e liberi. Anche il capitano dei carabinieri Eduardo Sivori non ha subìto alcuna conseguenza né giudiziaria né disciplinare.

– Da un interrogatorio del pentito Maurizio Lombino, reso nel carcere di Brescia il 22/5/1980:

I nuclei armati territoriali non erano una organizzazione fissa, raccoglievano istanze di lotta sociale genericamente intesa. Cioè non esisteva un apparato centralizzato e compartimentato, vigeva il fenomeno dello spontaneismo e fra i temi trattati collettivamente alcuni potevano autonomamente decidere di compiere azioni che poi rivendicavano sotto la sigla dei Nuclei

– Il 25 marzo 1978, a Trento, in una cabina telefonica viene rivenuto un volantino con cui i sedicenti “Nuclei armati per il contropotere territoriale”, sezione autonoma Trentino-Alto Adige, esaltano l’azione di via Fani. Comando generale dell’Arma e Sisde vengono informati.

– Numerose azioni rivendicate dai “Nuclei armati per il contropotere territoriale” sono state registrate nei primi mesi del 1979 nella città di Bergamo.  In precedenza, la stessa sigla, aveva fatto brillare un ordigno esplosivo sul terrazzo della sede di Bergamo del Msi (rivendicazione del 7/10/1978 ore 1,35)

– Sulla possibile contiguità tra “Nuclei armati per il contropotere territoriale” e Brigate rosse, in ordine a un sospettato, il Ministero dell’Interno scriveva:

F.M.G.F., nato a Milano il 17.8.1953, già ivi residente in via Cimabue 5, dal marzo 1981 risulta emigrato per l’Arabia Saudita. E’ coniugato con F.P., laureata in filosofia. La sua famiglia di origine è composta dal padre F.A., geometra, e dalla madre R. A., casalinga. Il fratello R. è deceduto all’età di anni 26 a Nairobi. Ex studente, già iscritto al 4 liceo scientifico. Militante dei gruppi della sinistra dissidente passa in Autonomia Operaia, aderendo alle frange più oltranziste della organizzazione. Passato poi nel partito armato ha militato, con funzioni organizzative, in varie bande armate operanti con diverse sigle: “Nuclei Combattenti per il comunismo”, “Nuclei armati per il contropotere territoriale”, “Gruppi di fuoco”, “Movimento comnunista rivoluzionario”, “Co.Co.Ri.” (Comitato comunista rivoluzionario). Infine, con un ruolo di rilievo, passa nella organizzazione terroristica denominata Brigate rosse. Da indagini svolte, anche in base alle dichiarazioni rese da terroristi pentiti, è emerso che il F., nel 1978, come appartenente alla organizzazione eversiva CO.CO.RI. allora capeggiata dal noto Oreste Scalzone, si recò in Libano, con una imbarcazione da diporto da lui stesso condotta, e dopo avere acquistato una ingente quantità di armi e munizioni le trasportò clandestinamente in Italia con lo stesso mezzo. Tali armi una volta giunte in Italia furono distribuite a varie organizzazioni terroristiche. Risulta colpito dai seguenti provvedimenti restrittivi: – Mandato di cattura n.54/80 ARGI, emesso il 18.6.81 dal GI del tribunale di Roma per detenzione di armi ed esplosivo per scopi terroristici, introduzione di armi ed esplosivi nel territorio dello Stato – Mandato di cattura n 59/80 ARGI emesso il 20.6.81 dall’Ufficio Istruzione del tribunale di Roma per aver costituito e diretto una associazione variamente denominata diretta a sovvertire violentemente gli ordinamenti dello Stato mediante: 1) la perpetrazione di attentati alle persone 2) l’importazione dal Libano di ingenti quantitativi di armi 3) la consumazione di rapine 4) il coordinamento con altri gruppi terroristici ideologicamente affini 5) la costituzione di una banda armata organizzata per la consumazione di attentati. Il F. è’ latitante

Testi consigliati 

  • Anni di piombo (Provvisionato, Baldoni) Sperling & Kupfer
  • Cuori rossi contro cuori neri (Sidoni, Zanetov) Newton Compton

Da “guerriero senza sonno” a “infame”. Era Walter Sordi

Walter_Sordi– Walter Sordi nasce a Roma, il 23 settembre 1961. Ancora giovanissimo milita in Terza Posizione frequentando anche la sede FUAN di via Siena, quartiere Nomentano.

– E’ parte attiva di un gruppo in cui i punti di riferimento sono Luigi Ciavardini, Giorgio Vale, Stefano Soderini, Pasquale Belsito e altri. Cominciano tutti in Terza Posizione, per poi passare, nel 1979, alla lotta armata nei Nar.

– Dedito a rapine e all’uso della violenza, il gruppo si caratterizza per i solidi rapporti di amicizia tra i componenti più in vista. Emerge una certa tendenza alla goliardia. Il Sordi dei primi tempi viene descritto, da chi lo conosceva, come un tipo tutto d’un pezzo, privo di capacità di analisi. Un manicheo, come molti altri diciottenni degli anni di piombo.

– Nella primavera del 1980 alcuni pubblici ministeri romani firmano una requisitoria nel processo contro TP nella quale si chiede al giudice istruttore il rinvio a giudizio per i reati di banda armata e associazione sovversiva; viene chiesta anche l’emissione del mandato di cattura per dozzine di giovani simpatizzanti di destra, tra cui molti minorenni. Più di cento famiglie vivono nell’ansia. Dopo la strage di Bologna, l’attesa diventa insostenibile. Nell’estate del 1980 circa trenta giovani si danno alla latitanza precauzionale. Tra loro ci sono Alibrandi, Belsito, Ciavardini, Soderini, Sordi. Proprio Sordi, assieme ai camerati Alibrandi e Belsito, decide di arruolarsi nei campi di addestramento militare della Falange Maronita libanese: praticamente la milizia cristiana alleata di Israele nella lotta contro i palestinesi. In particolare Alibrandi pare essere affascinato dalle capacità militari degli israeliani (incaricati di addestrare le milizie cristiano-maronite).

– Nella metà del 1981, Sordi, appena rientrato in Italia, aderisce allo spontaneismo armato dei Nar. Nell’ottobre del 1981, a Milano, Alibrandi, Sordi e Cavallini vanno a Milano. L’obiettivo è Giorgio Muggiani, neofascista milanese, che nel dopoguerra, assieme a Domenico Leccisi, aveva trafugato la salma di Mussolini. L’accusa è quella di aver venduto Cavallini alla polizia nell’ambito delle indagini per l’uccisione dello studente di sinistra Gaetano Amoroso (assassinato nel 1976 per vendicare Sergio Ramelli, studente di destra, massacrato l’anno prima). Sulla strada che porta a Muggiani, i tre vengono intercettati da una volante della DIGOS che intima l’alt. Alibrandi, al volante, forza il posto di blocco: scatta l’inseguimento. Lo stesso Alibrandi, dopo un tratto di strada, frena di colpo, scende, e spara all’impazzata. Colpisce Carlo Buonantuono, l’agente alla guida, ferendolo gravemente e quello che gli è seduto affianco, Vincenzo Tumminello, ammazzandolo sul colpo. Infine si lancia all’inseguimento del terzo agente, Franco Epifanio, vent’anni, che ferito si è rifugiato nell’androne di un portone; Alibrandi finisce per desistere mentre Sordi avvicinatosi all’auto dei poliziotti prima di rubare le armi ammazza con un colpo alla testa l’agente Buonantuono. E’ il primo omicidio di Sordi.

– Pochi giorni più tardi, Sordi partecipa all’esecuzione del capitano della Digos Francesco Straullu: ventisei anni, originario della Sardegna, si è rivelato brillante nella caccia ai fascisti. Straullu è particolarmente malvisto dai neri, che lo ritengono responsabile di violenze sui prigionieri e abusi sessuali sulle donne. L’attentato contro Straullu scatta la mattina del 21 ottobre 1981. Quel giorno il capitano Digos non si serve della solita Alfetta blindata, ma adopera una normale Ritmo. L’auto dell’ufficiale, guidata dall’agente scelto Ciriaco Di Roma, viene intercettata in via del Ponte Ladrone, in prossimità di un sottopassaggio, laddove è costretta a rallentare. Il commando NAR  è equipaggiato con armi moderne: è previsto anche che qualcuno si apposti sul cavalcavia in modo da sparare dall’alto, perché il tetto è il punto più vulnerabile delle auto blindate. Quando i terroristi si trovano davanti una normale Fiat e non la prevista Alfetta blindata l’agguato si tramuta in mattanza. Walter Sordi si piazza in mezzo alla strada e apre il fuoco con un Heckler & Koch G3 cal 7,62 (fucile d’assalto con una capacità di fuoco impressionante). Alibrandi lascia partire un’altra scarica con il suo Garand, mentre Soderini e Cavallini mitragliano ai lati. L’auto con Straullu sbanda paurosamente e si schianta contro un muro. Alla Mambro viene impedito di avvicinarsi ai corpi per l’usuale sottrazione delle armi. Cavallini rinuncia al macabro rituale della lancia da conficcare nel petto del nemico. Il commando, dopo aver compiuto il fatto, si allontana a bordo di una Alfasud rossa e di una Ritmo di colore grigio, entrambe rubate. In sede di sopralluogo vengono rivenuti numerosi bossoli di vario tipo, tra cui alcuni di calibro 7,62 Nato per fucile modello “Fal” del tipo blindato. Strullu verrà riconosciuto soltanto grazie ai documenti.

– Il 5 dicembre del 1981 i reduci dei campi di addestramenti libanesi, Belsito, Sordi, e Alibrandi, si fermano per comprare dei mandarini presso un chiosco di frutta della borgata Labaro, sulla via Flaminia. Transita una volante: a bordo ci sono Ciro Capobianco, Luigi D’errico e Salvatore Barbuto. L’auto inverte la marcia e avanza a filo di gas, rasentando i giovani. Alibrandi si accorge della manovra, getta per terra le bucce del mandarino, e impugna la pistola iniziando a sparare. Capobianco si accascia lungo il sedile, mentre D’Errico si precipita fuori dalla volante per ripararsi dietro un muretto e rispondere al fuoco. Dopo un attimo di sorpresa, anche le pistole di Sordi e Belsito cominciano a crepitare. Sordi viene preso a una mano, Barbuto centra alla nuca Alibrandi (successivamente Massimo Carminati, intercettato dai Ros, rivelerà che Alibrandi era stato vittima del “fuoco amico”). Alibrandi non si vede più: è caduto tra le macchine in sosta, svanito alla vista degli altri. Sordi salta nella volante seguito dagli altri due e parte sgommando verso la Flaminia. A bordo, in fin di vita, c’è ancora l’agente Capobianco. Spira due giorni dopo senza avere più ripreso conoscenza, mentre Alibrandi muore praticamente sul colpo. La madre di Capobianco perderà l’uso della parola per mesi.

– Sordi costituisce una sua banda personale tra Vigna Clara e l’Eur chiamata Walter’s Boys; formata da giovani fedelissimi fiancheggiatori e aspiranti eversivi, studenti che vivono in ambienti borghesi e offrono nascondigli. All’occorrenza vengono premiati con la partecipazione sul campo a qualche azione. I fedelissimi di Sordi considerano il loro capo un semidio. Le sue farneticazioni, la posa da soldato politico e “guerriero senza sonno”, affascinano i ragazzi.

– Il 5 marzo 1982, un commando NAR (del quale fanno parte, tra gli altri, Sordi, Francesca Mambro, Giorgio Vale) rapina la Banca Nazionale del Lavoro di Piazza Irnerio a Roma. Nel darsi alla fuga trovano le forze dell’ordine con cui ingaggiano un violento conflitto a fuoco in cui muore Alessandro Caravillani, studente di 17 anni, che passava di lì per caso. Francesca Mambro è ferita gravemente e trasportata nel pronto soccorso dell’ospedale San Filippo Neri dove verrà poi arrestata.

– Il 24 maggio del 1982 Sordi e Cavallini attaccano gli agenti di guardia alla sede dell’Olp per disarmarli. Sordi e Cavallini arrivano in Vespone sparando contro i poliziotti Pillon e Galluzzo. Il primo è ferito, il secondo muore. Dalle finestre della sede diplomatica palestinese iniziano a sparare anche gli arabi della scorta. Pochi mesi dopo, il 18 settembre, Sordi finisce in catene a opera dei carabinieri che lo catturano in un villino di Lavinio. Ha ventuno anni. Nel primo pomeriggio giungono telefonate anonime ad alcuni quotidiani nelle quali gli amici dello stesso Sordi, probabilmente per evitare trattamenti “impropri” da parte della polizia, danno notizia dell’arresto.

– Subito dopo l’arresto decide di collaborare con la magistratura e comincia a raccontare particolari inediti sull’eversione di destra. Arrivano i benefici di legge e dopo circa un anno e mezzo di carcere viene ammesso agli arresti domiciliari protetti, presso la caserma dei carabinieri di Forlimpopoli, prima di essere trasferito in una località segreta. E’ tuttora sottoposto a un programma di protezione e vive in località segreta.

– La pubblicazione della legge sui pentiti è molto attesa. Non solo dai possibili beneficiari, ma anche dai magistrati. Nella legge 29 maggio 1982, n. 304 sono previste quattro ipotesi di pentimento: una per i fiancheggiatori, una per i dissociati, una per i pentiti veri e una per i cosiddetti i “superpentiti” la cui collaborazione è considerata di eccezionale rilevanza. Le pene, per quest’ultimo caso, sono ridotte fino a un terzo: invece dell’ergastolo, pene da sei a otto anni. E’ prevista anche la libertà provvisoria. Dissociati, pentiti e superpentiti possono usufruire della sospensione condizionale della pena (se condannati a meno di quattro anni di reclusione) e della liberazione condizionale (se dimostrano un sicuro ravvedimento).

– Un impulso decisivo alle indagini di polizia, alla scoperta di nuovi covi Nar a Roma, viene fornito proprio da Sordi che decide di collaborare con gli inquirenti subito dopo la cattura. L’inchiesta giudiziaria sui Nar ricostruisce proprio grazie a lui e ad altri pentiti una lunga serie di delitti, attentati e rapine, avvenuti tra il dicembre del 1981 e l’inizio del 1984.

– Il 17 ottobre del 1982, interrogato dal giudice Imposimato, dichiara: “Conosco Giusva Fioravanti da alcuni anni. Egli mi fu presentato da alcuni camerati dell’Eur, quartiere che io frequentavo abitualmente abitando nel Prati. Il Giusva ha militato prima nel MSI a Monteverde insieme ad Alessandro Alibrandi e Cristiano Fioravanti, suo fratello. Dopo alcuni anni di politica legale, costellata di alcuni scontri con i compagni, Valerio ha cominciato a fare politica extraparlamentare, costituendo un piccolo gruppo armato, formato da lui stesso, Alibrandi, Stefano Tiraboschi, e al fratello Cristiano. Essi cominciarono a praticare la lotta armata tramite rapine, e attentati alle persone. Il gruppo capeggiato da Giusva agiva anche in collaborazione occasionale con elementi del FUAN e con un gruppo di fascisti dell’EUR composto da Carminati Massimo, i fratelli Stefano e Claudio Bracci, e Franco Anselmi. Il primo delitto di rilievo fu l’uccisione, se non erro nel 1978, del compagno Scialabba. All’azione parteciparono i due Fioravanti, Alibrandi, Mario Pedretti, Franco Anselmi, Francesco Bianco e altri due che non ricordo. Nell’omicidio Scialabba furono usate una pistola cal 22 e 38 di Valerio. Un delitto molto importante compiuto dal gruppo di Fioravanti fu la rapina all’armeria di via Nattuzzi, nella quale morì Franco Ansalmi. Il fatto fu compiuto il 6 marzo del 1978 da Alibrandi, i fratelli Fioravanti, Franco Anselmi e Francesco Bianco. Ci furono anche altri complici con funzioni di copertura. A partire da quel momento il gruppo assunse, su proposta di Tiraboschi, la denominazione di Nar”.

Da un interrogatorio di Walter Sordi ai giudici Imposimato e Sica, del 15 ottobre 1982: “Parlando in particolare degli investimenti di somme di denaro da noi fatte attraverso la banda Giuseppucci-Abbruciati, posso dire che nel 1980 Alibrandi affidò alla banda stessa 20 milioni di dire, Bracci Claudio 10 milioni, Carminati Massimo 20 milioni, Stefano Bracci e Tiraboschi 5 milioni. Ricordo che Alibrandi percepiva un milione al mese di rendita. Mi fu spiegato che gli investimenti dovevano avvenire per un periodo non inferiore a sei mesi e che gli interessi corrispondenti erano del 5-6 % mensili. Era Bracci Stefano che si preoccupava di consegnare il denaro per conto di tutti alla banda Giuseppucci-Abbruciati, ricevendone la rendita mensile. Tutto era fondato sulla fiducia. Io ho affidato al Bracci Stefano lire 65 milioni, provenienti da rapine in banche, in più riprese. […] I soldi affidati alla banda Giuseppucci-Abbruciati erano tutti in contanti. Come ho già spiegato, Giuseppucci e Abbruciati prevalentemente investivano il denaro da noi ricevuto nel traffico della cocaina e nell’usura, ma c’erano anche altri investimenti nelle pietre preziose e nel gioco d’azzardo. Ricordo che un giorno, mentre io ero a Beirut insieme ad Alibrandi, ricevetti una telefonata da Carminati il quale chiese se vi era possibilità di piazzare pietre preziose di provenienza illecita. Dalla ricettazione di gioielli provenienti da rapine si interessavano uomini collegati alla banda Giuseppucci-Abbruciati”

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