Testimonianze.

Articolo 90. Concutelli finisce nei «braccetti della morte»

Con l’uccisione in carcere di Ermanno Buzzi (in collaborazione con Mario Tuti) e soprattutto di Carmine Palladino, Pierluigi Concutelli, capo militare del Movimento Politico Ordine Nuovo, finisce nei cosiddetti «bracci della morte», un regime detentivo particolarmente duro. Per capirne la genesi occorre arrivare fino all’articolo 90 della legge sull’ordinamento penitenziario del luglio 1975: «Quando ricorrono gravi ed eccezionali motivi di ordine e di sicurezza», dice la norma, «il Ministro di Grazia e Giustizia ha la facoltà di sospendere, in tutto o in parte, l’applicazione, in uno o più stabilimenti penitenziari, per un periodo determinato e strettamente necessario, delle regole di trattamento e degli istituti previsti dalla presente legge che possano porsi in concreto contrasto con le esigenze di ordine e di sicurezza». Di fatto si tratta della possibilità di sospendere, appunto «per eccezionali motivi di ordine e sicurezza», all’interno di uno o più carceri, una riforma dell’ordinamento penitenziario, come quella del 1975, frutto di un grande ciclo di lotte dei detenuti.  

Palladino

Carmine Palladino

L’obiettivo, nemmeno tanto nascosto, è quello di assestare dei colpi decisivi alle organizzazioni combattenti attive lungo gli anni Settanta. Nonostante tutto, le carceri continuano per gran parte del decennio in questione a essere difficilmente governabili. Una particolarità italiana sarà poi il determinarsi di una sorta di comunione d’intenti tra i prigionieri politici e il cosiddetto proletariato extralegale, teorizzato, e in parte realizzato, dai NAP, i Nuclei Armati Proletari.

La risposta dello Stato non si fa però attendere: nel 1977 viene istituito il regime degli «speciali» sorvegliati dai carabinieri. Il famigerato art. 90 inizia a essere applicato pedissequamente a partire dai primi anni Ottanta attraverso l’istituzione, appunto, dei cosiddetti «braccetti della morte», sezioni di massimo isolamento che prevedono una fortissima riduzione, o interruzione, dei contatti con l’esterno. L’attuazione di questo inasprimento del regime penitenziario per i detenuti considerati più pericolosi, o comunque più attivi politicamente, avviene in contemporanea con la modifica del codice penale (approvazione dell’articolo 270 bis – associazione sovversiva con finalità di terrorismo) e le nuove norme su pentitismo e dissociazione volute da Cossiga.

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Le righe che di seguito pubblichiamo, sono tratte dal nostro libro «Maledetti ’70 – Storie dimenticate degli anni di piombo» e riguardano il caso di Pierluigi Concutelli subito dopo l’omicidio, in carcere, di Carmine Palladino considerato responsabile, per delazione, della tragica fine del Nar Giorgio Vale.

Concutelli

Pierluigi Concutelli

Dal paragrafo «Il comandante e il caterpillar», pagg.129-130:

«Dopo regolari condizioni di isolamento e trasferimenti in diversi penitenziari, la punizione più severa deve ancora sopraggiungere. Se rivendicare l’uccisione di un uomo rappresenta una ben precisa volontà ideologica, in galera tale scelta comporta un prezzo da pagare. L’importo è molto alto, si chiama articolo 90, una misura disciplinare che comporta la permanenza in aree speciali che nel gergo carcerario vengono chiamate “i braccetti della morte”, ovvero sezioni penitenziarie che prevedono una rigida forma di isolamento capace di spaventare anche gli ergastolani dalla pellaccia più dura. Il trattamento comporta una drastica riduzione dei diritti del detenuto ed è riservato a coloro che nonostante la carcerazione continuano ad essere considerati soggetti pericolosi. I braccetti aprono i battenti nel 1982 e prima di diventare illegali saranno a lungo utilizzati dallo Stato come strumento per incoraggiare i prigionieri a diventare collaboratori di giustizia. La routine carceraria che ne consegue è un annientamento psicologico ai limiti dell’umana sopportazione. Non è consentito alcun rapporto con altri detenuti, nemmeno tramite corrispondenza. È fatto divieto di detenere generi alimentari e sono banditi tutti gli oggetti al di fuori degli indumenti. Ogni tipo di attività culturale, sportiva o ricreativa è tassativamente vietata. I colloqui sono drasticamente ridotti e avvengono solo con i parenti più stretti, davanti a un vetro divisore e alla presenza delle guardie. Nessuna telefonata, nessuna lettera, nessun contatto con l’esterno.

Ventitré ore al giorno chiusi in uno stanzino e perquisiti ad ogni accesso all’aria che consiste in un’ora giornaliera in pochi metri quadrati di cortile. Concutelli varca le soglie dell’articolo 90 aggravato dopo il suo secondo omicidio in carcere. Stessa modalità d’uccisione, stesso angolo “buio” di Novara. Questa volta però il comandante ha fatto tutto da solo. La vittima è un altro detenuto neofascista: l’avanguardista Carmine Palladino, luogotenente di Stefano Delle Chiaie, colpevole d’aver “venduto agli sbirri” la vita di Giorgio Vale, militante dei Nuclei Armati Rivoluzionari. Secondo più fonti, Palladino avrebbe rivelato alle forze dell’ordine le istruzioni per giungere al nascondiglio del ricercato dei NAR, un appartamento al pian terreno in via Decio Mure a Roma, nella zona del Quadraro. Durante il blitz del 5 maggio 1982, il ragazzo è morto con un proiettile alla testa esploso in circostanze controverse. Alcune fonti parlano di un conflitto a fuoco, altre di un suicidio, altre ancora di una brutale esecuzione a sangue freddo. Ciò che è certo per Concutelli è che un camerata di soli vent’anni è stato ucciso dagli agenti del regime grazie alle rivelazioni di un delatore. In aula di tribunale Concutelli ribadirà di aver ucciso Palladino da solo e di averlo fatto «perché delatore, dirigente di un’organizzazione che aveva connivenze con il potere ed i servizi segreti». Con l’apertura dei braccetti, la reazione dello Stato è dura e immediata ma lì dentro Concutelli ci sarebbe finito ugualmente. Nel nuovo regime carcerario ogni tentativo di ribellione frutta solo pestaggi dalle guardie. Tolleranza zero. Un passo in avanti nella severità giuridica equivarrebbe soltanto alla pena di morte. Pochi detenuti hanno avuto accesso a quelle sezioni. Stando ai loro racconti, un mese lì dentro rappresenta l’eternità. Tuti e Concutelli vi rimarranno sepolti per cinque interminabili anni»

 

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MARIO MERLINO, il figlio dei fiori

Merlinodi Ben Oates

Cosa ci sta a fare un capellone, con barba lunga e occhiali da intellettuale, fra i neofascisti degli anni Sessanta? A guardare Mario Michele Merlino pensi più a Jerry Garcia dei Grateful Dead o ad Augusto Daolio dei Nomadi, di sicuro non a un macho con un manganello in mano che il giovane Merlino qualche volta ha usato.

Merlino è nato a Roma il 2 giugno 1944, evento questo che lo costringe a vedere mischiati i festeggiamenti per il suo compleanno con quelli della mai amata Repubblica Italiana, un fastidio che lo spinge a ricordare con orgoglio le sue prime 48 ore di vita, quelle cioè passate sotto la RSI prima che gli odiati yankee entrassero trionfanti nella capitale. Figlio di un funzionario del dicastero pontificio Propaganda Fide, verso la fine del 1960 Merlino si iscrive alla Giovane Italia; due anni dopo è la volta del MSI che Merlino lascia nel giugno del 1965, deluso dall’accordo che Giorgio Almirante, all’opposizione interna, stringe a Pescara con Arturo Michelini segretario del partito; per molti giovani neofascisti quell’intesa sancisce il frantumarsi del sogno di vedere il MSI come unico mezzo di lotta al sistema.

Merlino si avvicina quindi ad Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie iscrivendosi all’ASAN, l’organizzazione universitaria di AN; è con i camerati dell’ASAN che, il 27 aprile 1966, Merlino si trova coinvolto negli scontri fra neofascisti e socialcomunisti che provocano la morte dello studente di Architettura Paolo Rossi: con i camerati che sono ai piedi della scalinata interna dell’Università, opportunamente tenuti lontano dai compagni grazie a un cordone di Carabinieri, Merlino vede precipitare Rossi come un sacco, senza un grido.

Il 1968 è l’anno delle battaglie, delle manifestazioni, degli scontri. Insieme ai camerati di AN, Caravella ed Europa e Civiltà e ai compagni del Movimento Studentesco, Merlino è a Valle Giulia con in mano il suo manganello per darsele di santa ragione con i celerini. Poche settimane dopo è nel gruppo di neofascisti italiani ed ellenici che, a bordo dell’Egnatia, da Brindisi salpano alla volta della Grecia per celebrare il primo anniversario del golpe dei colonnelli; prima di partire Merlino è costretto a recarsi dal barbiere per tagliare i capelli, obbligato dalle ferree regole di buon costume imposte dalla giunta ellenica.

Della gita «d’istruzione» il SID è perfettamente a conoscenza grazie a Stefano Serpieri, ex ordinovista, in quel momento appartenente a Europa e Civiltà, da qualche anno anche informatore dei servizi, pure lui imbarcato sull’Egnatia; a chiudere il cerchio c’è l’addetto militare dell’ambasciata italiana di Atene che risponde al nome del colonnello Gianadelio Maletti.

Merlino e gli altri sono inconsapevoli di andare incontro a una cocente delusione, ancora oggi egli rammenta perfettamente i morsi della fame patiti ad Atene, dovuti all’indifferenza pressoché totale che le autorità greche ebbero verso i loro ospiti. I colonnelli, visceralmente anticomunisti, non avevano mai rivendicato alcuno spirito o ideologia fascista; per loro era stato fondamentale liberarsi dallo spettro di avere una bandiera rossa a sventolare su piazza Syntagma (oltre a quello di vedere intaccate le loro buste paga); inoltre non va esclusa l’ipotesi che nei militari ellenici fosse ancora vivo il ricordo di quel spezzeremo i reni alla Grecia di mussoliniana memoria.

Il 1968 per Merlino segna anche un punto di svolta interiore, una crisi esistenziale e politica che se da una parte gli creerà ripercussioni psicologiche dall’altra sarà causa di effetti di natura giudiziaria ben più pesanti (e non solo per lui). Merlino è sfiduciato verso i movimenti di destra e per nulla attratto da quelli di sinistra: la decisione di abbandonare AN diventa inevitabile. Dopo una breve frequentazione di alcuni gruppi di cattolici integralisti, approda su posizioni decisamente anarchiche. Arrivato il fatidico 1969, Merlino entra nel circolo Bakunin della capitale insieme a una quindicina di anarchici fra cui Ivo Della Savia e Pietro Valpreda. Tutti conoscono il passato fascista di Merlino, sanno che alcuni vecchi amici continua a frequentarli, ma nessuno si preoccupa o ha da ridire. Nell’estate di quell’anno Merlino è a manifestare di fronte al Palazzo di Giustizia di piazza Cavour in sostegno degli anarchici arrestati a Milano per gli attentati dinamitardi avvenuti a bordo di alcuni treni.

Insieme a Valpreda, Della Savia e tal Andrea Polito, in ottobre Merlino lascia il Bakunin per fondare il 22 Marzo, un nome che, stando a quanto ancora oggi afferma, fu imposto da Valpreda in onore del Sessantotto francese ma avversato da Merlino perché timoroso che sorgessero equivoci con un altro movimento, il XXII Marzo, creato un anno prima da Delle Chiaie con l’intento di unire i gruppi neofascisti giovanili al Movimento Studentesco dato che il nemico era uno solo, cioè il sistema. In quel momento tutti ignorano che Polito altro non è che Salvatore Ippolito, agente dell’Ufficio Politico della Questura di Roma, infiltrato su ordine del commissario Domenico Spinella, il quale da tempo nutre sospetti sull’attività politica di Della Savia.

MERLINO Agosto 1969

Merlino, agosto 1969

Il 12 dicembre 1969 Merlino deve incontrare Marcello Lelli, segretario federale della Federazione Giovanile Comunista Italiana e suo ex compagno di scuola, per esaminare la tesi di laurea che Merlino ha scritto sui rapporti fra Stato e Società. Lelli gli dà appuntamento per le 16 presso l’Istituto di Sociologia. Merlino decide però di non andare da Lelli, spinto dall’esigenza di vedere Delle Chiaie per confrontarsi con lui su quella che sente come una forte e profonda crisi personale, oltre che politica. Intanto a Milano scoppia la bomba ed è strage: poco dopo altre esplosioni avvengono a Roma in una banca e ai piedi dell’Altare della Patria, ma per fortuna non ci sono vittime.

Sospettato per gli ordigni esplosi nella capitale, come gli altri anarchici del 22 Marzo, anche Merlino viene fermato e portato in Questura raggiunto poi da Serpieri, ufficialmente convocato per essere interrogato, in realtà è lì per carpire eventuali confidenze di chi è seduto in sala d’attesa. Sulla questione dei nomi XXII Marzo e 22 Marzo, sulla vera o presunta data di nascita del secondo, per alcuni risalente al mese di aprile ‘69 e soprattutto sulla storia dell’alibi di Merlino e Delle Chiaie per i fatti del pomeriggio del 12 dicembre, ancora oggi storici e studiosi dibattono. Per molti di loro le sentenze e motivazioni di esse non rispondono ai quesiti o non corrispondono alle tesi, spesso teoremi, che da anni pongono a chi legge i loro saggi.

Che di bandolo intricato si tratta è poco ma sicuro, tanto che ancora rimangono zone d’ombra. Benché in agenda avesse annotato l’incontro con Lelli per il 12 dicembre, il giorno prima Merlino chiede a Delle Chiaie un colloquio che ha il sapore di sfogo/confessione sulla sua crisi. Delle Chiaie gli dà appuntamento nella casa di via Tuscolana per il pomeriggio del giorno dopo, impegno di cui, al contrario di Merlino, Delle Chiaie si dimentica. La sera del 12 agli inquirenti Merlino tace l’episodio per non coinvolgere Delle Chiaie nell’inchiesta e dichiara che quel pomeriggio era a passeggio da solo, per le vie della capitale; la scelta di Merlino è dettata anche dalla convinzione che il suo rilascio sarebbe stato imminente; solo nel caso in cui fosse stato trattenuto più dei tre giorni stabiliti dalla Legge, Merlino avrebbe menzionato l’appuntamento con Delle Chiaie e quest’ultimo sarebbe quindi dovuto andare in Questura a confermare che il suo amico, il pomeriggio del 12, era a casa sua e, vista la sua assenza, si era intrattenuto con la sua compagna Leda Minetti e i suoi due figli, Claudio e Riccardo dei quali, anni dopo, Merlino sposerà la sorella Mirella.

MERLINO ROBERTO GARGAMELLI E VALPREDA

Merlino, Gargamelli, Valpreda

A casa di Delle Chiaie i tre ragazzi avevano passato il tempo a parlare di un viaggio fatto in Romania alcuni anni prima, ricordi raccontati sulle note del Die Fahne Hoch (In alto la bandiera), l’inno del partito nazionalsocialista dei lavoratori, suonato al piano in chiave jazz da Riccardo. Di tutto questo Merlino ne racconta a Serpieri che, in Questura, è seduto accanto a lui insieme a Polito/Ippolito e lo prega di avvisare Delle Chiaie di tutti i dettagli; Serpieri invece tace su quello più importante, la questione dei tre giorni e dell’eventuale rilascio di Merlino, mettendo così Delle Chiaie nella condizione di non recarsi in Questura a confermare l’alibi del suo ex camerata, una cosa che farà molti giorni dopo generando negli inquirenti sospetti sui due amici e sull’attendibilità del loro alibi.

Difficile capire perché gli inquirenti non abbiano ascoltato i Minetti subito dopo il racconto, questa volta completo, fatto da Merlino sul suo pomeriggio del 12 o comunque perché la loro testimonianza non fosse sufficiente a garantire l’alibi a Merlino senza l’ausilio delle dichiarazioni di Delle Chiaie il quale, dopo tutto, era altrove per cui avrebbe potuto solo confermare l’esistenza dell’appuntamento e nulla più. Per alcuni è qui il nodo da sciogliere, in quel momento forse scocca l’ora di un duello all’arma bianca e all’ultimo sangue fra poteri dello Stato, da una parte il SID, dall’altra gli Affari Riservati del Viminale, un duello combattuto usando anarchici e neofascisti come armi. Di certo per Merlino e Delle Chiaie scatta una sorta di «ora X» che segna le loro vite per tutti gli anni successivi, caratterizzando la loro storia politica e personale in maniera definitiva. Delle Chiaie opterà per la latitanza che durerà 17 anni; Merlino invece siederà sul banco degli imputati per 15, esattamente dal 23 febbraio 1972 al 27 gennaio 1987, dove in tutti i gradi di giudizio verrà riconosciuto innocente.

Nel 1989, indossando una camicia nera, Merlino è presente ai funerali di Lelli rendendo così omaggio alla lealtà e onestà dell’amico il quale, in una cortese ma ferma replica a un articolo dell’Espresso uscito a ridosso della strage, aveva confermato di essere stato lui a decidere il giorno e l’ora dell’appuntamento e non Merlino come sosteneva l’articolo, ipotizzando la volontà di quest’ultimo a costruirsi l’alibi per quel tragico pomeriggio.

MERLINO oggi

Messi da parte i guai giudiziari e da tempo ideologicamente tornato alle proprie origini di neofascista, fra i tanti suoi interessi Merlino si è dedicato allo studio e alla memoria della RSI e soprattutto della X MAS, una storia quella della Decima che quando ne parla, Merlino sembra rivolgersi a chi l’ha guidata guardando fuori dalla finestra della sua casa che dà proprio sul lato sinistro della chiesa di Santa Maria Maggiore, dove è situata la cappella dei Borghese con le spoglie del Comandante. Tornato al suo mestiere di professore, Merlino ha insegnato Storia e Filosofia in un liceo della capitale; non di rado i suoi studenti, colpiti anche dal suo look, hanno mostrato un inusuale interesse per le sue lezioni, incuriositi anche dalla sua storia personale; meno accoglienti sono stati alcuni suoi colleghi, sempre pronti a rinfacciargli le bombe del 12 dicembre. Analogo e inaspettato atteggiamento è quello che Casa Pound ha nei confronti di Merlino tanto da inserirlo fra le persone non gradite, con la motivazione che il suo nome è un «nome pesante».

FONTI

Verbale n. 468 del 6 aprile 1970 interrogatorio di Ernesto Cudillo a Marcello Lelli

Paese Sera, 2 giugno 1974

Mario Consani Foto di gruppo di piazza Fontana, Melampo, Milano 2005

Conversazione con Mario Merlino, Roma 15 ottobre 2008

Paolo Cucchiarelli Il segreto di Piazza Fontana, Ponte Alle Grazie, Roma 2009

Conversazione con Stefano Delle Chiaie, Roma 22 novembre 2011

ELIO MASSAGRANDE, il gaucho

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di Ben Oates

Per Elio Massagrande prima viene la famiglia, poi la politica. Di origini contadine, nasce a Isola Rizza, nei pressi di Verona: classe 1941, nel 1959 consegue a Padova la licenza di pilota civile di aeromobile. Sono le passioni per il paracadutismo e le arti marziali che avvicinano Massagrande agli ambienti di Ordine Nuovo: insieme a Leone Mazzeo, che più tardi sposerà la sorella di sua moglie, di ON Elio diventa uno dei responsabili per il Veneto.

Seguendo le orme dei suoi amici Roberto Besutti, ordinovista mantovano, sergente allievo ufficiale dei parà a Vicenza, e Marco Morin che, anni dopo, sarà protagonista di una perizia depistante sull’esplosivo usato nell’attentato di Peteano, nel 1966 Massagrande inizia il corso allievi ufficiali a Foligno per diventare sottotenente di complemento nell’artiglieria paracadutista di stanza a Livorno.

Più o meno contemporaneamente, per i tre militari quel 1966 segna le prime noie con la giustizia: al terzetto di amici vengono sequestrati un gran quantitativo di armi, munizioni ed esplosivo al plastico. Una santabarbara ingiustificabile per degli ufficiali di complemento, ma i tre le spiegazioni riescono a trovarle giurando sulla genuinità della loro passione per le armi e il relativo collezionismo.

Massagrande afferma di aver acquistato il suo quantitativo per 40 mila lire da uno sconosciuto incontrato in piazza XX Settembre a Livorno, una dichiarazione accolta da giudici non privi di superficialità anche se, nella metà degli anni Sessanta, sarebbe stato impensabile per chiunque immaginare che di lì a poco sarebbe iniziata la lunga stagione del terrore politico.

Tornato a Verona, Elio si mette in società con la moglie del capitano di artiglieria Amos Spiazzi nella gestione di una palestra.

Arriva il 1969: ON viene sciolto e Pino Rauti torna nel MSI spingendo così numerosi dissidenti a fondare il Movimento Politico Ordine Nuovo che l’anno successivo elegge suo leader Clemente Graziani e un direttorio nazionale formato da Massagrande, Besutti e Mazzeo. Gli aderenti al MPON usano definirsi ordinoviani, un termine che vuole indicare una razza appartenente a un’altra era, utile anche per distinguersi dai vecchi ordinovisti. I quattro decidono di «processare» Rauti per tradimento, condannando poi il loro ex maestro a «restare in vita» in modo tale da essere additato per sempre come rinnegato.

Insieme a un camerata romano, Mazzeo fa qualcosa in più: una sera blocca Rauti in una strada della capitale e, con un piccolo martello, lo colpisce all’orecchio per dargli un monito. Leggermente ferito, al Pronto Soccorso, Rauti dichiarerà di essere stato vittima di una selvaggia aggressione da parte di quelli del Collettivo di via dei Volsci.

I guai seri per Massagrande arrivano poco prima della metà degli anni Settanta quando il Ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani, contro i pareri di Aldo Moro, Mariano Rumor e Giulio Andreotti e minacciando una crisi di governo, scioglie per decreto il MPON mettendo di fatto fuori legge i suoi iscritti, forte anche della sentenza emessa poco prima nei confronti di 42 ordinovisti in un processo che aveva avuto come pubblico ministero Vittorio Occorsio. L’accusa è ovviamente quella di ricostituzione del partito fascista. In accordo con Besutti e Mazzeo che accettano il carcere, Graziani e Massagrande scelgono invece la via della fuga.

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Insieme alla moglie Alessandra, ai suoi tre figli e a Graziani, nel 1974 Massagrande si reca ad Atene dove, in società con un camerata greco, inaugura un ristorante; un’attività che avrà vita breve a causa della truffa fatta dal socio, ma soprattutto per la richiesta di estradizione italiana che il nuovo governo democratico greco, insediatosi negli ultimi mesi di quel 1974, ha deciso di accogliere.

La scelta del governo ellenico è motivata da alcuni attentati avvenuti ad Atene e rivendicati da Ordine Nero, una sigla che da sempre Mazzeo ritiene un’invenzione partorita dal Viminale; in ogni caso Massagrande risulterà estraneo ai fatti e la logica non spinge a pensare il contrario: difficilmente un latitante che trova rifugio in un altro Paese decide di creare problemi a chi lo ospita. Inoltre la residenza ad Atene non doveva essere un gran segreto considerando l’intervista rilasciata da Elio al settimanale OGGI nel giugno 1974.

Massagrande lascia la Grecia a malincuore: fra le sue carte processuali c’è una sua dichiarazione, priva di firma, che è un atto d’amore nei confronti di quel Paese. Sono parole che evidenziano la riconoscenza verso il popolo greco, la rabbia verso lo Stato italiano e il governo greco di Nuova Democrazia, da cui si sente tradito; in quella lettera dattiloscritta Elio afferma di non aver mai avuto a che fare con la giunta dei colonnelli e la sua offerta di arruolarsi nell’esercito ellenico insieme a Graziani durante la crisi di Cipro, dove si era sfiorato il conflitto con la Turchia, viene spiegata come frutto del suo amore sconfinato per il popolo greco.

Ad attendere Elio all’aeroporto di Fiumicino c’è una schiera di poliziotti e carabinieri, insieme a uno stuolo di giornalisti. Massagrande si fa due mesi di prigione a causa degli attentati avvenuti ad Atene; due giorni prima di essere rilasciato viene selvaggiamente picchiato da alcuni detenuti che, secondo Mazzeo, sono stati sguinzagliati dal duo Maletti – La Bruna, ufficiali del SID, con l’intento di far reagire il neofascista e avere una motivazione per trattenerlo in carcere.

Uscito di galera Massagrande riunisce di nuovo tutta la famiglia e va in Spagna. Sarà il suo secondo errore dopo quello della fuga in Grecia: nel frattempo infatti era arrivata la sentenza di Cassazione del processo di fine ‘73 che lo condannava a due anni e nove mesi. Massagrande è di nuovo un latitante. Grazie alla sua assenza in Italia gli vengono continuamente addebitati reati su reati, avvalorando così i timori che Mazzeo gli aveva espresso al momento di accettare il carcere: la prigione ha il pregio di tenerti al riparo da sospetti e accuse di quei reati che avvengono durante la detenzione, se sei latitante il rischio di vederti addossato qualsiasi cosa è alto.

In quel momento per Elio il sospetto più grave è quello di un coinvolgimento nell’omicidio del giudice Occorsio. A Madrid non si capacita di quella che considera una congettura dei magistrati italiani: è inorridito per essere accostato a Pierluigi Concutelli, che lui giudica un pazzo esaltato, tanto da pensare che il bombardiere nero si sia volutamente fatto arrestare con l’arma del delitto in mano pensando così di diventare un eroe.

Quanto all’assassinio di Occorsio anche Massagrande, come molti altri ordinovisti, si lascia sfuggire un gesto di approvazione talmente rumoroso e plateale da causare uno scontro, ai limiti della rissa, con Stefano Delle Chiaie, leader di Avanguardia Nazionale, in quel periodo anche lui latitante e titolare del ristorante Apuntamiento, noto ritrovo di neofascisti. A colpire della vicenda Occorsio è l’atteggiamento che ancora oggi alcuni ex ordinovisti hanno nei confronti del magistrato: sentimenti non certo concilianti, né comprensivi.

Finito il franchismo, la Spagna non è più un posto sicuro per molti dei fascisti rifugiati nel Paese iberico: Massagrande decide quindi di volare in Sud America. Lui, Alessandra e i tre figli si sistemano in Paraguay dove, più tardi, vengono raggiunti da Graziani proveniente dall’Inghilterra via Spagna. Venuto a conoscenza delle sue origini contadine, un italiano da anni residente nel Paese sudamericano chiede a Elio di gestirgli il 25 per cento di un’estancia, cioè uno dei tanti immensi lotti di terreno tenuti ancora allo stato brado.

È grazie al paracadutismo che Massagrande entra in contatto con Alfredo Stroessner, il dittatore del Paraguay, il quale, assicurando riparo da eventuali richieste di estradizione, chiede all’italiano di costituire due scuole di paracadutismo, una civile e una militare; da quest’ultima nasce la guardia personale del caudillo paraguaiano comandata dal figlio, diventato amico di Elio. Successivamente Stroessner decide di dare sviluppo alla regione selvaggia del Chaco, negli anni Trenta casus belli con la Bolivia, dividendola in vari lotti, da 4 mila a 12 mila ettari, dando proprio a Massagrande l’incarico di vendere i terreni in Europa per conto del governo; anziché in denaro, l’italiano preferisce essere pagato con parte di quegli stessi lotti.

Caduto Stroessner all’inizio del 1989, per Massagrande si riaffaccia lo spauracchio dell’estradizione in Italia. Il nuovo governo paraguaiano lo arresta due volte e istruisce altrettanti processi con l’intento di restituirlo al suo Paese, ma le vecchie amicizie strette negli anni con alcuni importanti funzionari di polizia lo aiutano a restare quanto basta per dare tempo agli avvocati in Italia di provare la sua innocenza. In effetti lo spettro di una persecuzione aleggia sulle aule del tribunale di Bologna quando, ad esempio, viene rivelato il contenuto di una velina del SID in cui si sostiene che Massagrande e Graziani si fossero incontrati in Svizzera per programmare l’attentato al treno Italicus avvenuto il 4 agosto 1974: pensare che i due leader ordinovisti, in quel momento residenti ad Atene per giunta nello stesso appartamento, avessero necessità di andare fino in Svizzera a organizzare un attentato, rimarrà uno dei tanti tentativi, anche strampalati, di costruire un teorema.

Quando arriva la sentenza di assoluzione per l’omicidio Occorsio via via cadono tutte le altre accuse, ma di tornare in Italia non se ne parla affatto: per Massagrande la patria è ormai il Paraguay. Il destino è però in agguato. Nel 1999 il neofascista italiano si ammala di cancro e le cure che ha in Paraguay presto si rivelano insufficienti: Alessandra e i suoi figli lo convincono a tornare in Italia dove formalmente gli rimangono da scontare dodici giorni di carcere, ma nessuno oppone ostacoli al suo rientro. Massagrande viene ricoverato a Trento, dove muore nell’agosto del 1999. Rispettando le sue ultime volontà, le sue ceneri vengono sparse sull’amato Chaco.

FONTI

Verbali di interrogatorio Questure di Livorno e Verona 7 e 17 maggio 1966.

Dichiarazione non firmata di Elio Massagrande, Atene 14 gennaio 1975 ore 09.40.

Sandro Forte (a cura di) Clemente Graziani, la vita, le idee, Settimo Sigillio, Roma 1997

Ugo Maria Tassinari Fascisteria Castelvecchi, Roma 2001.

Mimmo Franzinelli La sottile linea nera Rizzoli, Milano 2008.

Conversazione con Rutilio Sermonti, Monte Compatri 27 agosto 2009.

Conversazione telefonica con l’avvocato Giuliano Artelli, 7 giugno 2011.

Conversazione telefonica con Leone Mazzeo, 15 luglio 2011.

Conversazione telefonica con Francesca Massagrande, 20 luglio 2011.

Conversazione con Rainaldo Graziani, Roma 21 luglio 2011.

Conversazione con Stefano Delle Chiaie, Roma 12 novembre 2011.

Sequestro Moro. Non è vero che la scorta facesse sempre lo stesso percorso

Moro 2Come hanno fatto le Brigate rosse a sapere con tanta certezza che il presidente Dc sarebbe passato per via Fani in quella mattina del 1978? Una parziale spiegazione viene dal principale propalatore di verità brigatiste sul caso Moro, quel Valerio Morucci secondo il quale «il 16 marzo era uno dei giorni in cui sarebbe potuto passare l’onorevole Moro. Sarebbe però anche potuto non passare: era stato verificato il suo passaggio lì in alcuni giorni, ma non era stato verificato che passasse lì sempre. Il 16 marzo era quindi il primo giorno in cui si andava in via Fani per compiere l’azione credendo e sperando che Moro sarebbe passato lì quella mattina; altrimenti si sarebbe dovuti tornare il giorno dopo, poi il giorno dopo ancora, fino a che si sarebbe ritenuto che la nostra presenza sul luogo avrebbe comportato il rischio di essere scoperti»*.

Le dichiarazioni degli agenti superstiti, poi (quelli cioè che per una mera turnazione non erano in servizio nel giorno dell’agguato) lasciano sul terreno più perplessità che certezze. Quando l’appuntato dei carabinieri Otello Riccioni, il maresciallo di pubblica sicurezza Ferdinando Pallante, il brigadiere Rocco Gentiluomo, gli agenti Vincenzo Lamberti e Rinaldo Pampana vengono interrogati nel settembre 1978 dai giudici Imposimato e Gallucci, le loro dichiarazioni si rivelano quasi totalmente sovrapponibili: «Ogni mattina il presidente Moro si recava sempre alla messa delle ore 9 nella chiesa di Santa Chiara, in Piazza dei Giuochi delfici e il percorso seguito era sempre lo stesso, il più breve e il più veloce: via del Forte Trionfale, via Trionfale, via Fani, via Stresa, via della Camilluccia fino a piazza dei Giuochi delfici». Solo l’agente Pampana si discosta un po’ dalle deposizioni fotocopia, aggiungendo un particolare molto preciso: «L’onorevole Moro usciva, costantemente, salvo rare eccezioni, intorno alle ore 9. Era precisissimo nell’orario, nel senso che poteva anticipare o posticipare l’ora di uno o due minuti».

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Dichiarazioni che contrastano clamorosamente con quelle della signora Eleonora Moro, interrogata qualche giorno dopo dagli stessi magistrati: «Mio marito non era un abitudinario. Non è esatto quanto affermato dai superstiti della scorta. Essi sostengono che l’onorevole Moro era solito uscire di casa verso le ore 9. Invece, negli ultimi tempi, a causa della crisi di governo, non aveva mai un orario preciso». Insomma, nessuna scorta al mondo compie sempre lo stesso tragitto e una conferma esplicita arriva anche da quanto detto dalla vedova Moro ai giudici: «Mio marito non faceva di solito la stessa strada per motivi di sicurezza. Ritengo di dover affermare che il percorso veniva deciso al momento da lui e dal maresciallo Leonardi, il caposcorta. La sua auto percorreva alle volte Via Cortina d’Ampezzo, alle volte Via Fani, alle volte Via Trionfale».

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Anche Agnese Moro, la figlia del presidente Dc, nel luglio 1982, davanti ai giudici della corte d’assise di Roma, conferma la versione della madre: «Vorrei sottolineare che mio padre non faceva sempre gli stessi percorsi. Via Fani non era che una delle strade che potevano essere percorse la mattina come nel corso della giornata, anche perché è una strada stretta, disagevole, spesso trafficata. I percorsi si cambiavano spesso perché c’erano delle preoccupazioni da parte di mio padre, inerenti al suo ruolo politico, preoccupazione per sé e per i familiari. Ho sentito abbastanza frequentemente delle conversazioni fra Ricci e Leonardi sul percorso da scegliere. A volte mi è capitato anche di sentir dire: “mi hanno detto che lì c’è traffico, passiamo da un’altra parte”. I percorsi credo che poi venissero stabiliti anche a seconda del ritardo per arrivare a destinazione. C’era anche la variabile dell’orario effettivo di uscita di casa di mio padre. Che il percorso da fare venisse stabilito la sera prima mi pare veramente impossibile anche perché mio padre era un tipo veramente ritardatario, quindi, magari, usciva con tre quarti d’ora di ritardo. Sono sicura che i percorsi venivano stabiliti la mattina stessa. Quindi ritengo che il percorso di Via Fani la mattina del 16 marzo venne stabilito casualmente quella mattina stessa»**.

 

* Dichiarazioni di Morucci in sede processuale: “La notte della Repubblica”, Sergio Zavoli, prima puntata sul sequestro Moro, a partire dal punto 4′,50”

** Da menzionare l’ottima inchiesta di Gino Gullace Raugei per Oggi del marzo 2010 che può essere letta integralmente qui

AMOS SPIAZZI, non era Papadòpoulos

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di Ben Oates

La telefonata l’ha fatta lui! Ecco chi ha fermato, quella notte, il golpe Borghese: è stato il capitano d’artiglieria Amos Spiazzi di Corte Regia. Bastava chiederglielo e lui ti raccontava che quel 7 dicembre 1970 era pronto ad andare a un ricevimento di gala quando all’improvviso ricevette un ordine da «non si saprà mai bene chi», di mettersi in movimento con le sue truppe verso Sesto San Giovanni: era scattata «l’esigenza triangolo», un piano partorito dall’autorità politica in previsione di possibili scontri di piazza, dove anche l’Esercito aveva compiti di ordine pubblico.

Non avendo tempo per cambiarsi, come manco «007», Spiazzi infilò la mimetica direttamente sopra l’elegante divisa nera da cerimonia e si mise in viaggio alla testa di una colonna militare. Prima di partire chiamò Elio Massagrande, suo ex sottoposto in artiglieria, buon amico e numero due del Movimento Politico Ordine Nuovo, il quale gli raccontò che il principe Junio Valerio Borghese aveva organizzato una manifestazione, dai contorni però ambigui, contro l’imminente visita a Roma del maresciallo Tito. Per Spiazzi fu tutto chiaro: era una trappola ordita ai danni dell’amato e venerato ex Comandante della Decima Mas, in quel periodo intento a organizzare a livello nazionale delle manifestazioni che avrebbero portato inevitabilmente a degli incidenti e che avrebbero giustificato così l’intervento dell’Esercito. In previsione di tutto questo, Spiazzi chiamò Borghese e gli chiese di rinunciare alla sua iniziativa. Nel frattempo giunto alle porte di Sesto San Giovanni, la «Stalingrado d’Italia», Spiazzi ricevette l’ordine di rientrare in caserma. Erano le 2.00, era tutto finito.

Nato nel 1933 a Trieste, Spiazzi è un predestinato visto che anche il padre è un generale d’artiglieria pluridecorato con ben sette medaglie fra argento e bronzo; in una foto che lo ritrae diciassettenne, Spiazzi jr. ha una baionetta fra i denti e una pistola in mano, sta giocando nel giardino di casa, probabilmente in vista dell’entrata nell’accademia militare di Modena che avviene alla fine del 1952. Due anni dopo, incurante dell’inopportunità che un ufficiale italiano possa essere coinvolto in fatti politici, insieme a uno sparuto gruppo di suoi vecchi amici monarchici veronesi, raggiunge una Trieste scossa dalla rivolta antitina. Viene catturato, imprigionato e bastonato per un’intera settimana.

Spiazzi, monarchico da sempre come suo padre, crede nello Stato organico di tipo dogale, ispirato cioè alla Repubblica di Venezia, una monarchia elettiva e non ereditaria. Con la fine del 1970 arriva la promozione a maggiore e Spiazzi inizia a creare un’organizzazione di ufficiali e civili, tutti fervidi anticomunisti, chiamata «Rosa dei Venti» in omaggio alla difesa su tutti i fronti dell’Europa dalla minaccia sovietica.

Le indagini della Magistratura sulla Rosa dei Venti hanno il via grazie a un bizzarro medico spezzino che consegna alla Polizia una borsa contenente dei documenti con un piano per un colpo di Stato. Spiazzi viene arrestato il 13 gennaio 1974, cioè un paio di settimane dopo la sua promozione a tenente colonnello, raggiungendo così il poco invidiabile primato di essere il primo ufficiale dell’Esercito della Repubblica finito sotto inchiesta della Magistratura ordinaria.

Si giustifica sostenendo che l’organizzazione è perfettamente legale; i giudici chiedono a Vito Miceli, capo del SID, se sia vero e se ne sa qualcosa ma Miceli nega anche se ammette che una vera organizzazione, diversa da quella di Spiazzi, effettivamente esiste, ma non può parlarne: si tratta di Gladio. È per questo che Miceli finisce in prigione con l’accusa, ingiusta, di aver creato un SID parallelo: in realtà sta solo difendendo un importante segreto di Stato.

I giudici vedono nella Rosa dei Venti una sorta di «doppio servizio». A proposito di Gladio l’ormai generale Spiazzi affermava di esserne venuto a conoscenza come un qualsiasi cittadino italiano dopo le rivelazioni di Giulio Andreotti: l’unica differenza fra Spiazzi e il cittadino italiano è che il primo era a conoscenza di un «piano di sopravvivenza» pronto a contrastare un’eventuale invasione di un esercito straniero. Riguardo «il Comandante», Spiazzi era certo che fosse stato avvelenato, forse con una pasticca di cianuro fatta sciogliere nel caffè durante un colloquio che Borghese aveva avuto con il capitano del SID Antonio La Bruna, episodio questo mai provato che contrasta con la testimonianza di Elena Borghese la quale ha sempre escluso che il padre fosse deceduto per mano assassina.

Sul punto Spiazzi è però sempre stato irremovibile, anche perché di La Bruna aveva una pessima opinione nata quando, ai tempi più che turbolenti del servizio svolto da Spiazzi in Alto Adige, malmenò il capitano del SID, allora maresciallo dei Carabinieri, dopo aver scoperto certe sue operazioni per nulla in linea con i suoi doveri.

Fino al luglio del 2003 Spiazzi totalizza sei anni di carcerazione preventiva e viene inquisito e/o processato per numerosi delitti avvenuti negli anni Settanta, dal «caso Ludwig» all’uccisione dell’esponente di «Terza Posizione» Francesco Mangiameli; dai fatti di Pian del Rascino alla strage della questura di Milano; dalla strage di Brescia a quella di Bologna. E naturalmente c’è il processo del ‘77/’78 che ingloba i tre tentativi, o presunti tali, di colpi di Stato avvenuti fra il 1970 e il 1974 dove, come rammentava Spiazzi, al momento delle presentazioni fra imputati, seguiva sempre la domanda: «Lei di che golpe è?».

Spiazzi ricordava che alcune accuse rivolte contro di lui avevano il sapore della mistificazione, la prova di una volontà persecutoria contro di lui, altrimenti come spiegare, si chiedeva, la contestazione rivoltagli dall’accusa che la notte del «Tora Tora», a Verona, avrebbe equipaggiato un Macchi 416 facendo salire a bordo una trentina di parà e sistemando una bomba atomica sotto la pancia dell’aereo, per poi decollare verso Roma, destinazione Vaticano? E, continuava Spiazzi, alla spiegazione che il Macchi 416 è un biposto, quindi impossibile farci salire trenta parà, veniva zittito con l’ipotesi che avrebbe potuto trasportare quei parà facendo la spola Verona-Roma-Verona per trenta volte.

Spesso condannato in primo grado, Spiazzi è sempre stato assolto in secondo e in Cassazione. Di sé diceva di «essere stato l’unico fesso a pagare». Non è vero. Non è stato l’unico.

FONTI

Claudio Vitalone, Stralcio della requisitoria del processo sul golpe Borghese, Roma 1978

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di 1° grado, 14 luglio 1978.

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di appello, 27 novembre 1984.

Sergio Zavoli La notte della Repubblica (trasmissione tv) Rai 1989

Vivendo Parlando-Il testimone Il golpe Borghese (trasmissione tv) TV2000 14 dicembre 1999

Amos Spi

azzi di Corte Regia Il mistero della Rosa dei Venti Centro Studi Carlo Magno, Verona 2001

Conversazione telefonica con Elena Borghese, 20 giugno 2003

Aldo Giannuli L’Italia dei golpe, convegno al Noir in Festival, Courmayeur 10 dicembre 2004

La Storia siamo noi- Il golpe Borghese (trasmissione tv) Rai 3, 2005

Sandro Neri Segreti di Stato Aliberti, Roma 2008

Conversazione con Amos Spiazzi di Corte Regia, Verona 28 febbraio 2009

Conversazione con il giudice Giovanni Tamburino, Venezia 9 ottobre 2009

La lettera di Moro non consegnata dai Br perché zeppa di elementi utili alle indagini

Le-Lettere-di-Aldo-MoroLe Brigate rosse recapitarono per ragioni politiche o per una oggettiva difficoltà solo una parte delle missive scritte da Aldo Moro a personalità pubbliche e alla famiglia. Tra queste ultime, acquista un particolare significato quella indirizzata a Luca Bonini, figlio di Maria Fida Moro, nipote del presidente Dc: è quel «piccolo Luca», spesso citato nella sterminata pubblicistica sul caso Moro, al quale lo statista fa spesso riferimento durante i 55 giorni nelle prigioni brigatiste. La lettera verrà diffusa soltanto nel 1990 a seguito del secondo, incredibile, ritrovamento di armi e documenti durante i lavori di ristrutturazione dell’ex covo brigatista di via Monte Nevoso a Milano, già oggetto di una irruzione, con relativa accurata perquisizione, da parte dei Carabinieri del generale Dalla Chiesa nell’ottobre 1978.

La missiva, che inizia con un «mio carissimo Luca, non so chi e  quando ti leggerà, spiegando qualche cosa, la lettera che ti manda quello che tu chiamavi nonnetto» ha l’apparente aspetto di una dolce dichiarazione d’amore di Moro verso il nipotino, ma contiene probabilmente diversi riferimenti sul luogo (o uno dei luoghi) in cui potrebbe esser stato tenuto prigioniero il presidente democristiano (nonostante la verità giudiziaria indichi in via Montalcini l’unica prigione). Ad accreditare una simile intuizione è Prospero Gallinari, tra i Br che spararono in via Fani, carceriere di Moro, in una intervista concessa a Mario Scialoja nell’ottobre 1990.

L’intervista, pubblicata su L’Espresso, prende il là dal già citato secondo ritrovamento nell’ex covo milanese di via Monte Nevoso che nel frattempo era stato oggetto di un passaggio di proprietà. Un rinvenimento di armi e scritti fotocopiati di Moro, posticipato di ben dodici anni rispetto al 1978, che lo stesso Gallinari definisce «incredibile», in un appartamento definito «scarnificato» dagli inquirenti all’indomani delle perquisizioni di fine anni Settanta: nell’intervista, resa possibile attraverso lo scambio di domande trasmesse in carcere e risposte per iscritto, il leader brigatista parla esplicitamente della attività di controllo e censura sugli scritti di Moro.

«Fra le lettere di Moro trovate adesso a via Monte Nevoso», chiede Scialoja riferendosi al secondo rinvenimento del primo ottobre 1990, «ce ne sono alcune mai rese note: le risulta che il presidente della Dc scrisse lettere che le Br decisero di non recapitare? E perché?» – Gallinari risponde: «In qualche caso, Moro chiese di correggere alcune lettere che stavano per essere recapitate: tra il materiale saltato fuori in questi giorni è stata evidentemente trovata la prima stesura di qualcuno di questi scritti, parzialmente diversa dal testo delle lettere poi consegnate. In altri casi, furono proprio le Br a chiedere a Moro di cambiare qualche espressione perché le parole che aveva usato potevano fornire delle informazioni agli inquirenti. Furono invece rarissime le occasioni in cui venne posto un veto alla spedizione dei messaggi: e una delle lettere non consegnate è stata proprio quella al nipotino Luca (pubblicata nei giorni scorsi) perché conteneva vari elementi che avrebbero potuto favorire le indagini».

Una ammissione incredibile che permette di andare a cercare nella breve lettera indicazioni utili a ipotizzare l’effettiva prigione di Moro (o una delle effettive). Tre sono i passi di interesse nel documento: quel «ora il nonno è un po’ lontano, ma non tanto…» concetto espresso nuovamente poco dopo con parole diverse («il nonno che ora è un po’ fuori») e un riferimento finale a uno scenario marino («e quando sarà la stagione, una bella trottata sulla spiaggia») che potrebbe far pensare a un luogo di detenzione non tanto lontano da Roma – forse vicino al mare – secondo una ipotesi già avanzata in sede di commissione d’inchiesta e nelle ricostruzioni della pubblicistica. Una intuizione che, insieme al sorprendente stato di pulizia e tonicità muscolare del corpo di Moro emerso in sede autoptica, si incrocia con il ritrovamento nelle urine di tracce consistenti di nicotina quasi che il presidente Dc avesse fumato nei giorni immediatamente precedenti la morte o subìto del fumo passivo. Uno scenario, questo, incompatibile con la versione consolidata di una prigionia durata quasi due mesi in un bugigattolo come quello di via Montalcini – delle dimensioni di tre metri per due – chiamato dai brigatisti «prigione del popolo».

 

Note

  • Per quanto riguarda la lettera a Luca non inviata dalle Br, vedi Selva, Marcucci in Aldo Moro, quei terribili 55 giorni, pagina 331
  • Sul tema della nicotina, vedi Relazione del Prof. Claudio De Zorzi sulle indagini chimiche eseguite in ordine alla morte di Aldo Moro, prima Commissione Moro, volume XLV, pagina 810

 

 

ANGELO FACCIA. Mi casa es su casa

AFFONDATE BORGHESE libro (1)di Ben Oates

«Angelo, stanotte si firma il contratto!», «Auguri Stefano! E per quale compagnia assicurativa?» — Macché compagnia, Delle Chiaie allude alla presa del potere mediante colpo di Stato! E tu Angelo cadi dalle nuvole? Eppure a quarantuno anni, con la tua esperienza di ex repubblichino, seppur per una manciata di settimane, e soprattutto per aver frequentato negli anni Cinquanta la stessa sezione romana del MSI dove, come responsabile dell’Organizzazione e Propaganda, hai conosciuto Delle Chiaie, certe frasi in codice dovresti capirle al volo.

Sono ormai dieci anni che hai lasciato la deludente Italia democratica per la più promettente Spagna franchista dove, oltre a trovare una moglie, hai aperto un’officina meccanica alle porte di Barcellona. Però non hai voluto tagliare i ponti con i tuoi camerati visto che, nel 1969, hai aiutato Rauti a organizzare un convegno internazionale sulla avanzata del comunismo in Occidente, procurando gli alloggi per i delegati italiani come Giulio Maceratini, Paolo Andriani, Sandro Saccucci e lo stesso Delle Chiaie. Quest’ultimo è rimasto così contento della tua ospitalità, che nel luglio dell’anno successivo ti ha chiesto di trovargli una casa sul mare di Palamós, incarico che hai portato a termine in un giorno. È vero che sono pochi i giornali italiani che arrivano in Spagna, e comunque te ne guardi bene dal leggerli, ma possibile che hai dovuto attendere quattro mesi per capire che il Caccola era lì non certo per le immersioni subacquee? Non ti dice nulla piazza Fontana? Invece di affrancarti, tu che fai? Dopo quella di Palamós, di casa gliene trovi un’altra a Barcellona, non lontano dalla tua e, sapendolo solo, lo inviti spesso a cena, come quella sera del 7 dicembre 1970, quando Delle Chiaie, eccitato e nervoso, è in perenne contatto telefonico con Roma: tanto paghi tu. Verso le 22.00, impossibilitato a trovare un volo per l’Italia, Delle Chiaie ti chiede di accompagnarlo fino alla capitale con la tua Fiat 124: tempo di prepararti, salutare tua moglie, accendere il motore, quando a risparmiarti quel lungo viaggio nella notte è la notizia del contrordine che, come i principali congiurati, anche Delle Chiaie riceve via telefono: il tuo.

La voce della tua efficiente ospitalità è ormai così diffusa che, nei mesi successivi, giungono da ogni parte d’Italia decine di neofascisti ricercati e indagati, che tu chiami pellegrini, aderenti ad AN, a ON, alla Fenice, oltre naturalmente ai reduci del Tora Tora come Eliodoro Pomar e Remo Orlandini: a quest’ultimo, sapendolo ricco, gli procuri una villetta sulle spiagge della Costa Brava.

Ma è Gino Benetti quello che rischia di metterti seriamente nei guai. Si presenta come uno mandato dai camerati di Roma, ma il suo forte accento friulano e la spiegazione sulla protesi che ha al posto della mano monca, persa a suo dire da ragazzo mentre giocava con gli esplosivi, non ti fanno nascere alcun sospetto, tanto che lo assumi nella tua azienda. Ti ci vuole di nuovo il Caccola per scoprire che Benetti altri non è che Carlo Cicuttini, uno degli autori dell’attentato di Peteano. Vivaddio almeno respingi la richiesta di mettere a disposizione il tuo conto corrente per ricevere dalla direzione del MSI una forte somma di denaro, destinata a un’operazione alle corde vocali di Cicuttini.

Finalmente una buona notizia: il Comandante Borghese è in Spagna: tu non stai nella pelle per conoscerlo. Ti precipiti a Madrid e lo trovi nella hall di un grande albergo; la conversazione è piacevole, sei emozionato nell’avere di fronte un vero eroe leggendario: lui è affabile, gentile, ti chiede notizie sulla tua famiglia, tu lo preghi che faccia da padrino al battesimo di tuo figlio. Fai però il pesce in barile: possibile che non ti venga in mente di parlare del Tora Tora? Stessa cosa avviene nel gennaio del 1974 quando Delle Chiaie ti chiede di preparare nella tua abitazione una camera da letto e un bagno, destinati al Comandante e, già che ci sei, di mettere a disposizione la sala riunioni della tua azienda. Capisco l’emozione di avere nella propria casa Junio Valerio Borghese, ma anche quella volta rinunci a parlargli del golpe, a chiedergli come sono veramente andate le cose.

Male hai fatto. Infatti pochi mesi dopo il Comandante muore, e tu, grazie anche ai sospetti su quell’improvvisa morte espressi da alcuni quotidiani spagnoli e italiani, diventi preda di un’ossessione: quella che Borghese sia stato avvelenato. Non hai prove per sostenere i tuoi sospetti, anzi c’è la testimonianza di Elena, la figlia del Comandante accorsa al capezzale del padre, che reputa sciocchezze quelle relative all’avvelenamento.

Occorre ammettere che, se non te le crei tu le ossessioni, ci pensa qualcun altro. Come spiegare altrimenti quello che ti è capitato l’11 maggio 1991, giorno del tuo sessantaduesimo compleanno? Dopo esserti incontrato a Terni con Torquato Secci, presidente dell’Associazione Vittime della Strage di Bologna, di ritorno a Perugia all’altezza di Campello sul Clitunno, il finestrino del tuo scompartimento, senza infrangersi, viene perforato da qualcosa che tu reputi subito un proiettile, anche se non hai udito alcun sparo. Il controllore, accorso alle tue urla, sostiene invece che potrebbe trattarsi di una biglia d’acciaio. In ogni caso né la Polfer, né il controllore, né te avete trovato il corpo del reato. Ora non vorrai mica pensare di essere stato un bersaglio dei servizi segreti deviati perché scomodo testimone? Oppure pensi che sia stata la vedova di Almirante, visto che tu accusi il defunto segretario del MSI di essersi servito del Tora Tora per provocare di fatto l’eliminazione politica di Borghese, pericoloso concorrente con il suo FN? Di sicuro Delle Chiaie, da tempo principale bersaglio dei tuoi strali, non c’entra: in quel periodo il Caccola aveva altro da fare.

FONTI

Angelo Faccia Affondate Borghese! Associazione Culturale Uno dicembre 1943, Perugia 2001

Conversazione con Angelo Faccia, Perugia 8 gennaio 2002

Conversazione telefonica con Elena Borghese, 20 giugno 2003