Sport.

«Punte, mezze punte, puntine da disegno». L’immaginifico stile di Nicolò Carosio

fr-carosioNicolò Carosio (5 marzo 1907, 27 settembre 1984) è stato giornalista e radiocronista, per oltre trent’anni voce narrante delle imprese, e delle disfatte, della nazionale italiana di calcio. Padre genovese, funzionario di dogana, madre inglese, si laurea in giurisprudenza a Venezia.

– Inizialmente impiegato presso la Shell, si allena fin da giovane nell’arte della radiocronaca commentando partitelle nei dintorni di Venezia.

– Nel 1932, la buona occasione: Carosio scrive all’EIAR, l’Ente italiano audizioni radiofoniche, ottenendo un provino per un posto di radiocronista. Convocato a Torino, gli viene richiesto di improvvisare un «derby» tra Toro e Juve; lo fanno continuare fino a un immaginario 5 a 5, per poi fargli firmare un contratto di collaborazione. Carosio inizia ufficialmente la sua carriera di radiocronista a 25 anni, debuttando in occasione di un incontro tra Italia e Germania disputatosi a Bologna nel ’33. [1]

– La carriera di Cariosio si sviluppa veloce: radiocronista per l’emittente di Stato in occasione delle prime due vittoriose spedizioni mondiali dell’Italia, quelle del 1934 e del 1938, rende popolari termini come «traversone» (al posto di «cross»), «calcio d’angolo» (al posto di «corner») e soprattutto «rete» (al posto di «gol»): il «quasi rete» è un altro dei suoi marchi di fabbrica. [2]

Carosio racconta l’evento sportivo con uno stile tipicamente britannico: parco di termini ridondanti, non lesina però stilettate quando il gioco non lo soddisfa: «punte, mezze punte, puntine da disegno», si lascia scappare una volta all’indirizzo di giocatori dall’indefinibile collocazione tattica. [3]

– Pur amando i calciatori tecnici, apprezza soprattutto lo spirito gladiatorio: «poche storie e alzarsi» (dedicato a Rivera), «tagliarsi i capelli, così il pallone non lo vedi» (dedicato a Gigi Meroni), «Mariolino, meno veroniche e più sostanza» (riferito a Mario Corso). [4]

– Per lunghi anni gli viene attribuito un insulto razzista rivolto a Seyoum Tarekegn, guardalinee etiope che faceva parte della terna arbitrale durante il match tra Italia e Israele a Mexico ’70: al gran gol di testa di Riva, Tarekegn aveva segnalato un dubbio fuorigioco. A danno di Carosio si diffonde ben presto una voce, avallata anche dal quotidiano torinese La Stampa, secondo la quale l’esperto telecronista avrebbe definito «negraccio» il guardalinee etiope durante la diretta della partita: da qui la scelta della Rai di silurarlo. [5]

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Dopo molti anni, Carosio ottiene giustizia grazie a «Sport in tv», libro scritto da Massimo De Luca e Pino Frisoli, uscito nel 2010.

–  Carosio non diede mai del «negraccio» al guardalinee etiope: durante l’incontro Italia-Israele, a Mexico 70,  se la prende soprattutto con l’arbitro brasiliano De Moraes che non fischia molti falli evidenti ai danni degli italiani: «E’ inaudito, l’arbitro lascia ancora correre…», «finalmente l’ineffabile signor Moraes (senza il “De”, ndr) si accorge di un fallo a nostro danno». [6]

Poche le frasi di Carosio indirizzate al guardalinee etiope: quando un attaccante israeliano si presenta solo davanti ad Albertosi, Carosio parla di «fuorigioco netto lasciato correre dall’etiope». Qualche minuto dopo, per un’altra decisione del guardalinee, in favore dell’Italia, Carosio afferma: «l’etiope ha sbandierato». In occasione del gol annullato a Riva nel secondo tempo, Carosio commenta con un «siamo proprio sfortunati, a parer nostro non è fuorigioco e Riva aveva segnato regolarmente al 29. Indubbiamente ci sia consentito di parlare di sfortuna che perseguita gli azzurri». [7]

Non è quindi vero che l’ultima telecronaca Rai di Carosio sia stata Italia-Israele a Mexico 70: viceversa «continuerà a lavorare per la Tv pubblica per tutto il 1971, fino alla regolare conclusione del suo contratto di collaborazione con la Rai. Carosio non era un dipendente Rai, ma solo un collaboratore. Italia-Israele non è stata la sua ultima telecronaca dell’Italia: infatti la pr220px-niccolocarosioima partita della Nazionale dopo i Mondiali, l’amichevole Svizzera-Italia del 17 ottobre 1970, passata alla storia anche per il bellissimo gol di Sandro Mazzola, è proprio di Carosio, che alternandosi ancora con Martellini, telecronista della successiva Austria-Italia, farà anche Italia-Irlanda dell’8 dicembre 1970 per la qualificazione agli Europei. Sempre per la Nazionale Carosio farà anche Italia-Svezia del 9 ottobre 1971 per gli italiani del Nord America, come ricorda proprio Martellini all’inizio della telecronaca per l’Italia. Carosio, oltre ad alternarsi con Martellini nelle telecronache di Serie A e delle coppe europee, viene anche mandato dalla Rai a Wembley per la finale di Coppa dei Campioni Ajax-Panathinaikos del 2 giugno 1971, trasmessa in differita sul Nazionale il 3 giugno alle 14.00 e la sera dello stesso giorno era in diretta per Leeds-Juventus, finale di ritorno di Coppa delle Fiere trasmessa in diretta alle 20.30 sul Secondo causando lo spostamento di Rischiatutto sul Programma Nazionale, come si chiamava all’epoca l’odierna Rai Uno. Carosio con la Rai finisce il 15 dicembre 1971 con la partita amichevole Lega Belgio-Lega Italia giocata a Charleroi e finita 2-1 per i padroni di casa» [8]

L’alternanza con l’emergente Martellini. «Nando Martellini già si alternava da qualche anno con Carosio nelle telecronache dell’Italia. […] Per la regola dell’alternanza Italia-Germania Ovest sarebbe toccata a Carosio. La notizia che la semifinale Italia-Germania Ovest sarebbe stata affidata a Martellini e non a Carosio viene resa pubblica dalla Rai martedì 16 giugno 1970, a 24 ore dalla partita, da Giorgio Boriani, direttore dei servizi sportivi della Tv, interpellato telefonicamente da Gian Paolo Cresci, capo ufficio stampa della Rai, nel corso di una conferenza stampa con i giornalisti riuniti in viale Mazzini per un primo bilancio sulle trasmissioni dei Mondiali di calcio. Lo scrive, tra gli altri, il Corriere d’informazione, quotidiano milanese del pomeriggio, nello stesso giorno a pagina 6 titolando “Sarà Nando Martellini, non Carosio, a trasmettere Italia-Germania”» [9]

La Stampa diffonde la bufala su Carosio. «Pochi giorni dopo “La Stampa” del 20 giugno 1970, a pagina 20, in un breve articolo a firma P.B. (Paolo Bertoldi inviato in Messico) parla di “disavventura” televisiva perchè Carosio avrebbe definito “negraccio” il guardalinee etiope che aveva annullato il gol di Riva e per questo non avrebbe più commentato le telecronache dell’Italia ai Mondiali. E’ ormai accertato che Carosio in realtà non diede mai del “negraccio” al guardalinee etiope e si limitò solo, nel primo tempo, a rilevare gli sbandieramenti di Tarekegn contro i giocatori italiani. Niente di particolare, semplici rilievi tecnici e non certo offese razziste. Da notare che Paolo Bertoldi, trovandosi in Messico, non poteva avere ascoltato la telecronaca Rai. Carosio, come scrivono tutti i giornali dell’epoca, avrebbe invece commentato l’altra semifinale Brasile-Uruguay. Per la finale, la Rai decide di confermare Martellini, mentre Carosio commenta la finale per il terzo posto Germania Ovest-Uruguay. Solo al rientro in Italia si sparge la voce dell’insoddisfazione di Carosio, che avrebbe manifestato il desiderio di dimettersi con un anno di anticipo sulla scadenza del suo contratto a termine che si sarebbe risolto a fine 1971» [10]

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                     Carosio poco prima della morte

Qualcosa, però, accadde alla radio, ma Carosio non c’entra niente: un ingegnere etiope residente a Roma, Laiketsion Petros, scrive al quotidiano Il Messaggero una lettera pubblicata con il titolo: «Una frase di pessimo gusto» [11]

– «Sono rimasto molto sorpreso — scrive l’ingegnere — nel sentire alla radio i commenti sia del radiocronista che di altre persone relativi al guardalinee etiopico Tarekegn, dopo la cronaca della partita Italia-Israele. La frase che più mi ha colpito è stata quella, più volte ripetuta: “Il Negus si è vendicato”. A parte il fatto che il Negus si è già vendicato, perdonando e dimenticando il passato, e oggi Italiani ed Etiopici vivono sia in Italia che in Etiopia nella migliore delle armonie, sia nel lavoro che nello sport, ritengo che questa frase detta a 20 milioni circa di radioascoltatori, sia veramente di pessimo gusto e del tutto priva di qualsiasi fondamento» [12]

Un’altra lettera di protesta, firmata da Carmelo Bene, viene pubblicata su l’Unità con il titolo «La vendetta del Negus». Anche in questo caso si parla di una frase sentita alla radio nel dopo partita. A pronunciarla è Antonio Ghirelli, all’epoca direttore del Corriere dello Sport, che intervistato da Mario Gismondi dice proprio: «è stata la vendetta del Negus». Passa invece inosservato il commento finale di Eugenio Danese, decano dei giornalisti sportivi italiani e inventore tra l’altro dell’espressione «zona Cesarini». Danese, a proposito del gol annullato a Riva, dice:«Non vogliamo essere cattivi, ma il guardalinee era etiope, cioè africano». Un commento che oggi probabilmente desterebbe molte polemiche. [13]

FONTI:

[1], [2], [3], [4] «Nicolò Carosio, il primo cantore del football», Storiedicalcio.altervista.org

[5], [6], [7], [8], [9], [10], [11], [12], [13] «Sport in tv», Massimo De Luca e Pino Frisoli, Rai-Eri, 2010 e Nicolò Carosio: la verità definitiva su cosa accadde dopo la telecronaca di Italia-Israele nel 1970, «La tv per sport», PinoFrisoli.blogspot.it

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Mundial 78. Il gran rifiuto di Cruyff non c’entra con la giunta militare

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Cruyff impartisce disposizioni durante la finale del Mondiale 74

Johan Cruyff (Amsterdam, 25 aprile 1947 – Barcellona, 24 marzo 2016), calciatore e allenatore olandese, fautore del cosiddetto “calcio totale”. Di ruolo indefinito, è considerato il più grande calciatore europeo di tutti i tempi.

– Caratterizzato da struttura fisica longilinea (180 cm per 70 kg) era in possesso di una eccellente tecnica individuale, grande visione di gioco, scatto fulmineo e notevole progressione. Capace di muoversi su tutto il fronte d’attacco, era dotato di una forte personalità e di una innata vena polemica.

Tre volte pallone d’oro, gli vengono attribuite più di 400 reti in carriera.

– Giocatore decisivo in tutti i club in cui ha militato, ha impresso un’orma anche nella storia della nazionale olandese di cui è stato capitano per buona parte degli anni Settanta.

– Il giornalista italiano Sandro Ciotti gli dedicherà un film-documentario intitolato “Il profeta del gol” nel quale, accanto all’uomo Cruyff, vengono esposte molte idee del campione olandese su calcio e metodologie di allenamento.

– Finalista con l’Olanda nella sfortunata edizione del Mondiale 1974 si è a lungo discusso sul suo rifiuto di partecipare all’edizione di quattro anni dopo in Argentina.

– E’ stata a lungo diffusa una spiegazione di tipo “agiografico”: il capitano “orange” si sarebbe rifiutato di disputare il Mundial 78 come forma di protesta verso la dittatura militare rappresentata dal generale Jorge Videla.

– Questa interpretazione degli eventi, la più favorevole a Cruyff, ha trovato larga condivisione in tutto il mondo nei giorni immediatamente successivi alla morte dell’ex campione olandese (marzo 2016).

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La tv venezuelana “Tele Sur”

– In realtà è più probabile che il rifiuto di Cruyff sia stato motivato da problemi personali. Nel 2008 l’ex campione rilascia una intervista a “Catalunya Radio”, emittente radiofonica di Barcellona, nella quale dichiara testualmente:

Forse non sapete che io ebbi problemi verso la fine della mia carriera qui. Qualcuno mi puntò un fucile alla testa:  legò me e mia moglie, davanti ai nostri tre bambini, nella nostra casa di Barcellona. I miei figli andavano a scuola accompagnati dalla polizia.  Poliziotti dormirono nella nostra casa per tre o quattro mesi. Io andavo alle partite con le guardie del corpo. Queste cose cambiano il tuo punto di vista su molte cose. Ci sono momenti in cui altri valori prendono il sopravvento. Volevamo mettere fine a quella situazione, fare una vita diversa. Pensai fosse venuto il momento di lasciare il calcio e per questo decisi di non giocare ai mondiali in Argentina

– Pur non essendoci dubbi sulla valutazione profondamente negativa data da Cruyff al regime militare argentino, le ragioni di tipo personale furono probabilmente più importanti delle considerazioni di carattere politico.

– Presso i super professionisti del calcio il problema della situazione politica argentina durante il Mundial 78 e il dilemma etico di giocare una competizione sportiva a pochi chilometri dai centri di tortura non ebbero un impatto rilevante. Non lo ebbero per i giocatori italiani e nemmeno per gli altri: la parola d’ordine era quella di affermare l’estraneità dello sport rispetto alla politica. I casi di cui si discusse all’epoca sono stati fortemente ridimensionati. Jorge Carrascosa, capitano dell’Argentina, si ritirò dal calcio alla vigilia dei mondiali per motivi mai chiariti; il portiere svedese Ronnie Hellström di cui si parlò per una sua presunta partecipazione alla marcia di Plaza de Mayo, non ebbe alcun incontro con le donne della protesta [1], mentre l’unico calciatore che affermò espressamente di non voler giocare il Mondiale argentino fu il tedesco Paul Breitner.

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Breitner con la maglia dei “franchisti” madrileni

– Il 7 aprile del 1978 la rivista Stern pubblica un articolo di Breitner fortemente critico verso la dittatura argentina: il giocatore tedesco se la prende anche con i suoi compagni di squadra, definiti “eunuchi politici”. A parere di Breitner la Germania campione in carica avrebbe avuto una responsabilità speciale: quella di prendere una posizione chiara sulla questione del Mondiale organizzato dalla dittatura argentina. [2]

Breitner rifiutò di partecipare al Mundial 78 per una congerie di ragioni: non solo il regime dei militari, ma anche la scarsa motivazione, i diverbi con tecnico e compagni, il complesso passaggio generazionale che stava caratterizzando il calcio tedesco alla fine degli anni Settanta.

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Alberto Tarantini, campione del Mondo 1978, decide di parlare dopo 27 anni di silenzio, in una intervista concessa al quotidiano argentino Página12. La sua è una difesa a tutto tondo del risultato sportivo: “I giocatori pensarono a giocare”, dice, sostenendo anche di avere personalmente chiesto a Videla della sorte di tre amici desaparecidos. Il giovane Tarantini era in un bar quando arrivò l’esercito e sequestrò varie persone, tra le quali i suoi amici che non vennero mai più trovati. [3]

Tarantini su Videla:

Videla me sacó cagando [4]

FONTI:

[1] Pablo Llonto, I mondiali della vergogna – I campionati di Argentina ’78 e la dittatura, Roma, Edizioni Alegre, 2010.

[2] El Pais, 7 aprile 1978

[3] [4] Pagina 12, 17 settembre 2005

Mundial 78. Ramon Quiroga e la ‘marmelada peruana’

quirogaRamon Quiroga, nato a Rosario, Argentina, il 23 luglio 1950. Professione: portiere. Soprannome: “El loco” (il pazzo).

– Di origine argentina, ottiene il passaporto peruviano nel 1977 a seguito di una lunga militanza nello Sporting Cristal: vanta 40 presenze nella nazionale peruviana (tra il 1977 e il 1985).

– Alto appena 177 cm fa parte della schiera di portieri “nani” in voga tra anni Settanta e prima metà degli anni Ottanta.

Il brasiliano Dirceu sui portieri bassi:

Tancredi è l’ unico capace nelle uscite tra gli italiani. Ma a me avere un portierino che a fatica tocca la traversa non dà sicurezza, preferisco avere un bell’ omone tra i pali, uno che sappia anche dirigerti. Il migliore in questo senso è il russo Dasaev

– José René Higuita Zapata, celebre portiere colombiano, ha dichiarato in una intervista di essersi ispirato al “Loco” Quiroga e all’altro “Loco” Hugo Gatti, entrambi argentini.

– Ai Mondiali 1978, Quiroga dà prova del suo estro in alcune spettacolari uscite che lasciano interdetti i telecronisti di tutto il mondo.

– Portiere reattivo, di personalità, aveva optato per la nazionale peruviana ritenendo di non trovare spazio nella “Albiceleste” argentina che a metà anni Settanta poteva contare su elementi come Fillol, Gatti, Baley, Lavolpe.

– Al Mundial 78 l’Argentina, come squadra di casa, si trova praticamente costretta a vincere. La formula del torneo è quella del Mondiale 1974: una prima fase con quattro gruppi eliminatori di quattro squadre ciascuno. A qualificarsi le prime due di ogni gruppo; in caso di parità di punti vale la differenza reti e in caso di parità di differenza reti vale il numero di gol segnati.

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Jorge Videla, presidente della giunta militare argentina

– La seconda fase è data da due gironi di semifinale di quattro squadre ciascuno, chiamati Gruppo A e Gruppo B, formati dalle squadre qualificate nei gironi della prima fase. Le prime classificate dei gironi della seconda fase disputano la finale per il primo posto, mentre le seconde si affrontano nella finale per il terzo posto.

– Nella prima partita l’Argentina batte a fatica una ottima Ungheria per 2-1 (gol decisivo di Alonso, con un singolarissimo “1” come numero di maglia); nella seconda, si ripete col medesimo punteggio contro la Francia di Platini, ma nella terza viene battuta dall’Italia di Bearzot (gol di Bettega dopo pregevole triangolazione con Paolo Rossi).

– Nella seconda fase si forma un girone con Brasile e Argentina: Polonia e Perù sono le vittime predestinate delle due grandi squadre sudamericane. Il Brasile batte il Perù per 3-0 e la Polonia 3-1, mentre l’Argentina batte 2-0 la Polonia: lo 0-0 contro il Brasile impone quindi agli argentini una vittoria sul Perù con almeno quattro gol di scarto.

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Il primo gol di Kempes

– L’Argentina, costretta a lasciare Buenos Aires dopo la sconfitta contro l’Italia e il secondo posto nella prima fase, si ritrova a giocare la partita decisiva per l’accesso alla finalissima a Rosario, città natale di Quiroga.

– I media sudamericani, in particolare quelli brasiliani, subodorano la “marmelada” (equivalente dell’italiano “biscotto”) e fanno pressioni sul Perù affinché garantisca la regolarità della partita: viene esplicitamente richiesta l’esclusione di Quiroga a vantaggio del secondo portiere Ottorino Sartor. I peruviani decidono di confermare comunque Quiroga.

– Si gioca nello stadio “Gigante de Arroyito” davanti a 37 mila spettatori: il Perù si fa subito pericoloso con Munante, ma è un fuoco di paglia. Al gol di Kempes, seguirà quello di Tarantini poco prima dell’intervallo e poi ancora Kempes e Luque, al 49′ e al 50′, che di fatto chiudono la pratica. C’è ancora tempo per altri due gol: Houseman, che aveva fatto ammattire gli italiani nel Mondiale di quattro anni prima, e ancora Luque. Risultato finale: 6-0.

– Nella partita contro l’Argentina, Quintana appare stranamente remissivo, poco reattivo, così come tutto il Perù. Fonti mai confermate riferiscono di una colossale fornitura di grano e di una linea di credito da 50 milioni di dollari a favore del governo peruviano.

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La “marmelada peruana”: in primo piano, Leopoldo Luque 

Nel libro “El hijo del Ajedrecista“, scritto da Fernando Rodriguez Mondragon, figlio dell’ex capo del narcotraffico del cartello di Calì, Gilberto Rodriguez Orejuela, si sostiene la tesi della avvenuta corruzione: Rodriguez figlio sostiene di essere venuto a conoscenza, tramite uno zio –  boss del narcotraffico – della combine tra Argentina e Perù volta all’eliminazione del Brasile.

– Secondo altre voci, i peruviani avrebbero ricevuto prima della gara la visita del generale Videla e del premio Nobel per la pace Henry Kissinger. Lo stesso Quiroga, sotto l’effetto dell’alcol, avrebbe parzialmente ammesso un accordo.

– Quiroga continua a giocare nella nazionale peruviana, senza alcun problema, fino al 1985. Parteciperà, quindi, da titolare anche al Mundial 82. Si ritirerà nel 1986.

 

Gol, solitudine e coerenza. Lo chiamavano «Giggirrriva»

uid_1226575a19d-580-0Il 7 novembre 1944 nasce a Leggiuno il più grande attaccante italiano dell’epoca moderna: Luigi Riva, detto Gigi, bandiera del Cagliari e miglior marcatore della nazionale. Due gambe rotte sull’altare dell’Italia, tre titoli di capocannoniere con il quarto mancato di un soffio nel 1971-72 a vantaggio di un altro mancino terribile: l’amico-nemico Roberto Boninsegna.

«Giggirrriva» è una sorta di santino per la Sardegna, una leggenda tramandata di padre in figlio, in un’Isola in cui le vittorie sono merce rara.
Quando poco dopo l’incredibile dimostrazione di potenza data in un Inter-Cagliari dell’ottobre 1970 Gianni Brera lo ribattezza «Rombo di tuono» è subito chiaro che quella definizione lo avrebbe accompagnato a lungo: mancino dotato di strabordante forza fisica, coraggio, imperioso colpo di testa è soprattutto un trascinatore, un uomo squadra, uno di quelli che da soli fanno vincere le partite.

Riva appartiene alla generazione che ha «rifatto» l’Italia sotto il profilo sportivo.
Negli anni 40 nascono i nuovi campioni del calcio italiano, dopo Superga e la conclusione del ciclo di Vittorio Pozzo; è la generazione dei Boninsegna, Burgnich, Rivera, Sandro Mazzola, Facchetti, Domenghini, Zoff che consente di porre fine alla lunga traversata nel deserto iniziata coi mondiali degli anni 50.

 

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Con Lodetti e Facchetti a Inghilterra ’66

 

A Inghilterra ’66 un giovane Riva fa già parte della comitiva azzurra, spaccando tutto negli allenamenti. Quasi una gita premio per un ragazzo promettente; un incoraggiamento, con l’onere di non fare troppa concorrenza ai senatori. Grande rimpianto per Edmondo Fabbri: «Se ti avessi fatto giocare» dirà il c.t. all’indomani della umiliante sconfitta con la Corea del Nord «ora saremmo ancora in corsa per il mondiale».

La storia di Riva in nazionale sarà lunga, gloriosa e con i contorni del dramma. Già nel ’67, in un incontro amichevole con il Portogallo: in panchina il mago Herrera, chiacchierato per i suoi metodi di allenamento, un vincente abituato a imporsi sui giocatori a ogni costo al punto da assegnare al superstizioso Riva l’odiato numero 9. Risultato: uscita scomposta del portiere portoghese e frattura di tibia e perone per l’attaccante del Cagliari.

Nessun dubbio però sul modo di intendere il gioco: «Questo è il calcio, il gol è troppo importante per un uomo di punta: è quella cosa che ti fa star bene durante la settimana», dirà Riva in una intervista alla Rai, «quindi non cambio. Se ci sarà da spaccarmi l’altra gamba me la spaccherò».

 

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Il contrasto con Hof al Prater di Vienna

 

Quasi un vaticinio. Match con l’Austria valido per le qualificazioni a Euro ‘72: fallo da dietro del terzino Hof su Riva che parte come un fulmine verso la porta avversaria. E’ un attimo: crollo a terra, urlo dell’attaccante azzurro con Domenghini, collega e amico del Cagliari, a mettersi le mani nei capelli. Con Riva rotto il Cagliari in lotta per Coppa campioni e campionato perde rapidamente entrambi.

Stadio Sant’Elia, una sorta di arena per gladiatori sul modello dell’Olimpico di Roma: Riva ci gioca le poche partite di Coppa campioni e i campionati dal 1970-71 fino al terzo infortunio del ‘76: strappo agli adduttori e fine della carriera. Senza lacrime, senza gare d’addio, senza sceneggiate: «Vedrò cosa si può fare per recuperare ancora una volta», dirà serafico intervistato negli spogliatoi da un gruppo di attoniti cronisti, «se sarà possibile voglio provare di nuovo a dire la mia».

 

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Dopo, il ruolo dirigenziale in un piccolo Cagliari nel quale non arrivano più i soldi dei petrolieri; squadra casereccia, ma orgogliosa, con alcuni giovani giocatori locali: Gigi Piras, terzo marcatore in assoluto nella storia del Cagliari, e Pietro Paolo Virdis, l’attaccante più talentuoso del calcio sardo, emulo a metà di Riva con i suoi numerosi rifiuti rifilati alla Juventus prima della clamorosa capitolazione.

 

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La lunga parentesi come accompagnatore della nazionale fa di Riva il custode dei segreti dello spogliatoio azzurro: sempre discreto, capace di stemperare le tensioni e caricarsi sulle spalle la responsabilità di qualche piccata risposta verso critici troppo severi.

Ogni tanto lo si vede in giro, a Cagliari.
Capita che qualche padre dica al figlioletto: «Sai chi è quel signore? Adesso te lo spiego…».

E il signore, che osserva il mondo coi suoi inseparabili Ray ban, abbozza un sorriso.

Mexico70. L’Italia è seconda solo a Pelè

rosato100Campionato del mondo 1970. Si gioca in Messico. Umiliata dalla sconfitta contro la Corea del Nord nei mondiali inglesi di quattro anni prima la nazionale italiana si presenta all’ultimo atto della coppa Rimet forte di tanti campioni, ma come al solito gravata dal consueto carico di polemiche. Ferruccio Valcareggi, tecnico azzurro da alcuni considerato poco “creativo” dal punto di vista tattico, ha comunque guidato l’Italia alla vittoria durante i fortunosi europei del 1968, giocati in casa, rompendo un digiuno di vittorie in campo internazionale che durava da 30 anni (mondiali del 1938). Un’eternità. Già a Inghilterra ’66 l’Italia si presenta con notevoli ambizioni, ma l’incredibile sconfitta contro i “ridolini” coreani si rivela traumatica per tutto il movimento. La vittoria europea rappresenta quindi un parziale riscatto, in attesa della conferma nel ben più prestigioso palcoscenico mondiale del ’70.

La nazionale che si presentava ai nastri di partenza in Messico è un mix di forza fisica e classe: accanto ai gladiatori Riva, Boninsegna, Domenghini, Bertini, Burgnich, Facchetti e Rosato giostrano alcuni piedi buoni come De Sisti, Cera, Mazzola e soprattutto Rivera.

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Le consuete polemiche complicano le cose, con il clan nerazzurro contrapposto al gruppetto di milanisti: praticamente gli interisti contro Rivera. Non contribuisce di certo a stemperare la tensione la cacciata dal ritiro messicano del fedele scudiero Lodetti, uomo di fatica con piedi tutt’altro che modesti: mandato a casa con ignominia, a favore di Boninsegna e Prati dopo l’infortunio di Anastasi, lascia ancora più isolato un Rivera che comunque può almeno contare sull’appoggio (in senso tecnico) del bomber Riva.

E’ tutta qui l’origine della famosa staffetta Mazzola-Rivera: i due non si odiano, ma rappresentano il normale, prevedibile, sollazzo per un Paese da sempre abituato a dividersi in guelfi e ghibellini. Mazzola fornisce più corsa e garanzie in fase di copertura; Rivera è un regista capace di impostare l’azione, rifinirla e andare in gol: è probabilmente il miglior giocatore italiano del momento, l’uomo giusto per innescare due formidabili attaccanti come Boninsegna e Riva (entrambi mancini e portati naturalmente a pestarsi i piedi già ai tempi del Cagliari).

 

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La “staffetta” secondo Intrepido

Un ct brasiliano, tedesco o addirittura inglese avrebbe probabilmente schierato nello stesso undici di partenza sia Mazzola che Rivera, ma Valcareggi, vittima della mentalità difensiva che da sempre caratterizza il calcio italiano e dell’influenza del clan interista, opta per la famosa “staffetta”: Sandro per il primo tempo, Gianni per il secondo.

Il girone eliminatorio, da sempre problematico per la nostra nazionale ai mondiali, non fa di certo sognare. L’Italia passa il turno grazie all’unico gol segnato in tre partite: quello di Domenghini contro la Svezia (gli altri incontri con Israele e Uruguay finiscono 0-0). Il gioco dell’Italia è asfittico: in altura, dove le lunghe e ripetute rincorse sono devastanti per il fisico dei giocatori, si pensa di poter innescare la coppia Boninsegna-Riva con i lanci dalle retrovie. 

Ai quarti l’Italia deve vedersela con il Messico, la squadra di casa, una buona formazione che pratica la zona e un calcio tecnico basato sul possesso palla: per Riva e compagni le cose sembrano mettersi male, con i padroni di casa subito in vantaggio (gol del numero 8 Gonzales dopo pochi minuti di gioco). Ci pensa ancora Domenghini a sistemare le cose, al venticinquesimo, con un tiro “cieco e sciamannato” (copyright di Gianni Brera) che induce lo stopper messicano Pena all’autogol. Nel secondo tempo si scatena la coppia Rivera-Riva (la mente e il braccio): doppietta del bomber del Cagliari, che finalmente si sblocca, e gol del milanista al settantesimo. Un perentorio 4-1 per l’Italia e soprattutto la conquista della semifinale dopo moltissimi anni. Si giocherà a Guadalajara, contro la Germania: clima più caldo di Toluca, ma anche mille metri in meno sul livello del mare. Il pubblico messicano reagisce all’eliminazione della propria nazionale tirando oggetti in campo: tiferà sempre contro l’Italia.

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Il famoso match contro la Germania Ovest ha sempre catalizzato le nostalgie degli appassionati non soltanto italiani. Tuttora esiste una targa presso lo stadio Azteca di Città del Messico che ricorda una gara straordinaria non tanto sotto il profilo tecnico quanto sotto quello delle emozioni.

Vale la pena riportare il racconto di Gianni Brera, limitatamente alla fase più emozionante della partita: i supplementari.

Tempi supplementari. Si fa male Rosato, entra Poletti. A parte una lecca a Held, che se la merita, gioca di punta per i tedeschi, e segna al 5′. Cross di Libuda (che inciucchisce Facchetti), testa a rifinire di Seeler: palla morta in area, Poletti non stanga via, accompagna di petto verso porta: Müller si frappone: Poletti e Albertosi fanno la magra: 1-2. Sciagura. Pubblico osannante.
Meritiamo, meritiamo, come no? Ma qui incominciano gli errori tedeschi. Pur imitando Ramsey, Herr Schoen ci ha preso per degli inglesi. E insiste a WM. Vogts commette fallo su Riva. Rivera tenta il pallonetto perché incorni qualcuno: chi c’è in area tedesca? Il furentissimo Held. Il quale di petto mette graziosamente palla sul sinistro di Burgnich, l’immenso: 2-2. Dice che il pubblico si diverte, a questi scempi. Il critico prende atto: ma rabbrividisce pure. I tedeschi sono proprio tonti: ecco perché li abbiamo quasi sempre battuti. Nel calcio vale anche l’astuzia tattica non solo la truculenza, l’impegno, il fondo adetico e la bravura tecnica. I tedeschi seguitano a pencolare avanti in massa.
 
Così segna anche Riva. Domenghini si ritrova all’ala sinistra (dove non è il mio grande grandissimo sbirolentissimo Bergheim?): crossa basso: trova Riva. Riva tocca a lato di esterno sinistro, secco, breve: scarta di netto Vogts ed esplode la rituale mancinata di collo. Gol strepitoso. È il 14′ del primo tempo supplementare. I tedeschi sono anche eroici (e quante botte pigliano e danno). Sono stanchi morti, ma quando Seeler suona il tamburo (con il gomito in faccia a Bertini) tutti ritrovano la forza per tornar sotto e pareggiare. È angolo a destra. Batte Libuda. Seeler stacca da sinistra e rispedisce a destra: Müller dà una incornatola che Albertosi segue tranquillo: sul palo è Rivera (ma sì, ma sì): il quale sembra si scansi. Albertosi lo strozzerebbe. Rivera china il capino zazzeruto e la fortuna sua e nostra gli offre subito il destro di salvare sé e la squadra. È il 6′: lanciato sulla sinistra, Boninsegna ingaggia l’ennesimo duello con il cottissimo Schultz: riesce a crossare basso indietro: i pochi tedeschi in zona sono su Riva. Rivera in comodo allungo si trova la palla sul piatto destro e freddamente infila Maier, già squilibrato prima del tiro.
 
Adesso è proprio finita. I tedeschi sono battuti. Beckenbauer con braccio al collo fa tenerezza ai sentimentali (a mi, nanca on po’). Ben sette gol sono stati segnati. Tre soli su azione degna di questo nome: Schnellinger, Riva, Rivera. Tutti gli altri, rimediati. Due autogol italiani (pensa te!). Un autogol tedesco (Burgnich). Una saetta di Bonimba ispirata da un rimpallo fortunato. Come dico, la gente si è tanto commossa e divertita. Noi abbiamo rischiato l’infarto, non per ischerzo, non per posa. Il calcio giocato è stato quasi tutto confuso e scadente, se dobbiamo giudicarlo sotto l’aspetto tecnico-tattico. Sotto l’aspetto agonistico, quindi anche sentimentale, una vera squisitezza, tanto è vero che i messicani non la finiscono di laudare (in quanto di calcio poco ne san masticare, pori nan).

 

L’epilogo è col Brasile di Pelè, Tostao, Rivelino, Gerson, Jairzinho, Clodoaldo, Carlos Alberto & co. In pratica il più forte di tutti i tempi. L’Italia è in riserva dopo la partita contro la Germania (i brasiliani godono anche di un giorno in più di riposo).

 

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Il primo tempo è piuttosto equilibrato. Grandissimo gol di testa di Pelè su un impotente Burgnich, a marcare il vantaggio brasiliano, poi la rabbiosa reazione di Boninsegna che ruba palla al giocoliere Clodoaldo verso i venticinque metri, vince un contrasto col portiere Felix e deposita in rete anticipando Riva che, per non ostacolare il compagno, compie una torsione quasi contro natura per un bomber di razza. Nel secondo tempo, dopo il 2-1 del sopraffino regista Gerson, i brasiliani dilagano e vincono la finale con un sonoro 4-1 (Jairzinho e Carlos Alberto, servito da sua maestà Pelè).

Valcareggi, dal canto suo, commette un clamoroso errore tattico: lasciare giocatori fondamentali come Gerson e Carlos Alberto (capitano e terzino destro brasiliano, di fatto un’ala) completamente liberi: sono questi giocatori a essere decisivi con le loro reti e azioni individuali. La nazionale verdeoro si porta a casa la prestigiosa coppa Rimet (avendola vinta per ben tre volte). Nel versante italiano, come al solito, sono le polemiche a tenere banco: in particolare quella sui famosi, umilianti, sei minuti che Valcareggi concede a Rivera sconfessando la cosiddetta staffetta che lo stesso C.T. italiano aveva congegnato. Un vero e proprio regalo al Brasile più forte di tutti i tempi.

Togliamoci il cappello di fronte al Brasile, riconosciamo che non solo sul piano tecnico-tattico i brasiliani sono stati largamente superiori, ma che hanno ottenuto questo prestigioso risultato nella storia del calcio mondiale anche per una continuità del proprio vivaio e per una concezione del football per noi quasi proibitiva… Gli italiani hanno compiuto una notevole prodezza proprio perché in partenza il credito che si faceva loro non andava oltre le semifinali. Ma proprio nelle semifinali, quando i sentimentali e i romantici si sono abbandonati a orge di entusiasmo e di gratitudine verso gli azzurri, chi avesse seguito il gioco più freddamente e lucidamente si sarebbe accorto che il tono tecnico-tattico della nostra squadra era assolutamente inferiore al suo compito. Con la Germania è stata la vittoria del cuore e anche della fortuna. Il calcio istintivo ci ha portato a un successo che i romantici considerano memo-rabile. Guardando tuttavia quanto è avvenuto in campo, io personalmente non mi son sentito di ingannare i lettori e, con un coraggio di cui spero mi si dia atto, ho reagito al mio intimo entusiasmo, alla mia soddisfazione, all’emozione anche parlando di football e così annotando puntualmente che i nostri errori, la nostra stessa difesa, sopravvalutata dai critici italiani e no, non avrebbe potuto reggere ai brasiliani.

In memoria di Aldo Maldera

Pochi giorni fa, 1 Agosto, è mancato agli affetti dei suoi cari, e a quello degli appassionati di calcio, Aldo Maldera, ex giocatore – tra le altre squadre – di Milan, Roma e Fiorentina. Classe ’53 Maldera era il prototipo del calciatore moderno: mancino, dal gran fisico e dalla corsa fluida ed elegante, chiamato “cavallo” per le sue doti atletiche. Possedeva un ottimo piede sinistro, sia in fase di appoggio che di cross, ed eccelleva nel tiro a rete (potente e preciso). Fu probabilmente il primo, in Italia, ad adottare il tackle in scivolata, poi divenuto marchio di fabbrica di tanti altri celebri difensori. Apprezzato da Nils Liedholm che, con lui in squadra, vince due scudetti: quello della stella al Milan (1978-79) ed il secondo (1982-83) – celeberrimo – con la Roma di Falcao, Pruzzo e Bruno Conti. Liedholm lo impiega, a volte, persino col numero 10, a centrocampo, con compiti di mezzo sinistro, magari in sostituzione di qualche titolare di ruolo. Ma Aldone è soprattutto un uomo di fascia, un terzino d’attacco, con doti da bomber: basti pensare ai 9 goals segnati nel Milan della stella, vicecannoniere dei rossoneri dietro solo ad Albertino Bigon. Squadra autarchica, quella, con Chiodi implacabile rigorista (anche lui scomparso prematuramente), appunto Bigon uomo d’appoggio in avanti, e Walter Novellino, tutto talento ed istinto, tanto scapestrato da giocatore quanto intransigente una volta diventato tecnico.

Nella Roma, dopo la retrocessione del Milan nel 1982, ritrova il Maestro svedese Liedholm che gli affida nuovamente la fascia sinistra. Maldera non tradisce la fiducia del mister, risultando uno dei grandi artefici dello scudetto.

Per quanto riguarda la parentesi nella Nazionale, Maldera viene convocato per i Mondiali di Argentina del 1978 ma gioca solo la finalina per il terzo posto con il Brasile. Nel suo ruolo, infatti, è “chiuso” da un giovane in prepotente ascesa: Antonio Cabrini. Naturalmente non bisogna dimenticare la “geopolitica” calcistica che in quel torno d’anni  porterà a privilegiare i giocatori della Juventus a scapito di quelli delle altre squadre (si pensi al clamoroso caso di Roberto Pruzzo). Comunque furono dieci, in totale, le presenze di Maldera in Nazionale.

Una volta appese le scarpe al chiodo (ultima stagione nella Fiorentina del 1987), Maldera lavora per il settore giovanile della Roma ed ha una esperienza nel campionato greco come dirigente sportivo. Ultimamente aspettava una panchina, magari di C2, memore di quanto diceva Liedholm: “mai avere fretta, pure io ho iniziato tardi”.

Al di là dell’aspetto sportivo Maldera è ricordato da tutti per il suo tratto caratteriale. A tale proposito segnaliamo questo bellissimo articolo su Storie di calcio, nel quale si evidenzia (ancor prima del lato tecnico) l’uomo  Aldo Maldera.