Politica.

Il «processo proletario» a Germana Stefanini, invalida civile e vigilatrice del reparto femminile di Rebibbia

18601480_1088248527986233_872278746_nRoma, 11 maggio 1983. Al civico 3 di via Torreglia, gli agenti della Digos scoprono un covo terroristico dei «Nuclei per il potere proletario armato», un movimento di estrema sinistra composto da giovani fiancheggiatori delle Brigate Rosse. All’interno dell’abitazione le forze dell’ordine rinvengono il drappo rosso dell’organizzazione, alcuni bossoli e una fotografia che ritrae il «processo proletario» subito alcuni mesi prima da Germana Stefanini, 57 anni, invalida civile e vigilatrice del reparto femminile di Rebibbia, uccisa con un colpo di pistola alla nuca.

La polizia arresta l’affittuario dell’appartamento, un giovane studente di architettura: Valerio Ruffo Albanese, venticinque anni, figlio di un generale dell’esercito e della preside di un rinomato liceo romano. Risultano invece autori dell’omicidio Stefanini: il ventisettenne Carlo Garavaglia e i ventitreenni Francesco Donati e Barbara Fabrizi. Saranno arrestati qualche giorno dopo durante un tentativo di rapina ad un ufficio postale.

 

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Nel pomeriggio del 28 gennaio 1983, Germana Stefanini è stata bloccata nella propria abitazione al ritorno dalla giornata lavorativa presso il carcere di Rebibbia. Dopo aver messo a soqquadro l’appartamento e prima di eseguire la condanna a morte, i terroristi hanno sottoposto la donna ad un interrogatorio. Tra i materiali sequestrati dagli agenti all’interno del covo di via Torreglia vi è anche un’audiocassetta che custodisce l’audio dell’intero «processo». Ne riportiamo di seguito alcuni momenti:

D. «Quanti anni hai?»

R. «Cinquantasette.»

D. «Sei sposata?»

R. «No.»

D. «Hai la licenza media?»

R. «No.»

D. «Che c’hai?»

R. «La quinta elementare.»

 

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D. «Perché hai scelto questo mestiere?»

R. «Perché non sapevo come poter vivere, è morto mio padre… Mio padre è morto nel ’74 e nel ’75 sono entrata a Rebibbia perché non sapevo come poter vivere.»

D. «Che funzione hai?»

R. «Come che funzione ho?»

D. «Che fai a Rebibbia?»

R. «Io faccio i pacchi.»

D. «Solo i pacchi?»

R. «Sì.»

D. «I controlli ai pacchi non li fate?»

R. «No, io è poco che ci sto ai pacchi.»

D. «Ah, è poco? Sono sei anni.»

R. «Prima lavoravo all’orto. Reparto orto di Rebibbia.»

D. «Controllavi il lavoro delle detenute?»

R. «No, lavoravo pure io. Se parli con le politiche nessuna mi dice male, a me tutte me portano così. Io le ho sempre trattate bene. Loro c’hanno l’idea loro e io la rispetto.»

D. «La rispetti chiudendole nelle celle? Facendo la vigilatrice?»

R. «Non ci sono mai andata giù [alle celle, ndr.] non mi ci mandano, come faccio a dire che succede?»

D. «Senti un po’ le trimestrali [vigilatrici assunte con contratto a termine, ndr]…dagli una sigaretta [rivolta a un altro terrorista, ndr], tu che fumi, la pipa? No, le Nazionali. Questa che è, una Merit…Andiamo avanti. Le trimestrali per rimanere che devono fà?»

R. «Un concorso.»

D. «Tu che hai fatto? un concorso?»

R. «Io sono entrata come invalida.»

D. «Perché ci sono posti riservati come ai ministeri?»

R. «Siccome mio padre era invalido di guerra…»

D. «Tuo padre era agente di custodia?»

R. «No, era idraulico.»

D. «Ma tu questo mestiere perché lo fai?»

R. «Perché, morto mio padre dove andavo a lavorare? Dovevo andare a fare la donna di servizio ma non glie la faccio.»

D. «Spiegaci come sei entrata a Rebibbia.»

R. «Ho una cugina suora e lei me l’ha detto, perché lì non dovevo fare grosse fatiche e non dovevo tenere le mani a bagno. Io risposi: “proviamo”»

D. «Tu, quando hai detto “proviamo” lo sapevi dove andavi a lavorare, no?»

R. «Io sono sempre stata appresso a mio padre e a mia madre. Ho avuto due sorelle malate, che poi sono morte, sono sempre stata a combattere con gli ospedali.»

D. «Ma è il primo lavoro che facevi, questo?»

R. «Sì, perché avevo papà invalido di guerra.»

D. «Tuo marito che stava…»

R. «Non sono sposata. Se avessi avuto marito, mi contentavo di quello che portava lui.»

D. «Tu prendi la pensione?»

R. «No, come prendevo la pensione se non ho mai lavorato?»

D. «La pensione di tuo padre invalido.»

R. «No, non me l’hanno data. Se mi davano la pensione magari non andavo a lavorare.»

D. «Ma in quell’anno della morte di tuo padre a quando sei andata a lavorare a Rebibbia come hai fatto a campare?»

R. «Andavo a mangiare una volta da una zia, una volta da una cugina, una volta da mia sorella, ma con mio cognato non vado d’accordo, mi scoccia andarci a mangiare.»

A questo punto della registrazione si odono i pianti della donna. Uno dei terroristi le dice: «Nun piagne, tanto nun ce frega un cazzo!» La donna risponde singhiozzando: «Ma ve l’ho detta la mia vita! perché ve la dovete prendere con me?» e il terrorista replica: «Te l’ho detto, nun piagne, nun me commuovi proprio!». Pochi minuti dopo, le sparano alla testa. Il corpo della vigilatrice sarà rinvenuto nel bagagliaio di una Fiat 131. I terroristi comunicheranno ai giornali l’avvenuta esecuzione «di un’aguzzina delle carceri». Nel 2007 a Germana Stefanini sarà attribuita la medaglia d’oro al valor civile e nel 2012 una strada di Roma sarà intitolata in suo onore.

Via Montalcini e il garage troppo corto. Le ultime dalla Commissione d’inchiesta sul caso Moro

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E’ di qualche giorno fa la notizia del sopralluogo compiuto in via Montalcini da alcuni membri della nuova Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro e dai carabinieri del Ris, guidati dal colonnello Luigi Ripani: l’appartamento, sito al numero 8, a Roma sud, zona Magliana, è quello dove Moro sarebbe stato tenuto prigioniero per 55 giorni, dal 16 marzo 1978, giorno della strage di via Fani, fino al tragico epilogo del 9 maggio culminato con il ritrovamento del corpo dello statista in via Caetani, al centro di Roma.

Via Montalcini rappresenta un punto di fondamentale importanza per tutta la vicenda Moro essendo stata nel tempo crocevia di dichiarazioni, verità giudiziarie, e, secondo alcuni, veri e propri depistaggi sulla tragica storia dell’assassinio del presidente democristiano.

I membri della Commissione, tra cui il presidente Giuseppe Fioroni e il deputato Pd Gero Grassi, tra i più strenui promotori della nuova indagine parlamentare, hanno assistito a una serie di accertamenti tecnici, compiuti dai Ris, tra cui quelli finalizzati alla verifica del rumore prodotto dall’utilizzo di armi da fuoco, pur dotate di silenziatore, in uno spazio così angusto.

Le prime impressioni suggeriscono che spari, compiuti all’alba, avrebbero potuto essere uditi dagli inquilini del condominio di via Montalcini; a lasciare qualche dubbio è poi anche la fattibilità della procedura descritta dai Br, sia sul lato del come Moro è stato fatto entrare nel bagagliaio della Renault 4, sia su quello delle “misure” empiriche del garage davvero minime per far circolare prigioniero (dentro una cesta) e i due Br che avrebbero sparato. Il posto auto è parso infatti sufficiente a contenere a stento, e in modo estremamente parziale, una R4 rossa identica a quella ritrovata in via Caetani.

 

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Le foto diffuse da Grassi e da Paolo Cucchiarelli, giornalista Ansa, autore della interessante inchiesta “Morte di un Presidente” nella quale, tra le altre cose, viene rivoluzionata la modalità seguita per l’esecuzione di Moro, dimostrano che la R4 è troppo grande per il piccolo posto auto.

“La prima questione”, dice Grassi, “riguarda il box dove sarebbe stata parcheggiata l’auto: non si chiude la saracinesca perché l’auto non entra interamente se ha il cofano aperto. Quindi tutte le operazioni sarebbero state fatte con la porta basculante aperta. Poi non c’è abbastanza spazio per far entrare nell’abitacolo una cesta: mentre le Br sostengono che così hanno portato il presidente Moro all’interno del bagagliaio dove poi è stato ritrovato”.

Sugli spari, Grassi, sostiene che “gli spazi ristretti impongono allo sparatore di essere a dieci centimetri dal volto di Moro”, con “i colpi sparati dagli uomini del RIS che a noi, privi di protezione acustica, hanno dato l’impressione di una bomba: possibile che nessuno degli abitanti del palazzo abbia sentito rumore quella mattina del 9 maggio?”.

Agli interrogativi della Commissione sembra rispondere il libro di Anna Laura Braghetti, “Il prigioniero”, scritto dieci anni fa assieme alla giornalista Paola Tavella.

Conviene riportare un breve brano: “Vidi Mario e Germano (rispettivamente Moretti e Maccari, ndr) uscire dallo studio trasportando cautamente la cesta. Si erano tolti i cappucci. Ora non restava che arrivare in garage. Il nostro box, come quello di ogni inquilino, affacciava su un unico, grande, vano sotterraneo che dava direttamente sulla strada. Si raggiungeva attraverso le scale interne della palazzina o con l’ascensore. Io scesi per prima e perlustrai le scale. Feci segno che si poteva passare. Corsi ad aprire il box. Mi raggiunsero in pochi secondi, ed entrarono. Quando furono dentro, però, ci rendemmo conto che non saremmo riusciti a chiuderlo del tutto. L’auto era stata posteggiata con il muso rivolto verso l’esterno, aveva il portabaglio aperto e loro due dovevano restare in piedi sul retro. Non c’era abbastanza spazio. Uscendo dovetti lasciare socchiuso di qualche centimetro. Dopo un attimo sentii Mario che chiedeva a Moro di entrare nel bagagliaio e sistemarsi. Pensai che avrebbe visto Mario in faccia e capito cosa stava per accadere. Facevo la spola fra l’ascensore e la porta principale sulla strada. Improvvisamente sentii il rumore dell’ascensore che scendeva verso il garage. Avvertii Mario e Germano di restare immobili. Poi vidi l’inquilino dell’ultimo piano. Sapevo che era una professoressa. La salutai, chiesi come mai fosse in piedi così di buon’ora. Rispose che insegnava fuori Roma e impiegava molto tempo per arrivare a scuola. Mi guardava in modo strano. Si domandava, a sua volta, perché io fossi lì, a girovagare senza ragione. Buttò una occhiata al mio box. Il fascione anteriore della Renault rossa si vedeva benissimo. Lei Entrò in macchina e cercò di mettere in moto senza riuscirci. Mi offrii di aiutarla. Rifiutò. […] L’inquilina dell’ultimo piano riuscì finalmente ad avviare la macchina. Quando il garage fu di nuovo deserto, comunicai a Germano e Mario che il pericolo era passato. Sentii una prima raffica, poi trascorse un istante e ne sentii una seconda, più breve. I colpi silenziati facevano un rumore strano, di tonfi soffocati. Ancora qualche minuto, poi Mario, dall’interno, mi chiese di sollevare la porta del box. L’auto si mosse lenta. Dissi freneticamente che dovevano cambiare macchina, perché la signora dell’ultimo piano ci aveva visti. Ma loro non ascoltarono. Erano pallidi e stravolti. Partirono. Chiusi a chiave la porta del mio garage. Uscii sulla strada. In girno c’era solo un uomo che portava a spasso il cane”. 

Trentanove anni fa, via Fani. Le ultime novità dalla Commissione d’inchiesta

Aldo_Moro_headshotRoma, giovedì 16 marzo 1978. Alla Camera dei Deputati è previsto un dibattito con voto di fiducia al quarto governo Andreotti. Non un governo qualsiasi perché, per la prima volta, è previsto l’ingresso del Partito comunista italiano nella maggioranza parlamentare. Il presidente della Dc, Aldo Moro, si è lungamente speso per la riuscita dell’operazione nonostante l’insoddisfazione dei comunisti, manifestata fino all’ultimo, sulla composizione della compagine ministeriale.

– Ore 8,45: gli uomini della scorta di Moro sono in attesa del Presidente, fuori dalla sua abitazione sita in via del Forte Trionfale 79. Moro scende pochi minuti prima delle 9 e si accomoda sul sedile posteriore della Fiat 130 “ministeriale” dopo aver salutato il maresciallo Oreste Leonardi che segue da tanti anni il leader Dc garantendone la sicurezza. Nello stesso momento, in via Mario Fani, i componenti del gruppo di fuoco brigatista sono già posizionati nella parte finale della strada, in corrispondenza del bar Olivetti, esattamente all’incrocio con via Stresa.

– Il convoglio, formato dalla Fiat 130 del Presidente e da un’Alfetta bianca, si muove a velocità sostenuta e alle ore 9 è in via Fani, quartiere Trionfale: la brigatista Rita Algranati, collocata all’imbocco della via, segnala l’arrivo delle auto con un mazzo di fiori. E’ all’incrocio con via Stresa che la scorta di Moro viene bloccata da una Fiat 128 con targa diplomatica “CD 19707”, guidata dal capo brigatista Mario Moretti, che già prima dello stop aveva avuto il compito di rallentare – evitando però di farsi superare – la corsa del convoglio: secondo altre fonti, la 128 avrebbe invece percorso in retromarcia lo spazio da via Stresa verso via Fani. La macchina di Moro e quella della scorta vengono quindi intrappolate superiormente dalla 128 di Moretti e posteriormente da un’altra Fiat 128, condotta da Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri, collocata di traverso dietro l’Alfetta della scorta. A impedire una eventuale via di fuga laterale anche una Mini Clubman Estate blu parcheggiata sul lato destro di via Fani, in prossimità dell’incrocio con via Stresa, in un luogo solitamente occupato dal fioraio Antonio Spiriticchio al quale la notte prima i brigatisti hanno bucato le ruote del furgone.

 

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Leonardi, Iozzino, Zizzi, Rivera, Ricci

 

– In pochi secondi, dallo spazio antistante al bar Olivetti, sopraggiunge il commando formato da quattro terroristi: si tratta di Valerio Morucci, Raffaele Fiore, Prospero Gallinari e Franco Bonisoli, tutti travisati da avieri. Morucci e Fiore sparano sulla Fiat 130, con Moro a bordo, mentre Gallinari e Bonisoli aprono il fuoco contro l’Alfetta della scorta. Secondo le ricostruzioni brigatiste tutti e quattro i mitra si sarebbero inceppati: Morucci avrebbe eliminato subito il maresciallo Leonardi (ma secondo altre fonti, «dalla Fiat 128 scendevano gli occupanti che, dispostisi ai due lati dell’auto dell’onorevole Moro, aprivano il fuoco contro i due carabinieri»), per poi trovarsi in difficoltà col suo mitra, mentre l’arma di Fiore si sarebbe inceppata immediatamente. L’incertezza di Morucci consente all’appuntato Ricci di compiere alcune manovre per liberare l’auto dalla trappola, ma è la già citata Mini Clubman, parcheggiata sulla destra, a restringere ulteriormente la carreggiata e a rivelarsi funzionale al perfezionamento del “cancelletto”. In pochi secondi Morucci riprende a sparare e uccide anche l’autista di Moro. Contemporaneamente Gallinari e Bonisoli sparano sull’Alfetta. Rivera e Zizzi vengono subito feriti mortalmente mentre Iozzino è l’unico ad abbozzare una reazione: dopo essersi accucciato sul sedile posteriore destro, riesce a uscire dall’auto e rispondere al fuoco con la pistola di ordinanza favorito anche dall’inceppamento dei mitra dei due brigatisti. Viene freddato probabilmente dall’intervento di una quinta arma posizionata presso la 128 di Lojacono e Casimirri a chiusura del “cancelletto”.

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[Giovanni Ricci: «Oggi 16 marzo 2017, 39 anni fa la “Strage di via Mario Fani”. Voglio ricordare il mio papà Domenico, i suoi amici: Oreste, Francesco, Raffaele e Giulio con queste foto. In alcune papà e Oreste; in altre Raffaele, Francesco e Giulio. Francesco da alcune foto del suo album di famiglia, altre foto grazie ad Agnese Moro e qualcuna con l’altra scorta ma, sempre loro commilitoni e amici. Qualche foto è stata colorizzata dall’amico Roberto Valentino Ecco: voglio ricordarli così, pieni di vita e sorridenti e non come purtroppo molti faranno domani. Io sarò a via Fani per pregare per tutti loro. Se vi piacciono e siete d’accordo con me condividete pure con i loro sorrisi. Lasciamo che vivano nei nostri ricordi così e non come molti vogliono ricordarli con le foto del 16 marzo 1978!»]

– L’unico incolume è proprio il presidente della Dc. Sulla Fiat 130 “ministeriale” di Moro, targata “Roma L59812”, rimangono i cadaveri di Domenico Ricci, appuntato dei Carabinieri, e Oreste Leonardi, superiore di Ricci e capo-scorta. Sull’Alfetta bianca, targata “Roma S93393” che seguiva la 130 restano Giulio Rivera, 24 anni, guardia di Pubblica sicurezza, mentre il vicebrigadiere Francesco Zizzi, 30 anni, è gravemente ferito. Per terra, sull’asfalto, si trova il corpo di Raffaele Iozzino, 25 anni, guardia di Pubblica sicurezza.

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Mitra FNAB-43

– La prima perizia del 1978, a firma Ugolini, Jadevito e Lopez, parla di “studio topografico e balistico perfetto”, di “attentato da manuale” contribuendo a creare, assieme alla ben nota definizione di Franco Piperno sulla “geometrica potenza” della azione brigatista, un clima di inquietudine circa le effettive capacità militari dei terroristi e le loro coperture-collaborazioni internazionali. La perizia del ’78 stabilisce che in via Fani hanno sparato sei armi, quattro mitra e due pistole, più l’arma dell’agente Iozzino. I terroristi avrebbero sparato almeno 91 colpi. I proiettili effettivamente ritrovati furono 68: 61 di questi colpirono le due auto, mentre 45 furono i proiettili che colpirono la scorta. La perizia Ugolini, Jadevito e Lopez cerca di attribuire i 91 bossoli repertati a precise armi e giunge alla conclusione che 49 colpi potrebbero essere appartenuti a un solo mitra, di tipo FNAB-43 o Sten. Il problema conseguente fu quindi proprio quello di capire da chi fossero stati sparati tutti questi 49 colpi. La successiva perizia Salza-Benedetti, degli anni Novanta, non confermò queste conclusioni, di fatto non riuscendo ad attribuire i 49 proiettili a una medesima arma. Si è fatta quindi strada l’ipotesi che questi colpi appartenessero a entrambi i mitra FNAB-43 in uso ai terroristi. I periti del 1978 avevano già comunque stabilito la scarsa perizia degli attentatori nell’uso delle armi: l’ipotetico mitra dei 49 colpi, infatti, avrebbe mancato il bersaglio per 30 volte essendo stati ritrovati soltanto 19 proiettili di cui appena 7 sul corpo di Iozzino e 4 all’interno della Alfetta.

Eleonora Chiavarelli, moglie di Moro: «Questa gente (gli uomini della scorta, ndr) le armi non le sapeva usare perché non facevano mai esercitazioni di tiro, non avevano l’abitudine a maneggiarle, tanto che il mitra stava nel bagagliaio. Leonardi ne parlava sempre: “questa gente – diceva – non può avere un’arma che non sa usare. Deve saperla usare. Deve tenerla come si deve. La deve tenere a portata di mano. La radio deve funzionare, invece non funziona”. Per mesi è andata avanti così. Il maresciallo Leonardi e l’appuntato Ricci non si aspettavano un agguato, in quanto le loro armi erano riposte nel borsello e uno dei due borselli, addirittura, era in una fondina di plastica». Questa ultima frase è stata smentita dalla vedova del Leonardi, la quale dichiarerà che il marito «ultimamente andava in giro armato perché si era accorto che una macchina lo seguiva»

Valerio_Morucci_Brigate_Rosse_76-79Valerio Morucci: «L’organizzazione era pronta per il 16 mattina, uno dei giorni in cui l’on. Moro sarebbe potuto passare in via Fani. Non c’era certezza, avrebbe anche potuto fare un’altra strada. Era stato verificato che passava lì alcuni giorni, ma non era stato verificato che passasse lì sempre. Non c’era stata una verifica da mesi. Quindi il 16 marzo era il primo giorno in cui si andava in via Fani per compiere l’azione, sperando, dal punto di vista operativo, che passasse di lì quella mattina. Altrimenti si sarebbe dovuti tornare il giorno dopo e poi ancora il giorno dopo, fino a quando non si fosse ritenuto che la presenza di tutte quelle persone, su quel luogo per più giorni, avrebbe comportato sicuramente il rischio di un allarme»

La tecnica usata per l’agguato è stata denominata «a cancelletto»: utilizzata in precedenza dalla organizzazione terroristica della Raf in Germania Ovest, se attuata correttamente, risulta essere molto efficace perché permette di intercettare un convoglio attraverso il blocco di ogni via di fuga intralciando le auto posizionate in cima e in coda del convoglio stesso. Il blocco può essere ulteriormente rafforzato attraverso la delimitazione della carreggiata – frapponendo ostacoli fissi come automobili – per rendere impraticabili eventuali vie di fuga laterali.

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La Raf rapisce Schleyer a Colonia. Tecnica del cancelletto

– La notizia dell’eccidio filtra ai mezzi di comunicazione alle ore 9,25: nella edizione straordinaria del Gr2 si parla di «drammatica notizia che ha dell’incredibile» e di «inaudito, incredibile episodio»

– Numerosi i posti di blocco, anche in zone completamente avulse dalle possibili vie di fuga dei terroristi. Sul luogo dell’agguato si verifica una temporanea interruzione delle linee telefoniche: in un primo momento si parla di «sabotaggio», considerando che le Br hanno probabilmente qualche contatto all’interno della Sip, ma ben presto prende piede l’ipotesi di «un sovraccarico» del traffico telefonico nella zona dell’attentato. Tra le 10,08 e le 10,13 giungono alle sedi Ansa di Milano, Roma e Torino le rivendicazioni brigatiste dell’agguato. L’agenzia Ansa, in sciopero, interrompe l’agitazione sindacale  e trasmette, alle 10,16, il comunicato Br.

hqdefault– Alle ore 10 Bruno Vespa apre l’edizione del Tg1 e pochi minuti dopo Paolo Frajese, in diretta da via Fani, dà una prima descrizione dell’accaduto. Giuseppe Marrazzo per il Tg 2 intervista dei testimoni: una ragazza descrive l’uomo che ha preso il Presidente come «un pochino più alto, lo teneva per un braccio». I terroristi sarebbero stati «molto calmi, non erano concitati, non correvano».I testimoni riferiscono di urla «di tanti uomini e anche di una ragazza e la voce di una persona anziana che diceva ‘lasciatemi!’ e altre voci molto giovani».

– La Polizia scientifica cerca di compiere subito un lavoro di catalogazione di tutti gli elementi utili raccolti sul luogo dell’eccidio. La concitazione e la confusione è però notevole, così come la possibilità che la scena della strage possa essere stata inquinata dal via vai di persone (non) autorizzate. La particolare pendenza della zona potrebbe poi aver modificato sensibilmente la collocazione dei reperti.

– Alle 11,50 viene chiarito il «mistero» della targa «CD 19707» della Fiat 128 usata dai terroristi per bloccare la scorta presso l’incrocio con via Stresa: si tratta di una targa usata, alcuni anni prima, dall’ambasciata del Venezuela che nel 1973 ne aveva denunciato il furto.

– Alle 12,36 i sanitari del Policlinico Gemelli comunicano ufficialmente che anche il vicebrigadiere Francesco Zizzi, ricoverato in condizioni disperate dopo l’agguato, è morto per collasso cardiocircolatorio da shock emorragico.

 

La nuova Commissione Moro

 


[Ricostruzione della strage secondo i rilievi della Polizia scientifica, giugno 2015]

– A fine 2014 il Parlamento decide l’apertura di una nuova Commissione di inchiesta sul «caso Moro», presieduta dal deputato Pd Giuseppe Fioroni. Nell’ultima Relazione, stilata nel dicembre 2016, possono essere tratte alcune indicazioni, in qualche caso «novità», sulla vicenda di via Fani e della conseguente uccisione del leader democristiano.

– Numerose le questioni che emergono dal lavoro della Commissione riassunto nella Relazione : il ruolo del bar Olivetti, i rapporti con Raf e Stasi, il possibile locale collocato in zona Balduina che avrebbe ospitato Moro subito dopo la strage, i rapporti con la criminalità organizzata e l’ambiguo atteggiamento tenuto dai palestinesi nella vicenda (per ragioni espositive, questi due ultimi temi verranno da noi sviluppati in successivi approfondimenti)

 

Il ruolo del bar Olivetti

 

– Sul ruolo del bar Olivetti, bisogna segnalare l’audizione di Giancarlo Armati, magistrato che ha seguito molte importanti vicende giudiziarie negli anni Ottanta e Novanta: «Armati seguì come sostituto procuratore l’inchiesta sul traffico d’armi che, a partire dal 1977, coinvolse Luigi Guardigli, Tullio Olivetti e altri. Armati ne ha riepilogato lo svolgimento, tratteggiando un profilo del principale implicato, Luigi Guardigli che, con le sue confessioni, evidenziò l’esistenza di un traffico d’armi che coinvolgeva la ’ndrangheta e il Medio Oriente. Rispondendo ai quesiti del Presidente, Armati ha definito Tullio Olivetti, entrato nell’inchiesta per le dichiarazioni rese da Guardigli, come “una specie di fantasma”, nel senso che, pur avendolo citato, non poté interrogarlo, in quanto irreperibile, e non poté acquisire dagli investigatori alcun elemento su di lui. Ha inoltre aggiunto, che, “col senno del poi”, Olivetti potrebbe essere considerato un elemento significativo del sequestro Moro, alla luce del fatto che è verosimile che i brigatisti che operarono in via Fani poterono giovarsi – a giudizio di Armati – del fatto che il bar fosse aperto, o magari chiuso al pubblico ma accessibile».

– Da segnalare anche l’audizione (parzialmente in forma segreta) di Antonio Federico Cornacchia, generale dei Carabinieri che ha operato in numerose vicende della lotta al terrorismo tra gli anni Settanta e Ottanta. All’epoca del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro comandava il Reparto operativo dei Carabinieri di Roma: «Nella prima seduta si sono affrontate in primo luogo le indagini, coordinate dall’allora tenente colonnello Cornacchia, su un presunto traffico internazionale di armi che per il quale furono indagati Luigi Guardigli e altri, nel quale emerse il nome di Tullio Olivetti, proprietario del bar situato all’angolo tra via Fani e via Stresa. In proposito Cornacchia ha confermato che l’indagine prese le mosse dall’ipotesi di un collegamento tra il traffico d’armi e la ’ndrangheta, ma ha affermato che nulla di specifico emerse su Olivetti. Secondo la sua dichiarazione, fu il giudice Armati a comunicargli che uno degli imputati aveva indicato Olivetti come corresponsabile del traffico. Cornacchia ha inoltre dichiarato di non essere a conoscenza di una nota del SISMI del 30 maggio 1978 che evidenziava l’opportunità di indagare su una possibile funzione del bar Olivetti nella dinamica della strage di via Fani e che produsse, come esito investigativo, un profilo di Olivetti trasmesso il 2 settembre 1978 dalla Divisione Podgora al Comando generale dei Carabinieri. Cornacchia ha dichiarato di ritenere che il traffico di armi esistesse, anche se riguardava armi “giocattolo” o più correttamente armi “sceniche”, che tuttavia con piccole modifiche potevano essere rese delle vere e proprie armi da fuoco. […] Ha poi riferito di un suo incontro nella sede del PCI a via delle Botteghe Oscure, nel periodo del sequestro Moro, con Enrico Berlinguer, che – secondo Cornacchia – affermò: “Moro per noi è morto”; e di un incontro, nella sede della DC a piazza del Gesù, con Flaminio Piccoli, che gli disse, secondo quanto da lui riportato: “Se dovesse ritornare, per noi sono dolori”, aggiungendo “perché noi politicamente ormai abbiamo perso il nostro presidente”. […] Nella seconda delle tre sedute, Cornacchia ha precisato che le armi scoperte nell’ambito dell’indagine sul traffico di armi che coinvolse Guardigli erano in effetti armi “sceniche”, la cui funzionalità poteva però essere garantita con rapidità dalla sostituzione di alcuni pezzi riprodotti in apposite officine di cui la malavita, anche comune, poteva disporre. Ha poi confermato di essere stato in continuo contatto con il maresciallo Leonardi, caposcorta di Moro, in virtù di una pregressa conoscenza, e di aver appreso da lui che uno studente russo, Sergej Sokolov aveva avvicinato Moro all’università di Roma. Cornacchia ha dichiarato che Sokolov emerse successivamente, dalle indagini da lui svolte, come agente sovietico. […] Cornacchia ha poi riferito sul tema dei viaggi in Calabria compiuti da Moretti nel 1975-1976, che gli furono resi noti da una fonte a lui nota come “Nadia”. […] Nell’ultima seduta dedicata all’audizione del generale Cornacchia si è tornati sui temi delle precedenti, per ulteriori precisazioni. […] Ha inoltre riaffermato di non essere stato interessato per accertamenti conseguenti alla nota del SISMI del 30 maggio 1978 che evidenziava un possibile nesso tra la chiusura del bar Olivetti, a seguito di un fallimento non privo di elementi di opacità, e la strage di via Fani. Ulteriori quesiti hanno riguardato la fonte “Nadia” di cui Cornacchia aveva trattato nelle precedenti sedute e della quale ha affermato di non ricordare il vero nome. In proposito, egli ha precisato che si trattava di una giovane giornalista di “Controinformazione”, che non era retribuita per le informazioni che forniva e che sposò in seguito un brigatista detenuto, il cui nome Cornacchia ha dichiarato di non rammentare. Cornacchia ha poi espresso la sua convinzione che la sabbia ritrovata nei vestiti di Moro dopo la sua uccisione sia stata il frutto di un tentativo di depistaggio e ha dichiarato di aver saputo, dalle confidenze di un agente della CIA, che Giorgio Conforto, padre di Giuliana che ospitò Morucci e Faranda durante la loro latitanza, era, oltre che – come già noto – agente del KGB, anche al servizio della CIA e dei nostri Servizi. Ha infine risposto a alcuni quesiti su Mino Pecorelli e sul suo omicidio, dichiarando di non avere elementi particolari in relazione ad alcuni articoli di Pecorelli sulla vicenda Moro e di aver ricevuto dal colonnello Antonio Varisco – in seguito assassinato – gli elementi per poter fare un identikit degli assassini di Pecorelli, che poi però – secondo quanto egli stesso ha affermato – scomparve dagli atti processuali»

Approfondimenti sul bar Olivetti: «A partire dalla prima relazione, la Commissione ha ulteriormente approfondito il ruolo nella vicenda Moro del bar Olivetti, ubicato in via Fani. Precedentemente, esso era stato completamente trascurato, nonostante la sua oggettiva prossimità alla scena del crimine, che lo rendeva elemento potenzialmente significativo per l’effettuazione dell’azione militare da parte delle Brigate rosse. Già nella prima relazione erano state evidenziate alcune testimonianze che ricordavano come il bar fosse in realtà aperto il giorno dell’eccidio, mentre dagli accertamenti effettuati, risultava invece che la società che gestiva il bar era fallita nel luglio del 1977 e il locale era rimasto chiuso per molti mesi, ben oltre il 16 marzo 1978. Inoltre, era stato approfondito il tema del coinvolgimento del titolare del bar, Tullio Olivetti, in un traffico d’armi scoperto a partire dalla fine di gennaio 1977. Le numerose escussioni svolte, talvolta dagli esiti contraddittori, le indagini e l’esame di filmati e foto dell’epoca, non hanno consentito di individuare elementi documentali certi in ordine all’effettiva apertura o chiusura del bar quella mattina. Tuttavia, alla luce delle nuove acquisizioni, proprio le incertezze che si evidenziano nelle testimonianze potrebbero, come si vedrà, essere lette in una luce diversa, ovvero in relazione a una accessibilità del locale a diversi soggetti, indipendentemente dal fatto che l’esercizio avesse interrotto la sua attività. Le attività di indagine e le audizioni effettuate dalla Commissione nel corso del 2016 hanno consentito di focalizzare ulteriormente l’attenzione su alcune evidenti singolarità relative al bar e al suo titolare, già in parte segnalate nella prima relazione. Si è infatti accertato che Olivetti, indicato in documentazione di polizia e dei Servizi come partecipe di una rete di interessi criminali legati al traffico internazionale di armi, fu precocemente “rimosso” dall’indagine sul traffico di armi, come peraltro confermato dal pubblico ministero titolare della stessa, Giancarlo Armati, nella sua audizione presso la Commissione, il 28 settembre 2016. Le indagini a suo tempo compiute dai Carabinieri e l’istruttoria giudiziaria presentano diverse criticità, di cui la principale è proprio la mancata indagine su Olivetti e le sue attività, sebbene fossero emersi elementi che avrebbero dovuto portare a approfondimenti alla luce delle informazioni fornite all’Autorità giudiziaria e alla Polizia da Luigi Guardigli, soggetto che insieme ad altri era stato arrestato con l’accusa di essere coinvolto nel traffico internazionale di armi, e di una successiva segnalazione del SISMI, che collegava le vicende societarie del bar Olivetti all’eccidio di via Fani, segnalazione che non ebbe seguiti. In proposito, nell’audizione svolta presso la Commissione, il magistrato Giancarlo Armati ha sottolineato che la mancanza di approfondimenti su Olivetti derivò dal fatto che non gli furono trasmessi elementi significativi da parte degli operatori e ha affermato che, ove li avesse a suo tempo avuti, avrebbe senz’altro proceduto, come pure avrebbe approfondito la connessione – che gli appare oggi evidente – tra il bar e l’attacco di via Fani».

L’inchiesta sul traffico internazionale di armi: «Una breve ricostruzione della vicenda processuale, sulla scorta di quanto già esposto nella prima relazione, consente di apprezzare le conclusioni raggiunte dalla Commissione sul singolare disinteresse degli inquirenti circa Tullio Olivetti, chiamato in causa sin dall’inizio da Luigi Guardigli, principale indagato nella vicenda di traffico internazionale di armi. Guardigli, titolare della società RACOIN che – come egli ha riferito – trattava la fornitura di armi a Paesi africani e arabi tra cui Egitto, Algeria, Kuwait, Sudafrica, Libano e Libia, nonché a Grecia e Cipro, acquistando anche armi per conto terzi in Paesi occidentali e dell’Europa dell’Est, nell’ambito di tali attività era entrato in contatto con vari soggetti interessati all’acquisto delle armi e con esponenti della criminalità organizzata. Tra i suoi contatti interessati all’acquisto di armi Guardigli riferì notizie su Tullio Olivetti, indicato, nel corso di un colloquio confidenziale con il maresciallo della Polizia Gueli, come persona che “in contatto con un gruppo libanese, gli avrebbe richiesto armi e gli avrebbe introdotto un suo amico, offertosi di pagare la fornitura con dollari falsi o cocaina”; “era solita vantare alte aderenze politiche (in particolare affermava di essere in ottimi rapporti con la figlia dell’ex Presidente Gronchi, sua socia nella gestione del bar di via Fani)”; “era un trafficante di valuta falsa e aveva riciclato 8 milioni di marchi tedeschi, provento di un sequestro avvenuto in Germania”; “era vicina ad ambienti della criminalità organizzata; in una circostanza, nella villa di una persona presentatagli proprio da Tullio Olivetti, Guardigli aveva trovato ad attenderlo il mafioso Frank Coppola, che gli aveva chiesto di dare seguito ad una richiesta di armi fattagli da tale Vinicio Avegnano, anch’egli indicato come amico di Olivetti”. […] Sebbene queste indicazioni fossero pervenute alla magistratura, […] non risulta che siano stati effettuati gli accertamenti che il caso richiedeva sul titolare del bar Olivetti. Lo stesso Olivetti, infatti, nonostante le indicazioni fornite alla Polizia da Guardigli, le dichiarazioni rese all’Autorità giudiziarii, i contatti telefonici con Guardigli, nonché gli esiti delle perquisizioni, non è mai stato escusso, non ha subito perquisizioni e non è stato oggetto di provvedimenti restrittivi. In atti si rileva solo che il pubblico ministero Giancarlo Armati aveva disposto una sua escussione, ma che all’atto della citazione non era stato rintracciato. Da allora, non fu più toccato dall’inchiesta»

– Gli accertamenti condotti hanno dunque evidenziato diverse singolarità in relazione all’inchiesta sul traffico d’armi del 1977 e alla posizione di Tullio Olivetti: «Un approfondimento sulla figura di Tullio Olivetti dovrebbe consentire di individuare le ragioni che condussero al fallimento della società, di cui era compartecipe, che gestiva il bar di via Fani. La realizzazione dell’attacco alla scorta dell’onorevole Moro presupponeva infatti o che il bar fosse chiuso o che esso, pur avendo cessato le attività, fosse rimasto accessibile, in modo da fornire protezione ai brigatisti e da occultare eventualmente borse e divise. Al contrario di quanto sinora noto, questo elemento intuitivo fu oggetto di valutazione nel corso delle prime indagini sulla strage di via Fani, ma quasi immediatamente abbandonato. Tra la documentazione acquisita è stata infatti individuato una nota del SISMI, trasmessa al Comando generale dell’Arma dei carabinieri pochi giorni dopo il tragico epilogo della vicenda Moro, il 30 maggio 1978. La nota segnalava: “Fonte informativa, da cautelare al massimo, ha richiamato l’attenzione sulla figura di Tullio Olivetti, già proprietario del bar sito in via Mario Fani, esattamente di fronte al luogo dell’eccidio. Il soggetto avrebbe compiuto un’oscura manovra commerciale, caratterizzata da uno strano fallimento che, circa otto mesi fa, comportò la chiusura dell’esercizio. È un fatto, che la preparazione e la consumazione dell’eccidio di via Fani, non sarebbe stata possibile se il bar avesse continuato l’attività; prima perché i terroristi tesero l’agguato spostandosi dietro la siepe di pertinenza del bar, poi perché la preparazione della azione sarebbe stata certamente notata dagli avventori. Olivetti, poi, avrebbe rinunciato ad un esercizio ben avviato, per intraprendere analoga attività, in altra zona di Roma, con guadagni assai inferiori a quelli possibili in via Fani. Per ultimo si rammenta che Olivetti si trovò coinvolto, qualche tempo fa, in un traffico internazionale di armi, facente capo a Luigi Guardigli. Sarebbe stato lui, infatti, a presentare al Guardigli un gruppo di libanesi, acquirenti di armi di contrabbando”. Si osservava in particolare che Olivetti “non risulta svolgere in Roma attività commerciale di alcun genere; è stato coinvolto – in modo marginale, senza che siano emerse responsabilità a suo carico – in un traffico di armi, in relazione al quale sono state tratte in arresto persone a lui legate da vincoli di amicizia e di interesse; negli ambienti da lui frequentati viene considerato elemento di dubbia moralità, capace di commettere reati contro il patrimonio e la fede pubblica; colpito da ordine di carcerazione per conversione di pena pecuniaria, è ricercato in quanto irreperibile da circa un anno; ha precedenti per reati contro le leggi sanitarie, bancarie e commerciali”»

Un riscontro indiretto di un possibile ruolo del bar Olivetti nella dinamica di via Fani è giunto da un documento della Stasi, reso noto da un ricercatore italiano in una rivista scientifica: «Il documento è un riepilogo del sequestro Moro, comparato al sequestro Schleyer, redatto l’8 giugno 1978 dal Dipartimento scorte della Stasi, che si occupava della sicurezza dei politici della Repubblica Democratica tedesca. Il documento cerca di evidenziare i punti di forza dell’azione brigatista, sulla base di “informazioni a disposizione degli organi di polizia e di sicurezza italiani”. Alcune delle informazioni riportate sembrano delineare una buona conoscenza della vicenda; altre, come quella della messa fuori uso della rete telefonica, non sono state provate o appaiono inesatte. Nel documento si afferma che “alcuni degli attentatori si sono trattenuti, prima di entrare in azione, in un bar che dà sull’incrocio”. Gianluca Falanga, che ha pubblicato il documento, è stato audito dalla Commissione e ha affermato che, sebbene non sia possibile, allo stato, individuare la fonte della notizia, questa potrebbe essere pervenuta alla STASI tramite il principale canale attivo in quella fase, ovvero le comunicazioni di polizia che venivano tramesse dalla Polizia italiana alla Polizia tedesco occidentale (BKA), che era fortemente infiltrata da agenti della Stasi. Colpisce in ogni caso la contestualità cronologica del documento con la nota del SISMI che poneva il medesimo problema di un ruolo del bar nell’operazione compiuta dalle Brigate rosse» 

 

L’audizione di Adelmo Saba

 

– Nella seduta del 9 giugno 2016 si è svolta anche l’audizione di Adelmo Saba, che, all’epoca del sequestro Moro, era agente in servizio presso il commissariato di Monte Mario. Fu inoltre uno dei componenti dell’equipaggio che, il 17 marzo 1978, rinvenne in via Licinio Calvo la 128 bianca abbandonata dai brigatisti: «Rispondendo a una domanda del Presidente relativa a precedenti dichiarazioni rese da Saba ai consulenti della Commissione, in cui aveva sottolineato il suo stupore perché il 16 marzo 1978 non era stata svolta la usuale “bonifica” dell’area in cui Moro transitava, Saba ha ricordato che, in quel periodo, egli svolgeva funzioni di vigilanza e protezione di obiettivi sensibili del territorio. Tale attività, come precisato in risposta a quesiti dei commissari, si svolgeva prima che le auto di Moro e della scorta, che transitavano abitualmente in via Fani, percorressero la strada. […] Saba ha poi dichiarato che la mattina del 16 marzo, giorno del suo compleanno, fu messo a riposo, senza alcuna apparente motivazione, né su sua richiesta. Rispondendo a quesiti del Presidente, ha poi aggiunto che il servizio di “bonifica” era svolto da due poliziotti, in abiti civili, che avevano il compito di controllare autovetture e persone sospette nelle immediate vicinanze delle abitazioni delle personalità residenti in zona e in contemporanea all’orario di uscita e di entrata delle stesse. Per quanto attiene alla vicenda del rinvenimento delle auto abbandonate dei brigatisti, Saba ha dichiarato che, intorno alle 3.30 circa del 17 marzo, insieme all’agente Antonio Pinna, rinvenne, in via Licinio Calvo, la Fiat 128 utilizzata dai brigatisti e da loro stessi non notata durante un antecedente passaggio nella stessa strada, avvenuto intorno alle 2. […] L’audito ha anche espresso una serie di valutazioni. Ha affermato che la sparatoria di via Fani dovette implicare la presenza di killer professionisti e una regia politica. Ha affermato che le comunicazioni radio venivano «ascoltate» dai Servizi e che egli stesso fu oggetto d’interesse del SISDE, tanto che il suo dirigente venne informato di un probabile attentato alla sua persona, simulato da incidente stradale, allo scopo di intimidirlo. Ha inoltre ricordato che, nel periodo del sequestro Moro, mentre percorreva via Dandolo, a Roma, e pedinava, per sua personale iniziativa, una Renault 4, condotta, asseritamente, da Anna Laura Braghetti, fu costretto ad abbandonare tale servizio e a far rientro in commissariato, dove un funzionario, con toni energici, lo esentava dal prosieguo dei servizi automontati. In proposito, il Presidente ha osservato che in quel periodo la Braghetti non era ricercata, né erano state diffuse sue fotografie, e che un collega di Saba, il maresciallo Antonio Pugliese, non ha ricordato questo episodio»

 

L’audizione di Paolo Pistolesi

 

– Il 14 settembre 2016 si è svolta l’audizione di Paolo Pistolesi, all’epoca diciannovenne, uno principali testimoni dell’agguato, essendosi trovato, il 16 marzo 1978, all’interno dell’edicola del padre, sita in via Fani, a circa cento metri dall’incrocio tra via Fani e via Stresa: «Le dichiarazioni rese nel corso dell’audizione hanno affrontato molteplici aspetti della ricostruzione della strage di via Fani. Secondo quanto ha riferito Pistolesi, quel giorno egli vide dall’interno dell’edicola transitare le automobili di Aldo Moro e della scorta. Sentì poi alcuni colpi isolati e, successivamente, alcune raffiche di mitra. Direttosi verso le auto, notò due persone: una sul marciapiede sinistro di via Fani, che indossava una uniforme di tipo militare con berretto, con lo sguardo rivolto verso l’incrocio di via Stresa, e un’altra travisata con un sottocasco da motociclista, posizionata nei pressi dello spigolo di un’autovettura Fiat 124 o 128 bianca ferma presso il marciapiede sul lato sinistro di via Fani, subito dietro l’Alfetta di scorta. Questo secondo terrorista, impugnando un mitra, bloccava il transito veicolare e, accortosi della presenza di Pistolesi, gli puntò contro la canna del mitra, accennandogli di allontanarsi da quel punto della strada. Pistolesi trovò allora riparo dietro un’auto e si rialzò solo dopo aver sentito alcune autovetture partire in fretta. […] Ha inoltre ribadito di aver udito prima due colpi isolati e poi delle raffiche di mitra prima che le auto frenassero e di non aver visto alcuna moto, né di aver sentito rumore di elicottero»

 

L’audizione di Sergio Criscuoli

 

L’audizione di Sergio Criscuoli, all’epoca cronista de «l’Unità», che tra gli anni Settanta e Ottanta ha seguito il caso Moro e altri episodi di terrorismo: «Ulteriori domande hanno riguardato gli ingrandimenti fotografici che sarebbero stati realizzati dalla Polizia a partire dalle foto fatte da una persona abitante via Fani, dei quali Criscuoli riferì in un suo articolo comparso su “l’Unità” il 19 marzo del 1978. Sul punto, Criscuoli ha affermato che le gigantografie facevano riferimento a foto scattate immediatamente dopo l’agguato, ma che non le vide mai materialmente: “Fu raccontato che esistevano queste immagini, scattate immediatamente dopo l’agguato, che erano interessanti proprio perché, anche se i rapitori erano già andati via, però segnalavano tutte le presenze sul posto”. Ha inoltre aggiunto che “ci dissero, come una cosa di un certo rilievo, che esisteva questa immagine scattata subito dopo, che ne era stato fatto un ingrandimento e che – per quello che, almeno, io sentii dire alla DIGOS – erano stati cerchiati con un pennarello alcuni volti. Credo di ricordare che questo si riferiva, nel racconto della DIGOS, a un rullino che aveva il dottor Infelisi”. Sollecitato sul tema, Criscuoli ha poi aggiunto che la cosa fu poi lasciata cadere e che, di fronte alla negazione del magistrato Infelisi di avere quel rullino, egli pensò che la notizia delle gigantografie fosse stata usata per rassicurare la pubblica opinione. Criscuoli ha affrontato poi la questione della trasmissione di Radio Città Futura e delle presunte segnalazioni pervenute da Renzo Rossellini sull’attentato di via Fani. In proposito si è limitato a segnalare che Rossellini veniva inquadrato come una persona che aveva rapporti con l’Autonomia, da una parte, e dall’altra con il Partito socialista e che è estremamente plausibile che abbia avuto rapporti anche con la Questura. Alla richiesta di precisare se nell’immediatezza del sequestro circolava negli ambienti giornalistici la notizia che Radio Città Futura avesse dato in anticipo l’annuncio del rapimento, Criscuoli ha confermato di averne sentito parlare negli ambienti giornalistici e nei corridoi del Palazzo di Giustizia. Successivamente, il Presidente ha chiesto a Criscuoli se avesse avuto notizie, al tempo, in merito all’ipotesi che Moro fosse trattenuto, almeno in una prima fase, in zona Balduina e l’audito ha confermato che circolava questa idea intrecciata con l’ipotesi che si potesse trattare di un area extraterritoriale come un’ambasciata; a richiesta del Presidente e del senatore Fornaro, Criscuoli ha anche ricordato di aver formulato, tra le altre, anche l’ipotesi che Moro potesse trovarsi nell’edificio in cui risiedeva monsignor Marcinkus in via della Nocetta: “Ci siamo chiesti se non potesse essere anche quella una zona extraterritoriale, non necessariamente quella un di Paese dell’Est. Perché non una cosa del Vaticano?”. Ma, secondo Criscuoli, “era un cane che si mordeva la coda”, perché bastava che uno sentisse una voce e che chiedesse alla DIGOS se era vera e quella voce “cominciava a girare negli ambienti anche giudiziari”»

 

L’audizione di Claudio Signorile

 

–  Audizione di Claudio Signorile, vicesegretario del Partito socialista all’epoca del sequestro dell’onorevole Moro: «Signorile ha anche esposto delle valutazioni più generali sul sequestro Moro, sottolineando la presenza di “terzi interessi” e affermando che nel contesto internazionale dell’epoca “non è pensabile che una realtà difficile come quella italiana […] non sia intersecata dalle attività dei Servizi dei grandi schieramenti”. Ha anche indicato come, sul versante degli Stati Uniti d’America, vi fossero tra le varie agenzie governative posizioni diverse riguardo agli sviluppi allora in corso nel quadro politico italiano. Ha quindi esposto la sua convinzione che il sequestro Moro in una prima fase sia stata un’operazione delle BR sostenuta anche da Servizi stranieri, in una seconda fase sia stato dominato da confusione e incertezza e in una terza e ultima fase “l’aspetto politico viene tolto di mezzo” e l’uccisione di Moro forse fu decisa indipendentemente dalle trattative in corso. Secondo Signorile infatti non è possibile che i brigatisti non abbiamo compreso che la dichiarazione del senatore Bartolomei, pochissimi giorni prima dell’assassinio di Moro, era stata fatta su indicazione di Fanfani, poiché il significato di quella dichiarazione era stato loro spiegato. La conclusione, per l’audito, è dunque che i brigatisti non erano più “in grado di essere interlocutori finali”. In particolare, Signorile ha affermato che, a suo avviso, Moretti era “una figura di secondo piano nella struttura decisionale” e che nella fase finale del sequestro sono intervenuti “Servizi organizzati che non sono ufficiali, che sono segmenti ma rappresentano un interesse fondamentale”, che tendeva al “mantenimento dello stato di cose precedente” e quindi a far sì che in Italia “non dovesse muoversi niente”. In quest’ottica, Signorile ha affermato di ritenere che la morte di Moro fosse funzionale non a una strategia politica delle BR, ma a interessi diversi che contrastavano la politica di unità nazionale. In una fase successiva dell’audizione Signorile ha precisato al riguardo che le BR certamente non erano un’emanazione dei Servizi dell’Europa orientale, ma avevano un rapporto molto forte con alcuni loro segmenti. […] Signorile ha anche detto di ritenere che la criminalità organizzata non abbia avuto un ruolo nella vicenda Moro e di ritenere che il ruolo di Hypérion sia stato sopravvalutato.[…] In risposta a una domanda del Presidente, Signorile ha poi riferito un episodio che gli diede, all’epoca, la certezza di essere seguito dalle forze di polizia; riguardo alla circostanza che il suo telefono fosse sotto controllo, ha ricordato che fu Cossiga a informarlo di ciò. Ha aggiunto che, a suo parere, Piperno non fu pedinato perché non si intendeva trovare la prigione di Moro. […] L’ipotesi formulata da Signorile è che o la notizia di un imminente intervento di Fanfani trapelò e provocò la decisione di uccidere Moro prima che Fanfani parlasse, oppure che la decisione di uccidere Moro era già stata presa e nulla poteva modificarla. […] Signorile ha poi espresso l’opinione che Steve Pieczenik fosse una figura molto modesta e che il suo ruolo sia stato grandemente sopravvalutato. […] Secondo Signorile, durante il sequestro Moro il Governo compì “consapevoli azioni di depistaggio […] che hanno avuto come effetto quello di impedire, o comunque di non consentire, che le cose si sviluppassero come avrebbero potuto”. A suo avviso il Governo omise anche di compiere atti che sarebbero stati doverosi, come ad esempio agire attraverso infiltrati, e il PSI prese le distanze dalla linea del Governo proprio perché ne criticava l’inerzia»

 

L’audizione di Pietro Calogero (caso Hyperion)

 

Audizione di Pietro Calogero, che, alla fine degli anni Settanta, quando era sostituto procuratore presso il tribunale di Padova, si occupò della cosiddetta «inchiesta 7 aprile», riguardante esponenti di Autonomia Operaia, e in quel contesto svolse anche indagini sul centro di lingue Hypérion: «Nell’introdurre l’oggetto dell’audizione, il Presidente ha ricordato precedenti affermazioni, rese in sede pubblicistica, da Calogero, che esprimevano il sospetto che Hypérion potesse essere un punto di riferimento anche per uomini delle BR e di Autonomia e la convinzione che si trattasse di una struttura di un servizio di informazione di carattere internazionale, con compiti di supervisione e di controllo su gruppi che praticavano la lotta armata. In tale contesto, Calogero aveva anche espresso l’opinione che l’intelligence statunitense, tramite le diverse sedi dell’Hypérion, potesse esercitare un controllo su aspetti del terrorismo di sinistra in Italia e rimodulare la propria politica di contenimento dell’avanzata del PCI. Nelle sue risposte Calogero si è soffermato sulle missioni di De Sena a Parigi e a Bruxelles – che portarono a individuare l’esistenza di una quarta sede della scuola di lingue Hypérion a Londra – e alla missione di Luigi De Sena e Ansoino Andreassi a Londra. Ha tuttavia segnalato di non aver conservato l’informativa in cui De Sena sintetizzava gli esiti delle indagini fatte presso l’Hypérion di Parigi, a Bruxelles e a Londra, spiegando che quando trasmise a Roma la parte più corposa del processo “7 aprile”, trasmise l’informativa perché poteva costituire la base per ulteriori approfondimenti istruttori. Per quanto attiene ai contenuti dell’informativa, Calogero ha ricordato che dalle intercettazioni compiute dai funzionari dei Renseignements généraux non emerse alcun collegamento tra la scuola Hypérion di Parigi e alcuni personaggi sospettati di poter avere contatti con essa. Né emerse nulla su eventuali contatti con persone indagate nell’area del terrorismo rosso e dell’Autonomia organizzata. Dalle stesse intercettazioni emerse però che alcune utenze dell’Hypérion parigino comunicavano con un’utenza in Normandia, che – secondo quanto ha riferito Calogero – risultò essere una villa, nei pressi di Rouen, protetta da un triplice anello concentrico di sensori molto sofisticati. Ha ricordato che gli operanti francesi furono i primi a sospettare che quella fosse la sede di un servizio straniero in collegamento con l’attività di informazione di una struttura che si muoveva sotto l’influenza della CIA. Calogero ha poi trattato della missione a Londra, in occasione della quale De Sena associò alle indagini anche Andreassi, all’epoca dirigente dell’Ufficio politico della DIGOS di Roma. Ha affermato che la missione fu interrotta dopo che la camera d’albergo di De Sena venne messa a soqquadro, il che fu interpretato come una manifestazione di una volontà di non collaborazione da parte della polizia londinese. A proposito della difficoltà a condurre le indagini sulla Hypérion, Calogero ha anche richiamato un articolo pubblicato sul “Corriere della Sera” il 24 aprile 1979, a firma di Paolo Graldi, dal titolo ‘Secondo i servizi segreti era a Parigi il quartier generale delle Brigate rosse’, nel quale il giornalista aveva dichiarato di riferire notizie apprese da una fonte del SISDE. Secondo Calogero, la fuga di notizie relative alle indagini che De Sena stava compiendo irritò fortemente gli investigatori francesi e contribuì a impedire la prosecuzione delle indagini. […] Ha riferito che con De Sena avevano ipotizzato che la struttura superprotetta del servizio di informazione di Rouen, coperta sotto l’insegna della scuola di lingue, gravitasse nell’orbita della CIA, sulla base della riflessione che le sedi di Hypérion potevano garantire una presenza in tre delle principali capitali europee allo scopo di monitorare il terrorismo e, all’occorrenza, porre in atto gli interventi che la politica di sicurezza perseguita dagli Stati Uniti poteva suggerire. Calogero ha anche riferito sull’incontro, avvenuto nel giugno 1979, con un funzionario del SISMI, l’allora colonnello Pasquale Notarnicola, responsabile dell’Ufficio D, struttura fondamentale in materia di eversione e terrorismo. In particolare, ha riferito che Notarnicola – accompagnato dal suo collaboratore Bottallo e da un altro suo collaboratore dell’Ufficio D – si presentò come “la parte lealista del servizio” e affermò che anche dalle sue acquisizioni risultava che Autonomia Operaia e Brigate rosse operavano da anni all’interno di una medesima strategia di lotta armata allo Stato, il “partito armato” che accomunava nello stesso disegno eversivo due organizzazioni che sembravano in apparenza indipendenti. Calogero ha inoltre riferito di aver consultato documenti, presentategli dal colonnello Notarnicola, contenenti informazioni che risalivano al 1974: attraverso resoconti di informatori infiltrati dal Servizio, vi si raccontava di incontri frequenti fra Negri e Curcio e della collaborazione fra le loro organizzazioni. In proposito, egli ha ricordato di aver formulato la riflessione che tali informazioni avrebbero potuto – se consegnate alla polizia e all’autorità giudiziaria fin dal 1974 – agevolare l’azione di contrasto al terrorismo e favorire un esito differente delle indagini, in particolare quelle su Negri. […] Rispondendo a una domanda del senatore Federico Fornaro, Calogero ha specificato che – secondo quanto riferito dal colonnello Notarnicola – il Servizio aveva la mappa di tutti i programmi e delle azioni specifiche dei principali gruppi eversivi e terroristici e disponeva di informatori infiltrati nei principali gruppi, sia di destra sia di sinistra. Per quanto riguarda le sedi italiane di Hypérion ha ricordato le sedi di viale Angelico e di via Nicotera, a Roma. Infine, rispondendo al deputato Marco Carra, Calogero ha evidenziato la divergenza politica sorta fra Curcio e Negri, in quanto Negri voleva superare la fase degli attentati e concentrarsi sulla lotta contro il compromesso storico e contro la DC. A tale proposito ha ricordato anche che nella prima risoluzione delle Brigate rosse, apparsa nell’aprile del 1975, quando Curcio era in carcere, la DC appare come obiettivo strategico e ha sottolineato che nelle risoluzioni dal 1975 in avanti vi è una evidente progressione verso l’obiettivo Moro»

 

Br, Raf e Stasi

 

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– Il 20 luglio 2016 si è svolta l’audizione di Gianluca Falanga, deliberata nell’ambito del filone di indagine relativo ai rapporti tra BR e RAF. Falanga ha dedicato diversi contributi alla storia della Repubblica Democratica Tedesca e dei suoi servizi di sicurezza, e le sue ricerche – che si basano sulla consultazione di documentazione sopravvissuta alla distruzione degli archivi della Stasi – hanno evidenziato l’attenzione con cui la Stasi guardava agli affari interni italiani: «L’audito ha innanzi tutto segnalato che la Stasi lavorava sulla base di direttive molto stringenti del Partito e ha riferito che il tentativo di ingaggiare come informatrice la moglie del brigatista Piero Morlacchi, fra il 1979 e il 1980, non ebbe seguito proprio a causa del timore politico che – nel caso la vicenda fosse venuta alla luce – ne risultasse lesa l’immagine internazionale della Germania orientale. Falanga ha riferito inoltre che la documentazione archivistica della Stasi sulla vicenda Moro si concentra soprattutto sul periodo dal 1979 al 1989, mentre non si riscontrano tra la documentazione superstite riferimenti anteriori; tuttavia la documentazione è molto consistente per tematiche affini, come quella dei collegamenti internazionali dei movimenti palestinesi. Ha inoltre evocato l’“operazione Roma”, come venne denominata un’operazione di controllo e di verifica dell’accesso in Germania Est di cittadini italiani, avviata immediatamente dopo la morte di Moro, perché erano state raccolte informazioni sulla circolazione di terroristi italiani, collegate anche all’inchiesta che faceva il PCI rispetto a voci sull’addestramento di brigatisti in Cecoslovacchia. Ha ricordato che dopo il sequestro e l’assassinio di Moro la Stasi intensificò il monitoraggio dell’eversione, di cui è testimonianza la schedatura dei terroristi, e ha sottolineato l’importanza dei cosiddetti IMB (Informeller Mitarbeiter), collaboratori esterni non ufficiali della Stasi e dei KP (Kontaktperson), informatori inconsapevoli che la Stasi contattava spacciandosi per un altro servizio segreto. Nel fare riferimento all’esposizione riepilogativa del sequestro Moro comparato al sequestro Schleyer, redatta l’8 giugno 1978 dalla Stasi e resa nota dall’audito nel 2014, il Presidente ha sottolineato che vi sono contenute indicazioni che appaiono non adeguatamente approfondite: in particolare per quanto riguarda il numero delle persone che avrebbero contribuito all’agguato di via Fani (almeno quaranta) e il bar in cui alcuni degli attentatori si sarebbero trattenuti, prima di entrare in azione. Falanga ha riferito che la Germania occidentale, presumendo e conoscendo in alcuni casi la frequentazione fra la RAF e alcuni elementi delle BR, quando è stato rapito Moro ha proposto una collaborazione alla polizia italiana, che accettò. Funzionari del BKA (Bundeskriminalamt) installarono al Ministero dell’interno una base di indagine e di scambio di informazioni. Rispetto all’attività di tale task force, Falanga ritiene esistano dei rapporti di valutazione presso il Bundesarchiv. Ha inoltre richiamato l’attenzione sulla collaborazione con i palestinesi, basata sullo scambio sistematico di informazioni, grazie al quale la Stasi ebbe notizia del lodo Moro e seppe del traffico di armi che passavano dall’Italia. […] Ha inoltre riferito che nel 1990, dopo la caduta del muro, si è scoperto che dieci terroristi della RAF si erano nascosti nella Germania dell’Est: tre di questi hanno raccontato che Moretti si recava a trovarli a Parigi nell’estate 1978 per discutere di una possibile alleanza militare, idea che fu poi abbandonata da Moretti nell’agosto del 1979. Fra i terroristi tedeschi e le BR esisteva – secondo Falanga – una frequentazione precedente cui Moretti subentrò. Nel 1979 la Stasi aveva reclutato Brigitte Heinrich, che il 16 febbraio 1983 raccontò al maggiore Voigt, della Stasi, che c’era una donna che faceva da interprete tra la RAF e le BR, precedentemente al 1979. Inoltre – secondo quanto riferito da Falanga – i terroristi tedeschi hanno affermato che Moretti propose alla RAF nel 1979-1980 un’operazione per vendicare i compagni arrestati e uccisi, operazione che malgrado sia stata organizzata, fu poi abbandonata. Obiettivo di Moretti era quello di integrare la RAF nella strategia brigatista: al riguardo Falanga ricorda che Moretti riteneva che le BR dovessero avere un ruolo egemonico nei rapporti con la RAF, in quanto si consideravano un’organizzazione politicamente più forte»

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– La RAF e i rapporti con il terrorismo tedesco: «In questa seconda fase dei lavori si è cercato di sviluppare, attraverso specifiche deleghe a collaboratori della Commissione, quella serie di elementi logico – fattuali che depongono, almeno a livello di ipotesi, per un coinvolgimento operativo, dell’organizzazione terroristica tedesca RAF (Rote Armee Fraktion) nella vicenda del sequestro e della morte di Aldo Moro. Tale partecipazione, sia in ambito investigativo sia nella copiosa narrativa e nel giornalismo d’inchiesta, è stata sempre ipotizzata come altamente probabile. Al fine di comprendere meglio il tenore degli incontri tra appartenenti alle BR e alla RAF, che atti processuali (ordinanza – sentenza di rinvio a giudizio del giudice istruttore Ferdinando Imposimato del 12 gennaio 1982) danno per avvenuti a Milano in epoca antecedente al sequestro Moro, si sono svolte attività finalizzate ad individuare la donna, ovvero le donne che fungevano da interpreti in occasione di tali incontri. La Commissione, tramite suoi collaboratori, il 17 novembre 2015 ha escusso Vito Messana, che negli anni ’70 faceva parte di un movimento terrorista denominato Azione Rivoluzionaria che si ispirava al terrorismo tedesco (“Movimento 2 giugno”). Messana, pur non appartenendo direttamente alle Brigate rosse, è uno dei terroristi che, all’epoca del sequestro Moro, erano detenuti e per i quali, era stata richiesta, dalle stesse Brigate rosse, la liberazione. Messana ha dichiarato di non essere a conoscenza “di fatti specifici o comunque di una diretta partecipazione” di gruppi tedeschi al sequestro Moro. Ha però riferito che, nel corso della sua detenzione presso le carceri di Nuoro e di Bergamo, nei primi anni ’80, aveva stretto rapporti, prima epistolari e poi di conoscenza personale, con Johanna Gabriele Hartwig, originaria di Norimberga, detenuta nelle carceri italiane in quanto appartenente ad Azione Rivoluzionaria, che in seguito sposò. La Hartwig gli riferì di essersi trovata in carcere insieme a Inge Kitzler, anche lei tedesca e brigatista, moglie del brigatista Andrea Coi, di origine sarda, e che la stessa Kitzler fece da interprete in un incontro, avvenuto a Milano nei primi mesi del 1976, tra i vertici delle Brigate rosse ed i vertici della RAF tedesca. Messana ha inoltre riferito di altri incontri operativi successivi al sequestro Moro, che, secondo quanto raccontatogli da Moretti, non avevano prodotto “alcuna intesa operativa a causa della differenza di mentalità e di prospettiva, essendo le BR proiettate più sul mondo operaio, mentre la RAF sul cosiddetto terzo mondo”. Gli episodi raccontati da Messana sono stati evidenziati anche nell’audizione di Gianluca Falanga. Sulla base della documentazione consultata presso gli archivi della Stasi, Falanga ha sottolineato che nel 1983 Brigitte Heinrich, un’estremista tedesca reclutata dalla Stasi che aveva vissuto diversi anni in Italia, soprattutto a Milano, dove aveva avuto una serie di frequentazioni in aree prossime al brigatismo, raccontò al maggiore Voigt della Stasi che una donna, il cui nome è stato obliterato negli atti, faceva da interprete fra la RAF e le BR, in un periodo anteriore al 1979. Tale non identificata donna non si identificherebbe con Ingeborg Kitzler, ma sarebbe la persona che la sostituì nella funzione di interprete. Allo scopo di meglio precisare questi elementi, in data 23 luglio 2016 la Commissione, tramite suoi collaboratori, ha escusso a sommarie informazioni Andrea Coi e Ingeborg Kitzler, sua compagna. Coi ha confermato l’episodio del fatto che la sua compagna fu utilizzata come interprete in un incontro tra militanti italiani e della RAF, su richiesta di Raffaele Fiore. La Kitzler ha confermato l’episodio, ricordando di essere andata in treno a Milano e di aver incontrato poche persone di nazionalità italiana e tedesca ma senza essere in grado di fornire altre precisazioni. Comunque si tratta di dichiarazioni probabilmente molto limitative dei rapporti tra le due organizzazioni RAF e BR in quanto sia Andrea Coi, elemento di spicco della colonna torinese scarcerato dopo quasi trent’anni di detenzione sia la moglie hanno offerto la netta percezione di soggetti non completamente distaccati dall’ideologia che li ha portati alla loro militanza e poco disponibili quindi a ricostruire pienamente la storia e i rapporti intrattenuti dalle Brigate rosse Sul punto è stato escusso a sommarie informazioni anche Patrizio Peci, il 29 ottobre 2016. Peci ha ricordato lo stesso episodio dell’incontro milanese in questi termini: “L’unica circostanza che posso riferire è legata alla necessità di disporre di un interprete in occasione di una riunione che doveva tenersi a Milano tra elementi della RAF, la cui identità non conosco, e Lauro Azzolini. Fu scelta per questo incarico la compagna di Andrea Coi, un militante della colonna torinese, di nome Ingeborg, tedesca e giunta da poco tempo in Italia. La donna andò effettivamente a Milano, ma l’esito dell’incarico che le fu affidato fu infelice. Parlando non molto bene l’italiano traduceva a stento e a un certo punto Azzolini si accorse che non rendeva affatto il senso dei concetti che egli voleva esporre ai tedeschi”. Per quanto concerne tali dichiarazioni, si segnala che Peci, con riferimento alla questione del secondo interprete che avrebbe sostituito la Kitzler, ha riferito di non essere a conoscenza della circostanza, mentre all’epoca del suo pentimento, sentito il 2 aprile 1980 dalla magistratura, aveva dichiarato di essere a conoscenza che si trattava di una donna che sarebbe stata arrestata a Milano. È stato anche acquisito un memorandum redatto nel 1980 dal KGB sul terrorismo italiano pubblicato, con un commento dello studioso Fernando Orlandi, dal CSSEO – Centro Studi sulla Storia dell’Europa Orientale con sede a Levico. Tale memorandum fa parte di un corpo di documenti provenienti dai Servizi di sicurezza bulgari resi pubblici da una Commissione di divulgazione istituita in Bulgaria dopo il cambio di regime del 1990. Il memorandum, che è tra i non molti documenti non distrutti, è stato sicuramente ottenuto nell’ambito degli scambi informativi tra i Servizi di sicurezza bulgari e il KGB ed è uno dei rarissimi documenti divenuto accessibile elaborato dal KGB sul terrorismo italiano. Nel documento, che contiene una ricostruzione delle varie tappe del terrorismo brigatista in Italia, si afferma che a partire dal 1979 il terrorismo italiano “ha superato le frontiere nazionali” e che nell’ultimo periodo si è avuta notizia di “incontri che hanno avuto luogo fra rappresentanti delle organizzazioni terroriste di diversi paesi del mondo ai quale hanno partecipato anche gli italiani”. In particolare, per il caso Moro si è stabilito che alla preparazione del piano per il sequestro hanno partecipato membri del gruppo terrorista della Germania occidentale Baader-Meinhof mentre altri legami sarebbero stati attivati con l’organizzazione palestinese FPLP e con terroristi francesi. Il ragionamento portante del documento esprime la valutazione che i Servizi segreti italiani sarebbero riusciti a penetrare all’interno dell’organizzazioni terroriste e ad orientarne l’evoluzione e, dopo aver ottenuto informazioni sui crimini in preparazione, avrebbero reagito soltanto contro quelli che non rientravano nei loro piani politici, creando in tal modo le condizioni per l’attività di alcuni gruppi a loro utili o al contrario soffocandone altri. In questa “riconversione” dell’azione dei terroristi “direttamente o indirettamente” i Servizi segreti sarebbero stati “coinvolti e portano la responsabilità per l’uccisione di Aldo Moro”. Tutto ciò in un quadro orientato contro gli interessi del PCI al quale comunque non vengono risparmiate critiche. Tale conclusione potrà essere approfondita anche nella rogatoria di cui tra poco si dirà. Nel complesso le attività investigative svolte confermano l’esistenza di contatti tra le Brigate rosse e la RAF fin da epoca precedente al sequestro Moro. È ragionevole ritenere che la natura di tali contatti non sia stata di carattere esclusivamente politico, ma abbia attinto anche il livello logistico – operativo. Tale profilo potrà essere meglio approfondito attraverso ulteriori, specifiche attività investigative Allo scopo di realizzare ulteriori approfondimenti, nel mese di maggio 2016, collaboratori della Commissione si sono recati in missione in Germania, così da approfondire il tema dei legami logistico – operativi tra le Brigate rosse italiane e la RAF. All’esito di un confronto operativo con magistrati del Bundesgerichtshof, si è convenuto di avviare una specifica richiesta di assistenza giudiziaria, finalizzata all’effettuazione di una serie di attività investigative, quali, sinteticamente: l’identificazione e escussione della persona che per un certo periodo di tempo ha svolto in Italia il ruolo di interprete negli incontri tra la RAF e le BR; l’escussione del terrorista tedesco che – secondo diverse informative dell’Arma dei carabinieri – si incontrò con Gallinari a Roma alla fine del 1977, nonché di una serie di altri terroristi tedeschi che risultano presenti in Italia nel 1977-1979; l’escussione di alcuni ufficiali della Stasi, che gestirono infiltrati. Parallelamente a tale attività saranno compiuti ulteriori approfondimenti – anche tramite assistenza giudiziaria – in relazione a tematiche già emerse nella prima Relazione sull’attività svolta, tra le quali quella dell’avvistamento, da parte del quindicenne Roberto Lauricella, di due autoveicoli con targa tedesca – con a bordo rispettivamente due e cinque persone, di cui una armata – avvenuto nel pomeriggio del 21 marzo 1978 a Viterbo»

 

Le indagini su un ipotetico covo Br in zona Balduina

 

La Commissione ha indagato con particolare impegno sulla tematica della presenza di un possibile covo brigatista nell’area della Balduina: «Questa tematica si pone in stretta continuità con quanto già esposto nella precedente relazione relativamente alla dinamica dell’agguato di via Fani e all’abbandono delle auto dei brigatisti in via Licinio Calvo. Poiché l’indagine è ancora in corso, si dà conto solo di una parte degli elementi acquisiti. Tuttavia, dalle attività di indagine realizzate che saranno esposte emergono alcune risultanze che sembrano evidenziare l’esistenza in quell’area di un sito frequentato da esponenti di aree vicine alle Brigate rosse, che potrebbe aver avuto una funzione specifica, almeno nella prima fase del sequestro. È stato […] possibile dare sostanza a un’ipotesi, da tempo sostenuta da varie fonti, sulla presenza di una base brigatista non lontana da via Fani, ipotesi che muove dagli elementi di inverosimiglianza del racconto della fuga dei brigatisti da via Fani presenti “Memoriale Morucci” e nelle dichiarazioni rese dagli stessi brigatisti in sede giudiziaria e pubblicistica, nonché da un confronto comparativo tra il sequestro Moro e il sequestro Schleyer, nel quale fu utilizzato un garage prossimo al luogo dell’attentato»

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L’ipotesi che Moro fosse stato trattenuto, per un periodo più o meno lungo, nella zona della Balduina fu più volte avanzata: «Il 6 ottobre 1981, Emanuele De Francesco, questore di Roma all’epoca del sequestro Moro e in seguito prefetto e direttore del SISDE, affermò in audizione alla prima Commissione Moro che il Presidente Moro poté essere “tenuto in sequestro in due o più luoghi diversi, il primo dei quali, forse anche avente carattere di extraterritorialità, in località non distante da via Fani”. Il generale Giuseppe Santovito, direttore del SISMI, venne analogamente sentito sul punto nell’audizione del 1 luglio 1980, presso la prima Commissione Moro. Rispondendo a una domanda dell’onorevole Paolo Cabras, affermò, quasi incidentalmente: “Sono più dell’avviso che il Presidente non si sia allontanato più di un chilometro da via Fani”. Aggiunse poi che lo statista sarebbe rimasto in questo posto per la prima fase della prigionia, specificando: “Questa è una notizia della Guardia di finanza”, con possibile allusione alla fonte della Guardia di finanza attiva nel periodo del sequestro. A queste considerazioni, che hanno particolare rilievo perché provenienti da operanti, si può aggiungere anche una serie di indicazioni emerse in sede pubblicistica. Oltre al noto racconto-inchiesta di Pietro Di Donato “Christ in plastic”, si ricorda che nel fumetto comparso su “Metropoli” nel giugno 1979, una didascalia riporta: “Nella stanza interna di un garage del quartiere Prati comincia l’interrogatorio di Aldo Moro”. Anche il noto articolo di Mino Pecorelli “Vergogna, buffoni!”, pubblicato su “OP” nel numero del 16 gennaio 1979, evocava il “garage compiacente che ha ospitato le macchine servite all’operazione”. Un più tardivo richiamo è pure presente nell’intervista rilasciata a Giancarlo Feliziani da Licio Gelli nel 2011 e andata in onda su “La 7” nella serata del 18 dicembre 2015. In questo caso, Gelli affermò che, dopo l’azione di via Fani, l’onorevole Moro venne portato a 100-150 metri di distanza e messo in un garage “di quelli che vanno sottoterra”, spostandolo poi dopo una decina di giorni»

– «Sulla base degli elementi sommariamente esposti, si è dunque formulata un’ipotesi di lavoro che ha condotto a compiere indagini su due palazzine di via Massimi, che presentano diverse caratteristiche abitative compatibili con un uso nell’ambito del sequestro Moro. […] In estrema sintesi si segnala che le palazzine in questione, di proprietà IOR, registrano una serie di presenze significativamente legate all’area politico-ideologica in cui è maturato il sequestro dell’onorevole Moro, tra le quali quella di un soggetto straniero, la cui presenza è confermata da più testimoni; quella di un esponente dell’Autonomia Operaia romana anche nel periodo del sequestro Moro; quella di almeno un militante regolare delle Brigate rosse, con disponibilità di regolare accesso in periodo successivo al sequestro. Tali presenze risultano peraltro insediate, con modalità che sono in corso di accertamento, in una realtà profondamente diversa in quanto il condominio era abitato, in ragione della sua proprietà, oltre che da privati, da prelati, ed era sede di società ester

Il «Nazimaoismo» e l’effimera utopia di un fronte comune antiborghese

«Un fenomeno curioso, meritevole di essere esaminato, è la suggestione che esercita il “maoismo” su alcuni ambienti europei, in quanto non si tratta soltanto di gruppi di dichiarata professione marxista. In Italia si possono perfino menzionare certi ambienti che rivendicano una esperienza “legionaria” e un orientamento “fascista”, pur opponendosi al Movimento Sociale in quanto lo ritengono non “rivoluzionario”, imborghesito, burocratizzato, irretito dall’atlantismo. Anche costoro parlano di Mao come di un esempio». [1]

Con queste parole, il filosofo Julius Evola introduce al suo articolo apparso sul settimanale Il Borghese del 18 luglio 1968. L’anziano esoterista, ormai punto di riferimento culturale per le nuove generazioni della destra italiana, mette in guardia i lettori da bizzarre seduzioni ideologiche che sembrano imperversare in alcuni ambienti d’ispirazione rivoluzionaria in seno all’area neofascista. Un recente fenomeno questo, che ha incuriosito l’autore di «Rivolta contro il mondo moderno» al punto da indurlo ad esaminare il «Libretto rosso» al fine di rintracciare, in un’ottica tradizionale, elementi degni di considerazione. Il responso, tuttavia, è negativo e il suo articolo «L’infatuazione maoista» boccia senza remore i propositi di quei camerati più originali che guardano con interesse alla Cina di Mao. Del resto, da parte dell’aristocratico portavoce della Tradizione, ossia colui che nega tutto ciò che direttamente o indirettamente deriva dalla Rivoluzione francese (per lui declino di civiltà che ha per estrema conseguenza proprio il bolscevismo) una simile presa di posizione era più che prevedibile.

Ma chi sono questi «fascisti rossi» che avrebbero l’ardire di conciliare opposti estremismi in un periodo storico nel quale infervora lo scontro politico? E su quali basi costoro intenderebbero proporre tale alleanza? Sono forse sufficienti le comuni istanze anticapitaliste, antiborghesi, antisioniste e antiamericane? Per qualcuno evidentemente sì. Di cosa si tratta precisamente?

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«Nazimaoismo» è in realtà un termine coniato dalla stampa tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta per designare una nuova posizione militante formatasi all’interno di un contesto, quello universitario, caratterizzato da grandi fermenti ideologici e da una generale volontà di cambiamento. Per rintracciare la genesi di tale fenomeno bisogna infatti osservare il clima studentesco della contestazione e in particolare l’attività di un movimento politico denominato «Primula Goliardica», attivo nell’area della destra extraparlamentare a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta. Tale gruppo partecipa alle occupazioni delle facoltà universitarie e nel marzo del ‘68 è presente al fianco degli studenti di estrema sinistra negli scontri di Valle Giulia contro la polizia. Il movimento però ha vita breve e nel 1969 buona parte di esso confluisce nella nascente OLP (Organizzazione Lotta di Popolo), una delle realtà più originali e controverse della scena politica extraparlamentare di quegli anni.

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Lotta di Popolo nasce ufficialmente il 1° maggio del 1969 presso la Casa dello Studente di Roma. [2] Tra i fondatori figurano ex militanti di PG come Ugo Gaudenzi ed Enzo Maria Dantini, ma nel nuovo schieramento politico giungono presto personaggi reduci da esperienze diverse provenienti sia dall’estrema sinistra che dall’estrema destra. Il movimento ha grande interesse per la situazione internazionale e nello scenario geopolitico mondiale il punto di riferimento è rappresentato dalla Cina di Mao. Sul tema del conflitto arabo-israeliano i militanti di OLP sostengono Arafat (da cui deriva anche la scelta della sigla che richiama volutamente la Palestina) e si schierano, ovviamente, dalla parte dei Vietcong nella guerra contro l’imperialismo USA.

Come altre realtà politiche di quegli anni, anche Lotta di Popolo stampa un giornale omonimo che mette nero su bianco le idee del movimento. Sovranità nazionale, Europa dei popoli, anti-sovietismo e anti-americanismo, lotta al potere economico borghese ed ecologismo sono alcuni dei temi fondamentali. Roma e Napoli si rivelano le roccaforti principali del movimento ma attorno ai «nazi-mao» aleggia un po’ ovunque un ostile clima di diffidenza che col passare del tempo si fa insostenibile. A Roma nei primi anni ’70 si verificano più volte dei violenti tafferugli tra militanti di Lotta di Popolo ed esponenti del Movimento Studentesco o di altri schieramenti dell’estrema sinistra extraparlamentare. Le varie formazioni comuniste dichiarano guerra totale ai fascisti senza se e senza ma e in determinati ambienti la psicosi degli «infiltrati» e dei «provocatori mascherati» innesca un clima di tensione che si fa sempre più pesante per gli appartenenti a Lotta di Popolo.

Non bisogna infatti dimenticare che anche prima della nascita di OLP, episodi che in tanti avevano già interpretato come «chiari esempi di infiltrazione» o «di provocazione» si erano verificati in più occasioni, basti pensare ad esempio al noto caso dei «Manifesti cinesi» del 1966 o alla presenza di agenti in borghese e militanti di estrema destra riscontrata all’interno di circoli anarchici e comunisti. Alla luce di simili accadimenti risulta facilmente comprensibile una certa difficoltà da parte dei militanti di sinistra nell’accettare alleanze così «audaci» e potenzialmente rischiose. D’altro canto non va neppure ignorata la buona fede di quanti hanno realmente creduto nel «fronte comune» anche con una certa lungimiranza da parte di chi, già sul finire degli anni Sessanta, considerava lo scontro tra «rossi e neri» come una trappola di regime che avrebbe fatto esclusivamente il gioco delle plutocrazie dominanti, consolidando quel potere centrale filo-atlantista che rappresenta di fatto l’autentico nemico di entrambe le fazioni.

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Il 1973 segna la fine dell’esperienza dell’Organizzazione Lotta di Popolo. Stremati dalla forte conflittualità, dall’enorme diffidenza e dal conseguente isolamento che ha preso piede attorno al movimento, alcuni militanti ritornano alle vecchie aree di appartenenza mentre altri danno vita al comitato di solidarietà per Freda, in quel periodo rinviato a giudizio per la strage di Piazza Fontana. Franco «Giorgio» Freda è stato un punto di riferimento per i cosiddetti «nazimaoisti» poiché in seno alla destra radicale italiana ha esplicitamente proposto un’alleanza con i gruppi rivoluzionari di estrema sinistra.

Nell’agosto del 1969, intervenendo a Ratisbona in una riunione del comitato di reggenza del Fronte Europeo Rivoluzionario, Freda tiene un discorso che verrà poi pubblicato in un saggio a cura della propria casa editrice (Edizioni Ar) dal titolo «La disintegrazione del sistema», un testo rivoluzionario nel contesto neofascista poiché rompe con le nostalgie legate al ventennio e mette in discussione il perno principale sul quale, fino a quel momento, poggiavano le istanze dell’estrema destra: l’Europa.

«Alla luce di una situazione storica mondiale per cui il guerrigliero latino-americano aderisce alla nostra visione del mondo molto più dello spagnolo infeudato ai preti e agli U.S.A.; per cui il popolo guerriero del Nord-Vietnam, col suo stile sobrio, spartano, eroico di vita, è molto più affine alla nostra figura dell’esistenza che il budello italiota o franzoso o tedesco-occidentale; per cui il terrorista palestinese è più vicino alle nostre vendette dell’inglese (europeo? ma io ne dubito!) giudeo o giudaizzato. Noi abbiamo propugnata l’egemonia europea, rivolgendoci a un’Europa che era stata ormai americanizzata o sovietizzata, senza considerare che questa Europa era diventata serva degli U.S.A. o dell’U.R.S.S. perché i popoli e le nazioni europee avevano assorbite – successivamente, ma non conseguentemente, alla sconfitta militare – le esportazioni ideologiche degli U.S.A. e dell’U.R.S.S». [3]

Freda auspica la creazione di uno «Stato Popolare» per certi aspetti non dissimile dal comunismo asiatico, ma in un contesto di valori tradizionali tipici della destra evoliana con evidenti rimandi alla Repubblica di Platone. In tale prospettiva tutte le forze dell’ordine dovranno essere disciolte per lasciare spazio all’instaurazione di una «Milizia Popolare» composta da volontari. La distruzione del sistema borghese è auspicata da Freda mediante la creazione di un fronte comune: «Noi, tuttavia, vogliamo rivolgerci a coloro che rifiutano radicalmente il sistema, situandosi oltre la sinistra di questo, sicuri che anche con loro potrà essere realizzata una leale unità di azione nella lotta contro la società borghese».

L’opera nell’immediato ottiene soltanto un plauso di nicchia, tuttavia, a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, «La disintegrazione del sistema» diviene un punto di riferimento imprescindibile per molti militanti appartenenti alle nuove generazioni dell’estrema destra italiana.

NOTE:

[1] Julius Evola, L’infatuazione maoista, Il Borghese, 18 luglio 1968

[2] Nicola Rao, La Fiamma e la Celtica, Sperling & Kupfer Editori, Milano 2006

[3] Franco G. Freda, La disintegrazione del sistema (1969), Edizioni di Ar, Padova 1978

Dall’ortodossia allo spontaneismo: Susanna Ronconi tra Brigate Rosse e Prima Linea

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Susanna Ronconi

Rovigo, 3 gennaio 1982, ore 15:40. Lungo via Mazzini c’è un uomo che passeggia. È il signor Angelo, sessantaquattro anni, pensionato. Stretto al guinzaglio accanto a lui c’è un cane di piccola taglia che l’uomo porta a spasso tra le strade semideserte di un capoluogo che sembra quasi sonnecchiare in quella silente domenica d’inverno. Ma è una quiete che sta per svanire. La serenità di quel pomeriggio di inizio anno viene spazzata via dal frastuono inaspettato di una raffica di mitra. Seguono piccole esplosioni, sono bottiglie molotov. Per il pensionato sbigottito nemmeno il tempo di orientarsi in quel trambusto che sopraggiunge devastante il boato finale. Quella A112 in sosta che l’uomo scorge a pochi metri è una potente autobomba che cela al suo interno oltre dodici chilogrammi di polvere nera. Una possente deflagrazione e l’esplosivo squarcia come carta stagnola un solido muro di cinta. L’edificio violato è la sezione femminile della casa circondariale: il carcere di Rovigo, sulle cui mura è stato appena aperto un varco.

Da un cumulo di macerie fumanti escono delle donne, sono quattro detenute politiche, tutte militanti di estrema sinistra. Si tratta di Loredana Biancamano, Federica Meroni, Marina Premoli e Susanna Ronconi. Una di loro è lievemente ferita: zoppica, ma ce la fa. Il signor Angelo invece no, lui non ce l’ha fatta. Angelo Furlan, falegname in pensione e padre di famiglia, muore a seguito della violenta esplosione e giace al suolo privo di vita. Rapidamente, tra nuove raffiche e colpi di pistola, le donne si dileguano scortate da un gruppo di uomini armati appartenenti ad una nuova formazione denominata «Nucleo di Comunisti», capitanata da Sergio Segio, «il comandante Sirio», noto esponente di Prima Linea, sentimentalmente legato a Ronconi.

La zona circostante nel frattempo è devastata: nelle abitazioni ci sono diversi feriti, uomini e donne che nella tranquillità della propria casa sono stati catapultati in un inferno di calcinacci, detriti, frammenti di mattoni e schegge di vetri infranti. Alcuni di loro finiranno in ospedale in prognosi riservata. In un appartamento un bambino è salvo per miracolo dopo il crollo di una finestra.

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Il muro di cinta del carcere di Rovigo

In quel Veneto segnato dalla violenza, sono i giorni di tensione del sequestro Dozier e in tutta Italia si stanno consumando nel sangue gli ultimi fuochi di una lotta armata ormai al tramonto. Gli anni di piombo stanno per chiudere il sipario; gran parte dei protagonisti dell’attacco al cuore dello Stato sono finiti dietro le sbarre, fuggiti all’estero o prossimi alla cattura: qualcun altro invece è stato ucciso, ma tra i gruppi eversivi c’è chi dimostra di avere ancora altre cartucce da sparare. Ne sa qualcosa Segio che per organizzare l’assalto al carcere ha chiesto aiuto a diversi nuclei ancora attivi sul fronte dell’eversione rossa, dalle BR ai PAC, dai COLP fino al Fronte Comunista. [1] Del resto, nell’ottica di chi fa politica con le armi, se risulta ancora tecnicamente possibile rapire un generale NATO, si può tentare il tutto e per tutto anche per far evadere delle compagne di militanza, specialmente se tra loro vi è la propria donna.

Susanna Ronconi infatti ora è libera ma a un prezzo molto alto. Un piano studiato nei minimi dettagli non è stato sufficiente: un uomo innocente è morto, un’intera famiglia ora è distrutta. In un volantino di rivendicazione rinvenuto qualche giorno dopo in un cestino dei rifiuti di Milano, i terroristi affrontano la questione in poscritto, parlando di «vittima innocente e casuale della guerra di classe» e di «imprevisto e imprevedibile (…) di cui siamo pronti a rispondere davanti a tutti i proletari». [2]

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Ronconi e Segio

Vi sono poi da considerare i feriti, persone ugualmente innocenti e inermi, senza dimenticare che in tanti hanno dovuto lasciare la propria abitazione a seguito degli ingenti danni provocati dall’esplosione. Le cronache di quei giorni parlano di cinque famiglie (circa una ventina di persone) rimaste senza casa. [3] Ma se come disse Mao «la rivoluzione non è un pranzo di gala», e la citazione riecheggia sovente nel tentativo di alleggerire i pesi di coscienza di molti attivisti che hanno imbracciato le armi, probabilmente questa volta non è così semplice fare i conti con sé stessi e con le proprie azioni.

Contro le donne evase sono stati emessi ordini di cattura con accuse pesantissime, tra le quali la più infamante in assoluto: quella di strage aggravata, rivolta in questo caso proprio ai terroristi rossi, gli stessi che affermavano di aver scelto la lotta armata per combattere un regime complice delle stragi fasciste che da Piazza Fontana avevano intriso l’Italia di sangue innocente. Ma quei militanti non ci stanno: alle stragi indiscriminate loro non vogliono essere in alcun modo accostati, nemmeno in questo caso, nemmeno dopo il tragico epilogo dell’evasione.

«Premetto che mi assumo interamente la responsabilità umana, politica e anche penale di questo fatto», scriverà Susanna Ronconi ormai in carcere in una lunga lettera inviata ai giudici, «ma non accetto in alcun modo che i suoi esiti, sebbene enormemente drammatici come la morte di Angelo Furlan, ricadano nel reato di strage». [4] Già, perché la sua libertà di evasa dura poco meno di trecento giorni, sfumando in un blitz dei carabinieri di Milano il 28 ottobre del 1982.

La trentenne veneziana, definita da alcune testate «ideologa del partito armato», aveva già alle spalle una lunga storia di militanza. Ripercorrerla a ritroso significa imbattersi in sigle come Prima Linea, Brigate Rosse, Potere Operaio. Per quanto concerne le prime due, per coincidenza o per destino, la donna ha presenziato ai primi omicidi (ufficialmente rivendicati) di entrambe le organizzazioni.

È ancora una ragazza ventitreenne quando a Padova, il 17 giugno del 1974, partecipa all’assalto BR alla sezione MSI di via Zabarella. Il gruppo, formato da cinque persone, ha l’intento di perquisire l’intera area della sezione per portare via alcuni documenti considerati importanti. L’autista del commando aspetta in auto fuori al palazzo mentre a vigilare l’edificio è stata piazzata una sentinella. Ronconi si trova nell’atrio e stringe tra le mani una borsa nella quale dovrà custodire le carte trafugate al segnale dei due compagni all’interno della sede. Le cose però vanno diversamente. Gli uomini preposti all’assalto, identificati dai giudici in Fabrizio Pelli e Roberto Ognibene, incontrano la resistenza di due militanti missini che quel giorno casualmente si trovano in sezione: Giuseppe Mazzola, carabiniere sessantenne in congedo, e Graziano Giralucci, agente di commercio e rugbista trentenne. Dopo un po’, Ronconi vede giungere i due compagni che le dicono di andare via perché l’operazione è andata male. Per la prima volta nella loro storia, le Br hanno ucciso. Caduti sotto il primo fuoco letale di quel gruppo armato, Mazzola e Giralucci rappresentano l’infranto tabù della morte per quella che sarà considerata la principale organizzazione terroristica di estrema sinistra attiva in Europa occidentale dal secondo dopoguerra.

Susanna Ronconi lascerà però le Br per approdare tra gli “spontaneisti” di Prima Linea, organizzazione che vorrebbe rifiutare la clandestinità, la rigidità gerarchica e il settarismo per restare parte integrante del movimento senza tendenze elitarie né volontà di ergersi a partito. Al di là di utopie e intenti, al di là di strategie e propositi, anche PL spara e lo fa con la stessa ferocia dei brigatisti. Alla pubblica inaugurazione di questa pratica di sangue, anche questa volta Ronconi è presente.

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Alfredo Paolella

È una mattina d’autunno del 1978 e a Napoli con lei ci sono altri quattro militanti di Prima linea. L’obiettivo è un medico, nonché docente universitario di antropologia criminale, il dottor Alfredo Paolella, membro della Commissione Nazionale per la Riforma Penitenziaria e collaboratore del magistrato Girolamo Tartaglione, ucciso soltanto il giorno prima dalle BR a Roma. È mercoledì, sono le 8:40 dell’11 ottobre e nel quartiere Vomero del capoluogo partenopeo il professor Paolella si sta recando a prelevare la propria vettura dalla rimessa Amos di via Carelli, a due passi dalla sua abitazione. Il commando è lì ad attenderlo a volto scoperto. La giovane bionda in jeans e camicia che poco prima aveva chiesto un cambio dell’olio per la sua Bianchina, estrae una pistola e spara due colpi contro il soffitto per intimidire i dipendenti dell’autorimessa che vengono invitati a farsi da parte e ad entrare subito nel box. Si fanno avanti due uomini, uno dei quali si avvicina rapidamente al professore che nel frattempo si sta accingendo a entrare in auto. Paolella viene afferrato brutalmente per la nuca e scaraventato col viso contro una colonna di cemento. I colpi di pistola rimbombano assordanti nel garage. Meno di due ore dopo, una telefonata al quotidiano Il Mattino rivendica il primo omicidio politico di Prima Linea con un’azione criminale che porta la lotta armata ad uccidere anche al Sud.

Ma perché Paolella? Perché proprio lui per quell’evento così significativo come la prima condanna a morte pubblicamente firmata dall’organizzazione? Una singolare risposta a questo interrogativo giunge nel 1982, proprio durante le ultime settimane di latitanza di Susanna Ronconi. A parlare è Alfredo Bonavita, ex militante e co-fondatore delle BR. Arrestato nel 1974 e divenuto collaboratore di giustizia dal 1981, Bonavita si definisce un «dissidente politico».

Secondo l’ex brigatista, il commando di PL che agì in quell’autorimessa fino a qualche giorno prima dell’agguato ignorava finanche l’esistenza del docente napoletano e quel delitto sarebbe stato un «furto» ai danni di una sigla concorrente, sia pur alleata e politicamente affine. Stando alle dichiarazioni del «dissidente», un agguato nei confronti di Paolella sarebbe stato ideato in origine dalle Formazioni Comuniste Combattenti e alcuni militanti di PL dopo aver scoperto il piano lo avrebbero anticipato per acquisire maggior prestigio facendo così confluire un maggior numero di militanti dalla propria parte. [5]

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Marco Donat Cattin

È noto che tra le due organizzazioni vi era stata una stretta collaborazione fino al punto di vivere l’esperienza di un «comando unificato» tra la fine del 1977 e i primi mesi del 1978, rivendicando in un’unica sigla (PL-FCC) diverse azioni, soprattutto ferimenti ai danni di forze dell’ordine. Poco dopo l’omicidio Paolella e la rivendicazione di Prima linea, le Formazioni Comuniste Combattenti firmano con la sola sigla «FCC» l’omicidio del magistrato Fedele Calvosa. Il sodalizio sembra dunque finito. Nel 1985 davanti ai giudici della Corte d’Assise napoletana, a toccare l’argomento è proprio uno dei componenti principali di Prima Linea: Marco Donat Cattin. Il «figlio ribelle» dell’ex ministro democristiano, dissociatosi dal terrorismo dopo l’arresto, è accusato di concorso morale per l’omicidio Paolella e oltre a esporre alla corte la propria estraneità ai fatti, accenna anche alla stessa questione sollevata tempo prima dal Bonavita, parlando del criminologo partenopeo come di un «obiettivo sottratto» da Prima Linea alle FCC, provocando il disappunto di quest’ultima formazione. [6]
Per questo delitto, Donat Cattin viene assolto e assieme a lui anche Bruno Russo Palombi, Paolo Ceriani Sebregondi e Sergio Segio, con quest’ultimo finito in manette meno di tre mesi dopo l’arresto della sua fidanzata che invece, riconosciuta come membro attivo del commando, è condannata per il delitto Paolella. Diciassette anni di reclusione sono la pena per quell’agguato nell’autorimessa grazie ai benefici della dissociazione alla quale la Ronconi, come del resto anche Segio, ha fatto ricorso nel 1983, anno in cui la coppia si è unita in matrimonio nel carcere delle Murate di Firenze.

Anche altre condanne si affievoliscono per i due coniugi. Lo spaventoso reato di strage indicato dall’accusa per l’eclatante evasione non viene riconosciuto e quelle raffiche di mitra contro gli agenti di custodia per la corte non costituiscono tentato omicidio. [7] Ammessa al lavoro esterno all’inizio degli anni Novanta presso un’associazione impegnata nel sociale, la Ronconi finisce di scontare la sua pena (ridotta) già nel 1998, per poi divenire protagonista di un’aspra polemica quando nel 2006 il ministro per la Solidarietà sociale, Paolo Ferrero di Rifondazione Comunista, la nomina membro della Consulta nazionale delle tossicodipendenze, incarico al quale l’ex terrorista rinuncia a seguito delle pesanti critiche. Sergio Segio, che ha alle spalle una storia criminale nella quale spiccano fatti di sangue come gli omicidi dei magistrati Emilio Alessandrini e Guido Galli, vede commutata la sua pena dall’ergastolo a trent’anni anni. Ne sconta ventidue. Attualmente è scrittore e collabora con organizzazioni umanitarie. Dal suo romanzo «Miccia corta», nel 2009 è stato tratto il film «La prima linea» con Riccardo Scamarcio nel ruolo di Segio e Giovanna Mezzogiorno nei panni della Ronconi.

FONTI:

[1] Pietro Calogero, Carlo Fumian, Michele Sartori, Terrore Rosso, dall’autonomia al partito armato, Laterza, Bari-Roma 2015

[2] Nucleo Comunista: «Siamo stati noi», La Stampa, anno 116, n.4, 6 gennaio 1982, p.7

[3] Silvano Costanzo, Susanna Ronconi è rimasta ferita fuggendo dal carcere di Rovigo. Costruiti gli identikit del commando? Stampa Sera, anno 116, n.4, 5 gennaio 1982, p.11

[4] Giuliano Marchesini, Susanna Ronconi: «L’evasione non era solo una fuga d’amore», La Stampa, anno 119, n.237, 26 ottobre 1985, p.6

[5] Guido Rampoldi, Prima Linea assassinò Paolella senza quasi sapere chi fosse, La Stampa, anno 116, numero 222, 14 ottobre 1982, pag. 7

[6] Marco Donat-Cattin: anche le FCC erano pronte a uccidere Paolella, La Stampa, anno 119, n.10, 29 maggio 1985, p.6

[7] Evasione da Rovigo, pene per due secoli, La Repubblica, 12 dicembre 1985

Gli esordi di Gianni Agnelli in FIAT. Breve storia politica dell’Alfasud

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 Stabilimento Alfasud, Pomigliano d’Arco

– La sfida della Alfasud contro una FIAT presa in mano da Gianni Agnelli solo nell’ultima parte degli anni Sessanta rappresenta una delle pagine di maggiore importanza nella storia dell’industria automobilistica italiana. La scommessa? Rendere finalmente competitivo e industrializzato il Sud. [1]

Agnelli era stato accolto bene dall’establishment FIAT per il nome che portava e le doti personali: comandava senza fatica e anzi otteneva quello che voleva senza bisogno di comandare. Fu però ben presto informato che l’Alfa Romeo, ormai da anni industria di Stato, piccola rispetto alla FIAT, e malata, sempre guardata dall’alto in basso, avrebbe creato un grande stabilimento presso Napoli, producendo automobili a prezzo contenuto, di quelle definite «utilitarie», o comunque medio-piccole, adatte a invadere il mercato che proprio la FIAT aveva sempre considerato il suo. L’Alfa Romeo avrebbe quindi invaso quel mercato sfoggiando sul radiatore un simbolo famoso reso celebre da tante corse e da tante vittorie: uno stemma che molti automobilisti italiani sognavano senza mai raggiungerlo per questioni di prezzo. [2]

– Alla notizia, sentimenti diversi agitarono l’establishment torinese. Vi erano preoccupazioni commerciali, in una fascia di mercato di fondamentale importanza per la FIAT: preoccupazioni gravi, ma pur sempre temperate dallo spirito di corpo prevalente in FIAT, dall’orgoglio aziendale, dalla certezza che comunque a Torino si era più bravi nella produzione di quel tipo di vetture. C’era la certezza che non sarebbe stato difficile battere una industria di Stato, uno stabilimento napoletano per giunta. [3]

– La FIAT si era creata negli anni la fama di potentato imbattibile: si diceva che la sua volontà fosse legge, che Torino comandasse e Roma obbedisse e si affermava che essa dettava le proprie condizioni ai compratori, ai concessionari, ai fornitori e pure ai ministri. Per questa sua potenza non era amata, ma temuta. Adesso l’annuncio di Alfasud era un affronto, uno schiaffo all’orgoglio aziendale, una dimostrazione che si potevano ignorare i desideri della vecchia signora. [4]

– Come difendersi? Che cosa avrebbe fatto Gianni Agnelli, il giovane ed elegante signore, per vendicare l’offesa? Non era per caso, con tutta la sua annoiata signorilità, privo di grinta? E se ci fosse stato Vittorio Valletta? Molti lo pensavano anche se pochi avevano il coraggio di dirlo: se ci fosse stato ancora Valletta, non sarebbe successo. [5]

Agnelli si rendeva conto di tutte queste apprensioni, di questi sentimenti e sospetti, e decise di fare quello che meno gli garbava: impegnarsi nella lotta. Gli sarebbe piaciuto con ogni probabilità alzare le spalle all’annuncio che si sarebbe fatta l’Alfasud, pronunciare uno dei tanti giudizi taglienti, sarcastici o irrisori che gli venivano spontanei alle labbra, e partire per un campo di neve per non pensare più alla faccenda. Accettò invece la sfida: decise di impegnarsi perché non si facesse l’Alfasud, ben sapendo che se avesse perso non avrebbe più potuto ostentare superiorità e indifferenza, dando a tutta l’Italia la conferma che la FIAT potesse essere sfidata e, peggio, sconfitta. [6]

– Vi fu a Torino un periodo di affannose riunioni, che cominciavano la mattina e si protraevano fino a notte avanzata per preparare conteggi e proiezioni sul prevedibile sviluppo del mercato automobilistico in Italia e nel mondo, per mettere insieme una documentazione capace di convincere gli organismi governativi dell’inopportunità di produrre un maggior numero di auto: «Sentite», questo era il tenore del discorso, «noi di automobili ce ne intendiamo, ci passiamo la vita; credete a noi, non se ne potranno vendere sempre di più all’infinito; questo mercato ha un limite, non vi conviene varcarlo». Un discorso che sembrava dettato da un complesso di superiorità. Si studiarono anche proposte di collaborazione da presentare all’Alfa Romeo, quella stessa società verso la quale si ostentava, fino a un istante prima, altezzosa indifferenza, perché così piccola di dimensioni, così antieconomica, così statale.[7]

– Neppure all’Alfa Romeo la battaglia dell’Alfasud era vissuta come una vicenda puramente industriale. Era anche una sfida passionale, che coinvolgeva l’orgoglio, l’amor proprio, la suscettibilità dell’establishment di un’altra casa famosa, quella appunto dell’Alfa. Vi lavoravano, come in tante altre industrie dello Stato, persone di prim’ordine, tecnici provetti, dirigenti che amavano il proprio lavoro, uomini impegnati nella loro battaglia, che consisteva nel ridare vita a un’industria di antiche tradizioni e di gloria mondiale. Giuseppe Luraghi, il presidente, aveva preso in mano l’Alfa dopo un periodo alla Finmeccanica e vi si era dedicato anima e corpo, trovando la sua ragione di vita: non per sete di guadagno, non per ambizioni di carriera, ma per un bellissimo gioco fine a sé stesso, quello di guidare un gruppo di uomini che avrebbero ideato nuovi modelli, conquistato mercati, e ricondotto la società al profitto cioè al successo. [8]

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Luraghi aveva fatto due «en plein», prima con la Giulietta, poi con la Giulia: due modelli che avevano avuto successo, che avevano invaso le strade italiane (e non solo) e che lui amava quasi fisicamente. Bastava sentire i suoi commenti quando viaggiava su una di esse: «Senti come sono dolci, senti come sono morbide», diceva, e la voce di vecchio ingegnere lombardo prendeva una tonalità più sottile e più tenera. Era proprio convinto che si trattasse di grandi macchine: c’era un modello che gli piaceva in modo particolare, si chiamava “Duetto”, e già il nome sembrava una dichiarazione d’amore. [9]

– Ma esisteva la FIAT, tanto più grande, tanto più forte, e alteramente ignara dell’esistenza dell’Alfa, come dimostrava il fatto che produceva vetture di tutte le dimensioni, piccole e utilitarie, e sta bene, erano la sua specialità, ma anche medie e grandi, di rappresentanza, insomma tali da occupare quella fascia di mercato che l’Alfa Romeo avrebbe voluto per sé. [10]

– Ogni tentativo di accordo, diceva Luraghi, era fallito: pareva che non fosse neanche preso in considerazione. All’Alfa Romeo erano animosi verso la FIAT, a cominciare da Luraghi. [11]

– Dicevano alla FIAT: «Accordi? Non sapete che cosa è la concorrenza. Noi dobbiamo reggere alla concorrenza degli altri grandi del mercato internazionale, siamo grandi anche noi, non possiamo legarci le mani perché voi siete piccoli». Concorrenza? Benissimo, si rispose all’Alfa Romeo: entriamo nel gioco della concorrenza anche noi, allora. Facciamo Alfasud per insidiarvi nella vostra stessa fascia di mercato. Lo facciamo coi fondi di dotazione? Cioè col denaro dello Stato? E’ vero, ma dove dobbiamo prenderlo? Dobbiamo forse rassegnarci a morire per fare un favore ad Agnelli? La FIAT accusava l’Alfa di non rispettare le regole del gioco perché era industria di Stato e giocava con le carte truccate: quando perdeva denaro non falliva, perché si faceva aiutare dallo Stato. Ma all’Alfa si rispondeva: forse che anche la FIAT non ha truccato le carte, non ha avuto aiuti dallo Stato, sotto forma di accordi e commesse? [12]

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– Il dibattito poteva continuare all’infinito: intanto avanzavano i preparativi di Alfasud, ormai le offerte della FIAT per accordi di collaborazione venivano troppo tardi, le decisioni erano state prese. Alla fine Alfasud si fece. [13]

– Il progetto di produrre auto di dimensioni medio-piccole nell’Italia meridionale risaliva agli anni Cinquanta, ma fu di fatto reso operativo soltanto agli inizi dei Settanta. Uno dei motivi che spinse Luraghi a realizzare l’Alfasud fu quello di limitare la disoccupazione nel Mezzogiorno d’Italia e quindi il massiccio esodo di migranti verso il Nord. La realizzazione dello stabilimento fu ultimata in tempi relativamente rapidi: a partire dal 1967 fu progettata sia la fabbrica che il nuovo modello di auto, cioè l’Alfasud, tutto sotto la direzione dell’ingegner Rudolf Hruska: la Alfasud spa fu resa formalmente autonoma dalla «Alfanord» di Arese. L’approvazione definitiva del progetto del nuovo stabilimento avvenne nel gennaio 1968, prevedendo l’inizio della produzione nel gennaio 1972. La posa della prima pietra del nuovo stabilimento avvenne il 28 aprile 1968, alla presenza del presidente del consiglio Aldo Moro. Nonostante le agitazioni sindacali, la produzione slittò di soli tre mesi, iniziando nell’aprile 1972.

– L’Alfasud fu la prima auto Alfaromeo a trazione anteriore e venne presentata al salone dell’automobile di Torino del 1971: si trattava di un’auto «compatta» a due volume con coda «fastback». Il portellone venne aggiunto soltanto nell’ultima parte di produzione a partire dai primi anni Ottanta. L’Alfasud ebbe, tutto sommato, dei buoni riscontri di vendite: furono infatti venduti oltre 640 mila esemplari della prima serie (1972-80).

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Rudolf Hruska: «Il prodotto Alfasud doveva essere “aggiuntivo” alla gamma AlfaRomeo.
Era necessario predisporre un “cahier de charge”, cosa che ho fatto in un piccolo ufficio vicino all’Alfa. Si stava in posti riservati perché erano già in giro dei giornalisti. Si doveva progettare e mettere in serie una nuova vettura e anche costruire ex-novo la fabbrica che l’avrebbe prodotta. Era necessario eseguire un pre-studio che doveva contemplare gli investimenti globali il costo della vettura, il sistema organizzativo, il personale necessario, le tempificazioni.
Il dott. Luraghi non poteva fornire il personale poiché le risorse Alfa erano impegnate per lo stabilimento di Arese, che era allora in fase di completamento. Una prima risposta al problema venne da ex-personale Simca che in quel periodo era stata venduta dalla Fiat alla Chrysler: si trattava di 28 persone, quasi tutte italiane, molto esperte in personale, organizzazione, tecnologie, impiantistica e amministrazione. Fu così che si iniziò lo studio della parte meccanica della vettura. A metà gennaio 1968 è stata fatta la prima presentazione al management Finmeccanica. Furono predisposti un modello in gesso della vettura (a 4 porte), un modello di abitabilità, un espanso della giardinetta e tutta la documentazione necessaria nella quale si indicava in 300 miliardi di lire l’investimento totale, 60 dei quali erano previsti per il prodotto (progetto, prototipi, messa a punto ecc.). Il piano prevedeva l’inizio della produzione al primo gennaio 1972. Erano quindi disponibili 4 anni per creare il prodotto e la fabbrica. In quindici giorni ricevemmo l’OK e si iniziò a lavorare attivamente. Desidero ora alla fine dire che andammo in produzione con tre mesi di ritardo perché avemmo quasi un milione di ore di scioperi in cantiere. Malgrado la diffusa opinione che la fabbrica e la macchina non sarebbero nate in quei tempi (molti erano convinti che non sarebbero mai nate!) e le difficoltà nei cantieri, si ritardò di soli tre mesi, mentre i consuntivi indicavano la rimanenza di 25 miliardi di lire rispetto al budget previsto. Debbo ricordare che gli anni ‘70 furono segnati da scioperi in tutta Italia. Moltissime furono le fermate allo stabilimento, si lavorava a singhiozzo con conseguenze sulla qualità, non ultima la ruggine. Ricordo anche, di sfuggita, che in quegli anni fui accusato di spionaggio industriale. Adesso parliamo del prodotto. La vettura doveva essere un’utilitaria di lusso, una vettura a 5 posti con bagagliaio molto capiente. Si doveva trattare, naturalmente, di un’Alfa Romeo. Scontato che la vettura era a trazione anteriore, si voleva il motore in asse vettura per poter realizzare facilmente la versione a 4 ruote motrici (eravamo nel 1967!). Fu scartato il 4 cilindri in linea perché troppo lungo: il 4 cilindri a V ed il contrapposto erano abbastanza corti, e l’ultimo fu il preferito perché più basso e molto bilanciato. Fu così possibile realizzare una berlina piuttosto bassa con una buona visibilità anteriore» [14]

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Rudolf Hruska/2: «Un discorso particolare va fatto per le dimensioni del bagagliaio: a quell’epoca possedevo una valigia di grandi dimensioni che mi consentiva di stare in giro otto-dieci giorni. Sistemate due valigie nel simulacro dissi a Giugiaro di piazzarne altre due. Così è nata la parte terminale della vettura. Faccio notare che le quattro valigie non ci stanno su vetture moderne come la Thema e la 164 [Hruska rilascia queste dichiarazioni nel 1991, ndr] . La vettura doveva pesare a secco 800 kg. Abbiamo superato di circa 30 kg questo valore, in buona parte per causa di pneumatici e cerchi. La vettura era destinata a crescere di cilindrata e prestazioni e si decise di adottare, sin dall’inizio, pneumatici e cerchi adeguati, che pesavano circa 15 kg in più di quelli della 128 Fiat. Parliamo ora dello stabilimento: è interessante ricordare che non adoperammo cemento, ma strutture metalliche. I vantaggi stavano nel facile intervento se si desiderava cambiare e nella possibilità di prefabbricare le dette strutture. Ricordo che costruimmo i Reparti con altezza di due metri e mezzo superiore agli altri stabilimenti dell’epoca. Per quanto riguarda l’impianto idraulico esso assicurava il riscaldamento d’inverno ed un certo raffrescamento d’estate. Prima di scaricare definitivamente l’acqua utilizzata in stabilimento si effettuavano più ricicli e questo riduceva notevolmente i consumi. Tutto questo e altro è stato possibile anche per le conoscenze di quei 28 collaboratori venuti dalla Simca, che avevano una esperienza di trenta-quaranta anni in industrie similari. Avevamo definito in 50 ore il tempo di fabbricazione della vettura. Si puntava, dopo un adeguato periodo di addestramento delle persone del primo turno, ad arrivare a 45 ore per la cosiddetta vettura base o standard. Il costo corrispondente, o costo standard, è la base di partenza per tutti gli altri costi che vengono ottenuti aggiungendo i costi delle varianti delle vetture derivate, gli opzionali, ecc. Con mio dispiacere, per molto tempo tutto ciò non è stato apprezzato e solo oggi è stato espresso apprezzamento per questa fabbrica che è tuttora moderna. Non avevamo i robot, non li aveva nessuno, ma tutti i programmi sono stati raggiunti, siamo andati in produzione dopo 4 anni e costruimmo al tempo programmato le cento vetture di pre-serie. Gli italiani sono rapidissimi nell’apprendere ma bisogna seguirli fino in fondo; con i tedeschi si discute molto tempo prima di partire, poi, però, si può andare in vacanza. Questa è la differenza. Debbo citare, prima di finire, un episodio a causa di certi articoli apparsi sul giornale II Borghese. Non sopportando questa situazione andai a trovare il direttore della rivista, il senatore Tedeschi. Avemmo un colloquio di due ore e mezzo al termine del quale egli decise di non scrivere più contro l’Alfasud: impegno che mantenne. In seguito, disse a un comune amico di aver discusso con uno degli ultimi Asburgo. Sulla situazione Alfa di oggi ci sarebbe da discutere molto, ma voglio solo riferire quanto ha recentemente dichiarato il Direttore Generale dell’Audi, un nipote del Prof. Porsche. In un’intervista a un giornalista, ha definito l’Audi l’azienda nobile della Volkswagen e ha ammesso che, mentre dal punto di vista della qualità Audi e VW sono eguali, prestazioni e prodotto debbono essere differenti. Se non fosse così l’Audi sarebbe destinata a chiudere. A Torino non si è capito che per l’Alfa è la stessa cosa, ma la Ford, pare, l’aveva ben compreso» [15]

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Giuseppe Luraghi: «L’Alfasud doveva essere realizzata perché l’Alfa Romeo era arrivata a
una produzione ad Arese che, per gli ulteriori sviluppi richiesti dal mercato, richiedeva altri ingrandimenti con altra immigrazione di popolazione del Sud, che a Milano non poteva trovare i mezzi necessari per una vita civile. D’altra parte, noi avevamo una tradizionale attività a Napoli e un grande stabilimento, distrutto dalla guerra che aveva fatto motori d’aviazione. In tali stabilimenti parzialmente ricostruiti avevamo ripreso una produzione di autocarri e motori, che poteva costituire un nucleo di base anche per la preparazione dei tecnici e del personale da destinare a nuove iniziative. Per fortuna, la Fiat si è accorta molto tardi che quello dell’Alfasud era veramente un progetto serio, che noi dell’Alfa volevamo tutti realizzare. Dico per fortuna, perché dal momento in cui alla Fiat hanno cominciato a vedere che effettivamente le cose si facevano, l’atteggiamento cambiò violentemente; in proposito, è significativo l’atteggiamento del signor Gianni Agnelli il quale, ad una Commissione Parlamentare del 1969, (per fortuna Aldo Moro aveva già posato la prima pietra nel 1968, in una cerimonia ufficiale), presieduta da Giolitti, ha dichiarato cose, a mio avviso, non corrispondenti al vero. La prima affermazione era che, in quel momento, la produzione e la strumentazione italiana per fare automobili era largamente sufficiente per i successivi dieci anni. In quel momento, circolavano otto milioni di automobili, dieci anni dopo ne circolavano 16 milioni e poi 23 milioni nel giro di vent’anni, con un vertiginoso aumento di importazioni. La seconda era che non si poteva sviluppare l’industria automobilistica nel Sud per ragioni tecniche ed economiche.
Ebbene, esattamente tre mesi dopo che Agnelli aveva fatto queste dichiarazioni, l’ingegner Bono, vice-presidente Fiat, andò a dichiarare all’allora ministro della programmazione che la Fiat avrebbe costruito due stabilimenti proprio nel Sud. E adesso voi sapete che la Fiat dichiara che i suoi sviluppi sono tutti previsti nel mezzogiorno (naturalmente con l’aiuto dello Stato). Da quel momento, noi abbiamo avuto una quantità di difficoltà di carattere sindacale e politico, però siamo andati avanti, perché sapevamo che il nostro programma era onesto e adeguato alle nostre necessità ed a quelle del Paese. Prima della opposizione della Fiat, avevamo ottenuto il permesso del CIPE, del Ministero delle Partecipazioni, dell’IRI per fare questa fabbrica, però a Napoli non riuscivamo ad ottenere il permesso di realizzare il nuovo impianto nel nostro stesso terreno già predisposto. Ne dicevano di tutti i colori. Chi violentemente si opponeva diceva, per esempio, che non c’era la possibilità di realizzare i trasporti necessari: ciò mentre, figuratevi, da molti anni esisteva un raccordo ferroviario con la fabbrica, che funzionava; l’autostrada passava a circa due o tre chilometri; l’aeroporto era a un quarto d’ora di tempo. Moro aveva mostrato interesse per l’iniziativa: allora, sono andato dal presidente per sbloccare la situazione e gli ho raccontato cosa stava avvenendo. Moro mi disse che se ne sarebbe occupato. Qualche giorno dopo mi invitò ad andare con lui a Pomigliano perché doveva inaugurare un treno veloce sulla linea Roma-Napoli; io non potevo andarci e lo feci ricevere dal Direttore di allora della nostra fabbrica locale, che era al corrente di tutto. Moro andò a vedere il terreno, accompagnato dal prefetto (un uomo che io ricorderò sempre perché dimostrò di essere veramente coraggioso). Dopo aver visto il terreno, Moro domandò al prefetto: “Ma allora perché non viene dato questo permesso?” E la risposta fu: semplicemente perché ci sono dei grossi politici locali, i quali hanno ottenuto un’opzione su altri terreni, che intendono vendere all’Alfa Romeo con relativo beneficio. Moro ha dimostrato di essere molto diverso da quello che io in quel momento credevo; dopo pochi giorni arrivò il permesso per costruire la fabbrica e alla posa della prima pietra, fatta dallo stesso Moro, erano gioiosamente presenti anche tutti coloro che l’avevano ostacolata. Sapete che io sono stato cacciato dall’Alfa Romeo, (non è che me ne sono andato, sono stato cacciato) perché mentre stavamo rodando, fra molte difficoltà anche sindacali (comprese minacce camorristiche) l’Alfasud, ad un certo momento arrivò un tassativo ordine dell’onorevole
Gullotti, allora Ministro delle Partecipazioni Statali, e dall’obbedientissimo presidente dell’IRI, prof. Petrilli, che fece una proposta inaccettabile: voi dovete fare un’altra fabbrica automobilistica ad Avellino. A chiaro vantaggio di De Mita. La fabbrica ad Avellino era assolutamente impossibile da fare perché richiedeva una spesa di molte centinaia di miliardi, che sarebbero stati buttati via. Avrebbe anche danneggiato l’inizio dell’attività dell’Alfasud, e tutto ciò per favorire la base elettoralistica di un politico. Tutti noi dell’Alfa Romeo ci opponemmo, io in testa, come massimo responsabile. La fabbrica, allora, non si fece, però, dopo alcuni anni, hanno fatto quella inspiegabile combinazione Alfa-Nissan che, naturalmente, ebbe vita breve. Il popolo italiano paga e sta zitto. Questo tipo di abusi, secondo me, sono anche peggiori delle vergognose bustarelle, perché rovinano strutture delicate» [16]

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FONTI:

Dalla nota [1] alla [13]: Piero Ottone, Il gioco dei potenti, Longanesi, Milano, 1985

Dalla nota [14] alla [16]: La nascita dell’Alfasud, Conferenza di Rudolf Hruska e Domenico Chirico. Intervento di Giuseppe Luraghi, Milano, 13 giugno 1991

Corna e scandali di un presidente napoletano. Signore e signori, Giovanni Leone

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Giovanni Leone

Giovanni Leone nasce a Napoli nel 1908. Figlio di uno dei fondatori del Partito popolare è giovanissimo docente di procedura penale: principe del foro, è stato iscritto al partito fascista e poi alla Dc a partire dalla metà degli anni Quaranta. Deputato fin dalla Costituente, Presidente della Camera, due volte Presidente del Consiglio, Leone passa per uomo super partes: una caratteristica che rivendicherà fin dal primo giorno al Quirinale.

– Leone esibisce una folcloristica napoletanità: scongiuri e «corna» si alternano in un crescendo che lascia sbigottiti vicini e testimoni. Cronache e pettegolezzi riferiscono di tarantelle e cantate di «O’ Sole mio» anche a latere di occasioni ufficiali. Tifoso del Napoli, si lascia andare a intemperanze allo stadio. A tutto questo aggiunge una inflessione dialettale che ne fa inevitabile bersaglio di caricature e sfottò. Gaffeur di professione, catalizza la morbosa curiosità dei cronisti dell’epoca anche a causa di «Donna Vittoria», la giovane moglie. La Dc non lo difende.

– Quando c’è da eleggere il successore di Giuseppe Saragat al Quirinale, la Dc individua inizialmente in Amintore Fanfani un candidato teoricamente capace di ottenere l’appoggio dei partiti centristi e, si pensa, del Pci. «Il Rieccolo», come lo chiama Montanelli, passa ancora per progressista anche se ha appena perso la battaglia per l’abolizione del divorzio. Proprio in quelle settimane di fine 1971 il settimanale Panorama, già attivo in inchieste giornalistiche su «trame nere» e «strategia della tensione», scrive che Fanfani è il candidato di un fantomatico gruppo cattolico denominato «Cinque per cinque»; un centro di interessi capace di egemonizzare la Fondazione Agnelli e di essere il punto di riferimento di Eugenio Cefis, presidente della Montedison, e di alti gradi delle forze armate. Il Pci, dal canto proprio, non aveva mai nascosto una certa diffidenza verso Fanfani presentato, per i suoi modi autoritari inversamente proporzionali all’altezza, come un «micro De Gaulle» [1]

– In realtà Fanfani non ha l’appoggio neppure dell’intera Dc. Pur essendo il candidato ufficiale del partito, già al primo scrutinio del 9 dicembre 1971 mancano all’appello una quarantina di voti: sono quelli dei cosiddetti «franchi tiratori». Quando dopo diverse fumate nere monarchici e missini iniziano a far balenare una possibile convergenza su Fanfani, la Dc ricorda che il leader aretino ha accettato la candidatura richiamandosi ai valori della Resistenza.

«Nano maledetto/ non sarai mai eletto». Con frasi simili, alternate al più classico «Fanfascista», scritte nelle schede di voto per l’elezione del Presidente della Repubblica, viene di fatto meno la candidatura di Fanfani alla più alta carica dello Stato

– In parlamento la sinistra parlamentare (Psi, Pci poi Psiup) vota per il socialista De Martino. Per superare lo stallo la Dc decide di accantonare la candidatura Fanfani: il 21 dicembre, all’interno di un «conclave», la Dc designa Giovanni Leone (che prevale per un soffio su Aldo Moro) candidato alla Presidenza della Repubblica. E’ il trionfo della linea di Andreotti. Leone viene eletto al ventitreesimo scrutinio con i voti determinanti del Msi che, secondo alcuni, è «entrato discriminato, è uscito determinante».

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Leone, discorso di insediamento, tra Pertini e Fanfani

– Quando Leone si presenta alle Camere per l’insediamento, Pajetta scaraventa una manciata di monete addosso a  Giorgio La Malfa, antifascista ma elettore di un presidente votato dai fascisti

– Leone definisce fin da subito sé stesso «notaio» delle scelte di parlamento e governo. Non è amato dal popolo, pur riproducendone tic e superstizioni, e non fa niente per farsi amare.

– Settembre 1973, golpe militare in Cile. Il segretario del Pci Berlinguer trae occasione dalla cruenta fine del governo Allende per proporre alla Dc un «compromesso storico» che garantisca le istituzioni democratiche: il Pci, dice, potrebbe proseguire quella «via italiana al socialismo» già promessa da Togliatti trent’anni prima. La nuova sinistra vede invece negli eventi cileni la conferma di una borghesia incapace di accettare una affermazione del socialismo per via legale.

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Le corna presidenziali

– A un acutizzarsi della già grave crisi economica si unisce il propagarsi di una improvvisa epidemia di colera nel Sud: si tratta di zone ad amministrazione democristiana, soprattutto Napoli. Si diffondono voci secondo le quali lo stesso presidente Leone avrebbe fatto gli scongiuri visitando gli ospedali napoletani.

Giulio Andreotti: «Le prime censure a Leone avvennero per la constatata abitudine, tutta napoletana, di scongiurare il malocchio facendo ostentatamente le corna con la mano destra» [2]

– Durante una commemorazione di Giuseppe Mazzini, poco prima di entrare nella sala, davanti a numerosi giornalisti e altre personalità, Leone prende per il braccio Andreotti e gli sussurra: «Ho sentito dire che Mazzini porta jella. Tié!», facendo il gesto delle corna.

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Leone contestato risponde con le corna, Pisa 1975

– A partire dal 1975, Leone viene fatto oggetto di una violentissima campagna stampa, orchestrata da L’Espresso e Camilla Cederna e dai radicali di Marco Pannella. Le accuse vanno dallo scandalo Lockheed, tangenti per l’acquisto di aerei americani, alla vita privata della famiglia Leone e della first lady Vittoria fino alle accuse di nepotismo: il tutto sfocia nella pubblicazione del libro «Giovanni Leone: la carriera di un presidente» firmato dalla Cederna che poi sarà condannata per diffamazione.

– Il 14 giugno 1978 la direzione del PCI decide di richiedere formalmente le dimissioni del Presidente della Repubblica. Quella sera Andreotti e Zaccagnini si recano da Leone per raccoglierne le dimissioni. Pare abbia congedato i due ospiti con la frase: «grazie, guagliò, così ora potrò guardarmi i mondiali di calcio in santa pace»

– Il 15 giugno del 1978 Giovanni Leone firma le dimissioni e lascia il Quirinale. Lo salutano in pochi. Leone se ne va a causa di una serie di attacchi della stampa e del partito radicale andati avanti per mesi. Negli anni successivi gran parte di quelle accuse si rivelerà infondata. Nel 1998 Pannella e Bonino chiederanno ufficialmente scusa. Leone muore nel 2001.

Camilla Cederna: «Leone va matto per tutti i piatti napoletani, pizza, parmigiana di melanzane, peperone imbottito, pastiera… Il cuoco del Quirinale ha fatto fatica a rimettersi dallo choc, dopo tutte le mousse e le gelatine che piacevano a Saragat» [3]

Camilla Cederna: «Leone è solo un pulcinella con le orecchie scollate» [4]

Il Male, settimanale satirico: «Ansa 767678… Roma, 15 giugno. Alle ore 21.00 il Presidente Leone ha ricevuto la servitù e tenuto un breve discorso. Il capo del cerimoniale del Quirinale lo ha informato che gli saranno addebitate le posate d’argento mancanti. Ansa 878767… Roma, 15 giugno. Alle ore 23,00 il Presidente Leone ha lasciato il Quirinale, scendendo di corsa la grande scala. Nella foga è inciampato nella cravatta cadendo. Trenta giorni di prognosi. Ansa 676562… Roma, 16 giugno. Ricevendo i giornalisti in un lussuoso albergo della capitale, la ex presidentessa donna Vittoria ha annunciato che chiederà divorzio per abbandono del tetto coniugale» [5]

Guido Quaranta: «Leone, presidente del consiglio, prende l’elicottero per visitare il disastro del Vajont. L’ultimo a salire a bordo è un noto fotografo. Leone si accorge che si tratta del passeggero numero diciassette. Non ce lo vuole. Quello lo supplica: ‘Preside’, tengo un pool di agenzie…’. E Leone: ‘Ma io tengo un pool di figli!’». [6]

– Il senatore a vita Leone, dopo il mandato presidenziale, viene chiamato a testimoniare presso la Commissione di inchiesta parlamentare sulla loggia P2: egli afferma di avere avvertito in varie occasioni nell’esercizio del mandato di Presidente della Repubblica una azione di condizionamento sulle cui origini non aveva notizie sicure, pur sospettando un coinvolgimento di ambienti vicini ai servizi segreti, rendendosi conto soltanto a posteriori della presenza intorno a lui di persone non completamente affidabili. [7]

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– «Un esempio di questo ambiguo rapporto che la loggia P2 intesse con il potere può essere individuato nella vicenda del presidente della repubblica Giovanni Leone, nel senso indicato dal commissario Petruccioli, quando ha rilevato come il Gelli che rivolge le sue blandizie al neoeletto presidente pervenendo a farsi da questi ricevere e il Gelli che si vanta con l’onorevole Craxi di poter condizionare la suprema magistratura della repubblica non solo non siano figure in contrasto tra loro ma possano in ipotesi essere considerati due concordanti aspetti di un identico modo di porsi di fronte al potere politico» [8]

– «C’è comunque ancora un fatto, nella storia della P2, che merita di essere ricordato: la guerra spietata che Licio Gelli condusse e fece condurre nei confronti del Presidente della Repubblica Giovanni Leone. Le motivazioni di questa ostilità sono probabilmente da ricercarsi nella chiusura costantemente esercitata dal Presidente Leone nei confronti del “Venerabile” della P2, che aveva tentato di accreditarsi negli ambienti politici e della massoneria come il manovratore occulto della sua elezione avvenuta nel 1971. Un altro motivo può essere costituito dal rifiuto opposto dal Presidente Leone, nella sua qualità di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, di intervenire a favore di Carmelo Spagnuolo, posto sotto inchiesta dopo l’episodio dell‘affidavit in favore di Sindona: e Spagnuolo ricopriva una posizione di alto prestigio nella P2. Sta di fatto che Mino Pecorelli, il direttore dii “OP”, iscritto alla P2 ,e molto legato a Gelli almeno nel periodo cui ci stiamo riferendo, scatenò una pesantissima campagna diffamatoria nei confronti del Presidente Leone. Campagna che ebbe delle notevoli ripercussioni politiche, anche perché fu proprio sulla base degli articoli di Pecorelli, che la giornalista Camilla Cederna costruì poi la sostanza di un suo libro contro il Presidente della Repubblica di chiara impronta scandalistica. […] Si può legittimamente supporre, da quanto precede, che Gelli volesse costringere il Presidente Leone alle dimissioni, puntando alla successiva elezione di un nuovo Capo dello Stato più ben disposto verso la massoneria e gli interessi politico-finanziari della P2 in particolare. In effetti, la bene orchestrata campagna contro Giovanni Leone, contribuì non poco alla cessazione anticipata del suo mandato presidenziale. Ma Gelli non aveva previsto che le correnti democristiane non avrebbero saputo trovare un candidato comune su cui puntare e che, di conseguenza, il successore di Leone sarebbe stato Sandro Pertini» [9]

 

La cerimonia delle cariatidi, tratta da Signore e signori, buonanotte, film “collettivo” del 1976, vede all’inaugurazione dell’Anno Pregiudiziario, i massimi rappresentanti dello Stato e della Chiesa tra cui il presidente Giovanni Leone: è alla fine della cerimonia che gli anziani presenti, guidati proprio dal Presidente napoletano, si scatenano in una tarantella sulle note di «Funiculì funiculà» 

FONTI:

[1] Giorgio Galli, Il partito armato, Kaos edizioni

[2] Giulio Andreotti, Visti da vicino. Terza serie. Personaggi e problemi del mondo contemporaneo, Milano, 1985, pagina 156

[3] Angelo Olivieri, Sette anni di guai: i Presidenti della Repubblica nella satira 1946-1992, pagina 16

[4] Angelo Olivieri, Sette anni di guai: i Presidenti della Repubblica nella satira 1946-1992, pagina 17

[5] Angelo Olivieri, Sette anni di guai: i Presidenti della Repubblica nella satira 1946-1992, pagina 17

[6] Angelo Olivieri, Sette anni di guai: i Presidenti della Repubblica nella satira 1946-1992, pagina 17

[7] Relazione della commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, pag.137

[8] Relazione della commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, pag. 150

[9] Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, relazione di minoranza Giorgio Pisanò, pag.122