Musica.

Gli Squallor, analisi di un fenomeno tra delirio «trash» e avanguardia artistica

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Amburgo, 1960. In un momento storico di grandi sperimentazioni musicali, gli esordienti Beatles stanno formando il loro sound nei locali del quartiere Reeperbahn. Per i night club della città tedesca si esibisce anche un gruppo di italiani che cattura l’attenzione dei ragazzi di Liverpool[1]. Si tratta del quartetto di Marino Marini già noto a Paul McCartney che in Inghilterra ha avuto modo di apprezzarne il chitarrista[2], un ventiduenne napoletano di nome Gaetano Savio. Anche Savio è agli esordi come musicista e presto diventerà una figura importante nel settore discografico italiano. Alcuni lo ricorderanno come l’autore di Cuore matto e Maledetta primavera, per altri invece resterà nella memoria come il cantante degli Squallor.

 

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Totò Savio

 

E bene sì, Paul McCartney ha tratto ispirazione[3] anche da quel musicista che nel 1981 canterà Curnutone. Del resto non c’è da stupirsi, poiché la dissacrante band delle «male parole» era composta da autentici pezzi da novanta dell’industria musicale: parolieri, compositori, produttori, personaggi che hanno fatto la storia della musica leggera italiana; autentici professionisti del settore discografico che un po’ per sfida, un po’ per noia, animati da un’irrefrenabile goliardia, decisero un bel giorno di infrangere le regole e divertirsi insieme per sfidare l’oppressiva censura e ridere di vizi e costumi di un intero paese, sbeffeggiando in una pungente satira la società italiana, a cominciare dai protagonisti dell’amato/odiato ambiente discografico:

«Siccome noi frequentavamo i cantanti, che sono i peggiori scassacazzi mondiali, quando facevamo gli Squallor ci sfogavamo contro i cantanti, quelli seri.» (Alfredo Cerruti) [4]

Il complesso nasce a Milano nel 1969 e anche se a prevalere è una certa napoletanità è sostanzialmente errata l’etichetta di «gruppo napoletano» che talvolta viene affibbiata agli Squallor. La band è composta da un milanese, un fiorentino e due napoletani.

«Ma chi erano questi qua?!». Ricordiamoli velocemente uno per uno:

Daniele Pace: milanese, classe 1935. Entra nel mondo della musica negli anni ’50 come cantante e chitarrista del gruppo “I Marcellini”. Dopo l’esperienza da musicista sulle navi da crociera (dove ha modo di cantare anche con Silvio Berlusconi) inizia la sua fortunata carriera di compositore e paroliere, scrivendo per tantissimi cantanti. Tra i suoi brani più noti ricordiamo: E la luna bussò; Nessuno mi può giudicare; Sarà perché ti amo; A far l’amore comincia tu; La pioggia. Negli anni ’80 vince il Grammy Music Award per aver superato il milione di passaggi in radio con la famosissima canzone Love Me Tonight interpretata da Tom Jones.

Giancarlo Bigazzi: fiorentino, classe 1940. È noto nell’ambiente discografico italiano come uno dei parolieri più prolifici e apprezzati di sempre. Scrive canzoni fin da giovanissimo. Tra le sue opere più conosciute ricordiamo Rose Rosse, Lisa dagli occhi blu, Eternità, Si può dare di più, Montagne verdi, Erba di casa mia, Gloria, Notte rosa, Cosa resterà degli anni ’80, Gli uomini non cambiano, Non amarmi, Perché lo fai, Bella stronza. Come discografico ha prodotto i lavori de I Califfi, Il giardino dei semplici, Raf, Marco Masini, Umberto Tozzi e tanti altri. Come musicista ha anche realizzato le colonne sonore per i film di Marco Risi: Mery per Sempre e Ragazzi Fuori.

17101909_1029383407206079_138900324_nAlfredo Cerruti: napoletano, classe 1942. Entra nel settore discografico negli anni ’60 e ne raggiunge i vertici nei primi anni ’70 diventando direttore artistico della CBS, della CGD e in fine della Ricordi. Dotato di grande intuito per i potenziali successi ha prodotto i più importanti artisti della musica italiana. È noto al gossip come fidanzato della cantante Mina e grande amico di Renzo Arbore. È stato autore televisivo per trasmissioni come Chi tiriamo in ballo, Indietro tutta, Cocco, Stasera mi butto, Domenica In e tante altre.

Gaetano Savio (detto Totò): napoletano, classe 1937. Inizia la sua carriera di musicista a diciassette anni come chitarrista del celebre quartetto di Marino Marini assieme al quale si esibisce in spettacoli dal vivo in giro per l’Europa. Nel 1961 inizia ad incidere dischi da solista e si impegna nell’attività di compositore. Nel 1967 arriva il primo grande successo con il suo brano Cuore Matto interpretato da Little Tony, ma Savio compone musiche anche per artisti del calibro di Franco Califano, Massimo Ranieri, Mario Tessuto, i Camaleonti, Michele Zarrillo, Loretta Goggi e tantissimi altri. È anche l’autore della colonna sonora del film La patata bollente, di Steno, e del brano Tango diverso, da lui cantato in una scena del film.

Elio Gariboldi: noto ad alcuni fans del gruppo come «il misterioso quinto Squallor». È presente solo agli esordi, comparendo anche nella foto sul primo singolo della band, ma la sua partecipazione al progetto con i quattro amici termina nel 1973 causa impegni lavorativi. Discografico ed editore della Sugar a Monaco di Baviera, nei primi anni ’60 è stato produttore del complesso musicale dei Trappers nei quali figurano personaggi come Mario Lavezzi e Bruno Longhi[5].

La storia discografica degli Squallor ha ufficialmente inizio nel 1971 con il 45 giri 38 Luglio, Raccontala giusta ma di fatto il gruppo nasce nel 1969. L’idea viene ad Alfredo Cerruti, in quegli anni grande esperto di scherzi telefonici. Durante la visione di un film di Stanley Donen, Il mio amico il diavolo, il discografico napoletano resta colpito dalla voce dell’attore Peter Cook (il diavolo) mentre parla in un monologo con un suggestivo brano in sottofondo. Cerruti pensa che gli piacerebbe fare lo stesso, del resto, pur non essendo un cantante, ha una voce davvero notevole. Nel tempio della musica italiana, in mezzo a grandi amici compositori e parolieri, per testi e basi musicali c’è solo l’imbarazzo della scelta. Agli altri l’idea piace e Alfredo diventa il narratore ufficiale del progetto accanto alla voce cantata di Savio. Il leitmotiv principale non può che essere la goliardia, del resto la risata è da sempre l’elemento cardine che anima la vita lavorativa di ogni membro del gruppo.

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L’esperimento del 1971 sembra funzionare. I due brani, assieme agli altri due del successivo singolo (Ti ho conosciuto in un clubs, La risata triste) vengono inseriti nel primo LP della band. È il 1973 e la CBS pubblica Troia. Il disco è molto lontano da quell’estetica degli eccessi che caratterizzerà la successiva produzione degli Squallor. L’album non contiene volgarità esplicite né parolacce ed è interamente basato sulla poetica dell’assurdo e sui doppi sensi, a cominciare dal titolo del disco che sembra alludere in realtà alla mitica città dell’Asia minore, come suggerisce ironicamente un cavalluccio a dondolo in mezzo alle fiamme nell’efficace illustrazione in copertina. «Elena, un solo nome tu hai, è Troia…la mia città!» recita la voce di Cerruti nell’omonimo brano. Il disco non ha un grandissimo riscontro commerciale, ma gli Squallor si fanno notare e spiazzano il pubblico con il lavoro successivo ben più redditizio: Palle, del 1974. Senza Gariboldi sono rimasti in quattro. Ai microfoni la voce di Daniele Pace inizia ad affiancare quella di Cerruti e Savio e per la prima volta fa la sua comparsa anche il turpiloquio che diventerà un elemento imprescindibile sia negli skatch che nelle canzoni.

 

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La produzione degli Squallor avrà lungo seguito anche negli anni a venire vendendo oltre due milioni di copie e raggiungendo la Top 10 della Hit Parade in tre occasioni. La loro discografia proseguirà con gli album Vacca (1977), Pompa (1977), Cappelle (1978), Tromba (1980), Mutando (1981), Scoraggiando (1982), Arrapaho (1983), Uccelli d’Italia (1984), Tocca l’albicocca (1985), Manzo (1986), Cielo Duro (1988), Cambia mento (1994), oltre ad una lunga serie di raccolte e compilation.  Nel 1984 il produttore cinematografico Ciro Ippolito, già regista di B-movies come Alien 2 sulla terra e Lacrime napulitane, trasporta Arrapaho sul piano cinematografico mentre l’anno successivo è la volta di Uccelli d’Italia, due film ultra-demenziali che rappresentano l’apoteosi del trash cinematografico degli anni ‘80. Qualche mese dopo il secondo film, la formazione subisce una gravissima perdita con la scomparsa di Daniele Pace, stroncato da un infarto all’età di 50 anni. Da Manzo in poi, gli Squallor saranno in tre e nell’ultimo album (Cambia mento) a seguito di un’operazione alla gola, Savio si limiterà a comporre le musiche affidando l’interpretazione canora al collaboratore Gigi Sabani.

Ma cosa hanno rappresentato gli Squallor in 25 anni di attività?  Analizzando attentamente l’opera omnia della band è possibile individuarne tre aspetti fondamentali, tre diversi volti di un’unica entità: il ludico, il satirico e l’artistico. Il primo è l’aspetto provocatorio che ne ha decretato il successo: gli Squallor come puro e irriverente divertimento, come sfogo, goliardia e volgarità (apparentemente) gratuita. Il secondo è un aspetto forse meno visibile in superficie ma comunque facilmente intercettabile: la pungente critica alla società italiana. Il terzo, quello più «esoterico», è rappresentato da sporadici momenti di pura genialità che hanno sublimato alcuni brani in raffinate opere d’arte. Non a caso, il noto critico Achille Bonito Oliva ha definito gli Squallor «dei dadaisti»[6].

Sul primo aspetto non intendiamo soffermarci poiché non necessita di ulteriori approfondimenti. In quanto al secondo ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta sui brani da prendere in esame e per motivi di spazio possiamo solo citarne alcuni. Politica, musica, religione, istituzioni, sessualità, amore: gli Squallor hanno sbeffeggiato senza remore ogni aspetto del costume italico, della classe dirigente e delle correnti ideologiche di quegli anni.

Emblematica è la saga di Pierpaolo che inizia nel 1977 con il brano Famiglia Cristiana proseguendo per altri nove capitoli fino al 1994. Quella di Pierpaolo è l’alta società dell’era democristiana, il protagonista è un ricco ragazzino viziato (voce camuffata di Cerruti) sempre in giro per il mondo, che ad ogni episodio telefona al papà industriale per estorcergli grossi quantitativi di denaro, talvolta in cambio del silenzio sui loschi giri d’affari del padre tra politica e alta finanza. Nei vari capitoli, Pierpaolo segue le mode del momento, diventando anche «rivoluzionario» e «filo-sovietico». Ma gli Squallor mettono in scena la corruzione politica anche in brani come Confucio (1978), un comizio elettorale che degenera in rissa e turpiloquio e Carceri d’oro (1988), la storia di un evasore fiscale chiuso in una cella dorata con alcuni ministri. I quattro non si esimono dal denunciare a loro modo la mala sanità italiana (Crosta Center Hospital, del 1978) e l’autorità ecclesiastica non sfugge al ludibrio squalloresco. Nel brano Unisex (1977), in un maccheronico spagnolo improvvisato, un omosessuale definito «los culatones» racconta la sua esperienza di adescamento in un cinema e il rapporto omoerotico che ne consegue con un uomo barbuto. Alla fine del brano, il gay dichiara le sue generalità e si scopre che si tratta del «Cardinale Alfonso Fava». Nel 1980 con Gennarino Primo puntano ancora più in alto nella gerarchia proponendo la caricaturale elezione del primo papa napoletano della storia, il cardinale Vincenzo Esposito che afferma di essersi «grattato» in modo scaramantico alla notizia di essere stato eletto poiché «oggi come oggi i Papa hanno poca decorrenza». Ma gli Squallor non risparmiano nessuno, neppure gli ecologisti (Terrestri, del 1977 e Vota verdi, del 1985), gli intellettuali di sinistra (Sfogo, del 1978) e i sessantottini:

«Domani compio quarant’anni e la cambiale dei ricordi mi riporta al ’68, quando ero amico di Capanna e avevo dato quattro esami con la media del 18. Il mio paese era lontano in un pezzetto di provincia e non me lo ricordo mica, la nostra meta era Milano, spinti da una fame antica di notti luci e un po’ di fica.» (Mi ha rovinato il ’68, del 1988)

La politica italiana è sbeffeggiata tanto a destra quanto al centro e a sinistra. Gli amori omosessuali vengono palesemente ridicolizzati, ma la stessa sorte tocca anche alle relazioni etero. La Chiesa è presa di mira in diverse occasioni ma non mancano caricature dell’Islam o di Confucio. Insomma, un dissacrante anarco-nichilismo prende di mira un’intera società deridendo chiunque, a cominciare da loro stessi: gli auto-ironici Squallor.

La totale dissacrazione del concetto di artista, la disintegrazione dei valori, la rinuncia assoluta ad ogni logica e raziocinio, l’assenza di regole, il rifiuto del linguaggio logico-consequenziale, l’assurdo. Tutti questi elementi caratterizzano fin dagli esordi la poetica degli Squallor e ci riconducono all’aspetto dadaista a cui abbiamo accennato.

Ma quando è che la demenzialità si fa Arte? Quando è capace di colpire sovrastrutture e schemi della mente, penetrando al di là di ogni barriera logica per creare un varco capace di aprire la strada a sensibili mutazioni nell’animo dell’ascoltatore. Anche lo shock estetico può essere in tal senso uno strumento. Il linguaggio anti-aristotelico di una narrazione «a-semantica» del primo periodo degli Squallor è riconducibile a quel novero di performances dell’assurdo che hanno caratterizzato più momenti nelle avanguardie artistiche del XX° secolo.

Emblematico in tal senso è il brano sperimentale Marcia Longa (1974) che rappresenta forse l’apoteosi dell’avanguardismo squalloresco. Un’opera di per sé psichedelica ma che trascende il concetto stesso di psichedelia sfuggendo ad ogni tentativo di categorizzazione. Marcia Longa è «teatro psichico», «flusso di coscienza», «terrorismo poetico». È la straniante messa in scena del nonsense in uno spettacolo sonoro a due canali stereo. Le voci dello stesso narratore (Alfredo Cerruti) si sovrappongono nella bizzarra radiocronaca di due eventi separati: «dalla Clinica di Sant’Eusebio» e «da un paese torrido come l’Africa e freddo come il Polo nord». La base musicale di Savio scandisce tempi e atmosfere mentre i due monologhi si intrecciano in un unico delirio anti-narrativo senza soluzione di continuità. La stimolazione immaginifica che ne consegue trasporta l’ascoltatore in una catarsi onirica dove la proiezione dell’assurdo si fa immagine visibile e straniante. Di minore intensità psichica ma sulla stessa lunghezza d’onda è il preludio di simili esperimenti con autentiche poesie dell’irrazionale come Ti ho conosciuto in un clubs, Indiani a Worlock, e 38 Luglio.

Uno studio a 360° del fenomeno Squallor richiederebbe molto più di un semplice articolo poiché i brani meritevoli di analisi sono tantissimi. Di sicuro il quartetto Savio/Bigazzi/Cerruti/Pace è stato anche frivola goliardia e volgarità a buon mercato ma una seria e minuziosa ricerca scevra da facili riserve e preconcetti potrebbe condurre la sensibilità del ricercatore verso radiosi momenti di insensata bellezza.

NOTE:

[1] Manuela Caretta, Triplo Touche! Un batterista in giro per l’Europa tra gli anni ’60 e ’70, Streetlib

[2] Jacqueline Schweitzer, intervista di Pino Strabioli dalla trasmissione Cominciamo Bene Prima, 1° marzo 2007

[3] Walter Everett, The Beatles as Musicians, Oxford University Press, 2001

[4] Citato in Carla Rinaldi e Michele Rossi, Gli Squallor, Compagnia Nuove Indye, 2013

[5] http://www.carlocasale.it/elio-gariboldi-discografico.php

[6] Citato in Carla Rinaldi e Michele Rossi, Gli Squallor, Compagnia Nuove Indye, 2013

 

 

 

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Jimi Hendrix, un’agonia fra lampi di genio

Due settembre 1970, Vijle Ruskow Hall, Harus, Danimarca. L’uomo è quasi accovacciato sul palco, sfibrato, assente; dalla sua chitarra escono note folli, metalliche che lui non riesce a controllare; attacca con Freedom ma all’improvviso cambia tema, poi s’interrompe e riparte miracolosamente. Inanella Come On e Room Full of Mirrors rincorso dal basso di Billy Cox, in piedi per scommessa dopo un micidiale cocktail di droghe «tagliate male». A metà di Message of Love arriva al capolinea e collassa. Qualcuno lo sente dire con un filo di voce: «sono morto da tanto tempo». È il punto più basso degli ultimi 15 giorni di vita di Jimi Hendrix. «Non aveva mai raggiunto prima un simile livello di esaurimento fisico», scrive Davide Henderson nella nuova edizione della biografia hendrixiana Scusami sto baciando il cielo in uscita in questi giorni. «Il tuo amico Hendrix non riusciva a muoversi – urlò al telefono l’organizzatore dello show all’amica e biografa di Jimi, Sharon Lawrence -, inciampava continuamente, era incapace di fare un concerto. Perderò la camicia se non si presenta a Copenaghen domani, e la sua carriera sarà finita». Ma non è ancora la fine. A Copenaghen il leone ruggisce come nessuno s’aspetta: sfibrato, depresso, sfatto il giorno prima, sale sul palco in piena forma e trova persino la forza di fare un bis. «L’ottovolante ha ripreso a correre», titola The Times. E poi un ultimo colpo di coda sull’isola di Fehmarn, in uno show funestato dal maltempo e dai saccheggi di un gruppo di motociclisti tedeschi; Jimi si esibisce in fretta e furia ma si prende l’ultima (piccola) rivincita: parte tra bordate di fischi e «Go Home» e – grazie a Killing Floor e Voodoo Chile – chiude tra gli applausi.

Il mito dei concerti di Hendrix si spegne così, su una fredda isola tedesca. Fallito il rilancio cominciato la settimana prima allo storico show dell’Isola di Wight. Un concerto controverso, in cui la sua debolezza fisica fa da contrasto alla potenza dei suoni elettrici più assurdi mai usciti da una chitarra. God Save the Queen e la beatlesiana Sgt.Pepper si trasformano in inni alla follia, Machine Gun è l’eruzione di un cervello che ha perso il controllo; è lui che impazzisce, suona quasi privo di coscienza, e le note sono un picco vibrante che cresce ad onde repentine. Anche la tecnologia congiura contro di lui; le interferenze delle trasmittenti del servizio d’ordine negli amplificatori lo mandano ulteriormente fuori di testa. «Servizio d’ordine… venite avanti… come va lì?», sente in risonanza con la chitarra, e perde il ritmo, mentre la batteria di Mitch Mitchell quasi si ferma. Panico. Jimi ha un ghigno satanico e pesca chissà dove l’energia per cantare sovratono, quasi singhiozzando, All Along the Watchtower, il diavolo gli viene in aiuto scambiando la sua anima con il blues di Red House, con rumori allucinati che sembrano spezzare il muro del suono. E lui avanti, automa fra gli applausi, a chiudere (finalmente) con In From the Storm, ultimo lampo prima del crollo. «Si sentiva come un pugile che cerca di stare in piedi chiedendosi quale potrà essere il risultato. Veli di depressione si spargevano sulla sua coscienza, simili alla nebbia dell’alba che stava invadendo l’arena», commenta poeticamente Henderson. In effetti è un’agonia. Che differenza rispetto ai concerti di pochi mesi prima. A Berkeley per esempio (dove fu girato il film Jimi Plays Berkeley), dove ogni brano è prototipo e al tempo stesso archetipo del rock!
Pochi giorni dopo Jimi morirà, ma sarà solo una morte biologica: lui è ancora un mito, un figlio spurio di quell’America che ha abbracciato e distrutto straziandone l’inno nazionale, ancora un ribelle eppure una vittima dell’«industria del caro estinto», di cui è la star più sfruttata insieme ad Elvis. I duri e puri lo celebrano visitando all’Haendel Museum la mostra Hendrix In Britain (a Londra dall’altro ieri al 7 novembre) dove, a 40 anni dalla morte, sono esposte memorabilia e curiosità (dalla Gibson V5 che usò a Wight ai manoscritti delle canzoni agli abiti che persino la Londra beat aveva visto soltanto nei film di Errol Flynn). Jimi dal ’68 abitò in questa piccola casa di Brook Street dove fino al 1759 visse lo stesso Haendel. («Spesso, guardandomi nello specchio, vedevo il suo spirito che vegliava su di me e ascoltavo il Messiah», diceva Jimi). Dal lato artistico (a cavallo tra interesse e sfruttamento) la famiglia, più ingorda che mai, sta per ripubblicare Blues con aggiunta di un dvd, le BBc Sessions con inediti !?! e duetti con Stevie Wonder e altre curiosità, il quadruplo West Coast Seattle Boy e un EP di canzoni natalizie. Tanto per raschiare ancora il barile.

Antonio Lodetti

FONTE

lucio battisti – con il nastro rosa

Inseguendo una libellula
in un prato
un giorno che aveva rotto
col passato
quando gia’ credevo
di esserci riuscito
son caduto
Una frase sciocca
un volgare doppiosenso
mi ha allarmato
“non e’ come io la penso”
ma il sentimento
era gia’ un po’ troppo denso
e son restato
Chissa’ chissa’ chi sei
chissa’ che sarai
chissa’ che sara’ di noi
lo scopriremo solo vivendo
Comunque adesso ho un po’ paura
ora che quest’avventura
sta diventando una storia vera
spero tanto tu sia sincera
Un magazzino
che contiene tante casse
alcune nere, alcune gialle
alcune rosse
dovendo scegliere
e studiare le mie mosse
sono all’ampasse
Mi sto accorgendo
che son giunto dentro casa
con la mia cassa ancora
con il nastro rosa
e non vorrei
aver sbagliato la mia cassa
o la mia sposa
Chissa’ chissa’ chi sei
chissa’ che sarai
chissa’ che sara’ di noi
lo scopriremo solo vivendo
Comunque adesso ho un po’ paura
ora che quest’avventura
sta diventando una storia vera
spero tanto tu sia sincera
Chissa’ chissa’ chi sei
chissa’ che sarai
chissa’ che sara’ di noi
lo scopriremo solo vivendo
Comunque adesso ho un po’ paura
ora che quest’avventura
sta diventando una storia vera
spero tanto tu sia sincera…

Lucio Battisti – Una Donna Per Amico

Può darsi ch’io non sappia cosa dico,
scegliendo te – una donna – per amico,
ma il mio mestiere è vivere la vita
che sia di tutti i giorni o sconosciuta;
ti amo, forte, debole compagna
che qualche volta impara e a volte insegna.
L’eccitazione è il sintomo d’amore
al quale non sappiamo rinunciare.
Le conseguenze spesso fan soffrire,
a turno ci dobbiamo consolare
e tu amica cara mi consoli
perché ci ritroviamo sempre soli.
Ti sei innamorata di chi?
Troppo docile, non fa per te.
Lo so divento antipatico
ma è sempre meglio che ipocrita.
D’accordo, fa come vuoi I miei consigli mai.
Mi arrendo fa come vuoi
ci ritroviamo come al solito poi
Ma che disastro, io mi maledico
ho scelto te – una donna – per amico,
ma il mio mestiere è vivere la vita
che sia di tutti i giorni o sconosciuta;
ti odio forte, debole compagna
che poche volte impara e troppo insegna.
Non c’è una gomma ancor che non si buchi.
Il mastice sei tu, mia vecchia amica.
La pezza sono io, ma che vergogna.
Che importa, tocca a te, avanti, sogna.
Ti amo, forte, debole compagna
che qualche volta impara e a volte insegna.
Mi sono innamorato? Sì, un po’.
Rincoglionito? Non dico no.
Per te son tutte un po’ squallide.
La gelosia non è lecita.
Quello che voglio lo sai, non mi fermerai
Che menagramo che sei,
eventualmente puoi sempre ridere poi
Ma che disastro, io mi maledico
ho scelto te – una donna – per amico,
ma il mio mestiere è vivere la vita
che sia di tutti i giorni o sconosciuta;
ti amo forte, debole compagna
che qualche volta impara e qualche insegna…

Lucio Battisti – Nessun Dolore

Tu mi sembri un po’ stupita
perché rimango qui indifferente
come se tu non avessi parlato
quasi come se tu non avessi detto niente
ti sei innamorata cosa c’è cosa c’è che non va
io dovrei perciò soffrire d’adesso
per ragioni ovvie d’orgoglio e di sesso
e invece niente no non sento niente no
nessun dolore
non c’è tensione non c’è emozione
nessun dolore
Quand’eri indecisa combattuta
tra l’abbracciare me o la vita
ti ricordi i miei silenzi pesanti
che tu credevi gelosia per inesistenti amanti
allora già intuivo che c’era qualcosa che mi sfuggiva
quella fragile eterea coerenza
di bambina senza troppa pazienza
non sento niente no adesso niente no
nessun dolore
non c’è tensione non c’è emozione
nessun dolore
non sento niente no adesso niente no
nessun dolore
non c’è tensione non c’è emozione
nessun dolore
Il vetro non è rotto dal sasso
ma dal braccio esperto di un ingenuo gradasso
l’applauso per sentirsi importante
senza domandarsi per quale gente
tutte le occhiate maliziose che davi era semi sparsi al vento
qualcosa che perdevi
e m’inaridivi e m’inaridivi e m’inaridivi
non sento niente no adesso niente no
nessun dolore
non c’è tensione non c’è emozione
nessun dolore
non sento niente no adesso niente no
nessun dolore
non c’è tensione non c’è emozione
nessun dolore