Libri.

Da “guerriero senza sonno” a “infame”. Era Walter Sordi

Walter_Sordi– Walter Sordi nasce a Roma, il 23 settembre 1961. Ancora giovanissimo milita in Terza Posizione frequentando anche la sede FUAN di via Siena, quartiere Nomentano.

– E’ parte attiva di un gruppo in cui i punti di riferimento sono Luigi Ciavardini, Giorgio Vale, Stefano Soderini, Pasquale Belsito e altri. Cominciano tutti in Terza Posizione, per poi passare, nel 1979, alla lotta armata nei Nar.

– Dedito a rapine e all’uso della violenza, il gruppo si caratterizza per i solidi rapporti di amicizia tra i componenti più in vista. Emerge una certa tendenza alla goliardia. Il Sordi dei primi tempi viene descritto, da chi lo conosceva, come un tipo tutto d’un pezzo, privo di capacità di analisi. Un manicheo, come molti altri diciottenni degli anni di piombo.

– Nella primavera del 1980 alcuni pubblici ministeri romani firmano una requisitoria nel processo contro TP nella quale si chiede al giudice istruttore il rinvio a giudizio per i reati di banda armata e associazione sovversiva; viene chiesta anche l’emissione del mandato di cattura per dozzine di giovani simpatizzanti di destra, tra cui molti minorenni. Più di cento famiglie vivono nell’ansia. Dopo la strage di Bologna, l’attesa diventa insostenibile. Nell’estate del 1980 circa trenta giovani si danno alla latitanza precauzionale. Tra loro ci sono Alibrandi, Belsito, Ciavardini, Soderini, Sordi. Proprio Sordi, assieme ai camerati Alibrandi e Belsito, decide di arruolarsi nei campi di addestramento militare della Falange Maronita libanese: praticamente la milizia cristiana alleata di Israele nella lotta contro i palestinesi. In particolare Alibrandi pare essere affascinato dalle capacità militari degli israeliani (incaricati di addestrare le milizie cristiano-maronite).

– Nella metà del 1981, Sordi, appena rientrato in Italia, aderisce allo spontaneismo armato dei Nar. Nell’ottobre del 1981, a Milano, Alibrandi, Sordi e Cavallini vanno a Milano. L’obiettivo è Giorgio Muggiani, neofascista milanese, che nel dopoguerra, assieme a Domenico Leccisi, aveva trafugato la salma di Mussolini. L’accusa è quella di aver venduto Cavallini alla polizia nell’ambito delle indagini per l’uccisione dello studente di sinistra Gaetano Amoroso (assassinato nel 1976 per vendicare Sergio Ramelli, studente di destra, massacrato l’anno prima). Sulla strada che porta a Muggiani, i tre vengono intercettati da una volante della DIGOS che intima l’alt. Alibrandi, al volante, forza il posto di blocco: scatta l’inseguimento. Lo stesso Alibrandi, dopo un tratto di strada, frena di colpo, scende, e spara all’impazzata. Colpisce Carlo Buonantuono, l’agente alla guida, ferendolo gravemente e quello che gli è seduto affianco, Vincenzo Tumminello, ammazzandolo sul colpo. Infine si lancia all’inseguimento del terzo agente, Franco Epifanio, vent’anni, che ferito si è rifugiato nell’androne di un portone; Alibrandi finisce per desistere mentre Sordi avvicinatosi all’auto dei poliziotti prima di rubare le armi ammazza con un colpo alla testa l’agente Buonantuono. E’ il primo omicidio di Sordi.

– Pochi giorni più tardi, Sordi partecipa all’esecuzione del capitano della Digos Francesco Straullu: ventisei anni, originario della Sardegna, si è rivelato brillante nella caccia ai fascisti. Straullu è particolarmente malvisto dai neri, che lo ritengono responsabile di violenze sui prigionieri e abusi sessuali sulle donne. L’attentato contro Straullu scatta la mattina del 21 ottobre 1981. Quel giorno il capitano Digos non si serve della solita Alfetta blindata, ma adopera una normale Ritmo. L’auto dell’ufficiale, guidata dall’agente scelto Ciriaco Di Roma, viene intercettata in via del Ponte Ladrone, in prossimità di un sottopassaggio, laddove è costretta a rallentare. Il commando NAR  è equipaggiato con armi moderne: è previsto anche che qualcuno si apposti sul cavalcavia in modo da sparare dall’alto, perché il tetto è il punto più vulnerabile delle auto blindate. Quando i terroristi si trovano davanti una normale Fiat e non la prevista Alfetta blindata l’agguato si tramuta in mattanza. Walter Sordi si piazza in mezzo alla strada e apre il fuoco con un Heckler & Koch G3 cal 7,62 (fucile d’assalto con una capacità di fuoco impressionante). Alibrandi lascia partire un’altra scarica con il suo Garand, mentre Soderini e Cavallini mitragliano ai lati. L’auto con Straullu sbanda paurosamente e si schianta contro un muro. Alla Mambro viene impedito di avvicinarsi ai corpi per l’usuale sottrazione delle armi. Cavallini rinuncia al macabro rituale della lancia da conficcare nel petto del nemico. Il commando, dopo aver compiuto il fatto, si allontana a bordo di una Alfasud rossa e di una Ritmo di colore grigio, entrambe rubate. In sede di sopralluogo vengono rivenuti numerosi bossoli di vario tipo, tra cui alcuni di calibro 7,62 Nato per fucile modello “Fal” del tipo blindato. Strullu verrà riconosciuto soltanto grazie ai documenti.

– Il 5 dicembre del 1981 i reduci dei campi di addestramenti libanesi, Belsito, Sordi, e Alibrandi, si fermano per comprare dei mandarini presso un chiosco di frutta della borgata Labaro, sulla via Flaminia. Transita una volante: a bordo ci sono Ciro Capobianco, Luigi D’errico e Salvatore Barbuto. L’auto inverte la marcia e avanza a filo di gas, rasentando i giovani. Alibrandi si accorge della manovra, getta per terra le bucce del mandarino, e impugna la pistola iniziando a sparare. Capobianco si accascia lungo il sedile, mentre D’Errico si precipita fuori dalla volante per ripararsi dietro un muretto e rispondere al fuoco. Dopo un attimo di sorpresa, anche le pistole di Sordi e Belsito cominciano a crepitare. Sordi viene preso a una mano, Barbuto centra alla nuca Alibrandi (successivamente Massimo Carminati, intercettato dai Ros, rivelerà che Alibrandi era stato vittima del “fuoco amico”). Alibrandi non si vede più: è caduto tra le macchine in sosta, svanito alla vista degli altri. Sordi salta nella volante seguito dagli altri due e parte sgommando verso la Flaminia. A bordo, in fin di vita, c’è ancora l’agente Capobianco. Spira due giorni dopo senza avere più ripreso conoscenza, mentre Alibrandi muore praticamente sul colpo. La madre di Capobianco perderà l’uso della parola per mesi.

– Sordi costituisce una sua banda personale tra Vigna Clara e l’Eur chiamata Walter’s Boys; formata da giovani fedelissimi fiancheggiatori e aspiranti eversivi, studenti che vivono in ambienti borghesi e offrono nascondigli. All’occorrenza vengono premiati con la partecipazione sul campo a qualche azione. I fedelissimi di Sordi considerano il loro capo un semidio. Le sue farneticazioni, la posa da soldato politico e “guerriero senza sonno”, affascinano i ragazzi.

– Il 5 marzo 1982, un commando NAR (del quale fanno parte, tra gli altri, Sordi, Francesca Mambro, Giorgio Vale) rapina la Banca Nazionale del Lavoro di Piazza Irnerio a Roma. Nel darsi alla fuga trovano le forze dell’ordine con cui ingaggiano un violento conflitto a fuoco in cui muore Alessandro Caravillani, studente di 17 anni, che passava di lì per caso. Francesca Mambro è ferita gravemente e trasportata nel pronto soccorso dell’ospedale San Filippo Neri dove verrà poi arrestata.

– Il 24 maggio del 1982 Sordi e Cavallini attaccano gli agenti di guardia alla sede dell’Olp per disarmarli. Sordi e Cavallini arrivano in Vespone sparando contro i poliziotti Pillon e Galluzzo. Il primo è ferito, il secondo muore. Dalle finestre della sede diplomatica palestinese iniziano a sparare anche gli arabi della scorta. Pochi mesi dopo, il 18 settembre, Sordi finisce in catene a opera dei carabinieri che lo catturano in un villino di Lavinio. Ha ventuno anni. Nel primo pomeriggio giungono telefonate anonime ad alcuni quotidiani nelle quali gli amici dello stesso Sordi, probabilmente per evitare trattamenti “impropri” da parte della polizia, danno notizia dell’arresto.

– Subito dopo l’arresto decide di collaborare con la magistratura e comincia a raccontare particolari inediti sull’eversione di destra. Arrivano i benefici di legge e dopo circa un anno e mezzo di carcere viene ammesso agli arresti domiciliari protetti, presso la caserma dei carabinieri di Forlimpopoli, prima di essere trasferito in una località segreta. E’ tuttora sottoposto a un programma di protezione e vive in località segreta.

– La pubblicazione della legge sui pentiti è molto attesa. Non solo dai possibili beneficiari, ma anche dai magistrati. Nella legge 29 maggio 1982, n. 304 sono previste quattro ipotesi di pentimento: una per i fiancheggiatori, una per i dissociati, una per i pentiti veri e una per i cosiddetti i “superpentiti” la cui collaborazione è considerata di eccezionale rilevanza. Le pene, per quest’ultimo caso, sono ridotte fino a un terzo: invece dell’ergastolo, pene da sei a otto anni. E’ prevista anche la libertà provvisoria. Dissociati, pentiti e superpentiti possono usufruire della sospensione condizionale della pena (se condannati a meno di quattro anni di reclusione) e della liberazione condizionale (se dimostrano un sicuro ravvedimento).

– Un impulso decisivo alle indagini di polizia, alla scoperta di nuovi covi Nar a Roma, viene fornito proprio da Sordi che decide di collaborare con gli inquirenti subito dopo la cattura. L’inchiesta giudiziaria sui Nar ricostruisce proprio grazie a lui e ad altri pentiti una lunga serie di delitti, attentati e rapine, avvenuti tra il dicembre del 1981 e l’inizio del 1984.

– Il 17 ottobre del 1982, interrogato dal giudice Imposimato, dichiara: “Conosco Giusva Fioravanti da alcuni anni. Egli mi fu presentato da alcuni camerati dell’Eur, quartiere che io frequentavo abitualmente abitando nel Prati. Il Giusva ha militato prima nel MSI a Monteverde insieme ad Alessandro Alibrandi e Cristiano Fioravanti, suo fratello. Dopo alcuni anni di politica legale, costellata di alcuni scontri con i compagni, Valerio ha cominciato a fare politica extraparlamentare, costituendo un piccolo gruppo armato, formato da lui stesso, Alibrandi, Stefano Tiraboschi, e al fratello Cristiano. Essi cominciarono a praticare la lotta armata tramite rapine, e attentati alle persone. Il gruppo capeggiato da Giusva agiva anche in collaborazione occasionale con elementi del FUAN e con un gruppo di fascisti dell’EUR composto da Carminati Massimo, i fratelli Stefano e Claudio Bracci, e Franco Anselmi. Il primo delitto di rilievo fu l’uccisione, se non erro nel 1978, del compagno Scialabba. All’azione parteciparono i due Fioravanti, Alibrandi, Mario Pedretti, Franco Anselmi, Francesco Bianco e altri due che non ricordo. Nell’omicidio Scialabba furono usate una pistola cal 22 e 38 di Valerio. Un delitto molto importante compiuto dal gruppo di Fioravanti fu la rapina all’armeria di via Nattuzzi, nella quale morì Franco Ansalmi. Il fatto fu compiuto il 6 marzo del 1978 da Alibrandi, i fratelli Fioravanti, Franco Anselmi e Francesco Bianco. Ci furono anche altri complici con funzioni di copertura. A partire da quel momento il gruppo assunse, su proposta di Tiraboschi, la denominazione di Nar”.

Da un interrogatorio di Walter Sordi ai giudici Imposimato e Sica, del 15 ottobre 1982: “Parlando in particolare degli investimenti di somme di denaro da noi fatte attraverso la banda Giuseppucci-Abbruciati, posso dire che nel 1980 Alibrandi affidò alla banda stessa 20 milioni di dire, Bracci Claudio 10 milioni, Carminati Massimo 20 milioni, Stefano Bracci e Tiraboschi 5 milioni. Ricordo che Alibrandi percepiva un milione al mese di rendita. Mi fu spiegato che gli investimenti dovevano avvenire per un periodo non inferiore a sei mesi e che gli interessi corrispondenti erano del 5-6 % mensili. Era Bracci Stefano che si preoccupava di consegnare il denaro per conto di tutti alla banda Giuseppucci-Abbruciati, ricevendone la rendita mensile. Tutto era fondato sulla fiducia. Io ho affidato al Bracci Stefano lire 65 milioni, provenienti da rapine in banche, in più riprese. […] I soldi affidati alla banda Giuseppucci-Abbruciati erano tutti in contanti. Come ho già spiegato, Giuseppucci e Abbruciati prevalentemente investivano il denaro da noi ricevuto nel traffico della cocaina e nell’usura, ma c’erano anche altri investimenti nelle pietre preziose e nel gioco d’azzardo. Ricordo che un giorno, mentre io ero a Beirut insieme ad Alibrandi, ricevetti una telefonata da Carminati il quale chiese se vi era possibilità di piazzare pietre preziose di provenienza illecita. Dalla ricettazione di gioielli provenienti da rapine si interessavano uomini collegati alla banda Giuseppucci-Abbruciati”

Testi consigliati

  • Anni di piombo (Provvisionato, Baldoni) Sperling & Kupfer
  • Destra estrema e criminale (Caprara, Semprini) Newton Compton
  • Cuori rossi contro cuori neri (Sidoni, Zanetov) Newton Compton
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Storie all’ombra del Muro: Jutta Gallus

army.mil-103747-2011-03-31-060302– Jutta Gallus, perito informatico di Dresda, cresciuta con la madre perché il padre è scappato all’Ovest abbandonando la famiglia nella Ddr, presenta nel 1974 domanda di espatrio assieme al marito.

– Nel 1961, la Sed (il partito socialista unificato della Ddr), aveva proceduto alla chiusura delle frontiere con la Rft e alla edificazione del Muro di Berlino; l’art.10 della Costituzione, che garantiva libertà di espatrio, fu abrogato e l’espatrio, ribattezzato “fuga dalla Repubblica”, inserito nel codice penale tra i delitti contro lo Stato. Formalmente, però, espatriare non era vietato in maniera assoluta, dato che occorreva inoltrare apposita domanda presso il ministero degli esteri che di rado (tranne nel caso di pensionati) la accoglieva. L’inoltro della domanda di espatrio era assai rischiosa perché propedeutica all’iscrizione negli elenchi dei sospetti della Stasi.

– La domanda di Gallus non viene accolta. Il marito si dissocia per timore di ritorsioni.

– Nel 1977 Gallus viene licenziata dal lavoro ed emarginata, ma successivamente le viene offerto un nuovo posto; evidente la regia della Stasi.

– Alla morte della madre nel 1982, Gallus, ormai divorziata, decide di contattare una organizzazione che per la somma ragguardevole di 100 mila marchi, metà da versare subito, le propone una fuga in auto attraverso la Romania e la Jugoslavia.

– A Severin, nel sud della Romania, Gallus deve ritirare in albergo passaporti falsi per passare il confine jugoslavo, ma subisce il 1678324propertyimagedatyc8furto di tutti i documenti e i soldi che ha con sé. La polizia rumena le consiglia di rivolgersi alle autorità consolari della Germania Est, a Bucarest.

– Gallus non raggiungerà mai la Jugoslavia, perché viene arrestata all’aeroporto di Bucarest e imprigionata per sette giorni con le figlie. Una delle due, Claudia, è conosciuta per il ruolo in una popolare serie televisiva della Ddr. A seguito del rientro in patria le ragazzine vengono separate dalla madre e spedite in riformatorio. Gallus viene interrogata dalla Stasi per settimane.

– Gallus viene condannata a tre anni di reclusione per tentata fuga dalla Ddr.

– Nel 1984 finisce a Karl-Marx-Stadt, dove sono detenuti i prigionieri in attesa di espatrio; una volta scontata la pena lascia la Ddr senza le figlie e si stabilisce in Germania Ovest, da dove ingaggia subito una dura lotta col governo di Honecker per ottenere il ricongiungimento; la donna si rivolge ai ministeri competenti della Germania Federale e a varie organizzazioni non governative per la tutela dei diritti umani. Con azioni di protesta presso le maggiori capitali europee, interviste e scioperi della fame, Gallus riesce a sensibilizzare l’opinione pubblica e a fare della sua lotta un caso internazionale. L’immagine ricorrente è quella della sua protesta, per giorni, anche sotto la pioggia, di fronte al checkpoint Charlie. Il governo della Ddr cederà alle pressioni soltanto nell’estate del 1988 quando, con un provvedimento senza precedenti, verrà restituito alla donna l’affidamento legale delle figlie. Gallus potrà riabbracciare le sue ragazze a Berlino Ovest il 28 agosto 1988, a sei anni dal fallito tentativo di fuga.

– Sulla vicenda di Jutta Gallus, è stato prodotto un film per la televisione andato in onda in Germania nel 2007, dal titolo “Die Frau von Checkpoint Charlie” che ha ottenuto un buon successo di pubblico, contrariamente alla tendenza a ignorare il passato comunista dei Lander dell’est.

Testo consigliato:

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Renato Vallanzasca.

Volevo scrivere due parole su un paio di libri che ho letto ultimamente sul bel Renè, come saprete ritornato di attualità nelle nostre sale cinematografiche.
Si tratta di Vallanzasca, l’ultima fuga scritto con la collaborazione (preziosa) di Leonardo Coen e Vallanzasca, romanzo non autorizzato del nemico pubblico numero uno di Vito Bruschini.

Specifico come il primo libro sia una sorta di piccola autobiografia dell’ex bandito, avente ad oggetto i momenti cruciali della sua vita, i rapporti con le donne, la sua “moralità” di criminale, gli anni (40) di prigionia e il lento reinserimento nella società iniziato alcuni mesi fa con il lavoro in una cooperativa.
Il secondo è soltanto un romanzo, nemmeno molto azzeccato. Ovviamente a parere del sottoscritto.
E’ particolarmente curioso notare come questi due volumi siano tra loro connessi. In verità il romanzo è, in parecchie parti, una pura e semplice rivisitazione di ciò che c’è scritto in Vallanzasca, l’ultima fuga. Addirittura alcuni passi, alcune frasi del protagonista, sono riportate fedelmente nel romanzo. Un bel lavoro di scopiazzatura che mi ha fatto ritornare alla mente Romanzo criminale di De Cataldo: anche lì un copia-incolla  dalla cronaca vera, con il difficile inconveniente di dover cambiare i nomi dei protagonisti reali al fine di poterli riportare nella fiction, spesso con tutti i loro tic. Ovviamente la cronaca vera appare ben più interessante di quella romanzata. Se vi capita leggete Ragazzi di malavita, fatti e misfatti della Banda della Magliana di Giovanni Bianconi e poi Romanzo criminale di De Cataldo. E capirete quant’ è facile fare gli “scrittori”, a volte.

Bruschini, non ha dovuto nemmeno sforzarsi tanto per inventare i nomi dei personaggi presi dalla realtà. Si ritrovano accanto al Renatino, i vari Turatello, Berlusconi (immancabile), Cutolo, Liggio, più qualche altro nome eccellente della Milano del periodo. Ne viene fuori un minestrone un pò grottesco, dove addirittura i poliziotti chiamano Vallanzasca col diminutivo affettuoso di Renatino.

I sardi, poi, sono tratteggiati malissimo. Con la scusa di far parlare Vallanzasca, l’autore si lascia andare ad una serie di appellativi (pecorari, bestie, animali) davvero offensivi. Ovviamente Renatino si esprimeva in questi termini perchè aveva un altro stile nel gestire i sequestri e disapprovava quelli tenuti da sardi e calabresi.
Nel libro si citano le imprese di “gentiluomini” di tutte le regioni d’Italia ma gli unici a beccarsi gli insulti razzisti del Vallanzasca farlocco sono, manco a dirlo, i sardi…

Come avrete capito il libro non mi è piaciuto. Prometteva di far rivivere l’atmosfera degli anni 70 ma è meglio guardarsi un film o leggersi qualche resoconto obiettivo sul periodo.

Vallanzasca, l’ultima fuga invece mi è parso un lavoro decisamente migliore. L’ex boss della Comasina è un abile narratore, piuttosto furbo oltreché simpatico. Il che non guasta. Solo che tende a sorvolare su alcuni episodi dolorosi che poi sono le ragioni per le quali si è fatto 40 anni di galera. Nessuna frase o quasi sui poliziotti uccisi, ad esempio. Molte sulle sue fughe, o sui tempi romantici della ligéra, sulle sue donne, o su come sia cambiata Milano.
C’è poi una guida “michelin” sulle patrie galere, con tanto di votazione dall’uno al cinque espressa non in stelline ma in manette…

Insomma, tra i due, consiglio quello scritto dall’originale e non il romanzo. Oppure leggeteli entrambi e poi mi fate sapere.

Trilogia Fallaci.

Tra gli ultimi libri che ho avuto il piacere di leggere vorrei segnalare Intervista con la storia, Intervista con il Potere, Niente e così sia, tutti e tre di Oriana Fallaci. Ho colto l’occasione perchè ritengo questo esempio di giornalista e scrittrice particolarmente calzante nel dibattito ultimo sul “ruolo delle donne”.
La Fallaci è stata prima di tutto una Donna senza compromessi. Una che ha costruito la propria vita sul merito, rischiando molto spesso in primissima persona. E’ stata una Donna che ha lavorato, amato, scritto, vissuto in pieno la sua vita fin dalla più tenera infanzia quando faceva la staffetta partigiana (altro che fascista). Certo non è mai stata marxista-leninista, e questa in Italia non è di certo considerata ragione di merito, ma di sicuro ha rappresentato un eccelso esempio di Donna antifascista, femminista. Femminista per davvero, non a parole. Indubbiamente detestata da quella parte becera, truculenta, della sinistra nostrana per la sua coerenza. Una coerenza che non ha trovato argine nel politicamente corretto. Già in tempi risalenti. Basta ricordarla in una delle sue interviste a Khomeini quando, davanti a lui (in Iran non a Parigi), ebbe l’ardire di levarsi dal capo il chador e buttarglielo quasi in faccia. Sarebbe davvero curioso confrontare il femminismo autentico della Fallaci con quello farlocco di tante altre attuali “suffragette” che magicamente perdono la baldanza quando c’è da opinare qualche cosa contro alcune ben note abitudini integraliste… Distinguiamo: gli integralismi nostrani sono oggetto di secche, progressiste reprimente. Certi integralismi stranieri, diciamo “esotici”, sono invece meritevoli della massima comprensione se non del massimo silenzio. Se è vero che per alcuni uomini si è perduto lo stampino un discorso analogo può esser fatto anche nel campo femminile.

Mi sorprendo, relativamente conoscendo il mio Paese, che in tutta questa discussione la Fallaci non sia mai stata citata. Probabilmente è vera quella battuta di Severgnini: la memoria (storica) degli italiani è simile a quella di un pesce rosso. La Fallaci ha intervistato i più grandi personaggi del suo tempo. Ha seguito le guerre più tragiche, sanguinose, ammesso che ci siano guerre poco tragiche e poco sanguinose. Era di sicuro la giornalista più importante degli anni 70. In realtà è stata grande fino agli ultimi giorni della sua vita. A mio parere fa parte di diritto dell’empireo dei grandi del nostro giornalismo (Montanelli, Biagi, Fallaci e forse Zavoli) con la differenza che, rispetto agli altri, aveva una dimensione davvero internazionale. Sì, la Fallaci aveva questo in più: era conosciuta e stimata in tutto il mondo. I leaders politici più importanti (ed anche quelli di secondo piano) quasi correvano a farsi intervistare da lei e spesso studiavano le risposte rilasciate dai “rivali”…  Era una sorta di onore per loro farsi massacrare: nelle sue interviste non c’era mai quell’ atteggiamento supplice che spesso siamo abituati a vedere negli attuali “giornalisti”. Aveva una dignità anglosassone del proprio ruolo. Ed inoltre, pur avendo profonde convinzioni personali che non tralasciava mai di esporre ai propri lettori, alimentava il merito dell’onestà intellettuale. Nel senso che era pronta a ricredersi qualora i fatti avessero smentito le sue tesi.

Chi avrà letto i libri sopra suggeriti saprà benissimo chi furono i personaggi intervistati: moltissimi leaders del medio oriente (Arafat, G.Habash, Hussein di Giordania, Khomeini, Reza Pahlavi), leaders vietnamiti, cinesi, americani (Bob Kennedy, Martin Luter King, William Colby), italiani (Andreotti, Nenni, Berlinguer). Insomma, c’è di tutto. Ma sapeva anche essere una scrittrice sopraffina. Nessuno spazio a terminologie astruse per far vedere quanto avesse studiato o letto, ma grande capacità di giungere al nocciolo delle questioni senza far mancare mai il suo punto di vista femminile. Sotto tale aspetto era assai simile a Montanelli (a parte la sensibilità femminile, ovviamente…). Non a caso entrambi vendevano moltissimi libri ed entrambi erano toscani.

Cronologicamente parlando il primo libro di questa “trilogia” è Niente e così sia. Si tratta della testimonianza della Fallaci sul momento chiave della guerra in Vietnam, ovvero il bienno 1967/68 ma contiene anche ciò che ella vide durante la repressione del governo messicano in coincidenza delle proteste studentesche contro l’Olimpiade di Città del Messico. Durante quella drammatica esperienza la Fallaci venne ferita.
Il libro è molto interessante perchè non offre una visione unidirezionale delle vicende narrate. D’altronde la giornalista ebbe la possibilità di intervistare esponenti di entrambe le parti in conflitto. E fu sempre (o quasi) nel fulcro dell’azione.

Il successivo è Intervista con la storia e contiene una lunga serie di interviste con i personaggi più in vista degli anni 60/70 seguendo sempre un filo logico come il lettore potrà ben capire leggendo il libro(abbastanza corposo, oltre 870 pagine). Lo stile è quello tipico della Fallci, domande incalzanti e nessuno scampo per gli intervistati. C’è da dire che alcuni di questi sembrano essere degli ottimi attori.

Infine abbiamo Intervista con il Potere, testo da interdersi un pò come la continuazione del precedente. Il libro contiene due eccezionali interviste a Gheddafi e Khomenini (ma anche a Bob Kennedy, Dalai Lama, Enrico Berlinguer, Sandro Pertini, Deng Xiao Ping e altri).

Insomma: a chi non li avesse letti suggerisco di rimediare.
Ed in ogni caso spero di aver dato un punto di vista personale, senza per forza aver rilasciato la solita “recensione”.

Neri!

Ottimo libro, dalla considerevole mole avente ad oggetto il fenomeno neofascista dal 25 luglio ’43 fino ai giorni nostri. Gli autori, pur non essendo evidentemente dei simpatizzanti, riescono a mantenersi ritti lungo il difficile crinale dell’obiettività lasciandosi andare ogni tanto a qualche scivolamento tutto sommato accettabile per un testo di 600 pagine. Un susseguirsi di sigle e fatti più o meno rilevanti che comunque hanno il merito di mettere in luce un fenomeno importante nella storia repubblicana solitamente offuscato dall’attivismo armato “rosso”.
Consigliato.

Il caffè di Sindona.

Un altro interessante libro edito da Garzanti su Michele Sindona, ultimamente molto citato anche a causa delle sfortunate dichiarazioni del senatore a vita Giulio Andreotti sull’avv. Giorgio Ambrosoli.
I due autori non compiono una panoramica sulla vita del finanziere siciliano ma concentrano la propria analisi sugli ultimi giorni di vita del protagonista, cercando di fare chiarezza sul dilemma “suicidio o omicidio”. La tesi sostenuta nel libro propende nettamente per la prima ipotesi e viene motivata con una serie di accurate spiegazioni circa il funzionamento del carcere di Voghera dov’era detenuto Sindona.
Sindona si sarebbe suicidato e questo rientrerebbe perfettamente nella psicologia del personaggio.
In effetti c’è da dire che il caffè al cianuro è particolarmente amaro…