Dossier.

AMOS SPIAZZI, non era Papadòpoulos

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di Ben Oates

La telefonata l’ha fatta lui! Ecco chi ha fermato, quella notte, il golpe Borghese: è stato il capitano d’artiglieria Amos Spiazzi di Corte Regia. Bastava chiederglielo e lui ti raccontava che quel 7 dicembre 1970 era pronto ad andare a un ricevimento di gala quando all’improvviso ricevette un ordine da «non si saprà mai bene chi», di mettersi in movimento con le sue truppe verso Sesto San Giovanni: era scattata «l’esigenza triangolo», un piano partorito dall’autorità politica in previsione di possibili scontri di piazza, dove anche l’Esercito aveva compiti di ordine pubblico.

Non avendo tempo per cambiarsi, come manco «007», Spiazzi infilò la mimetica direttamente sopra l’elegante divisa nera da cerimonia e si mise in viaggio alla testa di una colonna militare. Prima di partire chiamò Elio Massagrande, suo ex sottoposto in artiglieria, buon amico e numero due del Movimento Politico Ordine Nuovo, il quale gli raccontò che il principe Junio Valerio Borghese aveva organizzato una manifestazione, dai contorni però ambigui, contro l’imminente visita a Roma del maresciallo Tito. Per Spiazzi fu tutto chiaro: era una trappola ordita ai danni dell’amato e venerato ex Comandante della Decima Mas, in quel periodo intento a organizzare a livello nazionale delle manifestazioni che avrebbero portato inevitabilmente a degli incidenti e che avrebbero giustificato così l’intervento dell’Esercito. In previsione di tutto questo, Spiazzi chiamò Borghese e gli chiese di rinunciare alla sua iniziativa. Nel frattempo giunto alle porte di Sesto San Giovanni, la «Stalingrado d’Italia», Spiazzi ricevette l’ordine di rientrare in caserma. Erano le 2.00, era tutto finito.

Nato nel 1933 a Trieste, Spiazzi è un predestinato visto che anche il padre è un generale d’artiglieria pluridecorato con ben sette medaglie fra argento e bronzo; in una foto che lo ritrae diciassettenne, Spiazzi jr. ha una baionetta fra i denti e una pistola in mano, sta giocando nel giardino di casa, probabilmente in vista dell’entrata nell’accademia militare di Modena che avviene alla fine del 1952. Due anni dopo, incurante dell’inopportunità che un ufficiale italiano possa essere coinvolto in fatti politici, insieme a uno sparuto gruppo di suoi vecchi amici monarchici veronesi, raggiunge una Trieste scossa dalla rivolta antitina. Viene catturato, imprigionato e bastonato per un’intera settimana.

Spiazzi, monarchico da sempre come suo padre, crede nello Stato organico di tipo dogale, ispirato cioè alla Repubblica di Venezia, una monarchia elettiva e non ereditaria. Con la fine del 1970 arriva la promozione a maggiore e Spiazzi inizia a creare un’organizzazione di ufficiali e civili, tutti fervidi anticomunisti, chiamata «Rosa dei Venti» in omaggio alla difesa su tutti i fronti dell’Europa dalla minaccia sovietica.

Le indagini della Magistratura sulla Rosa dei Venti hanno il via grazie a un bizzarro medico spezzino che consegna alla Polizia una borsa contenente dei documenti con un piano per un colpo di Stato. Spiazzi viene arrestato il 13 gennaio 1974, cioè un paio di settimane dopo la sua promozione a tenente colonnello, raggiungendo così il poco invidiabile primato di essere il primo ufficiale dell’Esercito della Repubblica finito sotto inchiesta della Magistratura ordinaria.

Si giustifica sostenendo che l’organizzazione è perfettamente legale; i giudici chiedono a Vito Miceli, capo del SID, se sia vero e se ne sa qualcosa ma Miceli nega anche se ammette che una vera organizzazione, diversa da quella di Spiazzi, effettivamente esiste, ma non può parlarne: si tratta di Gladio. È per questo che Miceli finisce in prigione con l’accusa, ingiusta, di aver creato un SID parallelo: in realtà sta solo difendendo un importante segreto di Stato.

I giudici vedono nella Rosa dei Venti una sorta di «doppio servizio». A proposito di Gladio l’ormai generale Spiazzi affermava di esserne venuto a conoscenza come un qualsiasi cittadino italiano dopo le rivelazioni di Giulio Andreotti: l’unica differenza fra Spiazzi e il cittadino italiano è che il primo era a conoscenza di un «piano di sopravvivenza» pronto a contrastare un’eventuale invasione di un esercito straniero. Riguardo «il Comandante», Spiazzi era certo che fosse stato avvelenato, forse con una pasticca di cianuro fatta sciogliere nel caffè durante un colloquio che Borghese aveva avuto con il capitano del SID Antonio La Bruna, episodio questo mai provato che contrasta con la testimonianza di Elena Borghese la quale ha sempre escluso che il padre fosse deceduto per mano assassina.

Sul punto Spiazzi è però sempre stato irremovibile, anche perché di La Bruna aveva una pessima opinione nata quando, ai tempi più che turbolenti del servizio svolto da Spiazzi in Alto Adige, malmenò il capitano del SID, allora maresciallo dei Carabinieri, dopo aver scoperto certe sue operazioni per nulla in linea con i suoi doveri.

Fino al luglio del 2003 Spiazzi totalizza sei anni di carcerazione preventiva e viene inquisito e/o processato per numerosi delitti avvenuti negli anni Settanta, dal «caso Ludwig» all’uccisione dell’esponente di «Terza Posizione» Francesco Mangiameli; dai fatti di Pian del Rascino alla strage della questura di Milano; dalla strage di Brescia a quella di Bologna. E naturalmente c’è il processo del ‘77/’78 che ingloba i tre tentativi, o presunti tali, di colpi di Stato avvenuti fra il 1970 e il 1974 dove, come rammentava Spiazzi, al momento delle presentazioni fra imputati, seguiva sempre la domanda: «Lei di che golpe è?».

Spiazzi ricordava che alcune accuse rivolte contro di lui avevano il sapore della mistificazione, la prova di una volontà persecutoria contro di lui, altrimenti come spiegare, si chiedeva, la contestazione rivoltagli dall’accusa che la notte del «Tora Tora», a Verona, avrebbe equipaggiato un Macchi 416 facendo salire a bordo una trentina di parà e sistemando una bomba atomica sotto la pancia dell’aereo, per poi decollare verso Roma, destinazione Vaticano? E, continuava Spiazzi, alla spiegazione che il Macchi 416 è un biposto, quindi impossibile farci salire trenta parà, veniva zittito con l’ipotesi che avrebbe potuto trasportare quei parà facendo la spola Verona-Roma-Verona per trenta volte.

Spesso condannato in primo grado, Spiazzi è sempre stato assolto in secondo e in Cassazione. Di sé diceva di «essere stato l’unico fesso a pagare». Non è vero. Non è stato l’unico.

FONTI

Claudio Vitalone, Stralcio della requisitoria del processo sul golpe Borghese, Roma 1978

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di 1° grado, 14 luglio 1978.

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di appello, 27 novembre 1984.

Sergio Zavoli La notte della Repubblica (trasmissione tv) Rai 1989

Vivendo Parlando-Il testimone Il golpe Borghese (trasmissione tv) TV2000 14 dicembre 1999

Amos Spi

azzi di Corte Regia Il mistero della Rosa dei Venti Centro Studi Carlo Magno, Verona 2001

Conversazione telefonica con Elena Borghese, 20 giugno 2003

Aldo Giannuli L’Italia dei golpe, convegno al Noir in Festival, Courmayeur 10 dicembre 2004

La Storia siamo noi- Il golpe Borghese (trasmissione tv) Rai 3, 2005

Sandro Neri Segreti di Stato Aliberti, Roma 2008

Conversazione con Amos Spiazzi di Corte Regia, Verona 28 febbraio 2009

Conversazione con il giudice Giovanni Tamburino, Venezia 9 ottobre 2009

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La lettera di Moro non consegnata dai Br perché zeppa di elementi utili alle indagini

Le-Lettere-di-Aldo-MoroLe Brigate rosse recapitarono per ragioni politiche o per una oggettiva difficoltà solo una parte delle missive scritte da Aldo Moro a personalità pubbliche e alla famiglia. Tra queste ultime, acquista un particolare significato quella indirizzata a Luca Bonini, figlio di Maria Fida Moro, nipote del presidente Dc: è quel «piccolo Luca», spesso citato nella sterminata pubblicistica sul caso Moro, al quale lo statista fa spesso riferimento durante i 55 giorni nelle prigioni brigatiste. La lettera verrà diffusa soltanto nel 1990 a seguito del secondo, incredibile, ritrovamento di armi e documenti durante i lavori di ristrutturazione dell’ex covo brigatista di via Monte Nevoso a Milano, già oggetto di una irruzione, con relativa accurata perquisizione, da parte dei Carabinieri del generale Dalla Chiesa nell’ottobre 1978.

La missiva, che inizia con un «mio carissimo Luca, non so chi e  quando ti leggerà, spiegando qualche cosa, la lettera che ti manda quello che tu chiamavi nonnetto» ha l’apparente aspetto di una dolce dichiarazione d’amore di Moro verso il nipotino, ma contiene probabilmente diversi riferimenti sul luogo (o uno dei luoghi) in cui potrebbe esser stato tenuto prigioniero il presidente democristiano (nonostante la verità giudiziaria indichi in via Montalcini l’unica prigione). Ad accreditare una simile intuizione è Prospero Gallinari, tra i Br che spararono in via Fani, carceriere di Moro, in una intervista concessa a Mario Scialoja nell’ottobre 1990.

L’intervista, pubblicata su L’Espresso, prende il là dal già citato secondo ritrovamento nell’ex covo milanese di via Monte Nevoso che nel frattempo era stato oggetto di un passaggio di proprietà. Un rinvenimento di armi e scritti fotocopiati di Moro, posticipato di ben dodici anni rispetto al 1978, che lo stesso Gallinari definisce «incredibile», in un appartamento definito «scarnificato» dagli inquirenti all’indomani delle perquisizioni di fine anni Settanta: nell’intervista, resa possibile attraverso lo scambio di domande trasmesse in carcere e risposte per iscritto, il leader brigatista parla esplicitamente della attività di controllo e censura sugli scritti di Moro.

«Fra le lettere di Moro trovate adesso a via Monte Nevoso», chiede Scialoja riferendosi al secondo rinvenimento del primo ottobre 1990, «ce ne sono alcune mai rese note: le risulta che il presidente della Dc scrisse lettere che le Br decisero di non recapitare? E perché?» – Gallinari risponde: «In qualche caso, Moro chiese di correggere alcune lettere che stavano per essere recapitate: tra il materiale saltato fuori in questi giorni è stata evidentemente trovata la prima stesura di qualcuno di questi scritti, parzialmente diversa dal testo delle lettere poi consegnate. In altri casi, furono proprio le Br a chiedere a Moro di cambiare qualche espressione perché le parole che aveva usato potevano fornire delle informazioni agli inquirenti. Furono invece rarissime le occasioni in cui venne posto un veto alla spedizione dei messaggi: e una delle lettere non consegnate è stata proprio quella al nipotino Luca (pubblicata nei giorni scorsi) perché conteneva vari elementi che avrebbero potuto favorire le indagini».

Una ammissione incredibile che permette di andare a cercare nella breve lettera indicazioni utili a ipotizzare l’effettiva prigione di Moro (o una delle effettive). Tre sono i passi di interesse nel documento: quel «ora il nonno è un po’ lontano, ma non tanto…» concetto espresso nuovamente poco dopo con parole diverse («il nonno che ora è un po’ fuori») e un riferimento finale a uno scenario marino («e quando sarà la stagione, una bella trottata sulla spiaggia») che potrebbe far pensare a un luogo di detenzione non tanto lontano da Roma – forse vicino al mare – secondo una ipotesi già avanzata in sede di commissione d’inchiesta e nelle ricostruzioni della pubblicistica. Una intuizione che, insieme al sorprendente stato di pulizia e tonicità muscolare del corpo di Moro emerso in sede autoptica, si incrocia con il ritrovamento nelle urine di tracce consistenti di nicotina quasi che il presidente Dc avesse fumato nei giorni immediatamente precedenti la morte o subìto del fumo passivo. Uno scenario, questo, incompatibile con la versione consolidata di una prigionia durata quasi due mesi in un bugigattolo come quello di via Montalcini – delle dimensioni di tre metri per due – chiamato dai brigatisti «prigione del popolo».

 

Note

  • Per quanto riguarda la lettera a Luca non inviata dalle Br, vedi Selva, Marcucci in Aldo Moro, quei terribili 55 giorni, pagina 331
  • Sul tema della nicotina, vedi Relazione del Prof. Claudio De Zorzi sulle indagini chimiche eseguite in ordine alla morte di Aldo Moro, prima Commissione Moro, volume XLV, pagina 810

 

 

SANDRO SACCUCCI: dal paracadute al taxi

A P. VENEZIAdi Ben Oates

Quel film non esiste. La proiezione di Berlino dramma di un popolo, da tempo pubblicizzata da vari quotidiani romani e prevista per la sera del 7 dicembre 1970 presso la palestra di via Eleniana, sede dell’Associazione Nazionale Paracadutisti di Roma, non avviene; il titolo è pura invenzione, forse è una sorta di segnale, di parola d’ordine.

La gente non manca, sono presenti almeno un centinaio di uomini, alcuni con le rispettive accompagnatrici, pronti per assistere allo spettacolo. La serata è stata organizzata da Sandro Saccucci: nato a Roma nel 1943, professione ragioniere commercialista, soprannome Luigi, nome falso Giovanni Sbiroglio da usare in caso di necessità, all’età di 23 anni Saccucci frequenta per sei mesi la scuola di paracadutismo di Pisa e i successivi dodici li trascorre preso la caserma di fanteria paracadutista di Livorno dove termina il servizio militare con il grado di sottotenente di complemento.

Ammiratore di Giuseppe Mazzini prima, poi dell’idea di nazione che aveva avuto Mussolini, senza separarsi dal suo amato basco amaranto, nel 1968 Saccucci entra in Ordine Nuovo assumendo poco dopo una posizione di dissenso verso i vertici rappresentati da Clemente Graziani ed Elio Massagrande, diventati leader del movimento dopo il rientro nel MSI del suo fondatore Pino Rauti.

Saccucci non vede di buon occhio il disaccordo misto a diffidenza che Graziani e Massagrande hanno nei confronti dei ventilati progetti di colpo di stato da parte di Junio Valerio Borghese e del suo Fronte Nazionale. Come molti anche Saccucci nutre per il Comandante stima e considerazione tanto da assumersi il compito di condurre un gruppo che, almeno nelle intenzioni di chi guida l’operazione, deve dare man forte a un’insurrezione armata. Nella meticolosa organizzazione manca un dettaglio fondamentale: informare buona parte dei presenti qual è la vera natura di quell’assembramento, i convenuti devono attendere qualcosa o qualcuno che dia loro il via, ma il via per cosa?

Passano le ore, molti atleti, stanchi di aspettare, si tolgono la tuta e si rivestono con l’intenzione di tornare a casa, ma quando si avvicinano all’uscita si accorgono che le porte sono bloccate: iniziano così le proteste ma Saccucci non c’è, non si sa dove sia, anche se c’è però chi assicura sul suo imminente ritorno. Cominciano così a trapelare le prime voci sul reale motivo di quella convocazione, qualcuno assicura che di li a poco arriveranno gli autocarri e le armi, una notizia questa che diventa fatale a uno dei presenti, probabilmente già sofferente di cuore.

Passa la mezzanotte e di Saccucci nemmeno l’ombra, arrivano le 2.30 e Bruno Stefàno, frequentatore ondivago di Avanguardia Nazionale e ON, ordina lo scioglimento delle righe, una sorta di «tutti a casa», l’ennesimo, tanto che ci vuole la determinazione e la pistola di un capitano dei carabinieri, presente nella palestra, a disperdere i facinorosi, ansiosi di capire il perché di quel contrordine. Nulla da fare, «Il lungamente atteso colpo di Stato» non ci sarà. Saccucci non ha esitato a servirsi di gente ignara, seppur ideologicamente affine al progetto. Pur essendo stato in prigione per quasi un anno per i fatti di quella notte, nel 1972 Saccucci entra in Parlamento nelle file del MSI grazie al quale (e alla DC) sventa ben tre autorizzazioni a procedere.

 

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Arriva il maggio 1976, ci sono le elezioni politiche. C’è da fare la campagna elettorale per la rielezione e per un esponente del MSI farla nella provincia di Latina è come giocare in casa. O quasi. Il giorno 28 su quelle strade circola un piccolo corteo di automobili, sette per la precisione, formato da giovani che sono lì per fare da supporto e protezione all’onorevole Saccucci intenzionato a tenere comizi per l’intera giornata, passando da una cittadina all’altra. La prima della lista è Maenza, l’ultima è Sezze Romano. Quando il corteo di automobili arriva a Sezze è ormai buio, fino a quel momento era filato tutto liscio. Alle elezioni politiche di quattro anni prima, a Sezze il PCI aveva raggiunto il 53% dei suffragi, ma il gruppo di Saccucci si sente comunque al sicuro visto che, dopo tutto, si è sempre dalle parti di Latina. Ma non è così.

Fin da subito l’oratoria dell’ex ufficiale viene interrotta da slogan e lanci di bottiglie da parte di un folto gruppo di giovani dell’estrema sinistra, molti dei quali aderenti a Lotta Continua, giunti fin lì da Roma con l’intento di impedire a Saccucci di tenere il suo discorso. Quest’ultimo continua comunque a parlare, ma quando comincia a sostenere, neppure tanto velatamente, che con le stragi i fascisti non c’entrano, succede il finimondo. Il gruppo di missini è costretto alla fuga, una fuga però praticamente impossibile, Sezze ha un centro storico fatto di viuzze e quelle adiacenti alla piazza sono bloccate.

Al lancio di sassi e bastoni da parte dei contestatori ecco che dal gruppo missino compaiono alcune armi da fuoco, una delle quali impugnata proprio da Saccucci che spara in aria. Riusciti a farsi largo a suon di pallottole, fino a quel momento andate a vuoto, la quindicina di missini riesce a impossessarsi delle sette automobili e a tutta velocità tenta di uscire da quella che ormai è diventata una trappola. Proprio durante la fuga, da una delle auto che segue quella di Saccucci, guidata da Angelo Pistolesi, partono un paio di colpi che feriscono Antonio Spirito e uccidono Luigi Di Rosa, entrambi militanti della sinistra.

L’eco della tragedia è così grande che subito Giorgio Almirante, pur difendendo Saccucci dall’accusa di concorso in omicidio sostenendo la tesi della legittima difesa, decide di espellerlo dal partito. Rinviato a giudizio Saccucci ripara prima in Inghilterra, poi dalla Francia dov’era stato appena arrestato dall’Interpol fugge in Rhodesia, poi lascia lo Stato africano per recarsi in Cile e infine a Cordoba (Argentina). Per i fatti di Sezze, Saccucci viene condannato per concorso morale nell’omicidio, sentenza questa che verrà successivamente annullata per inapplicabilità. Va molto peggio a Pistolesi che verrà assassinato da una mano rimasta ignota un anno e mezzo dopo. Per il tentato colpo di Stato, Saccucci viene condannato in primo grado a quattro anni di reclusione, assolto poi in appello perché il fatto non sussiste. L’ufficiale col basco amaranto che, una volta preso il potere, avrebbe guidato il servizio segreto, il politico con la giacca verde oliva che non esitò a recarsi a un suo comizio armato di pistola e a usarla, a Cordoba quell’uomo finisce per indossare una divisa giallo nera. Quella di tassista.

 

FONTI

Claudio Vitalone, Stralcio della requisitoria del processo sul golpe Borghese, Roma 1978

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di 1° grado, 14 luglio 1978.

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di appello, 27 novembre 1984.

Sergio Zavoli La notte della Repubblica (trasmissione tv) Rai 1989

Vivendo Parlando-Il testimone Il golpe Borghese (trasmissione tv) TV2000 14 dicembre 1999

Aldo Giannuli L’Italia dei golpe, convegno al Noir in Festival, Courmayeur 10 dicembre 2004

La Storia siamo noi- Il golpe Borghese (trasmissione tv) Rai 3, 2005

Luca Telese Cuori neri, Sperling & Kupfer, Milano 2006

Conversazione telefonica con Sandro Saccucci, 23 marzo 2011.

 

 

ADRIANO MONTI, l’intermediario

ADRIANO MONTI e ADRIANO TILGHERdi Ben Oates

La seconda guerra mondiale sta per terminare, ogni soldato tedesco dotato di senno e obiettività comprende che per la Germania la fine è vicina e il primo imperativo è quello di salvarsi. Uno di questi è un alto ufficiale dei servizi segreti, Reinhard Gehlen, il quale con estrema lungimiranza offre il suo enorme archivio agli americani che subito fiutano l’affare; il prezioso tesoro riguarda praticamente l’Unione Sovietica e quasi tutti quei Paesi che, di lì a poco, faranno parte del patto di Varsavia. Nasce così la rete Gehlen o, per gli addetti ai lavori, il servizio discreto.

Più o meno nello stesso periodo un giovane toscano di 14 anni, Adriano Monti, classe 1930, figlio di un alto funzionario del Ministero delle Corporazioni con delega per gli scambi energetici con la Germania, si arruola direttamente nella Wehrmacht grazie al suo fluente tedesco, ed è destinato alle trasmissioni. Ferito e fatto prigioniero, Monti salva la pelle proprio in virtù del suo essere un panzer. Terminata la guerra con l’onta della sconfitta Monti si dà allo studio della Medicina, diventa assistente del noto chirurgo Pietro Valdoni, quello che salverà la vita di Palmiro Togliatti e con la sua di chissà quanti altri italiani.

Ma la lotta al comunismo mondiale e l’affermazione dei valori occidentali restano per Monti i capisaldi della sua esistenza. È per la donna che diventerà poi sua moglie che Monti stabilisce la residenza a Rieti. Nel capoluogo sabino Monti conosce l’avvocato Luigi Solidati Tiburzi, un importante consigliere della Corte dei Conti e responsabile di zona del Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese. Conoscere il Comandante è per Monti un vero e proprio onore, Borghese è uno dei suoi eroi della RSI, figurarsi poi quando questi gli sottopone un progetto per prendere il potere in Italia.

È per merito della perfetta conoscenza che Monti ha di ben quattro lingue che il Comandante gli chiede di assumere l’incarico di intermediario fra lui e gli organizzatori del putsch da una parte, e gli americani e la rete Gehlen per l’Europa del Sud dall’altra. Quest’ultima è rappresentata dall’ingegner Otto Skorzeny, ex parà, celebre per l’avventurosa liberazione di Benito Mussolini prigioniero sul Gran Sasso; Skorzeny da anni è residente a Madrid sotto la copertura di proprietario di una società di import & export. Da entrambe le parti Monti riceve assicurazioni che nulla osta all’operazione se questa dovesse servire a tenere lontani i comunisti dal governo e dal potere. Se per la rete Gehlen, ramificata da tempo in tutta Europa, compresa quella orientale, c’è un noto personaggio come Skorzeny, per gli americani c’è un altro ingegnere, certamente meno famoso di quello tedesco, residente vicino a Roma e ufficialmente impiegato alla Selenia: Hugh Fendwich. Costui, a nome del partito repubblicano di Richard Nixon, informa Monti che gli Stati Uniti non intendono incitare al golpe preferendo il ruolo di spettatori interessati, tanto che nessun americano e nessuna unità militare statunitense si sarebbe mossa durante l’ora X.

Stando a Monti è su un unico personaggio che la rete e gli americani convergono per la scelta di colui che dovrà guidare il governo di salute pubblica post golpe: Giulio Andreotti. Monti ignora se l’esponente della DC sa o meno di essere il predestinato, ma questo non lo riguarda, lui deve solo informare il Comandante. Quando Monti fa il nome di Andreotti, Borghese rimane sorpreso anche se non sconcertato, dopo tutto lui si sarebbe fatto da parte senza assumere alcuna posizione politica di rilievo, limitandosi a inserire in qualche ministero alcuni suoi collaboratori, soprattutto militari o ex militari: fra i primi Monti ricorda l’ammiraglio Gino Birindelli, comandante delle Forze Nato del Sud Europa.

Il governo nato dal colpo di mano sarebbe stato formato da esponenti dei partiti già presenti nell’arco costituzionale eccetto quelli di sinistra, primo fra tutti il PCI, destinato a essere messo fuori legge. La notte di Tora Tora Monti la trascorre chiuso nella sua casa di Rieti con l’amaro in bocca per non essere stato coinvolto nelle fasi operative, in quel momento decisive. Sappiamo poi come è andata a finire. Per Monti è un’autentica delusione, un vero shock per lui che puntava molto sulla riuscita del putsch, prima tappa verso la vittoria di quello che considerava e considera tutt’ora il vero nemico da abbattere: il comunismo.

Le prime indagini sul golpe sembrano risparmiare il medico toscano tanto da fargli trovare il modo e il tempo di candidarsi nelle file del PLI nel collegio del Lazio in compagnia del capolista Gino Cervi: quest’ultimo, una decina d’anni prima, aveva fatto la stessa cosa ma solo nella finzione, nel film “Gli onorevoli”. Così Monti, l’anticomunista viscerale, collaboratore alla messa a punto di un golpe militare, finisce per fare campagna elettorale insieme a Peppone.

FONTI

Claudio Vitalone, Stralcio della requisitoria del processo sul golpe Borghese, Roma 1978

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di 1° grado, 14 luglio 1978.

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di appello, 27 novembre 1984.

Sergio Zavoli La notte della Repubblica (trasmissione tv) Rai 1989

Vivendo Parlando-Il testimone Il golpe Borghese (trasmissione tv) TV2000 14 dicembre 1999

Aldo Giannuli L’Italia dei golpe, convegno al Noir in Festival, Courmayeur 10 dicembre 2004

LA STORIA SIAMO NOI Il golpe Borghese (trasmissione tv) Rai 3, 2005

Adriano Monti Il golpe Borghese, Lo Scarabeo, Bologna 2006

Conversazione con Adriano Monti, Rieti 12 giugno 2011

Il golpe in bianco di Edgardo Sogno

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di Ben Oates

In uno dei cortei della cosiddetta Maggioranza Silenziosa movimento definito di destra o conservatore che caratterizza la prima metà degli anni Settanta – si inneggia a Edgardo Sogno perché «l’Italia ne ha bisogno». Nato a Torino nel 1915, ufficiale di cavalleria, dopo l’8 settembre entra nella brigata Franchi, la compagine della Resistenza collegata agli inglesi dove si guadagna la Medaglia d’Oro: celebre il suo audace tentativo di liberare Ferruccio Parri prigioniero delle SS nell’hotel Regina di Milano.

Negli anni Cinquanta Sogno entra in diplomazia ricevendo prestigiosi incarichi a Parigi, Buenos Aires, Washington e Rangoon, capitale della Birmania dove è ambasciatore; quelli sono anche gli anni nei quali, insieme a Luigi Cavallo, fonda l’organizzazione anticomunista Pace e Libertà e, nell’ottobre del 1956, si adopera per mettere in salvo molti profughi ungheresi, dopo che il loro Paese è stato invaso dalle truppe sovietiche.

Alla fine degli anni Sessanta rientra in Italia e, preoccupato per la piega politica che a suo dire sta pericolosamente pendendo verso un’inevitabile vittoria del PCI, nel 1971 a Milano fonda i Comitati di Resistenza Democratica ai quali partecipano alcuni suoi ex compagni della Franchi e il suo vecchio amico Randolfo Pacciardi. Nei tre anni successivi l’attività dei Comitati è caratterizzata da incontri pubblici e privati, con numerose personalità del mondo politico, economico, culturale e militare, tutti legati dall’anticomunismo e dall’antifascismo, tutti con l’obiettivo di una svolta presidenzialista di tipo gollista da attuare prima che il Paese cada nelle mani dei comunisti. Per Sogno il momento di passare dalle parole all’azione arriva nella primavera del 1974 quando, nell’arco di un paio di settimane, le Brigate Rosse rapiscono a Genova il giudice Mario Sossi e tentano la stessa cosa con lui a Milano facendo irruzione nel suo ufficio, in quel momento però deserto.

Nei progetti di Eddy, così lo chiamano affettuosamente gli amici, prende corpo l’idea di un colpo di Stato liberale, di un golpe bianco appunto, in grado di creare le condizioni per un governo guidato da Pacciardi e formato da autorevoli rappresentanti di tutte le forze politiche a eccezione naturalmente dei comunisti; nell’esecutivo Sogno sarà il ministro della Difesa. Egli contatta le più alte cariche militari del paese, comprese quelle dell’Arma dei Carabinieri come il generale Giovanni Battista Palumbo, comandante della divisione Pastrengo, il quale ritiene indispensabile un lancio di missili da parte della Marina Militare sul carcere di Alessandria dove, a suo dire, sono reclusi dei pericolosi comunisti; nel progetto c’è anche un generale in pensione, negli anni Cinquanta capo di stato maggiore della Difesa. Sogno sa di avere l’appoggio ideologico e morale delle massime cariche della Magistratura; anche importanti esponenti della corrente «gollista» della Democrazia Cristiana saranno della partita, ma solo a cose fatte.

Non succede nulla. Alla fine di agosto del 1974 Luciano Violante, giudice istruttore di Torino, emette ordine di perquisizione dell’abitazione di Sogno e poi lo incrimina per cospirazione politica, accusa sostenuta dal sostituto procuratore della Repubblica del capoluogo piemontese. Due anni dopo scatta l’arresto; Sogno rimane in prigione poco più di un mese e mezzo. Nel 1978 arriva il definitivo proscioglimento da tutte le accuse perché il fatto non sussiste.

Il golpe bianco, il colpo di mano cioè che avrebbe dovuto trasformare la nostra Repubblica sul modello di quella francese voluta da De Gaulle, non influenza per nulla la politica italiana: nel maggio del 1974, con la vittoria del fronte divorzista al referendum, inizia l’ascesa delle sinistre che continuerà inesorabile, toccando l’apice alle elezioni politiche del 1976, quando il PCI sfiora il 35 per cento dei consensi.

Charles De Gaulle si auto nominò capo del governo causando di fatto la fine della quarta repubblica e l’inizio della quinta: era la Francia del 1958. Era Charles De Gaulle.

 

FONTI

Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, (trasmissione tv) Rai 1989

Aldo Cazzullo, Testamento di un anticomunista, Mondadori Milano 2000

Giorgio Galli, L’Italia dei golpe, convegno al Noir in Festival, Courmayeur 2004

Trentanove anni fa, via Fani. Le ultime novità dalla Commissione d’inchiesta

Aldo_Moro_headshotRoma, giovedì 16 marzo 1978. Alla Camera dei Deputati è previsto un dibattito con voto di fiducia al quarto governo Andreotti. Non un governo qualsiasi perché, per la prima volta, è previsto l’ingresso del Partito comunista italiano nella maggioranza parlamentare. Il presidente della Dc, Aldo Moro, si è lungamente speso per la riuscita dell’operazione nonostante l’insoddisfazione dei comunisti, manifestata fino all’ultimo, sulla composizione della compagine ministeriale.

– Ore 8,45: gli uomini della scorta di Moro sono in attesa del Presidente, fuori dalla sua abitazione sita in via del Forte Trionfale 79. Moro scende pochi minuti prima delle 9 e si accomoda sul sedile posteriore della Fiat 130 “ministeriale” dopo aver salutato il maresciallo Oreste Leonardi che segue da tanti anni il leader Dc garantendone la sicurezza. Nello stesso momento, in via Mario Fani, i componenti del gruppo di fuoco brigatista sono già posizionati nella parte finale della strada, in corrispondenza del bar Olivetti, esattamente all’incrocio con via Stresa.

– Il convoglio, formato dalla Fiat 130 del Presidente e da un’Alfetta bianca, si muove a velocità sostenuta e alle ore 9 è in via Fani, quartiere Trionfale: la brigatista Rita Algranati, collocata all’imbocco della via, segnala l’arrivo delle auto con un mazzo di fiori. E’ all’incrocio con via Stresa che la scorta di Moro viene bloccata da una Fiat 128 con targa diplomatica “CD 19707”, guidata dal capo brigatista Mario Moretti, che già prima dello stop aveva avuto il compito di rallentare – evitando però di farsi superare – la corsa del convoglio: secondo altre fonti, la 128 avrebbe invece percorso in retromarcia lo spazio da via Stresa verso via Fani. La macchina di Moro e quella della scorta vengono quindi intrappolate superiormente dalla 128 di Moretti e posteriormente da un’altra Fiat 128, condotta da Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri, collocata di traverso dietro l’Alfetta della scorta. A impedire una eventuale via di fuga laterale anche una Mini Clubman Estate blu parcheggiata sul lato destro di via Fani, in prossimità dell’incrocio con via Stresa, in un luogo solitamente occupato dal fioraio Antonio Spiriticchio al quale la notte prima i brigatisti hanno bucato le ruote del furgone.

 

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Leonardi, Iozzino, Zizzi, Rivera, Ricci

 

– In pochi secondi, dallo spazio antistante al bar Olivetti, sopraggiunge il commando formato da quattro terroristi: si tratta di Valerio Morucci, Raffaele Fiore, Prospero Gallinari e Franco Bonisoli, tutti travisati da avieri. Morucci e Fiore sparano sulla Fiat 130, con Moro a bordo, mentre Gallinari e Bonisoli aprono il fuoco contro l’Alfetta della scorta. Secondo le ricostruzioni brigatiste tutti e quattro i mitra si sarebbero inceppati: Morucci avrebbe eliminato subito il maresciallo Leonardi (ma secondo altre fonti, «dalla Fiat 128 scendevano gli occupanti che, dispostisi ai due lati dell’auto dell’onorevole Moro, aprivano il fuoco contro i due carabinieri»), per poi trovarsi in difficoltà col suo mitra, mentre l’arma di Fiore si sarebbe inceppata immediatamente. L’incertezza di Morucci consente all’appuntato Ricci di compiere alcune manovre per liberare l’auto dalla trappola, ma è la già citata Mini Clubman, parcheggiata sulla destra, a restringere ulteriormente la carreggiata e a rivelarsi funzionale al perfezionamento del “cancelletto”. In pochi secondi Morucci riprende a sparare e uccide anche l’autista di Moro. Contemporaneamente Gallinari e Bonisoli sparano sull’Alfetta. Rivera e Zizzi vengono subito feriti mortalmente mentre Iozzino è l’unico ad abbozzare una reazione: dopo essersi accucciato sul sedile posteriore destro, riesce a uscire dall’auto e rispondere al fuoco con la pistola di ordinanza favorito anche dall’inceppamento dei mitra dei due brigatisti. Viene freddato probabilmente dall’intervento di una quinta arma posizionata presso la 128 di Lojacono e Casimirri a chiusura del “cancelletto”.

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[Giovanni Ricci: «Oggi 16 marzo 2017, 39 anni fa la “Strage di via Mario Fani”. Voglio ricordare il mio papà Domenico, i suoi amici: Oreste, Francesco, Raffaele e Giulio con queste foto. In alcune papà e Oreste; in altre Raffaele, Francesco e Giulio. Francesco da alcune foto del suo album di famiglia, altre foto grazie ad Agnese Moro e qualcuna con l’altra scorta ma, sempre loro commilitoni e amici. Qualche foto è stata colorizzata dall’amico Roberto Valentino Ecco: voglio ricordarli così, pieni di vita e sorridenti e non come purtroppo molti faranno domani. Io sarò a via Fani per pregare per tutti loro. Se vi piacciono e siete d’accordo con me condividete pure con i loro sorrisi. Lasciamo che vivano nei nostri ricordi così e non come molti vogliono ricordarli con le foto del 16 marzo 1978!»]

– L’unico incolume è proprio il presidente della Dc. Sulla Fiat 130 “ministeriale” di Moro, targata “Roma L59812”, rimangono i cadaveri di Domenico Ricci, appuntato dei Carabinieri, e Oreste Leonardi, superiore di Ricci e capo-scorta. Sull’Alfetta bianca, targata “Roma S93393” che seguiva la 130 restano Giulio Rivera, 24 anni, guardia di Pubblica sicurezza, mentre il vicebrigadiere Francesco Zizzi, 30 anni, è gravemente ferito. Per terra, sull’asfalto, si trova il corpo di Raffaele Iozzino, 25 anni, guardia di Pubblica sicurezza.

FNAB_43

Mitra FNAB-43

– La prima perizia del 1978, a firma Ugolini, Jadevito e Lopez, parla di “studio topografico e balistico perfetto”, di “attentato da manuale” contribuendo a creare, assieme alla ben nota definizione di Franco Piperno sulla “geometrica potenza” della azione brigatista, un clima di inquietudine circa le effettive capacità militari dei terroristi e le loro coperture-collaborazioni internazionali. La perizia del ’78 stabilisce che in via Fani hanno sparato sei armi, quattro mitra e due pistole, più l’arma dell’agente Iozzino. I terroristi avrebbero sparato almeno 91 colpi. I proiettili effettivamente ritrovati furono 68: 61 di questi colpirono le due auto, mentre 45 furono i proiettili che colpirono la scorta. La perizia Ugolini, Jadevito e Lopez cerca di attribuire i 91 bossoli repertati a precise armi e giunge alla conclusione che 49 colpi potrebbero essere appartenuti a un solo mitra, di tipo FNAB-43 o Sten. Il problema conseguente fu quindi proprio quello di capire da chi fossero stati sparati tutti questi 49 colpi. La successiva perizia Salza-Benedetti, degli anni Novanta, non confermò queste conclusioni, di fatto non riuscendo ad attribuire i 49 proiettili a una medesima arma. Si è fatta quindi strada l’ipotesi che questi colpi appartenessero a entrambi i mitra FNAB-43 in uso ai terroristi. I periti del 1978 avevano già comunque stabilito la scarsa perizia degli attentatori nell’uso delle armi: l’ipotetico mitra dei 49 colpi, infatti, avrebbe mancato il bersaglio per 30 volte essendo stati ritrovati soltanto 19 proiettili di cui appena 7 sul corpo di Iozzino e 4 all’interno della Alfetta.

Eleonora Chiavarelli, moglie di Moro: «Questa gente (gli uomini della scorta, ndr) le armi non le sapeva usare perché non facevano mai esercitazioni di tiro, non avevano l’abitudine a maneggiarle, tanto che il mitra stava nel bagagliaio. Leonardi ne parlava sempre: “questa gente – diceva – non può avere un’arma che non sa usare. Deve saperla usare. Deve tenerla come si deve. La deve tenere a portata di mano. La radio deve funzionare, invece non funziona”. Per mesi è andata avanti così. Il maresciallo Leonardi e l’appuntato Ricci non si aspettavano un agguato, in quanto le loro armi erano riposte nel borsello e uno dei due borselli, addirittura, era in una fondina di plastica». Questa ultima frase è stata smentita dalla vedova del Leonardi, la quale dichiarerà che il marito «ultimamente andava in giro armato perché si era accorto che una macchina lo seguiva»

Valerio_Morucci_Brigate_Rosse_76-79Valerio Morucci: «L’organizzazione era pronta per il 16 mattina, uno dei giorni in cui l’on. Moro sarebbe potuto passare in via Fani. Non c’era certezza, avrebbe anche potuto fare un’altra strada. Era stato verificato che passava lì alcuni giorni, ma non era stato verificato che passasse lì sempre. Non c’era stata una verifica da mesi. Quindi il 16 marzo era il primo giorno in cui si andava in via Fani per compiere l’azione, sperando, dal punto di vista operativo, che passasse di lì quella mattina. Altrimenti si sarebbe dovuti tornare il giorno dopo e poi ancora il giorno dopo, fino a quando non si fosse ritenuto che la presenza di tutte quelle persone, su quel luogo per più giorni, avrebbe comportato sicuramente il rischio di un allarme»

La tecnica usata per l’agguato è stata denominata «a cancelletto»: utilizzata in precedenza dalla organizzazione terroristica della Raf in Germania Ovest, se attuata correttamente, risulta essere molto efficace perché permette di intercettare un convoglio attraverso il blocco di ogni via di fuga intralciando le auto posizionate in cima e in coda del convoglio stesso. Il blocco può essere ulteriormente rafforzato attraverso la delimitazione della carreggiata – frapponendo ostacoli fissi come automobili – per rendere impraticabili eventuali vie di fuga laterali.

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La Raf rapisce Schleyer a Colonia. Tecnica del cancelletto

– La notizia dell’eccidio filtra ai mezzi di comunicazione alle ore 9,25: nella edizione straordinaria del Gr2 si parla di «drammatica notizia che ha dell’incredibile» e di «inaudito, incredibile episodio»

– Numerosi i posti di blocco, anche in zone completamente avulse dalle possibili vie di fuga dei terroristi. Sul luogo dell’agguato si verifica una temporanea interruzione delle linee telefoniche: in un primo momento si parla di «sabotaggio», considerando che le Br hanno probabilmente qualche contatto all’interno della Sip, ma ben presto prende piede l’ipotesi di «un sovraccarico» del traffico telefonico nella zona dell’attentato. Tra le 10,08 e le 10,13 giungono alle sedi Ansa di Milano, Roma e Torino le rivendicazioni brigatiste dell’agguato. L’agenzia Ansa, in sciopero, interrompe l’agitazione sindacale  e trasmette, alle 10,16, il comunicato Br.

hqdefault– Alle ore 10 Bruno Vespa apre l’edizione del Tg1 e pochi minuti dopo Paolo Frajese, in diretta da via Fani, dà una prima descrizione dell’accaduto. Giuseppe Marrazzo per il Tg 2 intervista dei testimoni: una ragazza descrive l’uomo che ha preso il Presidente come «un pochino più alto, lo teneva per un braccio». I terroristi sarebbero stati «molto calmi, non erano concitati, non correvano».I testimoni riferiscono di urla «di tanti uomini e anche di una ragazza e la voce di una persona anziana che diceva ‘lasciatemi!’ e altre voci molto giovani».

– La Polizia scientifica cerca di compiere subito un lavoro di catalogazione di tutti gli elementi utili raccolti sul luogo dell’eccidio. La concitazione e la confusione è però notevole, così come la possibilità che la scena della strage possa essere stata inquinata dal via vai di persone (non) autorizzate. La particolare pendenza della zona potrebbe poi aver modificato sensibilmente la collocazione dei reperti.

– Alle 11,50 viene chiarito il «mistero» della targa «CD 19707» della Fiat 128 usata dai terroristi per bloccare la scorta presso l’incrocio con via Stresa: si tratta di una targa usata, alcuni anni prima, dall’ambasciata del Venezuela che nel 1973 ne aveva denunciato il furto.

– Alle 12,36 i sanitari del Policlinico Gemelli comunicano ufficialmente che anche il vicebrigadiere Francesco Zizzi, ricoverato in condizioni disperate dopo l’agguato, è morto per collasso cardiocircolatorio da shock emorragico.

 

La nuova Commissione Moro

 


[Ricostruzione della strage secondo i rilievi della Polizia scientifica, giugno 2015]

– A fine 2014 il Parlamento decide l’apertura di una nuova Commissione di inchiesta sul «caso Moro», presieduta dal deputato Pd Giuseppe Fioroni. Nell’ultima Relazione, stilata nel dicembre 2016, possono essere tratte alcune indicazioni, in qualche caso «novità», sulla vicenda di via Fani e della conseguente uccisione del leader democristiano.

– Numerose le questioni che emergono dal lavoro della Commissione riassunto nella Relazione : il ruolo del bar Olivetti, i rapporti con Raf e Stasi, il possibile locale collocato in zona Balduina che avrebbe ospitato Moro subito dopo la strage, i rapporti con la criminalità organizzata e l’ambiguo atteggiamento tenuto dai palestinesi nella vicenda (per ragioni espositive, questi due ultimi temi verranno da noi sviluppati in successivi approfondimenti)

 

Il ruolo del bar Olivetti

 

– Sul ruolo del bar Olivetti, bisogna segnalare l’audizione di Giancarlo Armati, magistrato che ha seguito molte importanti vicende giudiziarie negli anni Ottanta e Novanta: «Armati seguì come sostituto procuratore l’inchiesta sul traffico d’armi che, a partire dal 1977, coinvolse Luigi Guardigli, Tullio Olivetti e altri. Armati ne ha riepilogato lo svolgimento, tratteggiando un profilo del principale implicato, Luigi Guardigli che, con le sue confessioni, evidenziò l’esistenza di un traffico d’armi che coinvolgeva la ’ndrangheta e il Medio Oriente. Rispondendo ai quesiti del Presidente, Armati ha definito Tullio Olivetti, entrato nell’inchiesta per le dichiarazioni rese da Guardigli, come “una specie di fantasma”, nel senso che, pur avendolo citato, non poté interrogarlo, in quanto irreperibile, e non poté acquisire dagli investigatori alcun elemento su di lui. Ha inoltre aggiunto, che, “col senno del poi”, Olivetti potrebbe essere considerato un elemento significativo del sequestro Moro, alla luce del fatto che è verosimile che i brigatisti che operarono in via Fani poterono giovarsi – a giudizio di Armati – del fatto che il bar fosse aperto, o magari chiuso al pubblico ma accessibile».

– Da segnalare anche l’audizione (parzialmente in forma segreta) di Antonio Federico Cornacchia, generale dei Carabinieri che ha operato in numerose vicende della lotta al terrorismo tra gli anni Settanta e Ottanta. All’epoca del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro comandava il Reparto operativo dei Carabinieri di Roma: «Nella prima seduta si sono affrontate in primo luogo le indagini, coordinate dall’allora tenente colonnello Cornacchia, su un presunto traffico internazionale di armi che per il quale furono indagati Luigi Guardigli e altri, nel quale emerse il nome di Tullio Olivetti, proprietario del bar situato all’angolo tra via Fani e via Stresa. In proposito Cornacchia ha confermato che l’indagine prese le mosse dall’ipotesi di un collegamento tra il traffico d’armi e la ’ndrangheta, ma ha affermato che nulla di specifico emerse su Olivetti. Secondo la sua dichiarazione, fu il giudice Armati a comunicargli che uno degli imputati aveva indicato Olivetti come corresponsabile del traffico. Cornacchia ha inoltre dichiarato di non essere a conoscenza di una nota del SISMI del 30 maggio 1978 che evidenziava l’opportunità di indagare su una possibile funzione del bar Olivetti nella dinamica della strage di via Fani e che produsse, come esito investigativo, un profilo di Olivetti trasmesso il 2 settembre 1978 dalla Divisione Podgora al Comando generale dei Carabinieri. Cornacchia ha dichiarato di ritenere che il traffico di armi esistesse, anche se riguardava armi “giocattolo” o più correttamente armi “sceniche”, che tuttavia con piccole modifiche potevano essere rese delle vere e proprie armi da fuoco. […] Ha poi riferito di un suo incontro nella sede del PCI a via delle Botteghe Oscure, nel periodo del sequestro Moro, con Enrico Berlinguer, che – secondo Cornacchia – affermò: “Moro per noi è morto”; e di un incontro, nella sede della DC a piazza del Gesù, con Flaminio Piccoli, che gli disse, secondo quanto da lui riportato: “Se dovesse ritornare, per noi sono dolori”, aggiungendo “perché noi politicamente ormai abbiamo perso il nostro presidente”. […] Nella seconda delle tre sedute, Cornacchia ha precisato che le armi scoperte nell’ambito dell’indagine sul traffico di armi che coinvolse Guardigli erano in effetti armi “sceniche”, la cui funzionalità poteva però essere garantita con rapidità dalla sostituzione di alcuni pezzi riprodotti in apposite officine di cui la malavita, anche comune, poteva disporre. Ha poi confermato di essere stato in continuo contatto con il maresciallo Leonardi, caposcorta di Moro, in virtù di una pregressa conoscenza, e di aver appreso da lui che uno studente russo, Sergej Sokolov aveva avvicinato Moro all’università di Roma. Cornacchia ha dichiarato che Sokolov emerse successivamente, dalle indagini da lui svolte, come agente sovietico. […] Cornacchia ha poi riferito sul tema dei viaggi in Calabria compiuti da Moretti nel 1975-1976, che gli furono resi noti da una fonte a lui nota come “Nadia”. […] Nell’ultima seduta dedicata all’audizione del generale Cornacchia si è tornati sui temi delle precedenti, per ulteriori precisazioni. […] Ha inoltre riaffermato di non essere stato interessato per accertamenti conseguenti alla nota del SISMI del 30 maggio 1978 che evidenziava un possibile nesso tra la chiusura del bar Olivetti, a seguito di un fallimento non privo di elementi di opacità, e la strage di via Fani. Ulteriori quesiti hanno riguardato la fonte “Nadia” di cui Cornacchia aveva trattato nelle precedenti sedute e della quale ha affermato di non ricordare il vero nome. In proposito, egli ha precisato che si trattava di una giovane giornalista di “Controinformazione”, che non era retribuita per le informazioni che forniva e che sposò in seguito un brigatista detenuto, il cui nome Cornacchia ha dichiarato di non rammentare. Cornacchia ha poi espresso la sua convinzione che la sabbia ritrovata nei vestiti di Moro dopo la sua uccisione sia stata il frutto di un tentativo di depistaggio e ha dichiarato di aver saputo, dalle confidenze di un agente della CIA, che Giorgio Conforto, padre di Giuliana che ospitò Morucci e Faranda durante la loro latitanza, era, oltre che – come già noto – agente del KGB, anche al servizio della CIA e dei nostri Servizi. Ha infine risposto a alcuni quesiti su Mino Pecorelli e sul suo omicidio, dichiarando di non avere elementi particolari in relazione ad alcuni articoli di Pecorelli sulla vicenda Moro e di aver ricevuto dal colonnello Antonio Varisco – in seguito assassinato – gli elementi per poter fare un identikit degli assassini di Pecorelli, che poi però – secondo quanto egli stesso ha affermato – scomparve dagli atti processuali»

Approfondimenti sul bar Olivetti: «A partire dalla prima relazione, la Commissione ha ulteriormente approfondito il ruolo nella vicenda Moro del bar Olivetti, ubicato in via Fani. Precedentemente, esso era stato completamente trascurato, nonostante la sua oggettiva prossimità alla scena del crimine, che lo rendeva elemento potenzialmente significativo per l’effettuazione dell’azione militare da parte delle Brigate rosse. Già nella prima relazione erano state evidenziate alcune testimonianze che ricordavano come il bar fosse in realtà aperto il giorno dell’eccidio, mentre dagli accertamenti effettuati, risultava invece che la società che gestiva il bar era fallita nel luglio del 1977 e il locale era rimasto chiuso per molti mesi, ben oltre il 16 marzo 1978. Inoltre, era stato approfondito il tema del coinvolgimento del titolare del bar, Tullio Olivetti, in un traffico d’armi scoperto a partire dalla fine di gennaio 1977. Le numerose escussioni svolte, talvolta dagli esiti contraddittori, le indagini e l’esame di filmati e foto dell’epoca, non hanno consentito di individuare elementi documentali certi in ordine all’effettiva apertura o chiusura del bar quella mattina. Tuttavia, alla luce delle nuove acquisizioni, proprio le incertezze che si evidenziano nelle testimonianze potrebbero, come si vedrà, essere lette in una luce diversa, ovvero in relazione a una accessibilità del locale a diversi soggetti, indipendentemente dal fatto che l’esercizio avesse interrotto la sua attività. Le attività di indagine e le audizioni effettuate dalla Commissione nel corso del 2016 hanno consentito di focalizzare ulteriormente l’attenzione su alcune evidenti singolarità relative al bar e al suo titolare, già in parte segnalate nella prima relazione. Si è infatti accertato che Olivetti, indicato in documentazione di polizia e dei Servizi come partecipe di una rete di interessi criminali legati al traffico internazionale di armi, fu precocemente “rimosso” dall’indagine sul traffico di armi, come peraltro confermato dal pubblico ministero titolare della stessa, Giancarlo Armati, nella sua audizione presso la Commissione, il 28 settembre 2016. Le indagini a suo tempo compiute dai Carabinieri e l’istruttoria giudiziaria presentano diverse criticità, di cui la principale è proprio la mancata indagine su Olivetti e le sue attività, sebbene fossero emersi elementi che avrebbero dovuto portare a approfondimenti alla luce delle informazioni fornite all’Autorità giudiziaria e alla Polizia da Luigi Guardigli, soggetto che insieme ad altri era stato arrestato con l’accusa di essere coinvolto nel traffico internazionale di armi, e di una successiva segnalazione del SISMI, che collegava le vicende societarie del bar Olivetti all’eccidio di via Fani, segnalazione che non ebbe seguiti. In proposito, nell’audizione svolta presso la Commissione, il magistrato Giancarlo Armati ha sottolineato che la mancanza di approfondimenti su Olivetti derivò dal fatto che non gli furono trasmessi elementi significativi da parte degli operatori e ha affermato che, ove li avesse a suo tempo avuti, avrebbe senz’altro proceduto, come pure avrebbe approfondito la connessione – che gli appare oggi evidente – tra il bar e l’attacco di via Fani».

L’inchiesta sul traffico internazionale di armi: «Una breve ricostruzione della vicenda processuale, sulla scorta di quanto già esposto nella prima relazione, consente di apprezzare le conclusioni raggiunte dalla Commissione sul singolare disinteresse degli inquirenti circa Tullio Olivetti, chiamato in causa sin dall’inizio da Luigi Guardigli, principale indagato nella vicenda di traffico internazionale di armi. Guardigli, titolare della società RACOIN che – come egli ha riferito – trattava la fornitura di armi a Paesi africani e arabi tra cui Egitto, Algeria, Kuwait, Sudafrica, Libano e Libia, nonché a Grecia e Cipro, acquistando anche armi per conto terzi in Paesi occidentali e dell’Europa dell’Est, nell’ambito di tali attività era entrato in contatto con vari soggetti interessati all’acquisto delle armi e con esponenti della criminalità organizzata. Tra i suoi contatti interessati all’acquisto di armi Guardigli riferì notizie su Tullio Olivetti, indicato, nel corso di un colloquio confidenziale con il maresciallo della Polizia Gueli, come persona che “in contatto con un gruppo libanese, gli avrebbe richiesto armi e gli avrebbe introdotto un suo amico, offertosi di pagare la fornitura con dollari falsi o cocaina”; “era solita vantare alte aderenze politiche (in particolare affermava di essere in ottimi rapporti con la figlia dell’ex Presidente Gronchi, sua socia nella gestione del bar di via Fani)”; “era un trafficante di valuta falsa e aveva riciclato 8 milioni di marchi tedeschi, provento di un sequestro avvenuto in Germania”; “era vicina ad ambienti della criminalità organizzata; in una circostanza, nella villa di una persona presentatagli proprio da Tullio Olivetti, Guardigli aveva trovato ad attenderlo il mafioso Frank Coppola, che gli aveva chiesto di dare seguito ad una richiesta di armi fattagli da tale Vinicio Avegnano, anch’egli indicato come amico di Olivetti”. […] Sebbene queste indicazioni fossero pervenute alla magistratura, […] non risulta che siano stati effettuati gli accertamenti che il caso richiedeva sul titolare del bar Olivetti. Lo stesso Olivetti, infatti, nonostante le indicazioni fornite alla Polizia da Guardigli, le dichiarazioni rese all’Autorità giudiziarii, i contatti telefonici con Guardigli, nonché gli esiti delle perquisizioni, non è mai stato escusso, non ha subito perquisizioni e non è stato oggetto di provvedimenti restrittivi. In atti si rileva solo che il pubblico ministero Giancarlo Armati aveva disposto una sua escussione, ma che all’atto della citazione non era stato rintracciato. Da allora, non fu più toccato dall’inchiesta»

– Gli accertamenti condotti hanno dunque evidenziato diverse singolarità in relazione all’inchiesta sul traffico d’armi del 1977 e alla posizione di Tullio Olivetti: «Un approfondimento sulla figura di Tullio Olivetti dovrebbe consentire di individuare le ragioni che condussero al fallimento della società, di cui era compartecipe, che gestiva il bar di via Fani. La realizzazione dell’attacco alla scorta dell’onorevole Moro presupponeva infatti o che il bar fosse chiuso o che esso, pur avendo cessato le attività, fosse rimasto accessibile, in modo da fornire protezione ai brigatisti e da occultare eventualmente borse e divise. Al contrario di quanto sinora noto, questo elemento intuitivo fu oggetto di valutazione nel corso delle prime indagini sulla strage di via Fani, ma quasi immediatamente abbandonato. Tra la documentazione acquisita è stata infatti individuato una nota del SISMI, trasmessa al Comando generale dell’Arma dei carabinieri pochi giorni dopo il tragico epilogo della vicenda Moro, il 30 maggio 1978. La nota segnalava: “Fonte informativa, da cautelare al massimo, ha richiamato l’attenzione sulla figura di Tullio Olivetti, già proprietario del bar sito in via Mario Fani, esattamente di fronte al luogo dell’eccidio. Il soggetto avrebbe compiuto un’oscura manovra commerciale, caratterizzata da uno strano fallimento che, circa otto mesi fa, comportò la chiusura dell’esercizio. È un fatto, che la preparazione e la consumazione dell’eccidio di via Fani, non sarebbe stata possibile se il bar avesse continuato l’attività; prima perché i terroristi tesero l’agguato spostandosi dietro la siepe di pertinenza del bar, poi perché la preparazione della azione sarebbe stata certamente notata dagli avventori. Olivetti, poi, avrebbe rinunciato ad un esercizio ben avviato, per intraprendere analoga attività, in altra zona di Roma, con guadagni assai inferiori a quelli possibili in via Fani. Per ultimo si rammenta che Olivetti si trovò coinvolto, qualche tempo fa, in un traffico internazionale di armi, facente capo a Luigi Guardigli. Sarebbe stato lui, infatti, a presentare al Guardigli un gruppo di libanesi, acquirenti di armi di contrabbando”. Si osservava in particolare che Olivetti “non risulta svolgere in Roma attività commerciale di alcun genere; è stato coinvolto – in modo marginale, senza che siano emerse responsabilità a suo carico – in un traffico di armi, in relazione al quale sono state tratte in arresto persone a lui legate da vincoli di amicizia e di interesse; negli ambienti da lui frequentati viene considerato elemento di dubbia moralità, capace di commettere reati contro il patrimonio e la fede pubblica; colpito da ordine di carcerazione per conversione di pena pecuniaria, è ricercato in quanto irreperibile da circa un anno; ha precedenti per reati contro le leggi sanitarie, bancarie e commerciali”»

Un riscontro indiretto di un possibile ruolo del bar Olivetti nella dinamica di via Fani è giunto da un documento della Stasi, reso noto da un ricercatore italiano in una rivista scientifica: «Il documento è un riepilogo del sequestro Moro, comparato al sequestro Schleyer, redatto l’8 giugno 1978 dal Dipartimento scorte della Stasi, che si occupava della sicurezza dei politici della Repubblica Democratica tedesca. Il documento cerca di evidenziare i punti di forza dell’azione brigatista, sulla base di “informazioni a disposizione degli organi di polizia e di sicurezza italiani”. Alcune delle informazioni riportate sembrano delineare una buona conoscenza della vicenda; altre, come quella della messa fuori uso della rete telefonica, non sono state provate o appaiono inesatte. Nel documento si afferma che “alcuni degli attentatori si sono trattenuti, prima di entrare in azione, in un bar che dà sull’incrocio”. Gianluca Falanga, che ha pubblicato il documento, è stato audito dalla Commissione e ha affermato che, sebbene non sia possibile, allo stato, individuare la fonte della notizia, questa potrebbe essere pervenuta alla STASI tramite il principale canale attivo in quella fase, ovvero le comunicazioni di polizia che venivano tramesse dalla Polizia italiana alla Polizia tedesco occidentale (BKA), che era fortemente infiltrata da agenti della Stasi. Colpisce in ogni caso la contestualità cronologica del documento con la nota del SISMI che poneva il medesimo problema di un ruolo del bar nell’operazione compiuta dalle Brigate rosse» 

 

L’audizione di Adelmo Saba

 

– Nella seduta del 9 giugno 2016 si è svolta anche l’audizione di Adelmo Saba, che, all’epoca del sequestro Moro, era agente in servizio presso il commissariato di Monte Mario. Fu inoltre uno dei componenti dell’equipaggio che, il 17 marzo 1978, rinvenne in via Licinio Calvo la 128 bianca abbandonata dai brigatisti: «Rispondendo a una domanda del Presidente relativa a precedenti dichiarazioni rese da Saba ai consulenti della Commissione, in cui aveva sottolineato il suo stupore perché il 16 marzo 1978 non era stata svolta la usuale “bonifica” dell’area in cui Moro transitava, Saba ha ricordato che, in quel periodo, egli svolgeva funzioni di vigilanza e protezione di obiettivi sensibili del territorio. Tale attività, come precisato in risposta a quesiti dei commissari, si svolgeva prima che le auto di Moro e della scorta, che transitavano abitualmente in via Fani, percorressero la strada. […] Saba ha poi dichiarato che la mattina del 16 marzo, giorno del suo compleanno, fu messo a riposo, senza alcuna apparente motivazione, né su sua richiesta. Rispondendo a quesiti del Presidente, ha poi aggiunto che il servizio di “bonifica” era svolto da due poliziotti, in abiti civili, che avevano il compito di controllare autovetture e persone sospette nelle immediate vicinanze delle abitazioni delle personalità residenti in zona e in contemporanea all’orario di uscita e di entrata delle stesse. Per quanto attiene alla vicenda del rinvenimento delle auto abbandonate dei brigatisti, Saba ha dichiarato che, intorno alle 3.30 circa del 17 marzo, insieme all’agente Antonio Pinna, rinvenne, in via Licinio Calvo, la Fiat 128 utilizzata dai brigatisti e da loro stessi non notata durante un antecedente passaggio nella stessa strada, avvenuto intorno alle 2. […] L’audito ha anche espresso una serie di valutazioni. Ha affermato che la sparatoria di via Fani dovette implicare la presenza di killer professionisti e una regia politica. Ha affermato che le comunicazioni radio venivano «ascoltate» dai Servizi e che egli stesso fu oggetto d’interesse del SISDE, tanto che il suo dirigente venne informato di un probabile attentato alla sua persona, simulato da incidente stradale, allo scopo di intimidirlo. Ha inoltre ricordato che, nel periodo del sequestro Moro, mentre percorreva via Dandolo, a Roma, e pedinava, per sua personale iniziativa, una Renault 4, condotta, asseritamente, da Anna Laura Braghetti, fu costretto ad abbandonare tale servizio e a far rientro in commissariato, dove un funzionario, con toni energici, lo esentava dal prosieguo dei servizi automontati. In proposito, il Presidente ha osservato che in quel periodo la Braghetti non era ricercata, né erano state diffuse sue fotografie, e che un collega di Saba, il maresciallo Antonio Pugliese, non ha ricordato questo episodio»

 

L’audizione di Paolo Pistolesi

 

– Il 14 settembre 2016 si è svolta l’audizione di Paolo Pistolesi, all’epoca diciannovenne, uno principali testimoni dell’agguato, essendosi trovato, il 16 marzo 1978, all’interno dell’edicola del padre, sita in via Fani, a circa cento metri dall’incrocio tra via Fani e via Stresa: «Le dichiarazioni rese nel corso dell’audizione hanno affrontato molteplici aspetti della ricostruzione della strage di via Fani. Secondo quanto ha riferito Pistolesi, quel giorno egli vide dall’interno dell’edicola transitare le automobili di Aldo Moro e della scorta. Sentì poi alcuni colpi isolati e, successivamente, alcune raffiche di mitra. Direttosi verso le auto, notò due persone: una sul marciapiede sinistro di via Fani, che indossava una uniforme di tipo militare con berretto, con lo sguardo rivolto verso l’incrocio di via Stresa, e un’altra travisata con un sottocasco da motociclista, posizionata nei pressi dello spigolo di un’autovettura Fiat 124 o 128 bianca ferma presso il marciapiede sul lato sinistro di via Fani, subito dietro l’Alfetta di scorta. Questo secondo terrorista, impugnando un mitra, bloccava il transito veicolare e, accortosi della presenza di Pistolesi, gli puntò contro la canna del mitra, accennandogli di allontanarsi da quel punto della strada. Pistolesi trovò allora riparo dietro un’auto e si rialzò solo dopo aver sentito alcune autovetture partire in fretta. […] Ha inoltre ribadito di aver udito prima due colpi isolati e poi delle raffiche di mitra prima che le auto frenassero e di non aver visto alcuna moto, né di aver sentito rumore di elicottero»

 

L’audizione di Sergio Criscuoli

 

L’audizione di Sergio Criscuoli, all’epoca cronista de «l’Unità», che tra gli anni Settanta e Ottanta ha seguito il caso Moro e altri episodi di terrorismo: «Ulteriori domande hanno riguardato gli ingrandimenti fotografici che sarebbero stati realizzati dalla Polizia a partire dalle foto fatte da una persona abitante via Fani, dei quali Criscuoli riferì in un suo articolo comparso su “l’Unità” il 19 marzo del 1978. Sul punto, Criscuoli ha affermato che le gigantografie facevano riferimento a foto scattate immediatamente dopo l’agguato, ma che non le vide mai materialmente: “Fu raccontato che esistevano queste immagini, scattate immediatamente dopo l’agguato, che erano interessanti proprio perché, anche se i rapitori erano già andati via, però segnalavano tutte le presenze sul posto”. Ha inoltre aggiunto che “ci dissero, come una cosa di un certo rilievo, che esisteva questa immagine scattata subito dopo, che ne era stato fatto un ingrandimento e che – per quello che, almeno, io sentii dire alla DIGOS – erano stati cerchiati con un pennarello alcuni volti. Credo di ricordare che questo si riferiva, nel racconto della DIGOS, a un rullino che aveva il dottor Infelisi”. Sollecitato sul tema, Criscuoli ha poi aggiunto che la cosa fu poi lasciata cadere e che, di fronte alla negazione del magistrato Infelisi di avere quel rullino, egli pensò che la notizia delle gigantografie fosse stata usata per rassicurare la pubblica opinione. Criscuoli ha affrontato poi la questione della trasmissione di Radio Città Futura e delle presunte segnalazioni pervenute da Renzo Rossellini sull’attentato di via Fani. In proposito si è limitato a segnalare che Rossellini veniva inquadrato come una persona che aveva rapporti con l’Autonomia, da una parte, e dall’altra con il Partito socialista e che è estremamente plausibile che abbia avuto rapporti anche con la Questura. Alla richiesta di precisare se nell’immediatezza del sequestro circolava negli ambienti giornalistici la notizia che Radio Città Futura avesse dato in anticipo l’annuncio del rapimento, Criscuoli ha confermato di averne sentito parlare negli ambienti giornalistici e nei corridoi del Palazzo di Giustizia. Successivamente, il Presidente ha chiesto a Criscuoli se avesse avuto notizie, al tempo, in merito all’ipotesi che Moro fosse trattenuto, almeno in una prima fase, in zona Balduina e l’audito ha confermato che circolava questa idea intrecciata con l’ipotesi che si potesse trattare di un area extraterritoriale come un’ambasciata; a richiesta del Presidente e del senatore Fornaro, Criscuoli ha anche ricordato di aver formulato, tra le altre, anche l’ipotesi che Moro potesse trovarsi nell’edificio in cui risiedeva monsignor Marcinkus in via della Nocetta: “Ci siamo chiesti se non potesse essere anche quella una zona extraterritoriale, non necessariamente quella un di Paese dell’Est. Perché non una cosa del Vaticano?”. Ma, secondo Criscuoli, “era un cane che si mordeva la coda”, perché bastava che uno sentisse una voce e che chiedesse alla DIGOS se era vera e quella voce “cominciava a girare negli ambienti anche giudiziari”»

 

L’audizione di Claudio Signorile

 

–  Audizione di Claudio Signorile, vicesegretario del Partito socialista all’epoca del sequestro dell’onorevole Moro: «Signorile ha anche esposto delle valutazioni più generali sul sequestro Moro, sottolineando la presenza di “terzi interessi” e affermando che nel contesto internazionale dell’epoca “non è pensabile che una realtà difficile come quella italiana […] non sia intersecata dalle attività dei Servizi dei grandi schieramenti”. Ha anche indicato come, sul versante degli Stati Uniti d’America, vi fossero tra le varie agenzie governative posizioni diverse riguardo agli sviluppi allora in corso nel quadro politico italiano. Ha quindi esposto la sua convinzione che il sequestro Moro in una prima fase sia stata un’operazione delle BR sostenuta anche da Servizi stranieri, in una seconda fase sia stato dominato da confusione e incertezza e in una terza e ultima fase “l’aspetto politico viene tolto di mezzo” e l’uccisione di Moro forse fu decisa indipendentemente dalle trattative in corso. Secondo Signorile infatti non è possibile che i brigatisti non abbiamo compreso che la dichiarazione del senatore Bartolomei, pochissimi giorni prima dell’assassinio di Moro, era stata fatta su indicazione di Fanfani, poiché il significato di quella dichiarazione era stato loro spiegato. La conclusione, per l’audito, è dunque che i brigatisti non erano più “in grado di essere interlocutori finali”. In particolare, Signorile ha affermato che, a suo avviso, Moretti era “una figura di secondo piano nella struttura decisionale” e che nella fase finale del sequestro sono intervenuti “Servizi organizzati che non sono ufficiali, che sono segmenti ma rappresentano un interesse fondamentale”, che tendeva al “mantenimento dello stato di cose precedente” e quindi a far sì che in Italia “non dovesse muoversi niente”. In quest’ottica, Signorile ha affermato di ritenere che la morte di Moro fosse funzionale non a una strategia politica delle BR, ma a interessi diversi che contrastavano la politica di unità nazionale. In una fase successiva dell’audizione Signorile ha precisato al riguardo che le BR certamente non erano un’emanazione dei Servizi dell’Europa orientale, ma avevano un rapporto molto forte con alcuni loro segmenti. […] Signorile ha anche detto di ritenere che la criminalità organizzata non abbia avuto un ruolo nella vicenda Moro e di ritenere che il ruolo di Hypérion sia stato sopravvalutato.[…] In risposta a una domanda del Presidente, Signorile ha poi riferito un episodio che gli diede, all’epoca, la certezza di essere seguito dalle forze di polizia; riguardo alla circostanza che il suo telefono fosse sotto controllo, ha ricordato che fu Cossiga a informarlo di ciò. Ha aggiunto che, a suo parere, Piperno non fu pedinato perché non si intendeva trovare la prigione di Moro. […] L’ipotesi formulata da Signorile è che o la notizia di un imminente intervento di Fanfani trapelò e provocò la decisione di uccidere Moro prima che Fanfani parlasse, oppure che la decisione di uccidere Moro era già stata presa e nulla poteva modificarla. […] Signorile ha poi espresso l’opinione che Steve Pieczenik fosse una figura molto modesta e che il suo ruolo sia stato grandemente sopravvalutato. […] Secondo Signorile, durante il sequestro Moro il Governo compì “consapevoli azioni di depistaggio […] che hanno avuto come effetto quello di impedire, o comunque di non consentire, che le cose si sviluppassero come avrebbero potuto”. A suo avviso il Governo omise anche di compiere atti che sarebbero stati doverosi, come ad esempio agire attraverso infiltrati, e il PSI prese le distanze dalla linea del Governo proprio perché ne criticava l’inerzia»

 

L’audizione di Pietro Calogero (caso Hyperion)

 

Audizione di Pietro Calogero, che, alla fine degli anni Settanta, quando era sostituto procuratore presso il tribunale di Padova, si occupò della cosiddetta «inchiesta 7 aprile», riguardante esponenti di Autonomia Operaia, e in quel contesto svolse anche indagini sul centro di lingue Hypérion: «Nell’introdurre l’oggetto dell’audizione, il Presidente ha ricordato precedenti affermazioni, rese in sede pubblicistica, da Calogero, che esprimevano il sospetto che Hypérion potesse essere un punto di riferimento anche per uomini delle BR e di Autonomia e la convinzione che si trattasse di una struttura di un servizio di informazione di carattere internazionale, con compiti di supervisione e di controllo su gruppi che praticavano la lotta armata. In tale contesto, Calogero aveva anche espresso l’opinione che l’intelligence statunitense, tramite le diverse sedi dell’Hypérion, potesse esercitare un controllo su aspetti del terrorismo di sinistra in Italia e rimodulare la propria politica di contenimento dell’avanzata del PCI. Nelle sue risposte Calogero si è soffermato sulle missioni di De Sena a Parigi e a Bruxelles – che portarono a individuare l’esistenza di una quarta sede della scuola di lingue Hypérion a Londra – e alla missione di Luigi De Sena e Ansoino Andreassi a Londra. Ha tuttavia segnalato di non aver conservato l’informativa in cui De Sena sintetizzava gli esiti delle indagini fatte presso l’Hypérion di Parigi, a Bruxelles e a Londra, spiegando che quando trasmise a Roma la parte più corposa del processo “7 aprile”, trasmise l’informativa perché poteva costituire la base per ulteriori approfondimenti istruttori. Per quanto attiene ai contenuti dell’informativa, Calogero ha ricordato che dalle intercettazioni compiute dai funzionari dei Renseignements généraux non emerse alcun collegamento tra la scuola Hypérion di Parigi e alcuni personaggi sospettati di poter avere contatti con essa. Né emerse nulla su eventuali contatti con persone indagate nell’area del terrorismo rosso e dell’Autonomia organizzata. Dalle stesse intercettazioni emerse però che alcune utenze dell’Hypérion parigino comunicavano con un’utenza in Normandia, che – secondo quanto ha riferito Calogero – risultò essere una villa, nei pressi di Rouen, protetta da un triplice anello concentrico di sensori molto sofisticati. Ha ricordato che gli operanti francesi furono i primi a sospettare che quella fosse la sede di un servizio straniero in collegamento con l’attività di informazione di una struttura che si muoveva sotto l’influenza della CIA. Calogero ha poi trattato della missione a Londra, in occasione della quale De Sena associò alle indagini anche Andreassi, all’epoca dirigente dell’Ufficio politico della DIGOS di Roma. Ha affermato che la missione fu interrotta dopo che la camera d’albergo di De Sena venne messa a soqquadro, il che fu interpretato come una manifestazione di una volontà di non collaborazione da parte della polizia londinese. A proposito della difficoltà a condurre le indagini sulla Hypérion, Calogero ha anche richiamato un articolo pubblicato sul “Corriere della Sera” il 24 aprile 1979, a firma di Paolo Graldi, dal titolo ‘Secondo i servizi segreti era a Parigi il quartier generale delle Brigate rosse’, nel quale il giornalista aveva dichiarato di riferire notizie apprese da una fonte del SISDE. Secondo Calogero, la fuga di notizie relative alle indagini che De Sena stava compiendo irritò fortemente gli investigatori francesi e contribuì a impedire la prosecuzione delle indagini. […] Ha riferito che con De Sena avevano ipotizzato che la struttura superprotetta del servizio di informazione di Rouen, coperta sotto l’insegna della scuola di lingue, gravitasse nell’orbita della CIA, sulla base della riflessione che le sedi di Hypérion potevano garantire una presenza in tre delle principali capitali europee allo scopo di monitorare il terrorismo e, all’occorrenza, porre in atto gli interventi che la politica di sicurezza perseguita dagli Stati Uniti poteva suggerire. Calogero ha anche riferito sull’incontro, avvenuto nel giugno 1979, con un funzionario del SISMI, l’allora colonnello Pasquale Notarnicola, responsabile dell’Ufficio D, struttura fondamentale in materia di eversione e terrorismo. In particolare, ha riferito che Notarnicola – accompagnato dal suo collaboratore Bottallo e da un altro suo collaboratore dell’Ufficio D – si presentò come “la parte lealista del servizio” e affermò che anche dalle sue acquisizioni risultava che Autonomia Operaia e Brigate rosse operavano da anni all’interno di una medesima strategia di lotta armata allo Stato, il “partito armato” che accomunava nello stesso disegno eversivo due organizzazioni che sembravano in apparenza indipendenti. Calogero ha inoltre riferito di aver consultato documenti, presentategli dal colonnello Notarnicola, contenenti informazioni che risalivano al 1974: attraverso resoconti di informatori infiltrati dal Servizio, vi si raccontava di incontri frequenti fra Negri e Curcio e della collaborazione fra le loro organizzazioni. In proposito, egli ha ricordato di aver formulato la riflessione che tali informazioni avrebbero potuto – se consegnate alla polizia e all’autorità giudiziaria fin dal 1974 – agevolare l’azione di contrasto al terrorismo e favorire un esito differente delle indagini, in particolare quelle su Negri. […] Rispondendo a una domanda del senatore Federico Fornaro, Calogero ha specificato che – secondo quanto riferito dal colonnello Notarnicola – il Servizio aveva la mappa di tutti i programmi e delle azioni specifiche dei principali gruppi eversivi e terroristici e disponeva di informatori infiltrati nei principali gruppi, sia di destra sia di sinistra. Per quanto riguarda le sedi italiane di Hypérion ha ricordato le sedi di viale Angelico e di via Nicotera, a Roma. Infine, rispondendo al deputato Marco Carra, Calogero ha evidenziato la divergenza politica sorta fra Curcio e Negri, in quanto Negri voleva superare la fase degli attentati e concentrarsi sulla lotta contro il compromesso storico e contro la DC. A tale proposito ha ricordato anche che nella prima risoluzione delle Brigate rosse, apparsa nell’aprile del 1975, quando Curcio era in carcere, la DC appare come obiettivo strategico e ha sottolineato che nelle risoluzioni dal 1975 in avanti vi è una evidente progressione verso l’obiettivo Moro»

 

Br, Raf e Stasi

 

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– Il 20 luglio 2016 si è svolta l’audizione di Gianluca Falanga, deliberata nell’ambito del filone di indagine relativo ai rapporti tra BR e RAF. Falanga ha dedicato diversi contributi alla storia della Repubblica Democratica Tedesca e dei suoi servizi di sicurezza, e le sue ricerche – che si basano sulla consultazione di documentazione sopravvissuta alla distruzione degli archivi della Stasi – hanno evidenziato l’attenzione con cui la Stasi guardava agli affari interni italiani: «L’audito ha innanzi tutto segnalato che la Stasi lavorava sulla base di direttive molto stringenti del Partito e ha riferito che il tentativo di ingaggiare come informatrice la moglie del brigatista Piero Morlacchi, fra il 1979 e il 1980, non ebbe seguito proprio a causa del timore politico che – nel caso la vicenda fosse venuta alla luce – ne risultasse lesa l’immagine internazionale della Germania orientale. Falanga ha riferito inoltre che la documentazione archivistica della Stasi sulla vicenda Moro si concentra soprattutto sul periodo dal 1979 al 1989, mentre non si riscontrano tra la documentazione superstite riferimenti anteriori; tuttavia la documentazione è molto consistente per tematiche affini, come quella dei collegamenti internazionali dei movimenti palestinesi. Ha inoltre evocato l’“operazione Roma”, come venne denominata un’operazione di controllo e di verifica dell’accesso in Germania Est di cittadini italiani, avviata immediatamente dopo la morte di Moro, perché erano state raccolte informazioni sulla circolazione di terroristi italiani, collegate anche all’inchiesta che faceva il PCI rispetto a voci sull’addestramento di brigatisti in Cecoslovacchia. Ha ricordato che dopo il sequestro e l’assassinio di Moro la Stasi intensificò il monitoraggio dell’eversione, di cui è testimonianza la schedatura dei terroristi, e ha sottolineato l’importanza dei cosiddetti IMB (Informeller Mitarbeiter), collaboratori esterni non ufficiali della Stasi e dei KP (Kontaktperson), informatori inconsapevoli che la Stasi contattava spacciandosi per un altro servizio segreto. Nel fare riferimento all’esposizione riepilogativa del sequestro Moro comparato al sequestro Schleyer, redatta l’8 giugno 1978 dalla Stasi e resa nota dall’audito nel 2014, il Presidente ha sottolineato che vi sono contenute indicazioni che appaiono non adeguatamente approfondite: in particolare per quanto riguarda il numero delle persone che avrebbero contribuito all’agguato di via Fani (almeno quaranta) e il bar in cui alcuni degli attentatori si sarebbero trattenuti, prima di entrare in azione. Falanga ha riferito che la Germania occidentale, presumendo e conoscendo in alcuni casi la frequentazione fra la RAF e alcuni elementi delle BR, quando è stato rapito Moro ha proposto una collaborazione alla polizia italiana, che accettò. Funzionari del BKA (Bundeskriminalamt) installarono al Ministero dell’interno una base di indagine e di scambio di informazioni. Rispetto all’attività di tale task force, Falanga ritiene esistano dei rapporti di valutazione presso il Bundesarchiv. Ha inoltre richiamato l’attenzione sulla collaborazione con i palestinesi, basata sullo scambio sistematico di informazioni, grazie al quale la Stasi ebbe notizia del lodo Moro e seppe del traffico di armi che passavano dall’Italia. […] Ha inoltre riferito che nel 1990, dopo la caduta del muro, si è scoperto che dieci terroristi della RAF si erano nascosti nella Germania dell’Est: tre di questi hanno raccontato che Moretti si recava a trovarli a Parigi nell’estate 1978 per discutere di una possibile alleanza militare, idea che fu poi abbandonata da Moretti nell’agosto del 1979. Fra i terroristi tedeschi e le BR esisteva – secondo Falanga – una frequentazione precedente cui Moretti subentrò. Nel 1979 la Stasi aveva reclutato Brigitte Heinrich, che il 16 febbraio 1983 raccontò al maggiore Voigt, della Stasi, che c’era una donna che faceva da interprete tra la RAF e le BR, precedentemente al 1979. Inoltre – secondo quanto riferito da Falanga – i terroristi tedeschi hanno affermato che Moretti propose alla RAF nel 1979-1980 un’operazione per vendicare i compagni arrestati e uccisi, operazione che malgrado sia stata organizzata, fu poi abbandonata. Obiettivo di Moretti era quello di integrare la RAF nella strategia brigatista: al riguardo Falanga ricorda che Moretti riteneva che le BR dovessero avere un ruolo egemonico nei rapporti con la RAF, in quanto si consideravano un’organizzazione politicamente più forte»

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– La RAF e i rapporti con il terrorismo tedesco: «In questa seconda fase dei lavori si è cercato di sviluppare, attraverso specifiche deleghe a collaboratori della Commissione, quella serie di elementi logico – fattuali che depongono, almeno a livello di ipotesi, per un coinvolgimento operativo, dell’organizzazione terroristica tedesca RAF (Rote Armee Fraktion) nella vicenda del sequestro e della morte di Aldo Moro. Tale partecipazione, sia in ambito investigativo sia nella copiosa narrativa e nel giornalismo d’inchiesta, è stata sempre ipotizzata come altamente probabile. Al fine di comprendere meglio il tenore degli incontri tra appartenenti alle BR e alla RAF, che atti processuali (ordinanza – sentenza di rinvio a giudizio del giudice istruttore Ferdinando Imposimato del 12 gennaio 1982) danno per avvenuti a Milano in epoca antecedente al sequestro Moro, si sono svolte attività finalizzate ad individuare la donna, ovvero le donne che fungevano da interpreti in occasione di tali incontri. La Commissione, tramite suoi collaboratori, il 17 novembre 2015 ha escusso Vito Messana, che negli anni ’70 faceva parte di un movimento terrorista denominato Azione Rivoluzionaria che si ispirava al terrorismo tedesco (“Movimento 2 giugno”). Messana, pur non appartenendo direttamente alle Brigate rosse, è uno dei terroristi che, all’epoca del sequestro Moro, erano detenuti e per i quali, era stata richiesta, dalle stesse Brigate rosse, la liberazione. Messana ha dichiarato di non essere a conoscenza “di fatti specifici o comunque di una diretta partecipazione” di gruppi tedeschi al sequestro Moro. Ha però riferito che, nel corso della sua detenzione presso le carceri di Nuoro e di Bergamo, nei primi anni ’80, aveva stretto rapporti, prima epistolari e poi di conoscenza personale, con Johanna Gabriele Hartwig, originaria di Norimberga, detenuta nelle carceri italiane in quanto appartenente ad Azione Rivoluzionaria, che in seguito sposò. La Hartwig gli riferì di essersi trovata in carcere insieme a Inge Kitzler, anche lei tedesca e brigatista, moglie del brigatista Andrea Coi, di origine sarda, e che la stessa Kitzler fece da interprete in un incontro, avvenuto a Milano nei primi mesi del 1976, tra i vertici delle Brigate rosse ed i vertici della RAF tedesca. Messana ha inoltre riferito di altri incontri operativi successivi al sequestro Moro, che, secondo quanto raccontatogli da Moretti, non avevano prodotto “alcuna intesa operativa a causa della differenza di mentalità e di prospettiva, essendo le BR proiettate più sul mondo operaio, mentre la RAF sul cosiddetto terzo mondo”. Gli episodi raccontati da Messana sono stati evidenziati anche nell’audizione di Gianluca Falanga. Sulla base della documentazione consultata presso gli archivi della Stasi, Falanga ha sottolineato che nel 1983 Brigitte Heinrich, un’estremista tedesca reclutata dalla Stasi che aveva vissuto diversi anni in Italia, soprattutto a Milano, dove aveva avuto una serie di frequentazioni in aree prossime al brigatismo, raccontò al maggiore Voigt della Stasi che una donna, il cui nome è stato obliterato negli atti, faceva da interprete fra la RAF e le BR, in un periodo anteriore al 1979. Tale non identificata donna non si identificherebbe con Ingeborg Kitzler, ma sarebbe la persona che la sostituì nella funzione di interprete. Allo scopo di meglio precisare questi elementi, in data 23 luglio 2016 la Commissione, tramite suoi collaboratori, ha escusso a sommarie informazioni Andrea Coi e Ingeborg Kitzler, sua compagna. Coi ha confermato l’episodio del fatto che la sua compagna fu utilizzata come interprete in un incontro tra militanti italiani e della RAF, su richiesta di Raffaele Fiore. La Kitzler ha confermato l’episodio, ricordando di essere andata in treno a Milano e di aver incontrato poche persone di nazionalità italiana e tedesca ma senza essere in grado di fornire altre precisazioni. Comunque si tratta di dichiarazioni probabilmente molto limitative dei rapporti tra le due organizzazioni RAF e BR in quanto sia Andrea Coi, elemento di spicco della colonna torinese scarcerato dopo quasi trent’anni di detenzione sia la moglie hanno offerto la netta percezione di soggetti non completamente distaccati dall’ideologia che li ha portati alla loro militanza e poco disponibili quindi a ricostruire pienamente la storia e i rapporti intrattenuti dalle Brigate rosse Sul punto è stato escusso a sommarie informazioni anche Patrizio Peci, il 29 ottobre 2016. Peci ha ricordato lo stesso episodio dell’incontro milanese in questi termini: “L’unica circostanza che posso riferire è legata alla necessità di disporre di un interprete in occasione di una riunione che doveva tenersi a Milano tra elementi della RAF, la cui identità non conosco, e Lauro Azzolini. Fu scelta per questo incarico la compagna di Andrea Coi, un militante della colonna torinese, di nome Ingeborg, tedesca e giunta da poco tempo in Italia. La donna andò effettivamente a Milano, ma l’esito dell’incarico che le fu affidato fu infelice. Parlando non molto bene l’italiano traduceva a stento e a un certo punto Azzolini si accorse che non rendeva affatto il senso dei concetti che egli voleva esporre ai tedeschi”. Per quanto concerne tali dichiarazioni, si segnala che Peci, con riferimento alla questione del secondo interprete che avrebbe sostituito la Kitzler, ha riferito di non essere a conoscenza della circostanza, mentre all’epoca del suo pentimento, sentito il 2 aprile 1980 dalla magistratura, aveva dichiarato di essere a conoscenza che si trattava di una donna che sarebbe stata arrestata a Milano. È stato anche acquisito un memorandum redatto nel 1980 dal KGB sul terrorismo italiano pubblicato, con un commento dello studioso Fernando Orlandi, dal CSSEO – Centro Studi sulla Storia dell’Europa Orientale con sede a Levico. Tale memorandum fa parte di un corpo di documenti provenienti dai Servizi di sicurezza bulgari resi pubblici da una Commissione di divulgazione istituita in Bulgaria dopo il cambio di regime del 1990. Il memorandum, che è tra i non molti documenti non distrutti, è stato sicuramente ottenuto nell’ambito degli scambi informativi tra i Servizi di sicurezza bulgari e il KGB ed è uno dei rarissimi documenti divenuto accessibile elaborato dal KGB sul terrorismo italiano. Nel documento, che contiene una ricostruzione delle varie tappe del terrorismo brigatista in Italia, si afferma che a partire dal 1979 il terrorismo italiano “ha superato le frontiere nazionali” e che nell’ultimo periodo si è avuta notizia di “incontri che hanno avuto luogo fra rappresentanti delle organizzazioni terroriste di diversi paesi del mondo ai quale hanno partecipato anche gli italiani”. In particolare, per il caso Moro si è stabilito che alla preparazione del piano per il sequestro hanno partecipato membri del gruppo terrorista della Germania occidentale Baader-Meinhof mentre altri legami sarebbero stati attivati con l’organizzazione palestinese FPLP e con terroristi francesi. Il ragionamento portante del documento esprime la valutazione che i Servizi segreti italiani sarebbero riusciti a penetrare all’interno dell’organizzazioni terroriste e ad orientarne l’evoluzione e, dopo aver ottenuto informazioni sui crimini in preparazione, avrebbero reagito soltanto contro quelli che non rientravano nei loro piani politici, creando in tal modo le condizioni per l’attività di alcuni gruppi a loro utili o al contrario soffocandone altri. In questa “riconversione” dell’azione dei terroristi “direttamente o indirettamente” i Servizi segreti sarebbero stati “coinvolti e portano la responsabilità per l’uccisione di Aldo Moro”. Tutto ciò in un quadro orientato contro gli interessi del PCI al quale comunque non vengono risparmiate critiche. Tale conclusione potrà essere approfondita anche nella rogatoria di cui tra poco si dirà. Nel complesso le attività investigative svolte confermano l’esistenza di contatti tra le Brigate rosse e la RAF fin da epoca precedente al sequestro Moro. È ragionevole ritenere che la natura di tali contatti non sia stata di carattere esclusivamente politico, ma abbia attinto anche il livello logistico – operativo. Tale profilo potrà essere meglio approfondito attraverso ulteriori, specifiche attività investigative Allo scopo di realizzare ulteriori approfondimenti, nel mese di maggio 2016, collaboratori della Commissione si sono recati in missione in Germania, così da approfondire il tema dei legami logistico – operativi tra le Brigate rosse italiane e la RAF. All’esito di un confronto operativo con magistrati del Bundesgerichtshof, si è convenuto di avviare una specifica richiesta di assistenza giudiziaria, finalizzata all’effettuazione di una serie di attività investigative, quali, sinteticamente: l’identificazione e escussione della persona che per un certo periodo di tempo ha svolto in Italia il ruolo di interprete negli incontri tra la RAF e le BR; l’escussione del terrorista tedesco che – secondo diverse informative dell’Arma dei carabinieri – si incontrò con Gallinari a Roma alla fine del 1977, nonché di una serie di altri terroristi tedeschi che risultano presenti in Italia nel 1977-1979; l’escussione di alcuni ufficiali della Stasi, che gestirono infiltrati. Parallelamente a tale attività saranno compiuti ulteriori approfondimenti – anche tramite assistenza giudiziaria – in relazione a tematiche già emerse nella prima Relazione sull’attività svolta, tra le quali quella dell’avvistamento, da parte del quindicenne Roberto Lauricella, di due autoveicoli con targa tedesca – con a bordo rispettivamente due e cinque persone, di cui una armata – avvenuto nel pomeriggio del 21 marzo 1978 a Viterbo»

 

Le indagini su un ipotetico covo Br in zona Balduina

 

La Commissione ha indagato con particolare impegno sulla tematica della presenza di un possibile covo brigatista nell’area della Balduina: «Questa tematica si pone in stretta continuità con quanto già esposto nella precedente relazione relativamente alla dinamica dell’agguato di via Fani e all’abbandono delle auto dei brigatisti in via Licinio Calvo. Poiché l’indagine è ancora in corso, si dà conto solo di una parte degli elementi acquisiti. Tuttavia, dalle attività di indagine realizzate che saranno esposte emergono alcune risultanze che sembrano evidenziare l’esistenza in quell’area di un sito frequentato da esponenti di aree vicine alle Brigate rosse, che potrebbe aver avuto una funzione specifica, almeno nella prima fase del sequestro. È stato […] possibile dare sostanza a un’ipotesi, da tempo sostenuta da varie fonti, sulla presenza di una base brigatista non lontana da via Fani, ipotesi che muove dagli elementi di inverosimiglianza del racconto della fuga dei brigatisti da via Fani presenti “Memoriale Morucci” e nelle dichiarazioni rese dagli stessi brigatisti in sede giudiziaria e pubblicistica, nonché da un confronto comparativo tra il sequestro Moro e il sequestro Schleyer, nel quale fu utilizzato un garage prossimo al luogo dell’attentato»

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L’ipotesi che Moro fosse stato trattenuto, per un periodo più o meno lungo, nella zona della Balduina fu più volte avanzata: «Il 6 ottobre 1981, Emanuele De Francesco, questore di Roma all’epoca del sequestro Moro e in seguito prefetto e direttore del SISDE, affermò in audizione alla prima Commissione Moro che il Presidente Moro poté essere “tenuto in sequestro in due o più luoghi diversi, il primo dei quali, forse anche avente carattere di extraterritorialità, in località non distante da via Fani”. Il generale Giuseppe Santovito, direttore del SISMI, venne analogamente sentito sul punto nell’audizione del 1 luglio 1980, presso la prima Commissione Moro. Rispondendo a una domanda dell’onorevole Paolo Cabras, affermò, quasi incidentalmente: “Sono più dell’avviso che il Presidente non si sia allontanato più di un chilometro da via Fani”. Aggiunse poi che lo statista sarebbe rimasto in questo posto per la prima fase della prigionia, specificando: “Questa è una notizia della Guardia di finanza”, con possibile allusione alla fonte della Guardia di finanza attiva nel periodo del sequestro. A queste considerazioni, che hanno particolare rilievo perché provenienti da operanti, si può aggiungere anche una serie di indicazioni emerse in sede pubblicistica. Oltre al noto racconto-inchiesta di Pietro Di Donato “Christ in plastic”, si ricorda che nel fumetto comparso su “Metropoli” nel giugno 1979, una didascalia riporta: “Nella stanza interna di un garage del quartiere Prati comincia l’interrogatorio di Aldo Moro”. Anche il noto articolo di Mino Pecorelli “Vergogna, buffoni!”, pubblicato su “OP” nel numero del 16 gennaio 1979, evocava il “garage compiacente che ha ospitato le macchine servite all’operazione”. Un più tardivo richiamo è pure presente nell’intervista rilasciata a Giancarlo Feliziani da Licio Gelli nel 2011 e andata in onda su “La 7” nella serata del 18 dicembre 2015. In questo caso, Gelli affermò che, dopo l’azione di via Fani, l’onorevole Moro venne portato a 100-150 metri di distanza e messo in un garage “di quelli che vanno sottoterra”, spostandolo poi dopo una decina di giorni»

– «Sulla base degli elementi sommariamente esposti, si è dunque formulata un’ipotesi di lavoro che ha condotto a compiere indagini su due palazzine di via Massimi, che presentano diverse caratteristiche abitative compatibili con un uso nell’ambito del sequestro Moro. […] In estrema sintesi si segnala che le palazzine in questione, di proprietà IOR, registrano una serie di presenze significativamente legate all’area politico-ideologica in cui è maturato il sequestro dell’onorevole Moro, tra le quali quella di un soggetto straniero, la cui presenza è confermata da più testimoni; quella di un esponente dell’Autonomia Operaia romana anche nel periodo del sequestro Moro; quella di almeno un militante regolare delle Brigate rosse, con disponibilità di regolare accesso in periodo successivo al sequestro. Tali presenze risultano peraltro insediate, con modalità che sono in corso di accertamento, in una realtà profondamente diversa in quanto il condominio era abitato, in ragione della sua proprietà, oltre che da privati, da prelati, ed era sede di società ester

Il «Nazimaoismo» e l’effimera utopia di un fronte comune antiborghese

«Un fenomeno curioso, meritevole di essere esaminato, è la suggestione che esercita il “maoismo” su alcuni ambienti europei, in quanto non si tratta soltanto di gruppi di dichiarata professione marxista. In Italia si possono perfino menzionare certi ambienti che rivendicano una esperienza “legionaria” e un orientamento “fascista”, pur opponendosi al Movimento Sociale in quanto lo ritengono non “rivoluzionario”, imborghesito, burocratizzato, irretito dall’atlantismo. Anche costoro parlano di Mao come di un esempio». [1]

Con queste parole, il filosofo Julius Evola introduce al suo articolo apparso sul settimanale Il Borghese del 18 luglio 1968. L’anziano esoterista, ormai punto di riferimento culturale per le nuove generazioni della destra italiana, mette in guardia i lettori da bizzarre seduzioni ideologiche che sembrano imperversare in alcuni ambienti d’ispirazione rivoluzionaria in seno all’area neofascista. Un recente fenomeno questo, che ha incuriosito l’autore di «Rivolta contro il mondo moderno» al punto da indurlo ad esaminare il «Libretto rosso» al fine di rintracciare, in un’ottica tradizionale, elementi degni di considerazione. Il responso, tuttavia, è negativo e il suo articolo «L’infatuazione maoista» boccia senza remore i propositi di quei camerati più originali che guardano con interesse alla Cina di Mao. Del resto, da parte dell’aristocratico portavoce della Tradizione, ossia colui che nega tutto ciò che direttamente o indirettamente deriva dalla Rivoluzione francese (per lui declino di civiltà che ha per estrema conseguenza proprio il bolscevismo) una simile presa di posizione era più che prevedibile.

Ma chi sono questi «fascisti rossi» che avrebbero l’ardire di conciliare opposti estremismi in un periodo storico nel quale infervora lo scontro politico? E su quali basi costoro intenderebbero proporre tale alleanza? Sono forse sufficienti le comuni istanze anticapitaliste, antiborghesi, antisioniste e antiamericane? Per qualcuno evidentemente sì. Di cosa si tratta precisamente?

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«Nazimaoismo» è in realtà un termine coniato dalla stampa tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta per designare una nuova posizione militante formatasi all’interno di un contesto, quello universitario, caratterizzato da grandi fermenti ideologici e da una generale volontà di cambiamento. Per rintracciare la genesi di tale fenomeno bisogna infatti osservare il clima studentesco della contestazione e in particolare l’attività di un movimento politico denominato «Primula Goliardica», attivo nell’area della destra extraparlamentare a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta. Tale gruppo partecipa alle occupazioni delle facoltà universitarie e nel marzo del ‘68 è presente al fianco degli studenti di estrema sinistra negli scontri di Valle Giulia contro la polizia. Il movimento però ha vita breve e nel 1969 buona parte di esso confluisce nella nascente OLP (Organizzazione Lotta di Popolo), una delle realtà più originali e controverse della scena politica extraparlamentare di quegli anni.

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Lotta di Popolo nasce ufficialmente il 1° maggio del 1969 presso la Casa dello Studente di Roma. [2] Tra i fondatori figurano ex militanti di PG come Ugo Gaudenzi ed Enzo Maria Dantini, ma nel nuovo schieramento politico giungono presto personaggi reduci da esperienze diverse provenienti sia dall’estrema sinistra che dall’estrema destra. Il movimento ha grande interesse per la situazione internazionale e nello scenario geopolitico mondiale il punto di riferimento è rappresentato dalla Cina di Mao. Sul tema del conflitto arabo-israeliano i militanti di OLP sostengono Arafat (da cui deriva anche la scelta della sigla che richiama volutamente la Palestina) e si schierano, ovviamente, dalla parte dei Vietcong nella guerra contro l’imperialismo USA.

Come altre realtà politiche di quegli anni, anche Lotta di Popolo stampa un giornale omonimo che mette nero su bianco le idee del movimento. Sovranità nazionale, Europa dei popoli, anti-sovietismo e anti-americanismo, lotta al potere economico borghese ed ecologismo sono alcuni dei temi fondamentali. Roma e Napoli si rivelano le roccaforti principali del movimento ma attorno ai «nazi-mao» aleggia un po’ ovunque un ostile clima di diffidenza che col passare del tempo si fa insostenibile. A Roma nei primi anni ’70 si verificano più volte dei violenti tafferugli tra militanti di Lotta di Popolo ed esponenti del Movimento Studentesco o di altri schieramenti dell’estrema sinistra extraparlamentare. Le varie formazioni comuniste dichiarano guerra totale ai fascisti senza se e senza ma e in determinati ambienti la psicosi degli «infiltrati» e dei «provocatori mascherati» innesca un clima di tensione che si fa sempre più pesante per gli appartenenti a Lotta di Popolo.

Non bisogna infatti dimenticare che anche prima della nascita di OLP, episodi che in tanti avevano già interpretato come «chiari esempi di infiltrazione» o «di provocazione» si erano verificati in più occasioni, basti pensare ad esempio al noto caso dei «Manifesti cinesi» del 1966 o alla presenza di agenti in borghese e militanti di estrema destra riscontrata all’interno di circoli anarchici e comunisti. Alla luce di simili accadimenti risulta facilmente comprensibile una certa difficoltà da parte dei militanti di sinistra nell’accettare alleanze così «audaci» e potenzialmente rischiose. D’altro canto non va neppure ignorata la buona fede di quanti hanno realmente creduto nel «fronte comune» anche con una certa lungimiranza da parte di chi, già sul finire degli anni Sessanta, considerava lo scontro tra «rossi e neri» come una trappola di regime che avrebbe fatto esclusivamente il gioco delle plutocrazie dominanti, consolidando quel potere centrale filo-atlantista che rappresenta di fatto l’autentico nemico di entrambe le fazioni.

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Il 1973 segna la fine dell’esperienza dell’Organizzazione Lotta di Popolo. Stremati dalla forte conflittualità, dall’enorme diffidenza e dal conseguente isolamento che ha preso piede attorno al movimento, alcuni militanti ritornano alle vecchie aree di appartenenza mentre altri danno vita al comitato di solidarietà per Freda, in quel periodo rinviato a giudizio per la strage di Piazza Fontana. Franco «Giorgio» Freda è stato un punto di riferimento per i cosiddetti «nazimaoisti» poiché in seno alla destra radicale italiana ha esplicitamente proposto un’alleanza con i gruppi rivoluzionari di estrema sinistra.

Nell’agosto del 1969, intervenendo a Ratisbona in una riunione del comitato di reggenza del Fronte Europeo Rivoluzionario, Freda tiene un discorso che verrà poi pubblicato in un saggio a cura della propria casa editrice (Edizioni Ar) dal titolo «La disintegrazione del sistema», un testo rivoluzionario nel contesto neofascista poiché rompe con le nostalgie legate al ventennio e mette in discussione il perno principale sul quale, fino a quel momento, poggiavano le istanze dell’estrema destra: l’Europa.

«Alla luce di una situazione storica mondiale per cui il guerrigliero latino-americano aderisce alla nostra visione del mondo molto più dello spagnolo infeudato ai preti e agli U.S.A.; per cui il popolo guerriero del Nord-Vietnam, col suo stile sobrio, spartano, eroico di vita, è molto più affine alla nostra figura dell’esistenza che il budello italiota o franzoso o tedesco-occidentale; per cui il terrorista palestinese è più vicino alle nostre vendette dell’inglese (europeo? ma io ne dubito!) giudeo o giudaizzato. Noi abbiamo propugnata l’egemonia europea, rivolgendoci a un’Europa che era stata ormai americanizzata o sovietizzata, senza considerare che questa Europa era diventata serva degli U.S.A. o dell’U.R.S.S. perché i popoli e le nazioni europee avevano assorbite – successivamente, ma non conseguentemente, alla sconfitta militare – le esportazioni ideologiche degli U.S.A. e dell’U.R.S.S». [3]

Freda auspica la creazione di uno «Stato Popolare» per certi aspetti non dissimile dal comunismo asiatico, ma in un contesto di valori tradizionali tipici della destra evoliana con evidenti rimandi alla Repubblica di Platone. In tale prospettiva tutte le forze dell’ordine dovranno essere disciolte per lasciare spazio all’instaurazione di una «Milizia Popolare» composta da volontari. La distruzione del sistema borghese è auspicata da Freda mediante la creazione di un fronte comune: «Noi, tuttavia, vogliamo rivolgerci a coloro che rifiutano radicalmente il sistema, situandosi oltre la sinistra di questo, sicuri che anche con loro potrà essere realizzata una leale unità di azione nella lotta contro la società borghese».

L’opera nell’immediato ottiene soltanto un plauso di nicchia, tuttavia, a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, «La disintegrazione del sistema» diviene un punto di riferimento imprescindibile per molti militanti appartenenti alle nuove generazioni dell’estrema destra italiana.

NOTE:

[1] Julius Evola, L’infatuazione maoista, Il Borghese, 18 luglio 1968

[2] Nicola Rao, La Fiamma e la Celtica, Sperling & Kupfer Editori, Milano 2006

[3] Franco G. Freda, La disintegrazione del sistema (1969), Edizioni di Ar, Padova 1978