Cinema.

Con la rabbia agli occhi

Cosa c’entra Yul Brynner con Massimo Ranieri?

Forse è questa la prima domanda da porsi per il film Con la rabbia agli occhi (1976, regia di Antonio Margheriti). Come si sa c’è stata un’epoca d’oro del nostro cinema (fondamentalmente gli anni 60) nella quale molti divi americani erano di casa in Italia. Nomi come Fellini, De Sica, Visconti, Mastroianni, Loren, Lollobrigida erano conosciuti in tutto il mondo e davano lustro al nostro Paese e alla nostra cinematografia. A partire dalla seconda metà degli anni 70 si cominciava già a intravvedere un lento declino: i registi, gli attori, i produttori dei decenni precedenti stavano invecchiando.

Insomma, si iniziava un po’ a campare di rendita e non era difficile ingaggiare un bel volto americano – magari con qualche ruga – per dare lustro a pellicole non proprio indimenticabili. Con la rabbia agli occhi è inquadrabile in un questo contesto. Il cast è ampiamente a stelle e strisce perché oltre al già citato Brynner presenta anche Martin Balsam, premio Oscar nel 1966 per L’incredibile Murray – L’uomo che disse no . Considerando che anche Brynner vinse l’Oscar nel 1957 per I dieci comandamenti, si può dire che Con la rabbia agli occhi possa teoricamente fregiarsi di ben due premi Oscar. Accanto alla coppia di tenori abbiamo il bravo Giancarlo Sbragia (ottimo attore di teatro), Barbara Bouchet e appunto Massimo Ranieri.0000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000.jpg

Qual è la trama del film? Il killer Brynner viene ingaggiato da un’organizzazione mafiosa americana. All’inizio è piuttosto restio a farsi convincere, perché dice di essersi ritirato (lo vanno a scovare mentre pesca sul fiume Hudson, a New York), ma cambia idea non appena gli dicono che l’uomo da far fuori è l’assassino del fratello. A quel punto Brynner accetta. Arrivato a Napoli, vestito tutto di nero (da vero killer), ha subito a che fare con Angelo- Massimo Ranieri, un ragazzo affascinato dal mondo dei gangster americani che pero’ sbarca il lunario organizzando qualche truffa nelle corse di cavalli. Angelo fa conoscere a Brynner la sua amica preferita, Barbara Bouchet: il glaciale killer, dopo un momento di diffidenza, non potrà resistere allo charme della bionda. Il resto della vicenda evolve verso l’appuntamento col boss responsabile della morte del fratello di Brynner. Ranieri riesce a guadagnarsi la fiducia dell’americano: viene pertanto addestrato all’uso delle armi e delle varie tecniche tipiche di un killer professionista. La polizia si limita, dal canto proprio, a seguire le vicende dall’esterno praticamente senza intervenire mai (fedele al motto “finchè s’ammazzano tra loro ce ne freghiamo”). L’epilogo sarà amaro per tutti e si risolverà, ovviamente, in un bagno di sangue.hqdefault

I difetti della pellicola sono prima di tutto ravvisabili in una sceneggiatura debole, con attori che -pur recitando in maniera professionale- non riescono a far vivere personaggi inesistenti. Brynner sembra spesso chiedersi che cosa ci faccia in un poliziottesco ambientato a Napoli: pare ridestarsi soltanto alla vista della Bouchet e del ben più bruttarello Balsam (Hollywood che fu). Ranieri è ridicolo sia nella parte del killer (non farebbe male a una mosca) che in quello del bravo guaglione ormai troppo cresciuto. La Bouchet è sempre la Bouchet: fa parlare il corpo e la sua bellezza passa sopra tutto il resto, comprese le doti recitative che non sono mai state enormi. Sbragia è un’altra potenzialità sprecata: la inesistente sceneggiatura lo fa comparire ogni tanto qua e là nella storia, come un fantasma. Senza contare che fa una morte troppo banale per un boss che si rispetti. L’unico a salvarsi, alla fine dei conti, è il buon Martin Balsam che sarebbe stato capace di recitare anche la parte di un pescivendolo napoletano tanta era la professionalità che lo contraddistingueva e la capacità di calarsi in qualsiasi ruolo o set.

La musica dei fratelli De Angelis, per una volta, non è all’altezza della situazione: la tarantella avrebbe potuto funzionare in un film di Piedone lo sbirro non certo per una specie di noir con tanto di Brynner killer newyorkese.

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Storie all’ombra del Muro: Jutta Gallus

army.mil-103747-2011-03-31-060302– Jutta Gallus, perito informatico di Dresda, cresciuta con la madre perché il padre è scappato all’Ovest abbandonando la famiglia nella Ddr, presenta nel 1974 domanda di espatrio assieme al marito.

– Nel 1961, la Sed (il partito socialista unificato della Ddr), aveva proceduto alla chiusura delle frontiere con la Rft e alla edificazione del Muro di Berlino; l’art.10 della Costituzione, che garantiva libertà di espatrio, fu abrogato e l’espatrio, ribattezzato “fuga dalla Repubblica”, inserito nel codice penale tra i delitti contro lo Stato. Formalmente, però, espatriare non era vietato in maniera assoluta, dato che occorreva inoltrare apposita domanda presso il ministero degli esteri che di rado (tranne nel caso di pensionati) la accoglieva. L’inoltro della domanda di espatrio era assai rischiosa perché propedeutica all’iscrizione negli elenchi dei sospetti della Stasi.

– La domanda di Gallus non viene accolta. Il marito si dissocia per timore di ritorsioni.

– Nel 1977 Gallus viene licenziata dal lavoro ed emarginata, ma successivamente le viene offerto un nuovo posto; evidente la regia della Stasi.

– Alla morte della madre nel 1982, Gallus, ormai divorziata, decide di contattare una organizzazione che per la somma ragguardevole di 100 mila marchi, metà da versare subito, le propone una fuga in auto attraverso la Romania e la Jugoslavia.

– A Severin, nel sud della Romania, Gallus deve ritirare in albergo passaporti falsi per passare il confine jugoslavo, ma subisce il 1678324propertyimagedatyc8furto di tutti i documenti e i soldi che ha con sé. La polizia rumena le consiglia di rivolgersi alle autorità consolari della Germania Est, a Bucarest.

– Gallus non raggiungerà mai la Jugoslavia, perché viene arrestata all’aeroporto di Bucarest e imprigionata per sette giorni con le figlie. Una delle due, Claudia, è conosciuta per il ruolo in una popolare serie televisiva della Ddr. A seguito del rientro in patria le ragazzine vengono separate dalla madre e spedite in riformatorio. Gallus viene interrogata dalla Stasi per settimane.

– Gallus viene condannata a tre anni di reclusione per tentata fuga dalla Ddr.

– Nel 1984 finisce a Karl-Marx-Stadt, dove sono detenuti i prigionieri in attesa di espatrio; una volta scontata la pena lascia la Ddr senza le figlie e si stabilisce in Germania Ovest, da dove ingaggia subito una dura lotta col governo di Honecker per ottenere il ricongiungimento; la donna si rivolge ai ministeri competenti della Germania Federale e a varie organizzazioni non governative per la tutela dei diritti umani. Con azioni di protesta presso le maggiori capitali europee, interviste e scioperi della fame, Gallus riesce a sensibilizzare l’opinione pubblica e a fare della sua lotta un caso internazionale. L’immagine ricorrente è quella della sua protesta, per giorni, anche sotto la pioggia, di fronte al checkpoint Charlie. Il governo della Ddr cederà alle pressioni soltanto nell’estate del 1988 quando, con un provvedimento senza precedenti, verrà restituito alla donna l’affidamento legale delle figlie. Gallus potrà riabbracciare le sue ragazze a Berlino Ovest il 28 agosto 1988, a sei anni dal fallito tentativo di fuga.

– Sulla vicenda di Jutta Gallus, è stato prodotto un film per la televisione andato in onda in Germania nel 2007, dal titolo “Die Frau von Checkpoint Charlie” che ha ottenuto un buon successo di pubblico, contrariamente alla tendenza a ignorare il passato comunista dei Lander dell’est.

Testo consigliato:

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Lettere dal Vietnam.

Un documentario scarno e angosciato, in cui una quarantina di lettere a casa, scritte da giovani americani inviati a combattere in Vietnam negli anni dal ’65 al ’68, rendono testimonianza delle loro sofferenze e degli orrori della guerra, resi più acuti dal ricordo della terra e degli affetti lontani, forse perduti per sempre. Le singole lettere sono scritte nelle pause di marce, attese snervanti e combattimenti nel folto di giungle sempre insidiose e con la morte ad ogni passo. I singoli pezzi sono accompagnati dalla lettura, ad opera di voci fuori campo, a rendere vivissimi la paura, la realtà e gli orrori di una guerra della quale i combattenti non fanno che chiedersi il perchè. La triste serie è conclusa con le parole di una Madre, ai piedi del monumento sul quale è, tra gli altri, inciso, a monito contro tutte le guerre, il nome del proprio figlio.

Lilli “dagli occhi ucraini”. La controversa storia di Lilli Carati

 

 

Il cinema di genere italiano degli anni 70, oggetto di rivalutazione da parte di nuovi cultori riuniti attorno alla rivista Nocturno, è rappresentativo di un’epoca forse più di quello d’autore. E’ il cinema popolare ad aver fatto scoprire a molti giovani di oggi gli anni 70. Si pensi al cosiddetto poliziottesco che, con tutto il suo fiorire di commissari “di ferro”, risultava “consolatorio” per un pubblico spaventato dalla violenza politica e dalla criminalità comune in trasformazione; infatti dalla ligera milanese, dalle bande del “fora er coltello” di Roma o dai contrabbandieri napoletani si passa nel giro pochi anni a qualcosa di molto più serio. Dalla ligera escono fuori veri e propri criminali come Francis Turatello e Renato Vallanzasca (forse l’ultimo titolare di quella “moralità” malavitosa ben espressa nei romanzi di Giorgio Scerbanenco) mentre a Roma germoglierà la rivincita degli autoctoni con la “celebre” Banda della Magliana. A Napoli, poi, i contrabbandieri vengono spazzati via dai nuovi boss della droga (passaggio evocato da Lucio Fulci nel suo Luca il contrabbandiere, nel quale i contrabbandieri sono intesi come unico argine al dilagare degli stupefacenti). A metà degli anni 70 inizia il declino dei cosiddetti b movies che preannuncia quello di tutto il cinema italiano. E Lilli Carati dagli “occhi ucraini”, secondo la definizione di Gianni Brera, fu una delle protagoniste di questo cinema bis. La stima di Brera è giustificata dalla bellezza di Lilli nel film Il corpo della ragassa, del regista Pasquale Festa Campanile, basato sull’omonimo romanzo del giornalista lombardo. Lilli nasce proprio a Varese col cognome Caravati, subito trasformato in un più evocativo Carati; primeggia nell’edizione di Miss Italia ’74 e le opportunità fioccano subito. La ragazza passa con disinvoltura dalla inevitabile commedia sexy al poliziottesco, dal genere drammatico all’erotico.

Lilli non è una grandissima attrice, ma una delle bellezze di quegli anni assieme alla bionda Gloria Guida. L’esordio avviene in Che segno sei?, film a episodi di Sergio Corbucci (padre di Django, spaghetti western con protagonista Franco Nero, al quale si è ispirato Tarantino per il suo Django Unchained) con Alberto Sordi, Renato Pozzetto, Paolo Villaggio, Adriano Celentano; Lilli compare con il suo vero nome – Ileana – proprio al fianco del Molleggiato (si rincontreranno in Qua la mano, nel 1980). La carriera procede brillantemente con altri film della commedia sexy, come La professoressa di scienze naturali di Michele Massimo Tarantini. Interessanti anche Poliziotto sprint con Maurizio Merli, icona del poliziottesco (i due non si “prendevano” molto sul set) e Le evase, film tutto al femminile in perfetto sincrono con gli anni di piombo. Ma della carriera della Carati è giusto ricordare Avere vent’anni, controverso film di Fernando Di Leo (maestro di un genere da noi sottostimato, il noir) nel quale la mora lombarda recita assieme all’altro sex symbol del momento, la bionda Gloria Guida. Il film, rivalutato in tempi recenti, non funzionò a causa del truculento epilogo nel quale le due protagoniste – simbolo della femminilità e della piccola trasgressione made in Italy – vengono ammazzate in un bosco, secondo modalità particolarmente efferate, da un gruppo di mafiosi. La Carati è di personalità fragile, soprattutto molto giovane. Lo stress e i conflitti irrisolti la portano ad utilizzare farmaci e poi droghe, secondo un passaggio dalle leggere alle pesanti il cui rapporto di causalità è ancora oggi al centro di dispute accanite. Come dichiara lei stessa “le mie vicende sono il risultato degli anni ‘70. La droga leggera era considerata un modo di essere. Passare all’eroina è stato facile. Complice soprattutto un viaggio di Natale in Thailandia: lì ti riempivano di roba”. Da quel momento inizia davvero il tunnel per Lilli. In una trasmissione televisiva il conduttore Romano Battaglia infierisce in diretta (di fronte all’allibito ospite, il compositore Karlheinz Stockhausen) su una Carati evidentemente sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Inizia quindi un inesorabile processo di emarginazione; si spiegano così le partecipazioni ad alcuni film erotici (a firma Joe D’Amato, ispirati al successo de La Chiave di Tinto Brass), i servizi fotografici per Le Ore ed il cinema hard vero e proprio. Il porno consente alla Carati di sostenersi economicamente lavorando poche ore dato che le sue condizioni di salute non le consentono i ritmi del cinema tradizionale. Da qui titoli come Lilli Carati’s dreams (un softcore) e i vari Una moglie molto infedele, Il vizio preferito di mia moglie, Una ragazza molti viziosa e Una scatenata moglie insaziabile, veri e propri porno con gli ultimi tre caratterizzati dalla presenza di Rocco Siffredi.

Da segnalare anche The Whore – Le scatenate, primo di una serie di film che la Carati avrebbe dovuto girare in America. Nel maggio ‘88 i carabinieri la fermano per possesso di stupefacenti. Il giorno dopo l’arresto tenta il suicidio in carcere tagliandosi le vene. La vicenda processuale si conclude nel ‘93 con una condanna a 5 anni di reclusione; ma l’attrice viveva già in una comunità di recupero per tossicodipendenti. Nel ‘95 compaiono due interviste sul Corsera (una a firma Gian Antonio Stella) nelle quali la Carati parla del suo ingresso nella comunità Saman fondata da Mauro Rostagno, esponente di Lotta Continua poi ucciso in Sicilia in circostanze mai chiarite: ” Ero scesa a 40 chili e mi facevo cinque grammi al giorno. Non sapevo come uscirne. Alla fine mi buttai dalla finestra. Fu la mia fortuna: restai bloccata a letto per mesi, pensai molto. Quando fui in grado di camminare mi rivolsi alla comunità Saman. Qualcuno discute i metodi di riabilitazione? Io so che quando sono arrivata la mia lucidità era zero. Adesso sono rinata. Per fortuna le giornate passavano veloci: i gruppi di lavoro, la musicoterapia, le passeggiate in campagna. Poi una mattina ho capito di aver riscoperto il piacere di vivere: mi sono svegliata canticchiando. Una sensazione di gioia che non provavo da almeno 15 anni”. Lilli Carati è recentemente tornata alla recitazione con La fiaba di Dorian (regia di Luigi Pastore), 26 anni dopo il suo ultimo film. Oggi appare come una persona che, pur custodendo una propria inaccessibile sfera privata, non lesina mai simpatia per i suoi vecchi fan e per i molti giovani che anche attraverso i suoi film scoprono il cinema italiano dei generi. Un’attrice che proprio per la sua controversa storia esercita tuttora un forte fascino su differenti generazioni di appassionati cinefili.

 

Karin Schubert, da "Quel gran pezzo dell’Ubalda" al porno

Triste storia quella di Karin Schubert. Nel 1967 comincia a lavorare nel mondo della moda e da lì il passo verso il cinema è breve. Uno dei suoi primi film è Satiricosissimo (regia di Mariano Laurenti), parodia del Satirycon di Fellini con Franco Franchi, Ciccio Ingrassia ed Edwige Fenech. La carriera prosegue con I maghi del pallone (sempre con Franco e Ciccio) e in Scusi, ma lei paga le tasse? (regia di Mino Guerrini ancora con gli immancabili Franco e Ciccio, questa volta accompagnati da Lino Banfi). Da ricordare anche Gli occhi freddi della paura (di Enzo G. Castellari) giallo che annovera – tra gli altri – Fernando Rey, Gianni Garko e Giovanna Ralli. Mania di grandezza (1971) è un altro film importante nella carriera della Schubert, nel quale recita con Louis De Funés (icona del comicità francese) e Yves Montand. Ma il ruolo più importante del periodo è certamente quello nel decameronico Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda tutta calda dove interpreta la moglie di Pippo Franco (nel film L’Ubalda è naturalmente Edwige Fenech). In Mio Dio come sono caduta in basso (Comencini, 1974) recita accanto a Laura Antonelli, Michele Placido e Alberto Lionello.  Nel 1975 è la volta di Emanuelle nera, di Aristide Massaccesi, assieme all’attrice italo-indonesiana Laura Gemser; il film registrerà anche una recensione positiva da parte del NYT, come evidenzia Marco Giusti nel suo Dizionario dei film italiani: «Girato con vera maestria, anche le scene più erotiche assumono un notevole valore artistico».

Il secondo episodio per la Schubert, nella serie di Emanuelle, sarà in Emanuelle: perché violenza alle donne? del quale si è già parlato sopra. Negli anni ottanta, con la crisi del cinema italiano, si dedica definitivamente al genere hardcore, con titoli come Morbosamente vostra (tra l’altro diretto da Andrea Bianchi, regista di una certa notorietà passato negli anni 80 all’hard), Karin l’ingorda, Poker di donne, Il vizio nel ventre (con Marina Lotar, Rocco Siffredi e Roberto Malone). A fine carriera si dedica al telefono erotico. La motivazione che costrinse Karin a scegliere il porno fu di strettamente natura economica, legata alla volontà di procurarsi denaro per aiutare il figlio (che la picchiava) ad uscire dal tunnel della droga. In una puntata del Maurizio Costanzo Show, la Schubert denunciò la i ricatti a cui aveva dovuto sottostare per ottenere parti cinematografiche nelle pellicole porno. In una intervista al Fatto di Enzo Biagi (sempre 1994) dichiara: “Mio padre mi ha violentato per due anni. Avevo solo 11 anni. Papà stava sempre in viaggio e, quando tornava, entrava nella mia stanza, si metteva a lato del mio letto, mi scopriva e io facevo finta di dormire, per rispetto e paura. E lui mi toccava. Oggi faccio le sex line, prendo solo 60 lire al minuto, i produttori 4 mila”. Il 1 settembre 1994, oppressa dalla solitudine e dalla povertà, ha tentato il suicidio ingerendo barbiturici e mezza bottiglia di vodka, ma è stata soccorsa in tempo dai vicini di casa.

In una intervista al Corriere della Sera sempre del 94, a firma Margherita De Bac, dichiara: “Io sono semplicemente il prodotto della nostra societa’. Ho fatto la fortuna degli altri, mai di me stessa. Sono un fallimento e non lo sopporto. Ecco perche’ volevo ammazzarmi. Non ho piu’ nulla per cui valga la pena di vivere. Quando ho riaperto gli occhi mi sono sentita contenta di non essere morta. Alla fine scopri che la vita e’ bella, perfino la mia. Perche’ ci ho provato? Non ho famiglia ne’ amici ne’ soldi ne’ futuro. Per la gente sono una puttana. Povera oltretutto. La dimostrazione del mio fallimento siete anche voi. Venite a cercarmi per accontentare la morbosita’ dei lettori. Faccio notizia: signori e signore, guardate come e’ caduta in basso la star Karin Schubert. Volevo diventare attrice. Nessuno mi ha mai perdonato i film porno. Mi affidavano le parti piu’ abiette e io le accettavo perche’ volevo andare avanti e pensavo che era gavetta. E arrivata la crisi del cinema e sono fuggita in Spagna. Avevo 42 anni quando dall’ Italia ho ricevuto proposte di servizi fotografici porno. Accettai. Non avevo scelta. E poi li facevano tutte. Io, rispetto alle altre, ho avuto fortuna, se cosi’ si puo’ chiamare. In cinque anni di sesso ho guadagnato piu’ che in 20 anni di film. Dopo due anni ho cominciato con le videocassette hard. Prima di prendere i barbiturici ho pensato ai cani indicando su un foglio dove avrei voluto che fossero custoditi. Assomiglio a loro. Una gran sentimentalona. Una stupida tedesca sentimentalona”. Di nuovo il 20 maggio 1996 prova a togliersi la vita, questa volta mediante intossicazione col monossido di carbonio dell’auto. Prontamente soccorsa anche in tale occasione, si salva con una prognosi di poche settimane.

 

 

Tony Arzenta – Big Guns.

Film del 1973 con Alain Delon, Richard Conte e Carla Gravina. Regia di Duccio Tessari.

Tony Arzenta è un sicario siciliano, al servizio di una organizzazione mafiosa con interessi in tutta Europa. Comincia ad avere una certa età ma soprattutto una moglie ed un figlio piccolo da mantenere. E’ stanco di uccidere e decide – appunto dopo l’ultimo omicidio – di recarsi dai suoi referenti per regolarizzare la propria posizione (“appendere la pistola al chiodo”). Si rivolge pertanto al suo superiore/amico Nick Gusto (Richard Conte) che – dal canto proprio – cerca di dissuaderlo dalla scelta, preannunciandogli gravi conseguenze. D’altronde Arzenta conosce tutti i segreti della Organizzazione e la sua “dissociazione” potrebbe costituire grave motivo di preoccupazione per tutti i capi. Ma Arzenta è irremovibile: decide di tirare diritto, confidando nelle capacità persuasive che Gusto ha già dimostrato di saper esercitare in analoghe situazioni sugli altri leaders della Organizzazione.

Quando La Cupola si riunisce per discutere di affari Gusto si ricorda della dissociazione di Arzenta. Ne mette al corrente gli altri, che però non prendono nemmeno in considerazione l’eventualità di lasciar scorrere: tanto è vero che si fa subito avanti il progetto di eliminare l’ormai scomodo killer.

Tutto sembra andare per il meglio quando, all’improvviso, qualcuno ha la cattiva idea di piazzare una bomba sotto la macchina di Arzenta. Ma a saltare per aria non sarà il killer siciliano bensì la moglie e il figlio costretti – per una circostanza sfortunata – a prendere l’auto sbagliata e non la piccola utilitaria normalmente utilizzata per i brevi spostamenti in città.

Arzenta vede in presa diretta l’esplosione, appena un minuto dopo aver salutato e baciato il figlio. Lo shock è violentissimo e porterà ad una carneficina – un’inutile vendetta – per la quale il sicario  farà scorrere tanto sangue, tranne quello di uno: Gusto.

Tony Arzenta – Big Guns è una sorta di Samurai melvilliano in versione ridotta. Tessari gestisce il traffico con determinazione ma anche con evidente rozzezza. Il film è una sorta di liaison tra poliziottesco italiano e polar francese: in realtà è un noir, con qualche strizzata d’occhio alle recenti imprese di Fernando Di Leo (Milano calibro9 e La Mala ordina entrambi del 1972). La produzione è abbastanza ricca: lo si evince dal cast italo-francese tutt’altro che disprezzabile. Importante lo “zampino” di Delon (almeno per la versione francese che reca alcune modifiche al montaggio – più asciutto – e l’aggiunta di didascalie che evidenziano lo scorrere del tempo, elemento imprenscindibile del film).
Delon è sempre bravo e convincente nella parte del killer solitario: i sorrisi si contano sulle dita di una mano così come le parole, mai spese inutilmente. Note di merito anche per gli altri attori: prima di tutto il sempre bravo Richard Conte, italo-americano di gran classe, noto anche per aver recitato ne Il Padrino di Francis Ford Coppola (alcune inquadrature come quella del matrimonio siciliano si ispirano chiaramente a Il Padrino). Né si può dimenticare la bellissima Carla Gravina, nella vita compagna di Gian Maria Volonté, e soprattutto brava attrice di teatro. Ma il film si avvale di tante altre figure di rilievo: pensiamo a Giancarlo Sbragia (che avrà un ruolo determinate nella vicenda) oppura al padre di Arzenta (un efficace Corrado Gaipa), senza dimenticare Umberto Orsini (l’avvocato di Gusto/Conte) o Roger Hanin bravissimo nella parte del boss. C’è anche un inizialmente irriconoscibile Marc Porel (coi baffi) che farà una pessima fine per aver aiutato Arzenta durante la latitanza.

Il film non si caratterizza certo per l’originalità della trama ma il ritmo è buono. La dinamica degli omicidi è credibile (tranne forse quello nell’appartamento di Arzenta con la Gravina in ostaggio) e capace di comportare una certa spettacolarità. La violenza è dosata, mai eccessiva, con qualche vaghissima anticipazione splatter. Buona anche l’idea di far snodare la storia tra la Sicilia, Milano e Copenaghen. Interessanti i numerosi inserti “pop” che fanno capire l’evoluzione culturale dei primi anni 70 (i vaghi accenni al porno danese e alle prime riviste hard acquistate e divorate dai “trucidi” alle dipendenze dei boss mafiosi, l’illustrazione della massiccia prostituzione presente allora a Copenaghen, i locali e le discoteche gestite dalla mafia, la mentalità nordica che porta a non intervenire nemmeno quando si vede una donna pestata senza pietà).

Il gruppo di boss, inoltre, si caratterizza per una certa comicità. Fanno i duri ma hanno tutti una paura da matti del killer assetato di sangue che li sta facendo fuori uno per uno. Tanto è vero che si sfottono a vicenda, imputandosi l’un l’altro di avere paura di Arzenta e di essere per questo fuggiti da Milano con la scusa di gestire gli altri affari a Copenaghen. Da sottolineare la presenza, come uno dei boss, del celebre caratterista tedesco Anton Diffring (magari il nome non dice nulla ma l’avrete visto in almeno qualche dozzina di b-movies, soprattutto a carattere bellico).

Un ultimo accenno per le musiche di Gianni Fierro (non male) e per alcuni inserti d’autore come L’Appuntamento di Ornella Vanoni (che parte nei titoli di testa) o Vorrei che fosse amore di Mina.