Biografie.

«Punte, mezze punte, puntine da disegno». L’immaginifico stile di Nicolò Carosio

fr-carosioNicolò Carosio (5 marzo 1907, 27 settembre 1984) è stato giornalista e radiocronista, per oltre trent’anni voce narrante delle imprese, e delle disfatte, della nazionale italiana di calcio. Padre genovese, funzionario di dogana, madre inglese, si laurea in giurisprudenza a Venezia.

– Inizialmente impiegato presso la Shell, si allena fin da giovane nell’arte della radiocronaca commentando partitelle nei dintorni di Venezia.

– Nel 1932, la buona occasione: Carosio scrive all’EIAR, l’Ente italiano audizioni radiofoniche, ottenendo un provino per un posto di radiocronista. Convocato a Torino, gli viene richiesto di improvvisare un «derby» tra Toro e Juve; lo fanno continuare fino a un immaginario 5 a 5, per poi fargli firmare un contratto di collaborazione. Carosio inizia ufficialmente la sua carriera di radiocronista a 25 anni, debuttando in occasione di un incontro tra Italia e Germania disputatosi a Bologna nel ’33. [1]

– La carriera di Cariosio si sviluppa veloce: radiocronista per l’emittente di Stato in occasione delle prime due vittoriose spedizioni mondiali dell’Italia, quelle del 1934 e del 1938, rende popolari termini come «traversone» (al posto di «cross»), «calcio d’angolo» (al posto di «corner») e soprattutto «rete» (al posto di «gol»): il «quasi rete» è un altro dei suoi marchi di fabbrica. [2]

Carosio racconta l’evento sportivo con uno stile tipicamente britannico: parco di termini ridondanti, non lesina però stilettate quando il gioco non lo soddisfa: «punte, mezze punte, puntine da disegno», si lascia scappare una volta all’indirizzo di giocatori dall’indefinibile collocazione tattica. [3]

– Pur amando i calciatori tecnici, apprezza soprattutto lo spirito gladiatorio: «poche storie e alzarsi» (dedicato a Rivera), «tagliarsi i capelli, così il pallone non lo vedi» (dedicato a Gigi Meroni), «Mariolino, meno veroniche e più sostanza» (riferito a Mario Corso). [4]

– Per lunghi anni gli viene attribuito un insulto razzista rivolto a Seyoum Tarekegn, guardalinee etiope che faceva parte della terna arbitrale durante il match tra Italia e Israele a Mexico ’70: al gran gol di testa di Riva, Tarekegn aveva segnalato un dubbio fuorigioco. A danno di Carosio si diffonde ben presto una voce, avallata anche dal quotidiano torinese La Stampa, secondo la quale l’esperto telecronista avrebbe definito «negraccio» il guardalinee etiope durante la diretta della partita: da qui la scelta della Rai di silurarlo. [5]

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Dopo molti anni, Carosio ottiene giustizia grazie a «Sport in tv», libro scritto da Massimo De Luca e Pino Frisoli, uscito nel 2010.

–  Carosio non diede mai del «negraccio» al guardalinee etiope: durante l’incontro Italia-Israele, a Mexico 70,  se la prende soprattutto con l’arbitro brasiliano De Moraes che non fischia molti falli evidenti ai danni degli italiani: «E’ inaudito, l’arbitro lascia ancora correre…», «finalmente l’ineffabile signor Moraes (senza il “De”, ndr) si accorge di un fallo a nostro danno». [6]

Poche le frasi di Carosio indirizzate al guardalinee etiope: quando un attaccante israeliano si presenta solo davanti ad Albertosi, Carosio parla di «fuorigioco netto lasciato correre dall’etiope». Qualche minuto dopo, per un’altra decisione del guardalinee, in favore dell’Italia, Carosio afferma: «l’etiope ha sbandierato». In occasione del gol annullato a Riva nel secondo tempo, Carosio commenta con un «siamo proprio sfortunati, a parer nostro non è fuorigioco e Riva aveva segnato regolarmente al 29. Indubbiamente ci sia consentito di parlare di sfortuna che perseguita gli azzurri». [7]

Non è quindi vero che l’ultima telecronaca Rai di Carosio sia stata Italia-Israele a Mexico 70: viceversa «continuerà a lavorare per la Tv pubblica per tutto il 1971, fino alla regolare conclusione del suo contratto di collaborazione con la Rai. Carosio non era un dipendente Rai, ma solo un collaboratore. Italia-Israele non è stata la sua ultima telecronaca dell’Italia: infatti la pr220px-niccolocarosioima partita della Nazionale dopo i Mondiali, l’amichevole Svizzera-Italia del 17 ottobre 1970, passata alla storia anche per il bellissimo gol di Sandro Mazzola, è proprio di Carosio, che alternandosi ancora con Martellini, telecronista della successiva Austria-Italia, farà anche Italia-Irlanda dell’8 dicembre 1970 per la qualificazione agli Europei. Sempre per la Nazionale Carosio farà anche Italia-Svezia del 9 ottobre 1971 per gli italiani del Nord America, come ricorda proprio Martellini all’inizio della telecronaca per l’Italia. Carosio, oltre ad alternarsi con Martellini nelle telecronache di Serie A e delle coppe europee, viene anche mandato dalla Rai a Wembley per la finale di Coppa dei Campioni Ajax-Panathinaikos del 2 giugno 1971, trasmessa in differita sul Nazionale il 3 giugno alle 14.00 e la sera dello stesso giorno era in diretta per Leeds-Juventus, finale di ritorno di Coppa delle Fiere trasmessa in diretta alle 20.30 sul Secondo causando lo spostamento di Rischiatutto sul Programma Nazionale, come si chiamava all’epoca l’odierna Rai Uno. Carosio con la Rai finisce il 15 dicembre 1971 con la partita amichevole Lega Belgio-Lega Italia giocata a Charleroi e finita 2-1 per i padroni di casa» [8]

L’alternanza con l’emergente Martellini. «Nando Martellini già si alternava da qualche anno con Carosio nelle telecronache dell’Italia. […] Per la regola dell’alternanza Italia-Germania Ovest sarebbe toccata a Carosio. La notizia che la semifinale Italia-Germania Ovest sarebbe stata affidata a Martellini e non a Carosio viene resa pubblica dalla Rai martedì 16 giugno 1970, a 24 ore dalla partita, da Giorgio Boriani, direttore dei servizi sportivi della Tv, interpellato telefonicamente da Gian Paolo Cresci, capo ufficio stampa della Rai, nel corso di una conferenza stampa con i giornalisti riuniti in viale Mazzini per un primo bilancio sulle trasmissioni dei Mondiali di calcio. Lo scrive, tra gli altri, il Corriere d’informazione, quotidiano milanese del pomeriggio, nello stesso giorno a pagina 6 titolando “Sarà Nando Martellini, non Carosio, a trasmettere Italia-Germania”» [9]

La Stampa diffonde la bufala su Carosio. «Pochi giorni dopo “La Stampa” del 20 giugno 1970, a pagina 20, in un breve articolo a firma P.B. (Paolo Bertoldi inviato in Messico) parla di “disavventura” televisiva perchè Carosio avrebbe definito “negraccio” il guardalinee etiope che aveva annullato il gol di Riva e per questo non avrebbe più commentato le telecronache dell’Italia ai Mondiali. E’ ormai accertato che Carosio in realtà non diede mai del “negraccio” al guardalinee etiope e si limitò solo, nel primo tempo, a rilevare gli sbandieramenti di Tarekegn contro i giocatori italiani. Niente di particolare, semplici rilievi tecnici e non certo offese razziste. Da notare che Paolo Bertoldi, trovandosi in Messico, non poteva avere ascoltato la telecronaca Rai. Carosio, come scrivono tutti i giornali dell’epoca, avrebbe invece commentato l’altra semifinale Brasile-Uruguay. Per la finale, la Rai decide di confermare Martellini, mentre Carosio commenta la finale per il terzo posto Germania Ovest-Uruguay. Solo al rientro in Italia si sparge la voce dell’insoddisfazione di Carosio, che avrebbe manifestato il desiderio di dimettersi con un anno di anticipo sulla scadenza del suo contratto a termine che si sarebbe risolto a fine 1971» [10]

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                     Carosio poco prima della morte

Qualcosa, però, accadde alla radio, ma Carosio non c’entra niente: un ingegnere etiope residente a Roma, Laiketsion Petros, scrive al quotidiano Il Messaggero una lettera pubblicata con il titolo: «Una frase di pessimo gusto» [11]

– «Sono rimasto molto sorpreso — scrive l’ingegnere — nel sentire alla radio i commenti sia del radiocronista che di altre persone relativi al guardalinee etiopico Tarekegn, dopo la cronaca della partita Italia-Israele. La frase che più mi ha colpito è stata quella, più volte ripetuta: “Il Negus si è vendicato”. A parte il fatto che il Negus si è già vendicato, perdonando e dimenticando il passato, e oggi Italiani ed Etiopici vivono sia in Italia che in Etiopia nella migliore delle armonie, sia nel lavoro che nello sport, ritengo che questa frase detta a 20 milioni circa di radioascoltatori, sia veramente di pessimo gusto e del tutto priva di qualsiasi fondamento» [12]

Un’altra lettera di protesta, firmata da Carmelo Bene, viene pubblicata su l’Unità con il titolo «La vendetta del Negus». Anche in questo caso si parla di una frase sentita alla radio nel dopo partita. A pronunciarla è Antonio Ghirelli, all’epoca direttore del Corriere dello Sport, che intervistato da Mario Gismondi dice proprio: «è stata la vendetta del Negus». Passa invece inosservato il commento finale di Eugenio Danese, decano dei giornalisti sportivi italiani e inventore tra l’altro dell’espressione «zona Cesarini». Danese, a proposito del gol annullato a Riva, dice:«Non vogliamo essere cattivi, ma il guardalinee era etiope, cioè africano». Un commento che oggi probabilmente desterebbe molte polemiche. [13]

FONTI:

[1], [2], [3], [4] «Nicolò Carosio, il primo cantore del football», Storiedicalcio.altervista.org

[5], [6], [7], [8], [9], [10], [11], [12], [13] «Sport in tv», Massimo De Luca e Pino Frisoli, Rai-Eri, 2010 e Nicolò Carosio: la verità definitiva su cosa accadde dopo la telecronaca di Italia-Israele nel 1970, «La tv per sport», PinoFrisoli.blogspot.it

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Mundial 78. Ramon Quiroga e la ‘marmelada peruana’

quirogaRamon Quiroga, nato a Rosario, Argentina, il 23 luglio 1950. Professione: portiere. Soprannome: “El loco” (il pazzo).

– Di origine argentina, ottiene il passaporto peruviano nel 1977 a seguito di una lunga militanza nello Sporting Cristal: vanta 40 presenze nella nazionale peruviana (tra il 1977 e il 1985).

– Alto appena 177 cm fa parte della schiera di portieri “nani” in voga tra anni Settanta e prima metà degli anni Ottanta.

Il brasiliano Dirceu sui portieri bassi:

Tancredi è l’ unico capace nelle uscite tra gli italiani. Ma a me avere un portierino che a fatica tocca la traversa non dà sicurezza, preferisco avere un bell’ omone tra i pali, uno che sappia anche dirigerti. Il migliore in questo senso è il russo Dasaev

– José René Higuita Zapata, celebre portiere colombiano, ha dichiarato in una intervista di essersi ispirato al “Loco” Quiroga e all’altro “Loco” Hugo Gatti, entrambi argentini.

– Ai Mondiali 1978, Quiroga dà prova del suo estro in alcune spettacolari uscite che lasciano interdetti i telecronisti di tutto il mondo.

– Portiere reattivo, di personalità, aveva optato per la nazionale peruviana ritenendo di non trovare spazio nella “Albiceleste” argentina che a metà anni Settanta poteva contare su elementi come Fillol, Gatti, Baley, Lavolpe.

– Al Mundial 78 l’Argentina, come squadra di casa, si trova praticamente costretta a vincere. La formula del torneo è quella del Mondiale 1974: una prima fase con quattro gruppi eliminatori di quattro squadre ciascuno. A qualificarsi le prime due di ogni gruppo; in caso di parità di punti vale la differenza reti e in caso di parità di differenza reti vale il numero di gol segnati.

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Jorge Videla, presidente della giunta militare argentina

– La seconda fase è data da due gironi di semifinale di quattro squadre ciascuno, chiamati Gruppo A e Gruppo B, formati dalle squadre qualificate nei gironi della prima fase. Le prime classificate dei gironi della seconda fase disputano la finale per il primo posto, mentre le seconde si affrontano nella finale per il terzo posto.

– Nella prima partita l’Argentina batte a fatica una ottima Ungheria per 2-1 (gol decisivo di Alonso, con un singolarissimo “1” come numero di maglia); nella seconda, si ripete col medesimo punteggio contro la Francia di Platini, ma nella terza viene battuta dall’Italia di Bearzot (gol di Bettega dopo pregevole triangolazione con Paolo Rossi).

– Nella seconda fase si forma un girone con Brasile e Argentina: Polonia e Perù sono le vittime predestinate delle due grandi squadre sudamericane. Il Brasile batte il Perù per 3-0 e la Polonia 3-1, mentre l’Argentina batte 2-0 la Polonia: lo 0-0 contro il Brasile impone quindi agli argentini una vittoria sul Perù con almeno quattro gol di scarto.

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Il primo gol di Kempes

– L’Argentina, costretta a lasciare Buenos Aires dopo la sconfitta contro l’Italia e il secondo posto nella prima fase, si ritrova a giocare la partita decisiva per l’accesso alla finalissima a Rosario, città natale di Quiroga.

– I media sudamericani, in particolare quelli brasiliani, subodorano la “marmelada” (equivalente dell’italiano “biscotto”) e fanno pressioni sul Perù affinché garantisca la regolarità della partita: viene esplicitamente richiesta l’esclusione di Quiroga a vantaggio del secondo portiere Ottorino Sartor. I peruviani decidono di confermare comunque Quiroga.

– Si gioca nello stadio “Gigante de Arroyito” davanti a 37 mila spettatori: il Perù si fa subito pericoloso con Munante, ma è un fuoco di paglia. Al gol di Kempes, seguirà quello di Tarantini poco prima dell’intervallo e poi ancora Kempes e Luque, al 49′ e al 50′, che di fatto chiudono la pratica. C’è ancora tempo per altri due gol: Houseman, che aveva fatto ammattire gli italiani nel Mondiale di quattro anni prima, e ancora Luque. Risultato finale: 6-0.

– Nella partita contro l’Argentina, Quintana appare stranamente remissivo, poco reattivo, così come tutto il Perù. Fonti mai confermate riferiscono di una colossale fornitura di grano e di una linea di credito da 50 milioni di dollari a favore del governo peruviano.

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La “marmelada peruana”: in primo piano, Leopoldo Luque 

Nel libro “El hijo del Ajedrecista“, scritto da Fernando Rodriguez Mondragon, figlio dell’ex capo del narcotraffico del cartello di Calì, Gilberto Rodriguez Orejuela, si sostiene la tesi della avvenuta corruzione: Rodriguez figlio sostiene di essere venuto a conoscenza, tramite uno zio –  boss del narcotraffico – della combine tra Argentina e Perù volta all’eliminazione del Brasile.

– Secondo altre voci, i peruviani avrebbero ricevuto prima della gara la visita del generale Videla e del premio Nobel per la pace Henry Kissinger. Lo stesso Quiroga, sotto l’effetto dell’alcol, avrebbe parzialmente ammesso un accordo.

– Quiroga continua a giocare nella nazionale peruviana, senza alcun problema, fino al 1985. Parteciperà, quindi, da titolare anche al Mundial 82. Si ritirerà nel 1986.

 

Angelo Gallo, il calabrese che tirò le orecchie a Fanfani

amintore-fanfani-preso-per-le-orecchieRoma, chiesa del Gesù, 9 maggio 1979, primo anniversario della morte di Aldo Moro: a pochi passi dalla storica sede della Democrazia cristiana il militante Angelo Gallo si avvicina alle spalle del presidente del Senato Amintore Fanfani e inizia a tirargli le orecchie in segno di protesta per l’inerzia dei politici rispetto ai problemi del lavoro. [1]

Lina Perrotta, vedova di Gallo: «La tirata d’orecchie? Che bel gesto! Appesa in camera da pranzo abbiamo ancora quella foto: ne abbiamo fatto fare un poster gigante e lo abbiamo incorniciato come un quadro. La sua fu un’azione di protesta, perché vedeva che non si faceva niente per i giovani, per il loro lavoro. Lui si arrabbiava per queste cose, perché voleva che tutti lavorassero, avessero di che mangiare e vestirsi, potessero farsi una famiglia e costruirsi una casa. Era davvero un uomo saggio, mio marito. Questo lo posso dire ad alta voce: saggio e buono. Lui ha fatto quel gesto con piacere, perché non gli davano retta. Lo ha fatto per l’ideale in cui credeva: di aiutare i giovani, i calabresi, tutto il popolo. Era un vero democratico cristiano, lui. Ed è stato sempre contento di quello che ha fatto» [2]

fanfaniAngelo Gallo, consigliere comunale di Acri (Cs), aveva più volte spiegato il suo gesto come una protesta verso la sordità di Fanfani per problemi del Sud: «Gli chiedemmo più volte interventi incisivi per il Meridione; lui, però, era rimasto sempre sordo alle mie richieste». Negli ambienti vicini a Fanfani si è sospettato che quello di Gallo sia stato un gesto concordato con gli avversari di partito dell’ex presidente del Senato. E in questo senso non sarebbe stata casuale la presenza del fotografo in quel momento proprio accanto a Fanfani. [3]

– Dell’accaduto, ci sarebbero altre due versioni: la tirata d’orecchi a Fanfani sarebbe servita a denunciare una eccessiva acquiescenza della Dc verso i comunisti e soprattutto la necessità di rifondare il partito «per non morire» 

Michele Gallo, figlio di Angelo«La sua carriera politica fu bruciata da quel gesto». La tirata d’orecchie a Fanfani costò al focoso militante dc anche una settimana di galera: Gallo fu poi prosciolto da ogni accusa [4]

– Le foto vennero scattate da Angelo Palma [5]

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La Stampa, 10 maggio 1979

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L’Unità, 10 maggio 1979

Fonti:

[1] Wikipedia alla voce «Amintore Fanfani nella cultura popolare»
[2] Adnkronos, 3 febbraio 2008, «Fanfani: il perché di quella tirata d’orecchie, parla la vedova Gallo»
[3] Thisisacri.it, «Lo sapevate che?»
[4] Repubblica, archivio, 18 maggio 1997, «Addio all’aggressore di Fanfani»
[5] Oliviero Beha blog, 29 maggio 2003, «Uno storico atto di rimprovero politico»

Brigate rosse. Arriva frate mitra, l’infiltrato

tumblr_mbujv1EieW1rh1wl4o1_400Silvano Girotto, meglio conosciuto come “frate mitra”, nasce a Caselle Torinese il 3 aprile del 1939.
Figlio di un maresciallo dei carabinieri, appena adolescente sconfina in Francia dove rischia l’arresto per immigrazione clandestina. Mentendo sull’età riesce comunque ad arruolarsi nella Legione straniera. Viene quindi inviato in Algeria dove la Francia è impegnata in una spietata repressione contro i moti indipendentisti locali. Dopo soli 3 mesi, diserta disgustato dagli innumerevoli episodi di tortura perpetrati dai francesi ai danni dei patrioti algerini.

Al rientro in Italia viene arrestato perché coinvolto in un furto compiuto da alcuni coetanei. Decide di entrare nell’Ordine Francescano, prendendo il nome di padre Leone. L’attività pastorale e il contesto sociale nel quale opera lo inducono ad avvicinarsi a posizioni che gli fanno guadagnare la fama di “frate rosso”. Il vescovo di Novara gli vieta di predicare.

Nel 1969 tenta con successo di sedare una rivolta presso il carcere di Novara, agendo da mediatore. Chiede e ottiene l’autorizzazione a partire come missionario nel terzo mondo.

Giunto in Bolivia prende contatto con gli strati più poveri della popolazione opponendosi al colpo di stato militare che fa capitolare il governo progressista di Juan Josè Torres. Le forze popolari espugnano alcuni depositi militari locali rifornendosi di armi. Gli scontri con i golpisti sono violentissimi.
La scelta conseguente è quella della clandestinità. Il regime di Hugo Banzer riuscirà a comunque a prendere il potere.

La resistenza boliviana ha come base logistica Santiago del Cile, dove Girotto si trova nel momento in cui viene portato a termine il golpe contro Salvator Allende. Il Cile cade quindi nelle mani di una giunta militare guidata da Augusto Pinochet. Girotto partecipa anche in questo caso alla resistenza e viene ferito negli scontri. Cerca quindi rifugio nella sede diplomatica italiana per poi essere rimpatriato alla fine del 1973.

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Silvano Girotto

Nello stesso anno viene espulso dall’Ordine francescano, con la motivazione di aver partecipato a degli scontri armati.

Da questo ruolo nella guerriglia sudamericana contro i regimi militari dei primi anni 70 deriva il nome di Frate Mitra che da quel momento in poi lo contraddistinguerà.

In una intervista afferma di non essere pregiudizialmente contro la lotta armata, quando questa è ultima ratio contro un potere iniquo e violento; ritiene però notevoli le differenze di contesto politico e sociale tra Italia e Sudamerica: i problemi italiani, sostiene Girotto, possono ancora essere affrontati e risolti per via politica. A seguito di queste considerazioni, e tenendo conto dei numerosi omicidi e rapimenti (primo fra tutti quello del giudice Sossi), decide di collaborare con i carabinieri.

Tutto inizia con un articolo di Giorgio Pisanò, direttore del settimanale Candido, nel quale si dipinge Girotto come un simpatizzante comunista custode di segreti e conoscenze compromettenti in campo brigatista. Sarebbe dunque stato questo articolo a spingere i carabinieri del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa a contattare Girotto, al quale viene offerto di collaborare. Girotto chiede un paio di giorni per riflettere e infine accetta.

L’ex frate entra subito in contatto con ambienti brigatisti frequentando alcuni fiancheggiatori dell’organizzazione: gli è d’aiuto il prestigio derivante dall’esperienza sudamericana come guerrigliero.

A Pinerolo, Girotto conosce Renato Curcio. Il leader Br giudica genuine le intenzioni dell’ex frate e decide di dargli credito. A un secondo incontro partecipa anche Mario Moretti. A quanto sembra è in questa occasione che viene fatta a Girotto la proposta di addestrare un nucleo di brigatisti. Al terzo incontro, quello decisivo, l’ex francescano si presenta con i carabinieri.

8 settembre 1974. La 128 targata BO 545217 su cui viaggiano i due capi brigatisti Curcio e Franceschini viene bloccata alle porte di Pinerolo, al passaggio a livello sulla strada per Orbassano. Ricorda Franceschini: «Pignero, che mi teneva per il collo, mi dice: “Io non so chi tu sia, ma conosco quell’altro”. E indicò Curcio. “Lo conosco tanto bene che ho chiamato il mio cane Renato”». Alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi e sul terrorismo, il 10 febbraio 2000, Girotto racconta: «Ricordo molto bene quando fu arrestato Alberto Franceschini, che non avevo mai visto e che capitò a Pinerolo per caso: quando il giorno dopo, vedendo il capitano Pignero, gli chiesi chi era quello con gli occhiali, alto, che stava insieme a Curcio, mi rispose che era un certo Franceschini, uno dei capi, arrivato il giorno prima da Praga».

Un duplice arresto, quello di Curcio e Franceschini, che doveva essere l’atto conclusivo, il trionfo, per gli uomini del Nucleo speciale di Dalla Chiesa, ma che invece ne rappresenta il passo di addio. Ragioni politiche mai del tutto chiarite portano alla decisione di «ristrutturare» il gruppo messo in piedi dal generale. «Stanno disfacendo tutto», dice Dalla Chiesa rivolgendosi ai magistrati, «se pensate che abbiamo lavorato bene, fate qualcosa». Ottiene soltanto un plauso. Il patrimonio di conoscenze messo insieme giorno dopo giorno dai carabinieri venne disperso, gli uomini trasferiti.

Non è escluso che Girotto intendesse entrare realmente nelle Br, potendo così collaborare più fattivamente con i carabinieri e ottenere risultati maggiori nella lotta al terrorismo: propositi scoraggiati da Dalla Chiesa che avrebbe considerato “frate mitra” fin troppo esposto.image

 

L’ex francescano, dopo l’arresto dei brigatisti, riesce a condurre una vita normale avendo due figlie dalla compagna boliviana che aveva condotto con lui la resistenza contro il regime di Banzer. Lavora come operaio e diviene sindacalista. Ha modo di trovare un impiego in alcuni Paesi arabi per poi tornare definitivamente in Italia. Nel 1978 si fa da testimone nel processo contro le Br celebratosi a Torino.

Il 10 febbraio 2000 viene ascoltato nella 62ª seduta della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi a cui aveva fornito una bozza del libro autobiografico pubblicato due anni dopo.

Nel 2002, in procinto di partire alla volta di una missione cattolica in Etiopia, vuole riprendere contatto con coloro che aveva fatto arrestare e che sono ormai liberi dopo aver scontato pesanti condanne. Curcio, pur non manifestando rancore, mantiene un atteggiamento riluttante, mentre Franceschini accetta l’incontro, stabilendo con Girotto un rapporto amichevole.

Interessanti alcune dichiarazioni rilasciate, su vari temi, durante la sua missione in Etiopia.

DOMANDA: La teologia della liberazione che si sviluppò in Sud America negli anni ‘ 70 avrebbe potuto aiutare?

RISPOSTA: «Certamente, ma la Chiesa di Roma non ne volle sapere. Da un lato l’ apertura di Paolo VI, che addirittura in casi particolarmente drammatici ammetteva la lotta armata, dall’ altro l’ allora cardinale Ratzinger che ispirava i corposi documenti con cui si condannava la teologia della liberazione. Le contraddizioni della Chiesa risiedono nel fatto che non riesce a capire le condizioni della gente del Terzo Mondo. La condanna dei preservativi assomiglia tanto alla condanna inflitta a Galileo. Per ragionare nei villaggi africani non si possono usare gli stessi metri che si adoperano nelle ovattate sale del Vaticano»

D: E i rapporti con i brigatisti che fece catturare?

R: «Li ho incontrati e siamo diventati amici. Abbiamo parlato e discusso. Mi hanno dato ragione. Mi sono associato alla guerriglia in America Latina, in condizioni particolari, sotto la cappa di una feroce dittatura. In Italia non c’ erano le condizioni per la lotta armata. Era assolutamente fuori luogo pensarlo. Da noi non c’ era una dittatura che ammazzava i contadini e la povera gente. Ora anche loro sono d’ accordo con me. Nella trappola scattata a Pinerolo doveva esserci anche Mario Moretti, ma all’ ultimo momento fu avvisato da una telefonata. Non so chi l’ abbia avvisato, ma di quell’ incontro sapevano soltanto poche persone. Strano che sia sfuggito, vero?».

Da “guerriero senza sonno” a “infame”. Era Walter Sordi

Walter_Sordi– Walter Sordi nasce a Roma, il 23 settembre 1961. Ancora giovanissimo milita in Terza Posizione frequentando anche la sede FUAN di via Siena, quartiere Nomentano.

– E’ parte attiva di un gruppo in cui i punti di riferimento sono Luigi Ciavardini, Giorgio Vale, Stefano Soderini, Pasquale Belsito e altri. Cominciano tutti in Terza Posizione, per poi passare, nel 1979, alla lotta armata nei Nar.

– Dedito a rapine e all’uso della violenza, il gruppo si caratterizza per i solidi rapporti di amicizia tra i componenti più in vista. Emerge una certa tendenza alla goliardia. Il Sordi dei primi tempi viene descritto, da chi lo conosceva, come un tipo tutto d’un pezzo, privo di capacità di analisi. Un manicheo, come molti altri diciottenni degli anni di piombo.

– Nella primavera del 1980 alcuni pubblici ministeri romani firmano una requisitoria nel processo contro TP nella quale si chiede al giudice istruttore il rinvio a giudizio per i reati di banda armata e associazione sovversiva; viene chiesta anche l’emissione del mandato di cattura per dozzine di giovani simpatizzanti di destra, tra cui molti minorenni. Più di cento famiglie vivono nell’ansia. Dopo la strage di Bologna, l’attesa diventa insostenibile. Nell’estate del 1980 circa trenta giovani si danno alla latitanza precauzionale. Tra loro ci sono Alibrandi, Belsito, Ciavardini, Soderini, Sordi. Proprio Sordi, assieme ai camerati Alibrandi e Belsito, decide di arruolarsi nei campi di addestramento militare della Falange Maronita libanese: praticamente la milizia cristiana alleata di Israele nella lotta contro i palestinesi. In particolare Alibrandi pare essere affascinato dalle capacità militari degli israeliani (incaricati di addestrare le milizie cristiano-maronite).

– Nella metà del 1981, Sordi, appena rientrato in Italia, aderisce allo spontaneismo armato dei Nar. Nell’ottobre del 1981, a Milano, Alibrandi, Sordi e Cavallini vanno a Milano. L’obiettivo è Giorgio Muggiani, neofascista milanese, che nel dopoguerra, assieme a Domenico Leccisi, aveva trafugato la salma di Mussolini. L’accusa è quella di aver venduto Cavallini alla polizia nell’ambito delle indagini per l’uccisione dello studente di sinistra Gaetano Amoroso (assassinato nel 1976 per vendicare Sergio Ramelli, studente di destra, massacrato l’anno prima). Sulla strada che porta a Muggiani, i tre vengono intercettati da una volante della DIGOS che intima l’alt. Alibrandi, al volante, forza il posto di blocco: scatta l’inseguimento. Lo stesso Alibrandi, dopo un tratto di strada, frena di colpo, scende, e spara all’impazzata. Colpisce Carlo Buonantuono, l’agente alla guida, ferendolo gravemente e quello che gli è seduto affianco, Vincenzo Tumminello, ammazzandolo sul colpo. Infine si lancia all’inseguimento del terzo agente, Franco Epifanio, vent’anni, che ferito si è rifugiato nell’androne di un portone; Alibrandi finisce per desistere mentre Sordi avvicinatosi all’auto dei poliziotti prima di rubare le armi ammazza con un colpo alla testa l’agente Buonantuono. E’ il primo omicidio di Sordi.

– Pochi giorni più tardi, Sordi partecipa all’esecuzione del capitano della Digos Francesco Straullu: ventisei anni, originario della Sardegna, si è rivelato brillante nella caccia ai fascisti. Straullu è particolarmente malvisto dai neri, che lo ritengono responsabile di violenze sui prigionieri e abusi sessuali sulle donne. L’attentato contro Straullu scatta la mattina del 21 ottobre 1981. Quel giorno il capitano Digos non si serve della solita Alfetta blindata, ma adopera una normale Ritmo. L’auto dell’ufficiale, guidata dall’agente scelto Ciriaco Di Roma, viene intercettata in via del Ponte Ladrone, in prossimità di un sottopassaggio, laddove è costretta a rallentare. Il commando NAR  è equipaggiato con armi moderne: è previsto anche che qualcuno si apposti sul cavalcavia in modo da sparare dall’alto, perché il tetto è il punto più vulnerabile delle auto blindate. Quando i terroristi si trovano davanti una normale Fiat e non la prevista Alfetta blindata l’agguato si tramuta in mattanza. Walter Sordi si piazza in mezzo alla strada e apre il fuoco con un Heckler & Koch G3 cal 7,62 (fucile d’assalto con una capacità di fuoco impressionante). Alibrandi lascia partire un’altra scarica con il suo Garand, mentre Soderini e Cavallini mitragliano ai lati. L’auto con Straullu sbanda paurosamente e si schianta contro un muro. Alla Mambro viene impedito di avvicinarsi ai corpi per l’usuale sottrazione delle armi. Cavallini rinuncia al macabro rituale della lancia da conficcare nel petto del nemico. Il commando, dopo aver compiuto il fatto, si allontana a bordo di una Alfasud rossa e di una Ritmo di colore grigio, entrambe rubate. In sede di sopralluogo vengono rivenuti numerosi bossoli di vario tipo, tra cui alcuni di calibro 7,62 Nato per fucile modello “Fal” del tipo blindato. Strullu verrà riconosciuto soltanto grazie ai documenti.

– Il 5 dicembre del 1981 i reduci dei campi di addestramenti libanesi, Belsito, Sordi, e Alibrandi, si fermano per comprare dei mandarini presso un chiosco di frutta della borgata Labaro, sulla via Flaminia. Transita una volante: a bordo ci sono Ciro Capobianco, Luigi D’errico e Salvatore Barbuto. L’auto inverte la marcia e avanza a filo di gas, rasentando i giovani. Alibrandi si accorge della manovra, getta per terra le bucce del mandarino, e impugna la pistola iniziando a sparare. Capobianco si accascia lungo il sedile, mentre D’Errico si precipita fuori dalla volante per ripararsi dietro un muretto e rispondere al fuoco. Dopo un attimo di sorpresa, anche le pistole di Sordi e Belsito cominciano a crepitare. Sordi viene preso a una mano, Barbuto centra alla nuca Alibrandi (successivamente Massimo Carminati, intercettato dai Ros, rivelerà che Alibrandi era stato vittima del “fuoco amico”). Alibrandi non si vede più: è caduto tra le macchine in sosta, svanito alla vista degli altri. Sordi salta nella volante seguito dagli altri due e parte sgommando verso la Flaminia. A bordo, in fin di vita, c’è ancora l’agente Capobianco. Spira due giorni dopo senza avere più ripreso conoscenza, mentre Alibrandi muore praticamente sul colpo. La madre di Capobianco perderà l’uso della parola per mesi.

– Sordi costituisce una sua banda personale tra Vigna Clara e l’Eur chiamata Walter’s Boys; formata da giovani fedelissimi fiancheggiatori e aspiranti eversivi, studenti che vivono in ambienti borghesi e offrono nascondigli. All’occorrenza vengono premiati con la partecipazione sul campo a qualche azione. I fedelissimi di Sordi considerano il loro capo un semidio. Le sue farneticazioni, la posa da soldato politico e “guerriero senza sonno”, affascinano i ragazzi.

– Il 5 marzo 1982, un commando NAR (del quale fanno parte, tra gli altri, Sordi, Francesca Mambro, Giorgio Vale) rapina la Banca Nazionale del Lavoro di Piazza Irnerio a Roma. Nel darsi alla fuga trovano le forze dell’ordine con cui ingaggiano un violento conflitto a fuoco in cui muore Alessandro Caravillani, studente di 17 anni, che passava di lì per caso. Francesca Mambro è ferita gravemente e trasportata nel pronto soccorso dell’ospedale San Filippo Neri dove verrà poi arrestata.

– Il 24 maggio del 1982 Sordi e Cavallini attaccano gli agenti di guardia alla sede dell’Olp per disarmarli. Sordi e Cavallini arrivano in Vespone sparando contro i poliziotti Pillon e Galluzzo. Il primo è ferito, il secondo muore. Dalle finestre della sede diplomatica palestinese iniziano a sparare anche gli arabi della scorta. Pochi mesi dopo, il 18 settembre, Sordi finisce in catene a opera dei carabinieri che lo catturano in un villino di Lavinio. Ha ventuno anni. Nel primo pomeriggio giungono telefonate anonime ad alcuni quotidiani nelle quali gli amici dello stesso Sordi, probabilmente per evitare trattamenti “impropri” da parte della polizia, danno notizia dell’arresto.

– Subito dopo l’arresto decide di collaborare con la magistratura e comincia a raccontare particolari inediti sull’eversione di destra. Arrivano i benefici di legge e dopo circa un anno e mezzo di carcere viene ammesso agli arresti domiciliari protetti, presso la caserma dei carabinieri di Forlimpopoli, prima di essere trasferito in una località segreta. E’ tuttora sottoposto a un programma di protezione e vive in località segreta.

– La pubblicazione della legge sui pentiti è molto attesa. Non solo dai possibili beneficiari, ma anche dai magistrati. Nella legge 29 maggio 1982, n. 304 sono previste quattro ipotesi di pentimento: una per i fiancheggiatori, una per i dissociati, una per i pentiti veri e una per i cosiddetti i “superpentiti” la cui collaborazione è considerata di eccezionale rilevanza. Le pene, per quest’ultimo caso, sono ridotte fino a un terzo: invece dell’ergastolo, pene da sei a otto anni. E’ prevista anche la libertà provvisoria. Dissociati, pentiti e superpentiti possono usufruire della sospensione condizionale della pena (se condannati a meno di quattro anni di reclusione) e della liberazione condizionale (se dimostrano un sicuro ravvedimento).

– Un impulso decisivo alle indagini di polizia, alla scoperta di nuovi covi Nar a Roma, viene fornito proprio da Sordi che decide di collaborare con gli inquirenti subito dopo la cattura. L’inchiesta giudiziaria sui Nar ricostruisce proprio grazie a lui e ad altri pentiti una lunga serie di delitti, attentati e rapine, avvenuti tra il dicembre del 1981 e l’inizio del 1984.

– Il 17 ottobre del 1982, interrogato dal giudice Imposimato, dichiara: “Conosco Giusva Fioravanti da alcuni anni. Egli mi fu presentato da alcuni camerati dell’Eur, quartiere che io frequentavo abitualmente abitando nel Prati. Il Giusva ha militato prima nel MSI a Monteverde insieme ad Alessandro Alibrandi e Cristiano Fioravanti, suo fratello. Dopo alcuni anni di politica legale, costellata di alcuni scontri con i compagni, Valerio ha cominciato a fare politica extraparlamentare, costituendo un piccolo gruppo armato, formato da lui stesso, Alibrandi, Stefano Tiraboschi, e al fratello Cristiano. Essi cominciarono a praticare la lotta armata tramite rapine, e attentati alle persone. Il gruppo capeggiato da Giusva agiva anche in collaborazione occasionale con elementi del FUAN e con un gruppo di fascisti dell’EUR composto da Carminati Massimo, i fratelli Stefano e Claudio Bracci, e Franco Anselmi. Il primo delitto di rilievo fu l’uccisione, se non erro nel 1978, del compagno Scialabba. All’azione parteciparono i due Fioravanti, Alibrandi, Mario Pedretti, Franco Anselmi, Francesco Bianco e altri due che non ricordo. Nell’omicidio Scialabba furono usate una pistola cal 22 e 38 di Valerio. Un delitto molto importante compiuto dal gruppo di Fioravanti fu la rapina all’armeria di via Nattuzzi, nella quale morì Franco Ansalmi. Il fatto fu compiuto il 6 marzo del 1978 da Alibrandi, i fratelli Fioravanti, Franco Anselmi e Francesco Bianco. Ci furono anche altri complici con funzioni di copertura. A partire da quel momento il gruppo assunse, su proposta di Tiraboschi, la denominazione di Nar”.

Da un interrogatorio di Walter Sordi ai giudici Imposimato e Sica, del 15 ottobre 1982: “Parlando in particolare degli investimenti di somme di denaro da noi fatte attraverso la banda Giuseppucci-Abbruciati, posso dire che nel 1980 Alibrandi affidò alla banda stessa 20 milioni di dire, Bracci Claudio 10 milioni, Carminati Massimo 20 milioni, Stefano Bracci e Tiraboschi 5 milioni. Ricordo che Alibrandi percepiva un milione al mese di rendita. Mi fu spiegato che gli investimenti dovevano avvenire per un periodo non inferiore a sei mesi e che gli interessi corrispondenti erano del 5-6 % mensili. Era Bracci Stefano che si preoccupava di consegnare il denaro per conto di tutti alla banda Giuseppucci-Abbruciati, ricevendone la rendita mensile. Tutto era fondato sulla fiducia. Io ho affidato al Bracci Stefano lire 65 milioni, provenienti da rapine in banche, in più riprese. […] I soldi affidati alla banda Giuseppucci-Abbruciati erano tutti in contanti. Come ho già spiegato, Giuseppucci e Abbruciati prevalentemente investivano il denaro da noi ricevuto nel traffico della cocaina e nell’usura, ma c’erano anche altri investimenti nelle pietre preziose e nel gioco d’azzardo. Ricordo che un giorno, mentre io ero a Beirut insieme ad Alibrandi, ricevetti una telefonata da Carminati il quale chiese se vi era possibilità di piazzare pietre preziose di provenienza illecita. Dalla ricettazione di gioielli provenienti da rapine si interessavano uomini collegati alla banda Giuseppucci-Abbruciati”

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  • Anni di piombo (Provvisionato, Baldoni) Sperling & Kupfer
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Patrizio Peci, il primo pentito delle Brigate rosse

Peci fu aiutato nel suo pentimento da alcune quaglie ripiene, due etti di prosciutto crudo, due paia di slip e calzini nuovi più un fumetto di Tex, di Topolino e un numero della Settimana enigmistica. Farà ridere, ma la strada alla sconfitta del terrorismo italiano è stata aperta anche da un peccato di gola 

(Maresciallo Angelo Incandela, ex comandante delle guardie carcerarie dello Speciale di Cuneo in una intervista al Corriere della Sera del 1994)

Patrizio Peci, a processo

– Patrizio Peci nasce a Ripatransone, vicino Ascoli Piceno; si trasferisce, ancora bambino, con la famiglia a San Benedetto del Tronto

– A partire dal 1970 inizia a frequentare la Rotonda del Lungomare, presso Benedetto del Tronto, luogo di aggregazione politica ma anche di spaccio

– Dopo un breve passaggio in Lotta Continua, dà vita ai PAIL (Proletari Armati per la Lotta)

– Nel 1976 partecipa all’assalto della sede Confapi di Ancona. Dopo questa azione entra in clandestinità. Sale al nord e dopo una tappa a Milano si trasferisce a Torino.

– A Torino fa da luogotenente a Raffaele Fiore (uno degli uomini presenti in via Fani); dopo l’arresto di quest’ultimo, avvenuto nel 1979, diviene responsabile della colonna torinese Mara Cagol, fino all’ arresto avvenuto nel 1980

– Dall’assassinio di Carlo Casalegno a quello del presidente dell’ Ordine degli Avvocati, Fulvio Croce, agli attentati contro uomini FIAT, contro le Forze dell’Ordine e contro esponenti della Democrazia Cristiana, si contano, in tutto, otto omicidi e diciassette ferimenti nei quali Peci ha svolto quasi sempre il ruolo di organizzatore e spesso di esecutore. Nel 1986 torna in libertà dopo un periodo di detenzione presso il carcere di Alessandria.

– Nel 1977 la direzione della colonna di Torino è formata da Raffaele Fiore (capo), Nadia Ponti, Cristoforo Piancone, Patrizio Peci, Rocco Micaletto. L’unica donna, la Ponti, scandalizzava gli altri componenti della direzione per il suo comportamento. «Girava in casa mezza nuda – racconterà Peci a Giordano Bruno Guerri – da questo punto di vista la sua condotta era scorretta. Non perché io sia un moralista ma perché sventolare così le tette sotto il naso di chi è magari mesi che non tocca una ragazza non è né corretto né gentile». La Ponti, fidanzata col romano Piancone, viene descritta come una esaltata. Sarebbe entrata nelle Brigate rosse più per spirito di avventura che per reale fede politica: «Qui mi si aprono prospettive che in una vita normale non sarebbero possibili», avrebbe detto.

– Il 22 aprile 1977 Peci partecipa alla gambizzazione di Antonio Munari, capo officina FIAT. L’azione viene rivendicata due giorni dopo

– Il 30 giugno 1977 prende parte alla gambizzazione di un altro dirigente FIAT, Franco Visca, che viene colpito anche alla milza

– Il 25 ottobre gambizza un militante della Democrazia Cristiana, Antonio Cocozzello

– Il 16 novembre 1977 partecipa al pedinamento e all’uccisione di Carlo Casalegno, vice direttore de La Stampa. Il giornalista viene colpito da diversi colpi di arma da fuoco (una pistola Nagant M 1895) al volto ma nonostante le ferite non muore subito, venendo trasportato all’ospedale Le Molinette. Le manifestazioni di solidarietà indette a Torino, nell’imminenza dell’agguato, non godono di grande partecipazione e tra gli operai FIAT è vasta l’indifferenza per le sorti di Casalegno, che morirà dopo 13 giorni di agonia il 29 novembre.

– Secondo Peci, Casalegno sarebbe stato condannato a morte (nonostante gli iniziali propositi di gambizzazione) dopo alcuni sprezzanti giudizi espressi nei confronti dei militanti della Rote Armee Fraktion (RAF) morti in circostanze poco chiare nel carcere di Stammheim, la notte del 17 ottobre 1977.

– Il 18 ottobre 1980 viene arrestato dai carabinieri del generale Dalla Chiesa, assieme a un altro brigatista, Rocco Micaletto. Le sue rivelazioni porteranno all’individuazione del covo di via Fracchia, a Genova.

– L’arresto di Peci e le oscure modalità che lo caratterizzarono, saranno fonte di tragici risvolti per la famiglia Peci e soprattutto per il fratello Roberto. Le Brigate rosse, in particolare, penseranno a “un doppio arresto” di Peci, il primo avvenuto su delazione di suo fratello e il secondo compiuto con maggiore clamore mediatico. Nel periodo tra i due arresti, Patrizio Peci avrebbe in pratica agito da infiltrato all’interno delle Brigate Rosse.

– A seguito di queste convinzioni, Roberto Peci, 25 anni, antennista, viene rapito dalle Brigate rosse dell’ala capeggiata da Giovanni Senzani. La mattina del 9 giugno 1981 riceve la telefonata di una persona che sostiene di essere un ingegnere di Macerata che, per il giorno successivo, gli chiede di installare un’antenna presso il villino di sua proprietà collocato in via Boito. Lì Peci trova invece una 127 rossa pronta ad aspettarlo. Seguirono giorni di trattative, contatti telefonici, appelli. Roberto Peci viene trucidato (il 3 agosto 1981, con undici colpi di arma da fuoco), dopo un lungo periodo di detenzione (55 giorni) e processo proletario nel quale gli vengono contestate le accuse di tradimento e delazione. La “confessione” del prigioniero verrà filmata e distribuita presso i canali clandestini, con più di vent’anni di anticipo rispetto alle pratiche che poi caratterizzeranno il terrorismo di marca islamista.

– Patrizio Peci esce dal carcere nel 1986. Attualmente vive in una località segreta con falso nome. Nel 2008 viene diffuso un film-documentario intitolato L’infame e suo fratello: inizialmente mandato in onda dalla tv svizzera, verrà ripreso nel programma RAI La storia siamo noi.

Alcune dichiarazioni di Patrizio Peci:

«Se avessi immaginato che finiva così avrei fatto i miei anni di carcere e Roberto non lo avrei sulla coscienza. Roberto era buonissimo, ma è sempre stato d’ accordo con tutte le mie scelte. Prima la contestazione, poi la lotta armata e infine la dissociazione» (Da una recente intervista su Oggi)

«La plastica facciale non sarebbe servita. Uno come me, con un´esperienza da clandestino nelle Brigate rosse, sa che per sparire il miglior nascondiglio è vivere tra la gente. Ormai sono un´altra persona, che vive e fa cose diverse, che ha una famiglia, un figlio. Nessuno avrebbe creduto che mi sarei salvato. All´inizio è stata dura, molto dura. All´epoca le Brigate rosse erano ancora forti e il rischio che mi trovassero era concreto; solo col tempo mi sono convinto che ce l´avrei fatta. Mia moglie l’ho conosciuta in carcere, per corrispondenza. Mi sono sposato poco dopo essere uscito di galera, è stata una scelta. Rientrare nella legalità, avere un´altra vita. Il matrimonio, un figlio, il lavoro, la normalità: era quello che cercavo. Mia moglie ha sempre saputo chi io fossi. Roberto non era responsabile di nulla, fu un fulmine a ciel sereno. Mi aspettavo che l´avrebbero fatta pagare a me. Ma io sarei stato in grado di difendermi. Sono stato, semplicemente, tra la gente. Avevo la mia vita, gli amici, la maggior parte dei quali ignorava la mia vera identità. Negli anni ho cambiato lavoro un paio di volte, e anche città. Ma non per sfuggire a qualcosa, solo perché avevo trovato un posto migliore, più remunerativo. I primi tempi sono stati difficili, adesso lavoriamo in due e va molto meglio. Mio figlio ha ventiquattro anni e adesso vive praticamente da solo. Non gli avevamo detto nulla su di me, l´ha scoperto da ragazzino quando vide una mia foto su un giornale. Alla fine ammisi di essere io quello e, insieme a mia moglie, piano piano gli abbiamo raccontato tutto. Non gli ho mai chiesto di mantenere il segreto sulla mia vera identità, ma lui lo ha fatto automaticamente e se ne è assunto la responsabilità. Ha capito la buona fede del padre. Del resto non ho mai avuto una scorta, se non quando mi dovevo presentare in posti ufficiali, dove si sapeva che sarei andato. Sembra incredibile, ma, in questi venticinque anni, ho fatto sempre la stessa vita, mimetizzato in mezzo alla gente. È il modo migliore per sparire. Certo, problemi ce ne sono stati e tanti. Soprattutto quelli legati all´identità, a cominciare dal libretto della mutua. Mio fratello era anche un amico, la persona sulla quale avrei potuto fare affidamento, appena uscito dal carcere. Con lui avrei potuto risolvere tante cose, consigliarmi. In me è scattato un tale odio per i responsabili. Un odio che è rimasto uguale da allora e che mi porto sempre dentro, anche se non guardo i giornali che ne parlano, anche se, quando mi capita di incrociare una qualche trasmissione tv, subito spengo. Dubbi all´inizio ne avevo tanti, e anche sofferenza, già prima di essere arrestato. Non ero più convinto di quello che avevo fatto e, dopo Moro non sapevamo più come andare avanti. Quella non era la mia crisi, era quella di tutte le Brigate rosse. Lo so, io sono stato il primo, ma se la mia scelta fosse rimasta singola, isolata, non si sarebbe creato il fenomeno della dissociazione. E quindi le bierre non si sarebbero disintegrate. La mia dissociazione fu un po´ quella di tutti. Non fu lo Stato a distruggere le Brigate rosse, siamo noi che ci siamo autodistrutti. La nostra strategia non era giusta, non lo era la violenza in Italia, in quelle condizioni. Non lo era aver provocato tanti danni, morte e dolore. Beh, glielo dico, all´epoca sono tornato perfino a San Benedetto qualche volta, la città dove ho vissuto, la mia città. Fu qualche anno dopo; sono stato a trovare mia madre, i miei parenti. E ho anche dormito in casa di mia madre. E senza i miei amici carabinieri che qualche volta lasciavano correre, altrimenti non campavo più. La mattina andavo al mare e una volta il padrone dello chalet mi ha perfino riconosciuto, abbiamo pranzato insieme. Ci pensi, se fosse venuto fuori: Peci sta al mare a San Benedetto, ci avrebbe forse creduto qualcuno? È tutto lì il bluff» (Intervista rilasciata a Silvana Mazzocchi)

“IO, L’INFAME” (Sperling & Kupfer Editori Spa)

Patrizio Peci è morto il 18 maggio 1983. Patrizio Peci ero io. Il 18 maggio 1983, a Torino, l´uomo conosciuto con il nome di Patrizio Peci entrava in un´aula del tribunale di Torino per testimoniare contro i suoi ex compagni, principale teste d´accusa nel processo contro le Brigate rosse. Fino a quel giorno ero stato un brigatista, dopo di allora divenni il più feroce nemico dei brigatisti, l´uomo che aveva reso possibile lo smantellamento della più importante organizzazione armata degli anni di piombo. Peci “l´infame”, perché aveva tradito il codice di omertà che lega tra di loro gli ex terroristi, spesso anche dopo la cattura.

Peci “l´infame”, perché aveva vuotato il sacco, chiuso ogni margine di ambiguità possibile, perché si era bruciato i ponti dietro le spalle; infame perché aveva fatto i nomi, perché aveva collaborato con il generale, perché aveva scelto quegli stessi carabinieri che gli avevano dato la caccia. Infame perché era passato dalla parte dei suoi ex nemici, che adesso erano destinati a diventare i suoi unici compagni di vita. Peci, l´ex combattente convinto che la guerra sia finita.

«Perché non ti fai una plastica?». Se dovevo restare in questo paese, bisognava immaginare come. Se non dovevo trasferirmi all´estero, era indispensabile trovare un modo per vivere in Italia. Ci pensai a lungo e giunsi a un´unica conclusione. La sola cosa della vita di Patrizio Peci che poteva servire anche alla vita del nuovo Patrizio era quello che Peci sapeva fare meglio. Ovvero vivere nelle città, dissimularsi tra mille esistenze anonime, vivere da clandestino. Sfuggire alla condanna a morte delle Brigate rosse con gli stessi strumenti appresi alla scuola delle Brigate rosse.

L´ultima scelta, se possibile, fu ancora più importante. Vivere con la mia faccia di sempre, l´unica che conoscevo. Quella a cui ero affezionato. Uno a cui capita di morire, una volta nella vita, può cambiare tutto. Tutto, ma non l´immagine che guarda la mattina quando si ritrova davanti allo specchio. Era un azzardo, mi dicevano. Ma sentivo che potevo farlo. Ero convinto di aver imparato una regola, nel periodo della mia prima latitanza.

Un giorno, al mare, mi ero ritrovato in spiaggia. Ero bardato, senza baffi, apparentemente irriconoscibile rispetto all´identikit diffuso dai giornali. Mi capitò di incrociare lo sguardo di un amico di infanzia, dietro un ombrellone, di esserne come attraversato, di avere la certezza matematica di essere stato riconosciuto.

Quel giorno mi ero convinto che se qualcuno ti riconosce non è per la forma del naso, o per il modo in cui la mascella si appoggia sul tuo collo, o per il taglio delle sopracciglia. Se uno ti riconosce, quando sei latitante, è perché ti sa guardare negli occhi. Ma siccome gli occhi sono quelli, e nessuno te li può cambiare, decisi che già che c´ero avrei corso il rischio, che avrei tenuto anche la mia faccia. Il primo anno fu durissimo. Il secondo migliore. Dal terzo iniziai a pensare che ce l´avrei potuta fare. Scegliere di fare un bambino, insieme, fu la traduzione di questa certezza acquisita, fu il passo di non ritorno nella normalità. Il ritorno alle responsabilità era un altro passo che mi separava dalla mia vita precedente. Essere responsabile di una vita è la cosa che più ti allontana da un´esistenza in cui le vite non contano.

Oggi mio figlio ha ventiquattro anni, e un segreto. Non è stato sempre così. Non gli avevamo detto tutto, quindi per molti anni anche lui ha coltivato il dubbio. Quando era piccolo non si faceva troppe domande. Non ci chiedeva chi fossero gli “amici” con la pistola che spesso ci venivano a fare visita, non mi faceva domande sullo “zio Creso” e sullo “zio Picciotto”, i due carabinieri che dopo avermi dato la caccia erano diventati i miei migliori amici. Quello era il suo mondo, la sua famiglia, la normalità, i volti delle persone che conosceva da sempre.

Certo, come una premonizione, c´era la sua passione per gli anni di piombo, per i programmi di Giovanni Minoli e per gli articoli dei giornali. Non ci eravamo dati regole perentorie, io e mia moglie, se non questa: quando lui faceva domande, noi rispondevamo sempre.

La verità iniziò a farsi largo a poco a poco, per gradi, come se si fosse trattato di un destino ineluttabile, di una necessità. Un giorno, improvvisamente, ogni filtro cadde.

Mio figlio mi venne incontro con in mano una copia di un giornale, credo La Stampa. Non ebbi bisogno di leggere per sapere di cosa si trattasse. C´era un articolo su Peci e una foto dei tempi del processo. Era una vecchia immagine in bianco e nero, per giunta un po´ sgranata, dove apparivo molto diverso da come ero in quei giorni. Ma se la regola dello sguardo ha un senso per chi ti ha conosciuto bene, figuratevi se uno sguardo può mantenere un segreto di fronte a un figlio.

Disse semplicemente: «Papà, questo sei tu».

Io provai a scherzarci su, e risposi ridendo: «Sì, figurati, sono il terrorista Peci». Lui continuò, senza farsi scoraggiare dalla mia battuta: «Papà, Peci sei tu, io lo so».

Mi sono accorto solo per caso che io sono l´unico. L´unico che negli anni di piombo abbia abitato entrambi i gironi dei dannati: sia fra le vittime sia fra i carnefici, sia fra chi ha amministrato la morte sia fra chi ha conosciuto la morte, quella di una delle persone più care, quella che ti fa conoscere il senso della perdita irrevocabile. Sono l´unico, e non è certo un privilegio. È come se queste due parti della mia storia e della mia personalità si inseguissero in tondo dentro di me, in un moto perpetuo, e non si incontrassero mai. Come se aver impugnato una pistola per sparare mi rendesse ancora più difficile, e non più facile, capire le ragioni di chi ha sparato.

Ogni volta che penso a mio fratello, e a quello che gli hanno fatto, alla squallida messa in scena allestita a beneficio dei giornali, alla foto dell´esecuzione scattata come se si trattasse di un film, al canto di Bandiera rossa mandato in onda mentre gli leggono la sentenza di morte, sento ribollire il sangue nelle vene per l´ira. Anni fa, come ho già raccontato, credevo che avrei trascorso quello che mi restava da vivere a inseguirli con la pistola in mano. Oggi che l´idea della vendetta è passata come una febbre tropicale dentro di me, sento solo un grande vuoto: il senso della perdita e dell´assenza. Non potrò perdonare mai. Mai. Perché non si può perdonare quello che non ha senso.

E forse è per questo che i parenti delle vittime non riescono a spiegare mai, a chi non lo ha conosciuto, il senso del lutto. Non puoi perdonare la perdita irrevocabile, soprattutto quando sai che non c´era motivo, soltanto odio e ferocia animalesca in chi ha premuto il grilletto. Ancora oggi, di questi brigatisti del presunto Fronte delle carceri, quelli che realizzarono il sequestro, penso un´unica cosa: che sono delle bestie.

Oggi, a distanza di tanti anni, non so dire se davvero sono io quello che ha smantellato le Brigate rosse. Non sono un presuntuoso, non mi interessa appuntarmi medaglie sul petto, non è nel mio carattere. Ma di una cosa sono sicuro: io ho anticipato, con la mia scelta, qualcosa che doveva accadere. Sono stato lo strumento che ha reso possibile qualcosa che era già nella storia.

Oggi, dopo che è passato un quarto di secolo, e che il tempo ha misurato il peso delle scelte, penso semplicemente questo: non ho rimpianti, non ho rimorsi. Sono felice di avere fatto quello che ho fatto, perché era giusto farlo.

Enrico Fenzi, l’intellettuale delle Brigate Rosse.

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Enrico Fenzi, uno dei pochi veri intellettuali delle Brigate rosse, esercitò la professione di docente di Letteratura italiana presso l’Università di Genova. Dal 1979 aderì alle Br, colonna genovese, entrando in contatto prima con Rocco Micaletto e poi con Luca Nicolotti. Prese parte, con un ruolo di copertura, insieme ad altri tre brigatisti, Nicolotti, Francesco Lo Bianco e Livio Baistrocchi, al ferimento del dirigente dell’Ansaldo e membro del PCI Carlo Castellano.

Arrestato una prima volta a Genova il 17 maggio 1979, fu assolto nel 1980 per insufficienza di prove. Fu nuovamente arrestato a Milano il 4 aprile 1981, assieme ai brigatisti Tiziana Volpi, Silvano Fadda e Mario Moretti. Durante la sua prima detenzione ebbe modo di entrare in contatto con i più importanti esponenti del così detto “nucleo storico” delle Brigate Rosse, ed in particolar modo con Renato Curcio e Alberto Franceschini.

È autore di Armi e bagagli – Un diario dalle Brigate Rosse, considerato, per il valore della scrittura, la biografia sull’argomento di maggior valore letterario. Enrico Fenzi è stato spesso indicato come l’unico intellettuale passato alle Brigate Rosse, insieme al cognato Giovanni Senzani.

Nel 1995 ha partecipato al documentario di Marco Bellocchio Sogni infranti.

Dissociatosi dalla lotta armata già nel 1982, è stato in libertà provvisoria dal 1985 fino al 1994.

Nuovamente impegnato negli studi di filologia e letteratura italiana con diverse pubblicazioni, è uno stimato studioso a livello internazionale di Dante e Petrarca. Tale attività di studioso, tuttavia, è stata talvolta limitata, in conseguenza di polemiche riferite al passato legame con le Brigate Rosse.

Riproponiamo la lunga intervista concessa da Fenzi a Sergio Zavoli, andata in onda durante la trasmissione La notte della Repubblica.