Mese: settembre 2018

Articolo 90. Concutelli finisce nei «braccetti della morte»

Con l’uccisione in carcere di Ermanno Buzzi (in collaborazione con Mario Tuti) e soprattutto di Carmine Palladino, Pierluigi Concutelli, capo militare del Movimento Politico Ordine Nuovo, finisce nei cosiddetti «bracci della morte», un regime detentivo particolarmente duro. Per capirne la genesi occorre arrivare fino all’articolo 90 della legge sull’ordinamento penitenziario del luglio 1975: «Quando ricorrono gravi ed eccezionali motivi di ordine e di sicurezza», dice la norma, «il Ministro di Grazia e Giustizia ha la facoltà di sospendere, in tutto o in parte, l’applicazione, in uno o più stabilimenti penitenziari, per un periodo determinato e strettamente necessario, delle regole di trattamento e degli istituti previsti dalla presente legge che possano porsi in concreto contrasto con le esigenze di ordine e di sicurezza». Di fatto si tratta della possibilità di sospendere, appunto «per eccezionali motivi di ordine e sicurezza», all’interno di uno o più carceri, una riforma dell’ordinamento penitenziario, come quella del 1975, frutto di un grande ciclo di lotte dei detenuti.  

Palladino

Carmine Palladino

L’obiettivo, nemmeno tanto nascosto, è quello di assestare dei colpi decisivi alle organizzazioni combattenti attive lungo gli anni Settanta. Nonostante tutto, le carceri continuano per gran parte del decennio in questione a essere difficilmente governabili. Una particolarità italiana sarà poi il determinarsi di una sorta di comunione d’intenti tra i prigionieri politici e il cosiddetto proletariato extralegale, teorizzato, e in parte realizzato, dai NAP, i Nuclei Armati Proletari.

La risposta dello Stato non si fa però attendere: nel 1977 viene istituito il regime degli «speciali» sorvegliati dai carabinieri. Il famigerato art. 90 inizia a essere applicato pedissequamente a partire dai primi anni Ottanta attraverso l’istituzione, appunto, dei cosiddetti «braccetti della morte», sezioni di massimo isolamento che prevedono una fortissima riduzione, o interruzione, dei contatti con l’esterno. L’attuazione di questo inasprimento del regime penitenziario per i detenuti considerati più pericolosi, o comunque più attivi politicamente, avviene in contemporanea con la modifica del codice penale (approvazione dell’articolo 270 bis – associazione sovversiva con finalità di terrorismo) e le nuove norme su pentitismo e dissociazione volute da Cossiga.

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Le righe che di seguito pubblichiamo, sono tratte dal nostro libro «Maledetti ’70 – Storie dimenticate degli anni di piombo» e riguardano il caso di Pierluigi Concutelli subito dopo l’omicidio, in carcere, di Carmine Palladino considerato responsabile, per delazione, della tragica fine del Nar Giorgio Vale.

Concutelli

Pierluigi Concutelli

Dal paragrafo «Il comandante e il caterpillar», pagg.129-130:

«Dopo regolari condizioni di isolamento e trasferimenti in diversi penitenziari, la punizione più severa deve ancora sopraggiungere. Se rivendicare l’uccisione di un uomo rappresenta una ben precisa volontà ideologica, in galera tale scelta comporta un prezzo da pagare. L’importo è molto alto, si chiama articolo 90, una misura disciplinare che comporta la permanenza in aree speciali che nel gergo carcerario vengono chiamate “i braccetti della morte”, ovvero sezioni penitenziarie che prevedono una rigida forma di isolamento capace di spaventare anche gli ergastolani dalla pellaccia più dura. Il trattamento comporta una drastica riduzione dei diritti del detenuto ed è riservato a coloro che nonostante la carcerazione continuano ad essere considerati soggetti pericolosi. I braccetti aprono i battenti nel 1982 e prima di diventare illegali saranno a lungo utilizzati dallo Stato come strumento per incoraggiare i prigionieri a diventare collaboratori di giustizia. La routine carceraria che ne consegue è un annientamento psicologico ai limiti dell’umana sopportazione. Non è consentito alcun rapporto con altri detenuti, nemmeno tramite corrispondenza. È fatto divieto di detenere generi alimentari e sono banditi tutti gli oggetti al di fuori degli indumenti. Ogni tipo di attività culturale, sportiva o ricreativa è tassativamente vietata. I colloqui sono drasticamente ridotti e avvengono solo con i parenti più stretti, davanti a un vetro divisore e alla presenza delle guardie. Nessuna telefonata, nessuna lettera, nessun contatto con l’esterno.

Ventitré ore al giorno chiusi in uno stanzino e perquisiti ad ogni accesso all’aria che consiste in un’ora giornaliera in pochi metri quadrati di cortile. Concutelli varca le soglie dell’articolo 90 aggravato dopo il suo secondo omicidio in carcere. Stessa modalità d’uccisione, stesso angolo “buio” di Novara. Questa volta però il comandante ha fatto tutto da solo. La vittima è un altro detenuto neofascista: l’avanguardista Carmine Palladino, luogotenente di Stefano Delle Chiaie, colpevole d’aver “venduto agli sbirri” la vita di Giorgio Vale, militante dei Nuclei Armati Rivoluzionari. Secondo più fonti, Palladino avrebbe rivelato alle forze dell’ordine le istruzioni per giungere al nascondiglio del ricercato dei NAR, un appartamento al pian terreno in via Decio Mure a Roma, nella zona del Quadraro. Durante il blitz del 5 maggio 1982, il ragazzo è morto con un proiettile alla testa esploso in circostanze controverse. Alcune fonti parlano di un conflitto a fuoco, altre di un suicidio, altre ancora di una brutale esecuzione a sangue freddo. Ciò che è certo per Concutelli è che un camerata di soli vent’anni è stato ucciso dagli agenti del regime grazie alle rivelazioni di un delatore. In aula di tribunale Concutelli ribadirà di aver ucciso Palladino da solo e di averlo fatto «perché delatore, dirigente di un’organizzazione che aveva connivenze con il potere ed i servizi segreti». Con l’apertura dei braccetti, la reazione dello Stato è dura e immediata ma lì dentro Concutelli ci sarebbe finito ugualmente. Nel nuovo regime carcerario ogni tentativo di ribellione frutta solo pestaggi dalle guardie. Tolleranza zero. Un passo in avanti nella severità giuridica equivarrebbe soltanto alla pena di morte. Pochi detenuti hanno avuto accesso a quelle sezioni. Stando ai loro racconti, un mese lì dentro rappresenta l’eternità. Tuti e Concutelli vi rimarranno sepolti per cinque interminabili anni»

 

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Archivi Stasi. I rapimenti Schleyer e Moro a confronto

La Stasi mette a confronto il rapimento di Martin Schleyer, operato dalla RAF, con il rapimento di Aldo Moro, operato dalle Brigate Rosse. La Rote Armee Fraktion («Frazione dell’Armata Rossa»), abbreviata in RAF e fondata nel 1970, è stato
un gruppo terroristico di sinistra, attivo all’interno della Repubblica Federale Tedesca.

In un primo momento, i servizi di sicurezza statali raccolsero informazioni sui terroristi, ne osservarono le attività e tollerarono i loro viaggi in Medio Oriente, effettuati dall’aeroporto di Schönefeld, che si trovava a Berlino Est. Negli anni Ottanta, questi contatti si intensificarono e i servizi di sicurezza offrirono rifugio, all’interno della DDR, a dieci persone che si erano allontanate volontariamente dalla RAF. Inoltre, il
Ministero per la Sicurezza dello Stato formò alcuni terroristi nell’acquisire dimestichezza con le armi.

Il 5 settembre 1977, alcuni esponenti della RAF rapirono Martin Schleyer, presidente della Bundesvereinigung der Deutschen Arbeitgeberverbände (la confederazione dei datori di lavoro tedeschi) e della Bundesverbands der Deutschen Industrie (la Federazione delle Industrie Tedesche). Un anno dopo, il 16 marzo 1978, in Italia alcuni membri delle Brigate Rosse rapirono il politico democristiano Aldo Moro. Nelle presenti pagine, il Ministero per la Sicurezza dello Stato della DDR mette a confronto i due rapimenti.

Entrambi i casi presentano indubbi parallelismi, in termini di attuazione e scopi dei loro esecutori. All’interno del presente documento, si tratterà del confronto, operato dal Ministero per la Sicurezza dello Stato, tra le due azioni criminali. In appendice sono allegati gli schizzi dei luoghi in cui avvennero i reati e le foto delle vittime dei rapimenti, prelevate dalla stampa tedesca occidentale. La legenda esplicativa riguardante gli schizzi del luogo del rapimento di Aldo Moro è stata compilata dal Ministero per la Sicurezza dello Stato.

A essere ricostruita è anzitutto l’esatta dinamica del rapimento di Aldo Moro. Il Ministero per la Sicurezza dello Stato descrive erroneamente le Brigate Rosse, organizzazione terroristica clandestina di sinistra, come «organizzazione neofascista». Successivamente, all’interno del documento, vengono descritte  le differenze e le somiglianze che intercorrono tra i due rapimenti, con particolare enfasi sulla preparazione professionistica degli esecutori. La comparazione dei luoghi dei rapimenti e la
congruenza delle caratteristiche delle foto prova quanto i due rapimenti siano simili.

Il documento non giunge a spiegare né il movente profondo degli esecutori, né la conclusione dei due rapimenti. Per entrambi i casi, si sarebbe dovuto liberare di prigione i compagni ideologici dei terroristi, ancora incarcerati. Entrambi i rapimenti fallirono. Per quanto riguarda il sequestro Schleyer, a morire fu Hanns Martin Schleyer stesso, mentre i membri della RAF rimasero agli arresti e successivamente si suicidarono all’interno del penitenziario di Stoccarda-Stammheim. Anche Aldo Moro, in conseguenza della mancata scarcerazione di altri terroristi, venne ucciso e, come Hanns Martin Schleyer, ritrovato all’interno del portabagagli di un’automobile.

STASI 1

Berlino, 8 giugno 1978
Dipartimento Principale per la Protezione delle Persone, Gruppo Generale Informazioni

Descrizione sintetica del rapimento Moro a confronto con il rapimento Schleyer 

Il 16 marzo 1978, alla periferia di Roma, il presidente del partito democristiano (DC) italiano è stato aggredito e rapito mentre si allontanava dalla propria abitazione e si recava in Parlamento. Questo rapimento a scopi terroristici è stato effettuato dall’organizzazione neofascista delle «Brigate Rosse» che, tramite la divulgazione di ideologie pseudorivoluzionarie, compie in Italia numerosi attentati terroristici.

Lo svolgimento e le modalità in cui si è compiuto l’attentato arrivano ad imitare il rapimento del presidente dell’Unione degli Imprenditori della Repubblica Federale Tedesca, Schleyer. Inoltre, ricostruendo la dinamica di alcune loro azioni, si può comprendere come gli esecutori abbiano effettuato un’analisi dettagliata del rapimento Schleyer.

Dinamica del rapimento:

Alle ore 9:15, Moro lascia il proprio appartamento, nella periferia residenziale di Roma. Oltre a Moro, all’interno dell’automobile si trovano il conducente e un accompagnatore. L’automobile nella quale viaggia Moro è seguita da un’autovettura di sicurezza, occupata dal proprio conducente e da due uomini della sicurezza. A partire da un momento ancora non precisamente identificato, una Fiat 128 con i contrassegni diplomatici inizia a precedere l’automobile in cui viaggia Moro. In corrispondenza di un incrocio (a circa 1500 metri di distanza dall’abitazione di Moro), la Fiat 128, che precede l’automobile di Moro, effettua una frenata a fondo senza motivo apparente, in conseguenza della quale si verifica un tamponamento (tra l’automobile di Moro e la Fiat e tra l’autovettura di sicurezza e l’automobile di Moro). In quello stesso momento, numerosi terroristi, armati di mitragliatrici, aprono il fuoco contro entrambe le vetture. Due terroristi escono rapidamente dall’automobile che aveva bloccato quella di Moro. Quattro o cinque altri terroristi abbandonano l’angolo di un bar, presente sul luogo del rapimento, dietro il quale erano stati nascosti fino a pochi istanti prima dell’attentato. Nel medesimo istante, un’automobile dei terroristi sopraggiunge da dietro e avvicina l’automobile di Moro. Il presidente della DC viene trascinato a forza all’interno di quest’ultima automobile e rapito.

STASI 2

Gli altri terroristi fuggono con un’altra autovettura, che nel frattempo si era avvicinata al luogo del rapimento. Entrambi i conducenti e due uomini della sicurezza rimangono uccisi dai circa 70 colpi sparati dai terroristi, mentre un altro uomo della sicurezza muore poco tempo dopo, a causa delle ferite. L’intera azione, dal momento in cui l’automobile viene bloccata fino alla fuga dei terroristi insieme alla vittima del rapimento, si svolge in circa un minuto. La minuziosa e attenta preparazione dell’attentato risulta ancora più chiara dal confronto con il rapimento Schleyer.

Ciò si evince tra l’altro da numerosi fattori:

1. Secondo le informazioni raccolte dagli organi di polizia e di sicurezza italiani, nella preparazione e nell’attuazione dell’attentato erano coinvolte circa 40 persone. Un tratto peculiare era rappresentato dalla ripartizione dei compiti tra i vari terroristi, nel momento dell’esecuzione del rapimento. La ricognizione e la preparazione dell’attentato vennero effettuate da membri delle «Brigate Rosse», che vivevano a Roma. La rapida attuazione del rapimento venne con ogni probabilità effettuata da membri delle «Brigate Rosse», che abitavano fuori Roma e che fino a quel momento non erano rientrati nella sfera di attenzione della polizia.

2. Le automobili utilizzate dai rapitori erano state rubate e munite dei contrassegni della polizia, alla quale da molto tempo e per svariate ragioni sono stati restituiti.

3. Le armi utilizzate dai terroristi erano state rubate a privati o alle forze armate italiane.

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4. Per escludere la possibile presenza di testimoni, durante la notte precedente al rapimento gli attentatori avevano forato tutte le quattro ruote dell’automobile di un fioraio, che ogni giorno montava la propria bancarella in corrispondenza dell’incrocio dove avvenne il rapimento.

5. Immediatamente prima dell’attacco, i terroristi avevano messo fuori uso la rete telefonica del vicinato.

6. Per garantire maggior sicurezza all’automobile in fuga, un terrorista, vestito con l’uniforme dei vigili urbani italiani, si mise a guardia dell’incrocio dove avvenne il rapimento.

7. Prima del rapimento, alcuni dei terroristi si incontrarono in un bar che si affacciava sull’incrocio, con indosso l’uniforme della compagnia aerea nazionale italiana, «Alitalia». Portavano con sé i mitra all’interno delle sacche di servizio, utilizzate dalla compagnia aerea.

8. Per escludere ogni fattore che potesse compromettere lo svolgimento dell’operazione, i terroristi avevano fissato due postazioni di sicurezza.

9. Come manovra diversiva per la polizia, gli attentatori avevano parcheggiato, poco distante dal luogo del rapimento, un’automobile con una bomba a orologeria.

Dal confronto tra il rapimento di Moro e il rapimento di Schleyer, emergono le seguenti corrispondenze:

1. Il rapimento delle due personalità doveva avvenire conformemente ai piani, in quel momento e in quel percorso.

2. Entrambi i personaggi erano accompagnati da autovetture di sicurezza.
3. I luoghi dove avvennero i rapimenti si trovavano all’interno di un percorso poco frequentato, sia da persone sia da automobili (si trattava in entrambi i casi di quartieri residenziali).

4. L’arresto delle automobili è stato effettuato tramite la simulazione di una normale situazione di traffico cittadino.

5. Gli attentatori hanno aperto immediatamente il fuoco sui conducenti e sulle autovetture della sicurezza.

6. I due personaggi sono stati sequestrati e obbligati a salire all’interno dell’automobile dei terroristi.

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7. A pochi chilometri di distanza dal luogo del rapimento, gli attentatori cambiarono automobile.

8. Il luogo in cui i terroristi permasero e condussero i due personaggi rimase sconosciuto.

9. Gli attentatori uccisero i due personaggi sequestrati.

10. I cadaveri dei due personaggi vennero ritrovati all’interno di un’automobile, in territorio urbano.

11. Le comunicazioni dei sequestratori vennero ogni volta recapitate, in molteplici copie, a varie istituzioni.

12. Il contenuto delle comunicazioni, all’interno di lettere scritte a mano, era essenzialmente il medesimo.

Dall’analisi dei fatti, per cui di norma sono sempre gli assalitori ad essere in vantaggio, emerge che i seguenti fattori potrebbero aver favorito l’attuazione dei sequestri:

1. A fronte dell’ingorgo stradale, né i conducenti né i membri della sicurezza si aspettavano di essere mira di obiettivi nemici. Per questo motivo, da parte loro non vi furono reazioni per allontanarsi dal pericolo.

2. I membri della sicurezza (cinque nel caso di Moro, quattro nel caso di Schleyer) riuscirono a sparare alcuni colpi alla cieca solamente da una delle autovetture di sicurezza.

3. Nel caso di Schleyer, risultò evidente come l’automobile svoltò a elevata velocità in una strada precedentemente senza buona visibilità e si avvicinò a un ostacolo, che già si trovava sulla strada.

4. Nel caso di Moro, risultò evidente come l’automobile dei sequestratori arrivò a una distanza di sicurezza minima rispetto all’automobile che la precedeva (ovvero, quella che all’incrocio sarebbe stata bloccata).

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Fotografie delle vittime dei rapimenti inviate dai sequestratori: Aldo Moro – vittima del sequestro e Hanns Martin Schleyer – vittima del sequestro

 

 

(Traduzione a cura di Silvia Valentini)