Mese: maggio 2017

Il «processo proletario» a Germana Stefanini, invalida civile e vigilatrice del reparto femminile di Rebibbia

18601480_1088248527986233_872278746_nRoma, 11 maggio 1983. Al civico 3 di via Torreglia, gli agenti della Digos scoprono un covo terroristico dei «Nuclei per il potere proletario armato», un movimento di estrema sinistra composto da giovani fiancheggiatori delle Brigate Rosse. All’interno dell’abitazione le forze dell’ordine rinvengono il drappo rosso dell’organizzazione, alcuni bossoli e una fotografia che ritrae il «processo proletario» subito alcuni mesi prima da Germana Stefanini, 57 anni, invalida civile e vigilatrice del reparto femminile di Rebibbia, uccisa con un colpo di pistola alla nuca.

La polizia arresta l’affittuario dell’appartamento, un giovane studente di architettura: Valerio Ruffo Albanese, venticinque anni, figlio di un generale dell’esercito e della preside di un rinomato liceo romano. Risultano invece autori dell’omicidio Stefanini: il ventisettenne Carlo Garavaglia e i ventitreenni Francesco Donati e Barbara Fabrizi. Saranno arrestati qualche giorno dopo durante un tentativo di rapina ad un ufficio postale.

 

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Nel pomeriggio del 28 gennaio 1983, Germana Stefanini è stata bloccata nella propria abitazione al ritorno dalla giornata lavorativa presso il carcere di Rebibbia. Dopo aver messo a soqquadro l’appartamento e prima di eseguire la condanna a morte, i terroristi hanno sottoposto la donna ad un interrogatorio. Tra i materiali sequestrati dagli agenti all’interno del covo di via Torreglia vi è anche un’audiocassetta che custodisce l’audio dell’intero «processo». Ne riportiamo di seguito alcuni momenti:

D. «Quanti anni hai?»

R. «Cinquantasette.»

D. «Sei sposata?»

R. «No.»

D. «Hai la licenza media?»

R. «No.»

D. «Che c’hai?»

R. «La quinta elementare.»

 

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D. «Perché hai scelto questo mestiere?»

R. «Perché non sapevo come poter vivere, è morto mio padre… Mio padre è morto nel ’74 e nel ’75 sono entrata a Rebibbia perché non sapevo come poter vivere.»

D. «Che funzione hai?»

R. «Come che funzione ho?»

D. «Che fai a Rebibbia?»

R. «Io faccio i pacchi.»

D. «Solo i pacchi?»

R. «Sì.»

D. «I controlli ai pacchi non li fate?»

R. «No, io è poco che ci sto ai pacchi.»

D. «Ah, è poco? Sono sei anni.»

R. «Prima lavoravo all’orto. Reparto orto di Rebibbia.»

D. «Controllavi il lavoro delle detenute?»

R. «No, lavoravo pure io. Se parli con le politiche nessuna mi dice male, a me tutte me portano così. Io le ho sempre trattate bene. Loro c’hanno l’idea loro e io la rispetto.»

D. «La rispetti chiudendole nelle celle? Facendo la vigilatrice?»

R. «Non ci sono mai andata giù [alle celle, ndr.] non mi ci mandano, come faccio a dire che succede?»

D. «Senti un po’ le trimestrali [vigilatrici assunte con contratto a termine, ndr]…dagli una sigaretta [rivolta a un altro terrorista, ndr], tu che fumi, la pipa? No, le Nazionali. Questa che è, una Merit…Andiamo avanti. Le trimestrali per rimanere che devono fà?»

R. «Un concorso.»

D. «Tu che hai fatto? un concorso?»

R. «Io sono entrata come invalida.»

D. «Perché ci sono posti riservati come ai ministeri?»

R. «Siccome mio padre era invalido di guerra…»

D. «Tuo padre era agente di custodia?»

R. «No, era idraulico.»

D. «Ma tu questo mestiere perché lo fai?»

R. «Perché, morto mio padre dove andavo a lavorare? Dovevo andare a fare la donna di servizio ma non glie la faccio.»

D. «Spiegaci come sei entrata a Rebibbia.»

R. «Ho una cugina suora e lei me l’ha detto, perché lì non dovevo fare grosse fatiche e non dovevo tenere le mani a bagno. Io risposi: “proviamo”»

D. «Tu, quando hai detto “proviamo” lo sapevi dove andavi a lavorare, no?»

R. «Io sono sempre stata appresso a mio padre e a mia madre. Ho avuto due sorelle malate, che poi sono morte, sono sempre stata a combattere con gli ospedali.»

D. «Ma è il primo lavoro che facevi, questo?»

R. «Sì, perché avevo papà invalido di guerra.»

D. «Tuo marito che stava…»

R. «Non sono sposata. Se avessi avuto marito, mi contentavo di quello che portava lui.»

D. «Tu prendi la pensione?»

R. «No, come prendevo la pensione se non ho mai lavorato?»

D. «La pensione di tuo padre invalido.»

R. «No, non me l’hanno data. Se mi davano la pensione magari non andavo a lavorare.»

D. «Ma in quell’anno della morte di tuo padre a quando sei andata a lavorare a Rebibbia come hai fatto a campare?»

R. «Andavo a mangiare una volta da una zia, una volta da una cugina, una volta da mia sorella, ma con mio cognato non vado d’accordo, mi scoccia andarci a mangiare.»

A questo punto della registrazione si odono i pianti della donna. Uno dei terroristi le dice: «Nun piagne, tanto nun ce frega un cazzo!» La donna risponde singhiozzando: «Ma ve l’ho detta la mia vita! perché ve la dovete prendere con me?» e il terrorista replica: «Te l’ho detto, nun piagne, nun me commuovi proprio!». Pochi minuti dopo, le sparano alla testa. Il corpo della vigilatrice sarà rinvenuto nel bagagliaio di una Fiat 131. I terroristi comunicheranno ai giornali l’avvenuta esecuzione «di un’aguzzina delle carceri». Nel 2007 a Germana Stefanini sarà attribuita la medaglia d’oro al valor civile e nel 2012 una strada di Roma sarà intitolata in suo onore.

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Via Montalcini e il garage troppo corto. Le ultime dalla Commissione d’inchiesta sul caso Moro

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E’ di qualche giorno fa la notizia del sopralluogo compiuto in via Montalcini da alcuni membri della nuova Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro e dai carabinieri del Ris, guidati dal colonnello Luigi Ripani: l’appartamento, sito al numero 8, a Roma sud, zona Magliana, è quello dove Moro sarebbe stato tenuto prigioniero per 55 giorni, dal 16 marzo 1978, giorno della strage di via Fani, fino al tragico epilogo del 9 maggio culminato con il ritrovamento del corpo dello statista in via Caetani, al centro di Roma.

Via Montalcini rappresenta un punto di fondamentale importanza per tutta la vicenda Moro essendo stata nel tempo crocevia di dichiarazioni, verità giudiziarie, e, secondo alcuni, veri e propri depistaggi sulla tragica storia dell’assassinio del presidente democristiano.

I membri della Commissione, tra cui il presidente Giuseppe Fioroni e il deputato Pd Gero Grassi, tra i più strenui promotori della nuova indagine parlamentare, hanno assistito a una serie di accertamenti tecnici, compiuti dai Ris, tra cui quelli finalizzati alla verifica del rumore prodotto dall’utilizzo di armi da fuoco, pur dotate di silenziatore, in uno spazio così angusto.

Le prime impressioni suggeriscono che spari, compiuti all’alba, avrebbero potuto essere uditi dagli inquilini del condominio di via Montalcini; a lasciare qualche dubbio è poi anche la fattibilità della procedura descritta dai Br, sia sul lato del come Moro è stato fatto entrare nel bagagliaio della Renault 4, sia su quello delle “misure” empiriche del garage davvero minime per far circolare prigioniero (dentro una cesta) e i due Br che avrebbero sparato. Il posto auto è parso infatti sufficiente a contenere a stento, e in modo estremamente parziale, una R4 rossa identica a quella ritrovata in via Caetani.

 

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Le foto diffuse da Grassi e da Paolo Cucchiarelli, giornalista Ansa, autore della interessante inchiesta “Morte di un Presidente” nella quale, tra le altre cose, viene rivoluzionata la modalità seguita per l’esecuzione di Moro, dimostrano che la R4 è troppo grande per il piccolo posto auto.

“La prima questione”, dice Grassi, “riguarda il box dove sarebbe stata parcheggiata l’auto: non si chiude la saracinesca perché l’auto non entra interamente se ha il cofano aperto. Quindi tutte le operazioni sarebbero state fatte con la porta basculante aperta. Poi non c’è abbastanza spazio per far entrare nell’abitacolo una cesta: mentre le Br sostengono che così hanno portato il presidente Moro all’interno del bagagliaio dove poi è stato ritrovato”.

Sugli spari, Grassi, sostiene che “gli spazi ristretti impongono allo sparatore di essere a dieci centimetri dal volto di Moro”, con “i colpi sparati dagli uomini del RIS che a noi, privi di protezione acustica, hanno dato l’impressione di una bomba: possibile che nessuno degli abitanti del palazzo abbia sentito rumore quella mattina del 9 maggio?”.

Agli interrogativi della Commissione sembra rispondere il libro di Anna Laura Braghetti, “Il prigioniero”, scritto dieci anni fa assieme alla giornalista Paola Tavella.

Conviene riportare un breve brano: “Vidi Mario e Germano (rispettivamente Moretti e Maccari, ndr) uscire dallo studio trasportando cautamente la cesta. Si erano tolti i cappucci. Ora non restava che arrivare in garage. Il nostro box, come quello di ogni inquilino, affacciava su un unico, grande, vano sotterraneo che dava direttamente sulla strada. Si raggiungeva attraverso le scale interne della palazzina o con l’ascensore. Io scesi per prima e perlustrai le scale. Feci segno che si poteva passare. Corsi ad aprire il box. Mi raggiunsero in pochi secondi, ed entrarono. Quando furono dentro, però, ci rendemmo conto che non saremmo riusciti a chiuderlo del tutto. L’auto era stata posteggiata con il muso rivolto verso l’esterno, aveva il portabaglio aperto e loro due dovevano restare in piedi sul retro. Non c’era abbastanza spazio. Uscendo dovetti lasciare socchiuso di qualche centimetro. Dopo un attimo sentii Mario che chiedeva a Moro di entrare nel bagagliaio e sistemarsi. Pensai che avrebbe visto Mario in faccia e capito cosa stava per accadere. Facevo la spola fra l’ascensore e la porta principale sulla strada. Improvvisamente sentii il rumore dell’ascensore che scendeva verso il garage. Avvertii Mario e Germano di restare immobili. Poi vidi l’inquilino dell’ultimo piano. Sapevo che era una professoressa. La salutai, chiesi come mai fosse in piedi così di buon’ora. Rispose che insegnava fuori Roma e impiegava molto tempo per arrivare a scuola. Mi guardava in modo strano. Si domandava, a sua volta, perché io fossi lì, a girovagare senza ragione. Buttò una occhiata al mio box. Il fascione anteriore della Renault rossa si vedeva benissimo. Lei Entrò in macchina e cercò di mettere in moto senza riuscirci. Mi offrii di aiutarla. Rifiutò. […] L’inquilina dell’ultimo piano riuscì finalmente ad avviare la macchina. Quando il garage fu di nuovo deserto, comunicai a Germano e Mario che il pericolo era passato. Sentii una prima raffica, poi trascorse un istante e ne sentii una seconda, più breve. I colpi silenziati facevano un rumore strano, di tonfi soffocati. Ancora qualche minuto, poi Mario, dall’interno, mi chiese di sollevare la porta del box. L’auto si mosse lenta. Dissi freneticamente che dovevano cambiare macchina, perché la signora dell’ultimo piano ci aveva visti. Ma loro non ascoltarono. Erano pallidi e stravolti. Partirono. Chiusi a chiave la porta del mio garage. Uscii sulla strada. In girno c’era solo un uomo che portava a spasso il cane”.