Mese: novembre 2016

Corna e scandali di un presidente napoletano. Signore e signori, Giovanni Leone

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Giovanni Leone

Giovanni Leone nasce a Napoli nel 1908. Figlio di uno dei fondatori del Partito popolare è giovanissimo docente di procedura penale: principe del foro, è stato iscritto al partito fascista e poi alla Dc a partire dalla metà degli anni Quaranta. Deputato fin dalla Costituente, Presidente della Camera, due volte Presidente del Consiglio, Leone passa per uomo super partes: una caratteristica che rivendicherà fin dal primo giorno al Quirinale.

– Leone esibisce una folcloristica napoletanità: scongiuri e «corna» si alternano in un crescendo che lascia sbigottiti vicini e testimoni. Cronache e pettegolezzi riferiscono di tarantelle e cantate di «O’ Sole mio» anche a latere di occasioni ufficiali. Tifoso del Napoli, si lascia andare a intemperanze allo stadio. A tutto questo aggiunge una inflessione dialettale che ne fa inevitabile bersaglio di caricature e sfottò. Gaffeur di professione, catalizza la morbosa curiosità dei cronisti dell’epoca anche a causa di «Donna Vittoria», la giovane moglie. La Dc non lo difende.

– Quando c’è da eleggere il successore di Giuseppe Saragat al Quirinale, la Dc individua inizialmente in Amintore Fanfani un candidato teoricamente capace di ottenere l’appoggio dei partiti centristi e, si pensa, del Pci. «Il Rieccolo», come lo chiama Montanelli, passa ancora per progressista anche se ha appena perso la battaglia per l’abolizione del divorzio. Proprio in quelle settimane di fine 1971 il settimanale Panorama, già attivo in inchieste giornalistiche su «trame nere» e «strategia della tensione», scrive che Fanfani è il candidato di un fantomatico gruppo cattolico denominato «Cinque per cinque»; un centro di interessi capace di egemonizzare la Fondazione Agnelli e di essere il punto di riferimento di Eugenio Cefis, presidente della Montedison, e di alti gradi delle forze armate. Il Pci, dal canto proprio, non aveva mai nascosto una certa diffidenza verso Fanfani presentato, per i suoi modi autoritari inversamente proporzionali all’altezza, come un «micro De Gaulle» [1]

– In realtà Fanfani non ha l’appoggio neppure dell’intera Dc. Pur essendo il candidato ufficiale del partito, già al primo scrutinio del 9 dicembre 1971 mancano all’appello una quarantina di voti: sono quelli dei cosiddetti «franchi tiratori». Quando dopo diverse fumate nere monarchici e missini iniziano a far balenare una possibile convergenza su Fanfani, la Dc ricorda che il leader aretino ha accettato la candidatura richiamandosi ai valori della Resistenza.

«Nano maledetto/ non sarai mai eletto». Con frasi simili, alternate al più classico «Fanfascista», scritte nelle schede di voto per l’elezione del Presidente della Repubblica, viene di fatto meno la candidatura di Fanfani alla più alta carica dello Stato

– In parlamento la sinistra parlamentare (Psi, Pci poi Psiup) vota per il socialista De Martino. Per superare lo stallo la Dc decide di accantonare la candidatura Fanfani: il 21 dicembre, all’interno di un «conclave», la Dc designa Giovanni Leone (che prevale per un soffio su Aldo Moro) candidato alla Presidenza della Repubblica. E’ il trionfo della linea di Andreotti. Leone viene eletto al ventitreesimo scrutinio con i voti determinanti del Msi che, secondo alcuni, è «entrato discriminato, è uscito determinante».

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Leone, discorso di insediamento, tra Pertini e Fanfani

– Quando Leone si presenta alle Camere per l’insediamento, Pajetta scaraventa una manciata di monete addosso a  Giorgio La Malfa, antifascista ma elettore di un presidente votato dai fascisti

– Leone definisce fin da subito sé stesso «notaio» delle scelte di parlamento e governo. Non è amato dal popolo, pur riproducendone tic e superstizioni, e non fa niente per farsi amare.

– Settembre 1973, golpe militare in Cile. Il segretario del Pci Berlinguer trae occasione dalla cruenta fine del governo Allende per proporre alla Dc un «compromesso storico» che garantisca le istituzioni democratiche: il Pci, dice, potrebbe proseguire quella «via italiana al socialismo» già promessa da Togliatti trent’anni prima. La nuova sinistra vede invece negli eventi cileni la conferma di una borghesia incapace di accettare una affermazione del socialismo per via legale.

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Le corna presidenziali

– A un acutizzarsi della già grave crisi economica si unisce il propagarsi di una improvvisa epidemia di colera nel Sud: si tratta di zone ad amministrazione democristiana, soprattutto Napoli. Si diffondono voci secondo le quali lo stesso presidente Leone avrebbe fatto gli scongiuri visitando gli ospedali napoletani.

Giulio Andreotti: «Le prime censure a Leone avvennero per la constatata abitudine, tutta napoletana, di scongiurare il malocchio facendo ostentatamente le corna con la mano destra» [2]

– Durante una commemorazione di Giuseppe Mazzini, poco prima di entrare nella sala, davanti a numerosi giornalisti e altre personalità, Leone prende per il braccio Andreotti e gli sussurra: «Ho sentito dire che Mazzini porta jella. Tié!», facendo il gesto delle corna.

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Leone contestato risponde con le corna, Pisa 1975

– A partire dal 1975, Leone viene fatto oggetto di una violentissima campagna stampa, orchestrata da L’Espresso e Camilla Cederna e dai radicali di Marco Pannella. Le accuse vanno dallo scandalo Lockheed, tangenti per l’acquisto di aerei americani, alla vita privata della famiglia Leone e della first lady Vittoria fino alle accuse di nepotismo: il tutto sfocia nella pubblicazione del libro «Giovanni Leone: la carriera di un presidente» firmato dalla Cederna che poi sarà condannata per diffamazione.

– Il 14 giugno 1978 la direzione del PCI decide di richiedere formalmente le dimissioni del Presidente della Repubblica. Quella sera Andreotti e Zaccagnini si recano da Leone per raccoglierne le dimissioni. Pare abbia congedato i due ospiti con la frase: «grazie, guagliò, così ora potrò guardarmi i mondiali di calcio in santa pace»

– Il 15 giugno del 1978 Giovanni Leone firma le dimissioni e lascia il Quirinale. Lo salutano in pochi. Leone se ne va a causa di una serie di attacchi della stampa e del partito radicale andati avanti per mesi. Negli anni successivi gran parte di quelle accuse si rivelerà infondata. Nel 1998 Pannella e Bonino chiederanno ufficialmente scusa. Leone muore nel 2001.

Camilla Cederna: «Leone va matto per tutti i piatti napoletani, pizza, parmigiana di melanzane, peperone imbottito, pastiera… Il cuoco del Quirinale ha fatto fatica a rimettersi dallo choc, dopo tutte le mousse e le gelatine che piacevano a Saragat» [3]

Camilla Cederna: «Leone è solo un pulcinella con le orecchie scollate» [4]

Il Male, settimanale satirico: «Ansa 767678… Roma, 15 giugno. Alle ore 21.00 il Presidente Leone ha ricevuto la servitù e tenuto un breve discorso. Il capo del cerimoniale del Quirinale lo ha informato che gli saranno addebitate le posate d’argento mancanti. Ansa 878767… Roma, 15 giugno. Alle ore 23,00 il Presidente Leone ha lasciato il Quirinale, scendendo di corsa la grande scala. Nella foga è inciampato nella cravatta cadendo. Trenta giorni di prognosi. Ansa 676562… Roma, 16 giugno. Ricevendo i giornalisti in un lussuoso albergo della capitale, la ex presidentessa donna Vittoria ha annunciato che chiederà divorzio per abbandono del tetto coniugale» [5]

Guido Quaranta: «Leone, presidente del consiglio, prende l’elicottero per visitare il disastro del Vajont. L’ultimo a salire a bordo è un noto fotografo. Leone si accorge che si tratta del passeggero numero diciassette. Non ce lo vuole. Quello lo supplica: ‘Preside’, tengo un pool di agenzie…’. E Leone: ‘Ma io tengo un pool di figli!’». [6]

– Il senatore a vita Leone, dopo il mandato presidenziale, viene chiamato a testimoniare presso la Commissione di inchiesta parlamentare sulla loggia P2: egli afferma di avere avvertito in varie occasioni nell’esercizio del mandato di Presidente della Repubblica una azione di condizionamento sulle cui origini non aveva notizie sicure, pur sospettando un coinvolgimento di ambienti vicini ai servizi segreti, rendendosi conto soltanto a posteriori della presenza intorno a lui di persone non completamente affidabili. [7]

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– «Un esempio di questo ambiguo rapporto che la loggia P2 intesse con il potere può essere individuato nella vicenda del presidente della repubblica Giovanni Leone, nel senso indicato dal commissario Petruccioli, quando ha rilevato come il Gelli che rivolge le sue blandizie al neoeletto presidente pervenendo a farsi da questi ricevere e il Gelli che si vanta con l’onorevole Craxi di poter condizionare la suprema magistratura della repubblica non solo non siano figure in contrasto tra loro ma possano in ipotesi essere considerati due concordanti aspetti di un identico modo di porsi di fronte al potere politico» [8]

– «C’è comunque ancora un fatto, nella storia della P2, che merita di essere ricordato: la guerra spietata che Licio Gelli condusse e fece condurre nei confronti del Presidente della Repubblica Giovanni Leone. Le motivazioni di questa ostilità sono probabilmente da ricercarsi nella chiusura costantemente esercitata dal Presidente Leone nei confronti del “Venerabile” della P2, che aveva tentato di accreditarsi negli ambienti politici e della massoneria come il manovratore occulto della sua elezione avvenuta nel 1971. Un altro motivo può essere costituito dal rifiuto opposto dal Presidente Leone, nella sua qualità di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, di intervenire a favore di Carmelo Spagnuolo, posto sotto inchiesta dopo l’episodio dell‘affidavit in favore di Sindona: e Spagnuolo ricopriva una posizione di alto prestigio nella P2. Sta di fatto che Mino Pecorelli, il direttore dii “OP”, iscritto alla P2 ,e molto legato a Gelli almeno nel periodo cui ci stiamo riferendo, scatenò una pesantissima campagna diffamatoria nei confronti del Presidente Leone. Campagna che ebbe delle notevoli ripercussioni politiche, anche perché fu proprio sulla base degli articoli di Pecorelli, che la giornalista Camilla Cederna costruì poi la sostanza di un suo libro contro il Presidente della Repubblica di chiara impronta scandalistica. […] Si può legittimamente supporre, da quanto precede, che Gelli volesse costringere il Presidente Leone alle dimissioni, puntando alla successiva elezione di un nuovo Capo dello Stato più ben disposto verso la massoneria e gli interessi politico-finanziari della P2 in particolare. In effetti, la bene orchestrata campagna contro Giovanni Leone, contribuì non poco alla cessazione anticipata del suo mandato presidenziale. Ma Gelli non aveva previsto che le correnti democristiane non avrebbero saputo trovare un candidato comune su cui puntare e che, di conseguenza, il successore di Leone sarebbe stato Sandro Pertini» [9]

 

La cerimonia delle cariatidi, tratta da Signore e signori, buonanotte, film “collettivo” del 1976, vede all’inaugurazione dell’Anno Pregiudiziario, i massimi rappresentanti dello Stato e della Chiesa tra cui il presidente Giovanni Leone: è alla fine della cerimonia che gli anziani presenti, guidati proprio dal Presidente napoletano, si scatenano in una tarantella sulle note di «Funiculì funiculà» 

FONTI:

[1] Giorgio Galli, Il partito armato, Kaos edizioni

[2] Giulio Andreotti, Visti da vicino. Terza serie. Personaggi e problemi del mondo contemporaneo, Milano, 1985, pagina 156

[3] Angelo Olivieri, Sette anni di guai: i Presidenti della Repubblica nella satira 1946-1992, pagina 16

[4] Angelo Olivieri, Sette anni di guai: i Presidenti della Repubblica nella satira 1946-1992, pagina 17

[5] Angelo Olivieri, Sette anni di guai: i Presidenti della Repubblica nella satira 1946-1992, pagina 17

[6] Angelo Olivieri, Sette anni di guai: i Presidenti della Repubblica nella satira 1946-1992, pagina 17

[7] Relazione della commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, pag.137

[8] Relazione della commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, pag. 150

[9] Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, relazione di minoranza Giorgio Pisanò, pag.122

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«Avete tutti il cervello poco sviluppato». Quella volta che Toni Negri insultò i brigatisti rischiando una coltellata

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Alcune note biografiche su Negri: «Negri Antonio (detto Tony), nato a Padova l’1.8.1933. Dal 1978 ha risieduto di fatto a Milano. Figlio di un insegnante di origine emiliana, deceduto a Padova nel 1936, è cresciuto con la madre e la sorella. Il fratello risulta essere deceduto in Jugoslavia nel 1943. Un’altra sorella morì pochi giorni dopo la nascita, a Padova, nel 1931. Nel 1961 contrasse matrimonio con Paola Meo, insegnante, con la quale ha avuto due figli. Si è laureato in lettere e filosofia a Padova nel 1956 presentando una tesi su un periodo storico tedesco. Risulta aver frequentato corsi di specializzazione in filosofia a Parigi e Tubinga. Conosce perfettamente il tedesco e il francese. Dal 1958 è libero docente di filosofia del diritto presso l’università di Padova e dal 1977 è direttore dell’Istituto di scienze politiche dello stesso Ateneo ove, prima di essere arrestato, insegnava dottrina dello Stato. Sembra abbia insegnato per un certo periodo alla Sorbona» [1]

Enrico Fenzi su Toni Negri: «Era molto nervoso e il caratteristico ghigno che gli storceva la bocca non faceva che accentuare la sua perenne concitazione. Non era facile parlargli perché non stava a sentire: interrompeva e partiva rapidamente per conto proprio» [2]

Alberto Franceschini, detenuto assieme ad altri Br nel carcere di Palmi: «Negri è l’unico qua dentro che sia davvero aggiornato e che riesce a orecchiare subito l’ultima teoria di moda all’estero. Questa è la base del potere che ha sui suoi» [3]

– Ancora Fenzi su Negri: «Sembrava sapere tutto di tutti. Per quanto ne potevo capire aveva sempre avuto informazioni dirette e continue, sapeva benissimo che cosa facevano o non facevano gli autonomi e sapeva da tempo di me, della mia appartenenza alle Br. Abbinava, con loquacità e malignità tutte venete, il gusto sfrenato del pettegolezzo accademico con quello del pettegolezzo politico e io lo stavo a sentire travolto e divertito» [4]

 

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Voci nel carcere di Palmi: «Ieri Negri è stato dodici ore col magistrato che l’interrogava! Che cosa gli avrà detto?». «La settimana scorsa si è fatto otto ore, per due giorni di fila… e ha fatto ormai migliaia di pagine di verbale» [5]

Negri: «Non avete capito nulla. Non sono io: sono loro!». Loro, cioè i brigatisti.

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Enrico Fenzi

Perché Negri era stato buttato nella fossa dei leoni, tra «i terroristi veri»? Poteva non essere una scelta meramente amministrativa quella che aveva messo insieme un gruppo come quello del «7 aprile», che si proclamava in toto innocente e che da questa innocenza partiva per una ricostruzione propria degli anni Settanta, e l’insieme più largo che raccoglieva militanti delle più grosse organizzazioni armate. Una provocazione verso gli uni e gli altri? Mettiamoli nei guai e vediamo che succede. Ma allora: chi come Negri organizzava una così grossa operazione di sganciamento non collaborava di fatto con il Ministero? [6]

I detenuti comuni che simpatizzavano per le Br già cominciavano a meravigliarsi di tanta tolleranza. Ci fu chi propose in perfetta buona fede: «Se vi fa troppi problemi dargli una coltellata, ci pensiamo noi più che volentieri» [7]

Negri rischiava sul serio, anche se abbastanza sventatamente sembrava non rendersene conto. Mancava tuttavia l’elemento decisivo, l’occasione che avrebbe potuto far precipitare di colpo la situazione.

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Curcio, Franceschini, Bertolazzi e Fenzi, insieme in un cameroncino a quattro posti. Franceschini torna dall’aria con una copia del quotidiano genovese «Il Lavoro». Lo butta sul tavolo e dice:«Ecco qua. C’è una lunga intervista di Negri. Volevano tenercela nascosta, se ne sono ben guardati dal parlarne». Nell’intervista si rivolge a quello Stato che lo tiene in carcere: «Sono un uomo di confine», sembra dire Negri, «uno che guarda oltre e che può aver avuto rapporti con parte delle forze che confusamente aggrediscono la società, ma solo per controllarle meglio e domarne la capacità distruttiva riconducendo a un ruolo paraistituzionale quella energia sociale che, per così dire, sovrabbonda in periodi di rapida trasformazione e che per sua stessa natura non può trovare sfogo lungo i tradizionali canali della rappresentanza politica» [8]

Franceschini su Negri: «E poi sapete che cosa mi ha detto l’altro giorno? Che noi brigatisti abbiamo tutti un cervello poco sviluppato!» [9]

L’aria attorno a Negri si fa elettrica. Per il carcere gira una sola parola d’ordine: lo si è finalmente scoperto e bisogna fargliela pagare. E’ però chiaro che nessun brigatista vuole che una cosa simile accada davvero: è inaccettabile, rischioso, incomprensibile fuori dalle mura del carcere. Un modo di cadere nella trappola. Come giustificare una tale enormità? E quali conseguenze? Insomma, non si può ammazzare uno solo perché vuol mettere la maggiore distanza possibile tra sé e le Br e perché ha riempito pagine e pagine di verbale di chiacchiere innocue. Uno che nelle Br non ci è mai stato.

Altro motivo per non uccidere Negri: a Palmi non si sta male. Nella testa dei capi Br quel carcere può essere qualcosa a metà strada tra l’università e il quartier generale della lotta armata. Per garantire tutto questo bisogna assolutamente evitare gli omicidi.

«A Palmi si studia non si lotta!», hanno detto per anni i detenuti delle altre carceri speciali, in tono di rabbia e di accusa, e con una punta di invidia: il modello positivo, dove si lottava, che viene contrapposto a Palmi è per molto tempo Nuoro.

Resa dei conti tra Franceschini e Negri: «Una mattina ci siamo trovati meno numerosi del solito al passeggio. Una quindicina. C’era anche Negri e c’era Franceschini. Era l’occasione buona. Hanno cominciato a parlare di chissà cosa. Il tono è salito di colpo e già Negri stava all’angolo, le spalle al muro, terreo. Franceschini lo chiudeva puntandogli il dito addosso e lo insultava. Freddamente, con determinazione. Ci siamo stretti attorno a loro per non perdere nulla della rissa improvvisa, ma era una rissa strana a senso unico. Franceschini si muoveva come se fosse sulla pedana di un piccolo palcoscenico: partiva all’assalto col braccio teso, la bava alla bocca, e gli piantava addosso i suoi insulti come coltellate. Si ritirava poi di un passo o due, gli voltava la schiena, lo guardava di traverso, sopra la spalla, senza minimamente curarsi di ascoltare quello che l’altro diceva e ripartiva implacabile all’attacco. Avanti e indietro, come una grossa mazza, una ruspa che avesse da sbancare un monte, da tirar giù un muro… Negri era inchiodato nel suo angolo, con la faccia di uno che sta annegando. Ribatteva affannosamente qualcosa, per sé, non per gli altri perché nessuno di quelli che gli puntavano gli occhi lo stava a sentire. Era solo per prendere fiato per respirare nel breve intervallo tra le ondate successive che si abbattevano su di lui» [10]

Franceschini a Negri: «Io t’ho capito… tutti ormai hanno capito: tu vuoi fare il Malher della situazione, buttarti con lo Stato venderti il movimento per i tuoi sporchi interessi… ma se tu sei Malher ti giuro che io non sarò Baader… e prima che mi facciano fuori ti scanno io con le mie mani!» [11]

Negri è salvo e in fondo agli occhi di Franceschini che conclude con grandi gesti la sua furente sceneggiata è nascosto un filo di allegria. Da quella mattina Negri comincia a vedersi pochissimo all’aria e a starsene per conto proprio: lì la sua storia e le sue faccende finiscono di significare qualcosa.

Alfredo Buonavita su Negri: «Il problema, secondo noi, era che Negri fosse stato mandato a Palmi per creare la guerra tra noi e l’Autonomia. Infatti eravamo 45 delle Br, 7 o 8 comuni e 5-6 membri della Autonomia tra cui Negri e Ferrari Bravo. Secondo noi c’era un chiaro intento di far succedere una rissa» [12]

«La differenza tra Curcio e Negri? Curcio andava, Negri mandava ad espropriare e, nello stesso tempo, cercava finanziamenti dal CNR». Spiegazione: «E’ negli atti processuali. Ebbe 45 milioni, 45 milioni di una volta». [13]

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Oreste Scalzone e Franco Piperno

Al volantino rivendicante l’omicidio del maresciallo Taverna era allegato l’opuscolo di 29 pagine intitolato «Brigate rosse n.7 luglio 1979: dal campo dell’Asinara» contenente un attacco a Valerio Morucci e Adriana Faranda definiti «neofiti della controguerriglia psicologica, poveri mentecatti utilizzati dalla controrivoluzione». Il documento, conteneva anche un duro attacco al «barone Piperno» e a tutti i sedicenti autonomi (tra cui Pace, Piperno e Negri), definiti «piagnucolose educande che dalla tranquillità delle loro cattedre e delle loro riviste incitavano i proletari detenuti alle lotte più truculente e oggi, timidi agnellini, affidano allo sciopero della fame la loro rivendicazione di innocenza» [14]

Negri«Essere militante significa giocarsi tutto» [15]

Uccidere Toni Negri, il teorico dell’autonomia operaia e della violenza politica. Parla Cecco Bellosi, brigatista della colonna milanese: «Questa ‘fibbia’, termine che in gergo carcerario è l’ordine di eliminare qualcuno, ha determinato la fine della mia militanza. Dopo la richiesta assurda di uccidere Toni Negri ho deciso che era ora di dire basta con una ‘storia’ che stava finendo male. La ‘fibbia’ mi è giunta in modo verbale, ovviamente in modo cifrato quando ero nella sezione di massima sicurezza di Rebibbia. Ero considerato un irriducibile. Altri imputati, tra cui Toni Negri, erano invece in un altro braccio della prigione, ma avevamo comunque possibilità di incontrarci in aula.
Ho immediatamente respinto la richiesta di eliminare Negri e da lì ho preso la decisione di chiudere per sempre quel capitolo.
Questo non ha comportato rischi per me, anche perché le Br ormai erano allo sbando e divise in più fazioni.
Io appartenevo alla colonna milanese autonoma e non avevo obblighi verso il gruppo centrale. Ho anche avvertito Toni Negri di guardarsi le spalle, ma l’idea folle di eliminarlo è stata comunque vanificata dalla disgregazione delle Br» [16]

Toni Negri sulla sua detenzione a Palmi: «Quando mi trovo in prigione mi accusano di 17 omicidi, Moro compreso, e vengo riconosciuto come qualcuno che aveva partecipato a via Fani. In pratica mi accusano di essere il capo delle Br. In una prima fase, questi (i giudici, ndr) erano convinti che noi fossimo i capi delle Br: quindi ci misero assieme ai brigatisti. Il rapporto con loro è stato fin dal principio molto polemico. C’è stato uno scontro, avvenuto in due occasioni: il primo nel carcere di Palmi, in Calabria, nel quale io ho subito un processo da parte dei brigatisti e sono stato condannato a morte (ride, ndr). In realtà facevo i discorsi che avevo sempre fatto e cioè: la questione Moro era una questione demenziale e suicida. Il secondo punto era sulla RAF: dicevo che certamente i compagni in carcere erano stati uccisi, ma, con tutta probabilità, lo desideravano perché il movimento era finito. Tutta l’operazione terroristica europea era un’operazione fondamentalmente suicida. Bisognava quindi trattare e fare la pace. Per questo mi sono portato dietro la fama del traditore, per alcuni anni, anche se poi lì è iniziato il fenomeno del pentitismo: a quel punto era difficile chiamare Negri ‘traditore’, quello stesso Negri che non si era mai pentito, non diceva nulla, rifiutava gli interrogatori con i giudici (ride, ndr). Quello che a Palmi era il pm delle Br è diventato un grandissimo pentito (si riferisce a Franceschini e sghignazza, ndr). Capisci? Io ora ho tutta la mia dignità ancora intera mentre gran parte di questi l’hanno perduta» [17]

FONTI:

[1] Ministero dell’Interno, direzione generale della pubblica sicurezza, pag. 457, volume CVIII, Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia

[2], [3], [4], [5], [6], [7], [8], [9], [10], [11] Enrico Fenzi, Armi e bagagli, Egg

[12] volume X, pagina 580 Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia

[13] Il generale Dalla Chiesa intervistato da Enzo Biagi: pagina 771, volume terzo, tomo VII Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2

[14] pagina 460, volume LIV, Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia, atti giudiziari processo Moro bis)

[15] pagina 69, volume LXII, Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia

[16] archivio900.it, Quando mi chiesero di uccidere Toni Negri, L’ex brigatista di Colonno ricorda anche l’espatrio clandestino di Giangiacomo Feltrinelli

[17] Toni Negri – L’eterna rivolta – parte 3 (video disponibile su You Tube)

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