Mese: ottobre 2016

Mundial 78. Il gran rifiuto di Cruyff non c’entra con la giunta militare

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Cruyff impartisce disposizioni durante la finale del Mondiale 74

Johan Cruyff (Amsterdam, 25 aprile 1947 – Barcellona, 24 marzo 2016), calciatore e allenatore olandese, fautore del cosiddetto “calcio totale”. Di ruolo indefinito, è considerato il più grande calciatore europeo di tutti i tempi.

– Caratterizzato da struttura fisica longilinea (180 cm per 70 kg) era in possesso di una eccellente tecnica individuale, grande visione di gioco, scatto fulmineo e notevole progressione. Capace di muoversi su tutto il fronte d’attacco, era dotato di una forte personalità e di una innata vena polemica.

Tre volte pallone d’oro, gli vengono attribuite più di 400 reti in carriera.

– Giocatore decisivo in tutti i club in cui ha militato, ha impresso un’orma anche nella storia della nazionale olandese di cui è stato capitano per buona parte degli anni Settanta.

– Il giornalista italiano Sandro Ciotti gli dedicherà un film-documentario intitolato “Il profeta del gol” nel quale, accanto all’uomo Cruyff, vengono esposte molte idee del campione olandese su calcio e metodologie di allenamento.

– Finalista con l’Olanda nella sfortunata edizione del Mondiale 1974 si è a lungo discusso sul suo rifiuto di partecipare all’edizione di quattro anni dopo in Argentina.

– E’ stata a lungo diffusa una spiegazione di tipo “agiografico”: il capitano “orange” si sarebbe rifiutato di disputare il Mundial 78 come forma di protesta verso la dittatura militare rappresentata dal generale Jorge Videla.

– Questa interpretazione degli eventi, la più favorevole a Cruyff, ha trovato larga condivisione in tutto il mondo nei giorni immediatamente successivi alla morte dell’ex campione olandese (marzo 2016).

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La tv venezuelana “Tele Sur”

– In realtà è più probabile che il rifiuto di Cruyff sia stato motivato da problemi personali. Nel 2008 l’ex campione rilascia una intervista a “Catalunya Radio”, emittente radiofonica di Barcellona, nella quale dichiara testualmente:

Forse non sapete che io ebbi problemi verso la fine della mia carriera qui. Qualcuno mi puntò un fucile alla testa:  legò me e mia moglie, davanti ai nostri tre bambini, nella nostra casa di Barcellona. I miei figli andavano a scuola accompagnati dalla polizia.  Poliziotti dormirono nella nostra casa per tre o quattro mesi. Io andavo alle partite con le guardie del corpo. Queste cose cambiano il tuo punto di vista su molte cose. Ci sono momenti in cui altri valori prendono il sopravvento. Volevamo mettere fine a quella situazione, fare una vita diversa. Pensai fosse venuto il momento di lasciare il calcio e per questo decisi di non giocare ai mondiali in Argentina

– Pur non essendoci dubbi sulla valutazione profondamente negativa data da Cruyff al regime militare argentino, le ragioni di tipo personale furono probabilmente più importanti delle considerazioni di carattere politico.

– Presso i super professionisti del calcio il problema della situazione politica argentina durante il Mundial 78 e il dilemma etico di giocare una competizione sportiva a pochi chilometri dai centri di tortura non ebbero un impatto rilevante. Non lo ebbero per i giocatori italiani e nemmeno per gli altri: la parola d’ordine era quella di affermare l’estraneità dello sport rispetto alla politica. I casi di cui si discusse all’epoca sono stati fortemente ridimensionati. Jorge Carrascosa, capitano dell’Argentina, si ritirò dal calcio alla vigilia dei mondiali per motivi mai chiariti; il portiere svedese Ronnie Hellström di cui si parlò per una sua presunta partecipazione alla marcia di Plaza de Mayo, non ebbe alcun incontro con le donne della protesta [1], mentre l’unico calciatore che affermò espressamente di non voler giocare il Mondiale argentino fu il tedesco Paul Breitner.

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Breitner con la maglia dei “franchisti” madrileni

– Il 7 aprile del 1978 la rivista Stern pubblica un articolo di Breitner fortemente critico verso la dittatura argentina: il giocatore tedesco se la prende anche con i suoi compagni di squadra, definiti “eunuchi politici”. A parere di Breitner la Germania campione in carica avrebbe avuto una responsabilità speciale: quella di prendere una posizione chiara sulla questione del Mondiale organizzato dalla dittatura argentina. [2]

Breitner rifiutò di partecipare al Mundial 78 per una congerie di ragioni: non solo il regime dei militari, ma anche la scarsa motivazione, i diverbi con tecnico e compagni, il complesso passaggio generazionale che stava caratterizzando il calcio tedesco alla fine degli anni Settanta.

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Alberto Tarantini, campione del Mondo 1978, decide di parlare dopo 27 anni di silenzio, in una intervista concessa al quotidiano argentino Página12. La sua è una difesa a tutto tondo del risultato sportivo: “I giocatori pensarono a giocare”, dice, sostenendo anche di avere personalmente chiesto a Videla della sorte di tre amici desaparecidos. Il giovane Tarantini era in un bar quando arrivò l’esercito e sequestrò varie persone, tra le quali i suoi amici che non vennero mai più trovati. [3]

Tarantini su Videla:

Videla me sacó cagando [4]

FONTI:

[1] Pablo Llonto, I mondiali della vergogna – I campionati di Argentina ’78 e la dittatura, Roma, Edizioni Alegre, 2010.

[2] El Pais, 7 aprile 1978

[3] [4] Pagina 12, 17 settembre 2005

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Mundial 78. Ramon Quiroga e la ‘marmelada peruana’

quirogaRamon Quiroga, nato a Rosario, Argentina, il 23 luglio 1950. Professione: portiere. Soprannome: “El loco” (il pazzo).

– Di origine argentina, ottiene il passaporto peruviano nel 1977 a seguito di una lunga militanza nello Sporting Cristal: vanta 40 presenze nella nazionale peruviana (tra il 1977 e il 1985).

– Alto appena 177 cm fa parte della schiera di portieri “nani” in voga tra anni Settanta e prima metà degli anni Ottanta.

Il brasiliano Dirceu sui portieri bassi:

Tancredi è l’ unico capace nelle uscite tra gli italiani. Ma a me avere un portierino che a fatica tocca la traversa non dà sicurezza, preferisco avere un bell’ omone tra i pali, uno che sappia anche dirigerti. Il migliore in questo senso è il russo Dasaev

– José René Higuita Zapata, celebre portiere colombiano, ha dichiarato in una intervista di essersi ispirato al “Loco” Quiroga e all’altro “Loco” Hugo Gatti, entrambi argentini.

– Ai Mondiali 1978, Quiroga dà prova del suo estro in alcune spettacolari uscite che lasciano interdetti i telecronisti di tutto il mondo.

– Portiere reattivo, di personalità, aveva optato per la nazionale peruviana ritenendo di non trovare spazio nella “Albiceleste” argentina che a metà anni Settanta poteva contare su elementi come Fillol, Gatti, Baley, Lavolpe.

– Al Mundial 78 l’Argentina, come squadra di casa, si trova praticamente costretta a vincere. La formula del torneo è quella del Mondiale 1974: una prima fase con quattro gruppi eliminatori di quattro squadre ciascuno. A qualificarsi le prime due di ogni gruppo; in caso di parità di punti vale la differenza reti e in caso di parità di differenza reti vale il numero di gol segnati.

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Jorge Videla, presidente della giunta militare argentina

– La seconda fase è data da due gironi di semifinale di quattro squadre ciascuno, chiamati Gruppo A e Gruppo B, formati dalle squadre qualificate nei gironi della prima fase. Le prime classificate dei gironi della seconda fase disputano la finale per il primo posto, mentre le seconde si affrontano nella finale per il terzo posto.

– Nella prima partita l’Argentina batte a fatica una ottima Ungheria per 2-1 (gol decisivo di Alonso, con un singolarissimo “1” come numero di maglia); nella seconda, si ripete col medesimo punteggio contro la Francia di Platini, ma nella terza viene battuta dall’Italia di Bearzot (gol di Bettega dopo pregevole triangolazione con Paolo Rossi).

– Nella seconda fase si forma un girone con Brasile e Argentina: Polonia e Perù sono le vittime predestinate delle due grandi squadre sudamericane. Il Brasile batte il Perù per 3-0 e la Polonia 3-1, mentre l’Argentina batte 2-0 la Polonia: lo 0-0 contro il Brasile impone quindi agli argentini una vittoria sul Perù con almeno quattro gol di scarto.

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Il primo gol di Kempes

– L’Argentina, costretta a lasciare Buenos Aires dopo la sconfitta contro l’Italia e il secondo posto nella prima fase, si ritrova a giocare la partita decisiva per l’accesso alla finalissima a Rosario, città natale di Quiroga.

– I media sudamericani, in particolare quelli brasiliani, subodorano la “marmelada” (equivalente dell’italiano “biscotto”) e fanno pressioni sul Perù affinché garantisca la regolarità della partita: viene esplicitamente richiesta l’esclusione di Quiroga a vantaggio del secondo portiere Ottorino Sartor. I peruviani decidono di confermare comunque Quiroga.

– Si gioca nello stadio “Gigante de Arroyito” davanti a 37 mila spettatori: il Perù si fa subito pericoloso con Munante, ma è un fuoco di paglia. Al gol di Kempes, seguirà quello di Tarantini poco prima dell’intervallo e poi ancora Kempes e Luque, al 49′ e al 50′, che di fatto chiudono la pratica. C’è ancora tempo per altri due gol: Houseman, che aveva fatto ammattire gli italiani nel Mondiale di quattro anni prima, e ancora Luque. Risultato finale: 6-0.

– Nella partita contro l’Argentina, Quintana appare stranamente remissivo, poco reattivo, così come tutto il Perù. Fonti mai confermate riferiscono di una colossale fornitura di grano e di una linea di credito da 50 milioni di dollari a favore del governo peruviano.

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La “marmelada peruana”: in primo piano, Leopoldo Luque 

Nel libro “El hijo del Ajedrecista“, scritto da Fernando Rodriguez Mondragon, figlio dell’ex capo del narcotraffico del cartello di Calì, Gilberto Rodriguez Orejuela, si sostiene la tesi della avvenuta corruzione: Rodriguez figlio sostiene di essere venuto a conoscenza, tramite uno zio –  boss del narcotraffico – della combine tra Argentina e Perù volta all’eliminazione del Brasile.

– Secondo altre voci, i peruviani avrebbero ricevuto prima della gara la visita del generale Videla e del premio Nobel per la pace Henry Kissinger. Lo stesso Quiroga, sotto l’effetto dell’alcol, avrebbe parzialmente ammesso un accordo.

– Quiroga continua a giocare nella nazionale peruviana, senza alcun problema, fino al 1985. Parteciperà, quindi, da titolare anche al Mundial 82. Si ritirerà nel 1986.

 

Angelo Gallo, il calabrese che tirò le orecchie a Fanfani

amintore-fanfani-preso-per-le-orecchieRoma, chiesa del Gesù, 9 maggio 1979, primo anniversario della morte di Aldo Moro: a pochi passi dalla storica sede della Democrazia cristiana il militante Angelo Gallo si avvicina alle spalle del presidente del Senato Amintore Fanfani e inizia a tirargli le orecchie in segno di protesta per l’inerzia dei politici rispetto ai problemi del lavoro. [1]

Lina Perrotta, vedova di Gallo: «La tirata d’orecchie? Che bel gesto! Appesa in camera da pranzo abbiamo ancora quella foto: ne abbiamo fatto fare un poster gigante e lo abbiamo incorniciato come un quadro. La sua fu un’azione di protesta, perché vedeva che non si faceva niente per i giovani, per il loro lavoro. Lui si arrabbiava per queste cose, perché voleva che tutti lavorassero, avessero di che mangiare e vestirsi, potessero farsi una famiglia e costruirsi una casa. Era davvero un uomo saggio, mio marito. Questo lo posso dire ad alta voce: saggio e buono. Lui ha fatto quel gesto con piacere, perché non gli davano retta. Lo ha fatto per l’ideale in cui credeva: di aiutare i giovani, i calabresi, tutto il popolo. Era un vero democratico cristiano, lui. Ed è stato sempre contento di quello che ha fatto» [2]

fanfaniAngelo Gallo, consigliere comunale di Acri (Cs), aveva più volte spiegato il suo gesto come una protesta verso la sordità di Fanfani per problemi del Sud: «Gli chiedemmo più volte interventi incisivi per il Meridione; lui, però, era rimasto sempre sordo alle mie richieste». Negli ambienti vicini a Fanfani si è sospettato che quello di Gallo sia stato un gesto concordato con gli avversari di partito dell’ex presidente del Senato. E in questo senso non sarebbe stata casuale la presenza del fotografo in quel momento proprio accanto a Fanfani. [3]

– Dell’accaduto, ci sarebbero altre due versioni: la tirata d’orecchi a Fanfani sarebbe servita a denunciare una eccessiva acquiescenza della Dc verso i comunisti e soprattutto la necessità di rifondare il partito «per non morire» 

Michele Gallo, figlio di Angelo«La sua carriera politica fu bruciata da quel gesto». La tirata d’orecchie a Fanfani costò al focoso militante dc anche una settimana di galera: Gallo fu poi prosciolto da ogni accusa [4]

– Le foto vennero scattate da Angelo Palma [5]

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La Stampa, 10 maggio 1979

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L’Unità, 10 maggio 1979

Fonti:

[1] Wikipedia alla voce «Amintore Fanfani nella cultura popolare»
[2] Adnkronos, 3 febbraio 2008, «Fanfani: il perché di quella tirata d’orecchie, parla la vedova Gallo»
[3] Thisisacri.it, «Lo sapevate che?»
[4] Repubblica, archivio, 18 maggio 1997, «Addio all’aggressore di Fanfani»
[5] Oliviero Beha blog, 29 maggio 2003, «Uno storico atto di rimprovero politico»

Brigate rosse. Il grottesco incontro tra Moretti, Franceschini e Morucci

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Morucci

Valerio Morucci, romano classe 1949, studente universitario, fanatico di armi e capo della struttura militare di Potere operaio, prova a entrare nelle Brigate rosse fin dai primissimi anni Settanta: a vagliare la richiesta di Morucci, Alberto Franceschini e Mario Moretti. I tre si incontrano a Milano nel 1971.

Alberto Franceschini: «Stavamo riorganizzando le Br dopo la prima ondata di arresti e Valerio Morucci ci aveva fatto sapere più volte che voleva parlarci. Era il capo del servizio militare di Potere operaio e lo conoscevamo di nome anche perché era considerato un esperto di armi. Lo incontrammo io e Moretti a Milano, in viale Sarca. Arrivò in Mini-minor, una giacca blu con i bottoni d’oro, camicia di seta, cravatta, occhiali Ray-ban: sembrava un fascistello sanbabilino. Parlò soprattutto lui, e di armi: voleva farci vedere che le conosceva bene, che uno come lui sarebbe stato indispensabile per la nostra organizzazione. Ci chiese di entrare nelle Br, ma nessuno di noi fu d’accordo nell’accogliere Valerio. La nostra diffidenza per quelli di Potere operaio era congenita. Li consideravamo dei mezzi aristocratici che volevano giocare alla rivoluzione. Mi fu sufficiente raccontare ai compagni come si era presentato all’appuntamento con noi perché la richiesta di Valerio venisse respinta. Si decise soltanto di continuare a tenere con lui il rapporto che già avevamo, di tipo esclusivamente logistico, e di cui venne incaricato Moretti, l’unico che aveva cercato di difendere, sia pur timidamente, la causa di Morucci» [1]

Valerio Morucci: «Mi diedero appuntamento in viale Zara. Io andai su a Milano con la mia Mini Cooper gialla e nera e con la bionda, per approfittare del viaggio. Già da subito vedo che Moretti e Franceschini mi guardano storto. Io infatti indosso il mio blazer e una camicia azzurra incravattata sotto un bel cappotto blu. Inoltre mi ero presentato con un macchina e una bionda piuttosto appariscenti. Mi guardano come se fossi stato un libertino gaudente appena uscito da un night dopo essermi strafatto di troie e cocaina. Quello con gli occhialetti, Franceschini, mostra il sorrisetto storto del bambino sadico che dà pizzicotti alla sorella. Le labbra di Moretti superano a fatica la smorfia di ripugnanza e supponenza con cui sembra essere nato. Mi dicono: “Da Roma hanno detto che puoi procurarci delle armi”. “Sì”, dico io sorridente, “che vi serve?”. “Tutto: mitra, pistole, munizioni…”.”Ci proverò”, faccio io, “ma se vi servono urgenti bisognerà prenderle al prezzo che si trova”». [2]

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Moretti

Morucci su Moretti«Ogni tanto, tra il serio e il faceto, gli scappava di dire che era il capo e che lasciava impronte dappertutto perché i giornali all’epoca non lo nominavano mai e temeva che la polizia volesse giocarlo come spia. Alcuni come Moretti interpretavano il riposo del guerriero come avere una donna in ogni città e anche più di una all’occorrenza. Mi assoggettai anche io alla sicurezza e ai vantaggi delle regole» [3]

– Ancora Morucci: «Comprai una moto Norton Commando con cui scorazzavo per la città come un pazzo. Mi compravo bei vestiti e ogni sera mangiavo al ristorante. Allora con le donne ero una bestia. Ma con lei mi ero messo per ripicca, per toglierla da sotto al naso a quelli del gruppo che pensavano più alla fica che alla rivoluzione». [4]

Morucci, Faranda e i ristoranti: «Nei giorni tra l’appello di Paolo VI e la diffusione del comunicato numero 8, che è del 24 aprile 1978, si presentò Lanfranco Pace in uno dei ristoranti in cui io e Faranda eravamo soliti pranzare da anni, quello sito in via dei Genovesi o via dei Salumi, dietro piazza in Piscinula. Si tratta di un ristorante siciliano con le pareti riccamente addobbate con oggetti provenienti dalla Sicilia. Il Pace ci disse che da alcuni giorni girava per ristoranti da noi frequentati abitualmente per rintracciarci e chiederci se effettivamente le Brigate rosse, dopo i comunicati n.6 e n.7, avessero intenzione di uccidere Moro. Pace conosceva quel ristorante perché prima del periodo in cui ebbe contatti con le Br – tra l’autunno del 1977 e i primi giorni del 1978 – egli lo aveva saltuariamente frequentato assieme a noi»[5]

Morucci aveva raccontato al magistrato che con la Faranda impiegavano intere giornate per cercare il luogo più adatto dove lasciare i comunicati delle Br o le lettere di Moro, tentando di far credere di avere adottato tutte le possibili precauzioni, fino a ricorrere a metodi quasi scientifici, per impedire di essere individuati e pedinati dalla forze dell’ordine. Adesso invece sostiene che due dei brigatisti più ricercati d’Italia, come lui e Faranda, andavano a pranzo in ristoranti che frequentavano da anni, assieme ad altri militanti dell’estrema sinistra, col risultato di essere facilmente rintracciati da un ex militante delle Br che meno di un mese prima era stato fermato dalla Polizia. [6]

Alfredo Bonavita: «Per quanto concerne la nascita della colonna romana, anche a Roma c’era fin dal 1971 un nucleo di compagni vicini alle Br che militavano nell’area di Potere operaio. Ricordo che si parlava della zona di Cinecittà, ove erano avvenute azioni contro i fascisti. Alcuni compagni di Roma andavano a Milano e tenevano i contatti con Franceschini e a volte anche con Curcio. Si trattava di compagni di quartiere, non inseriti in alcuna realtà di fabbrica o di scuola. Da noi erano considerati un poco come barboni, anche perché facevano dei furti per sopravvivere. Una volta rubarono la testa di una mummia o di una statua che poi rivendettero per meno di 200 mila lire. Un’altra volta rubarono, sempre a Roma, una collezione di francobolli. Questo primo tentativo di costituire un nucleo Br a Roma fallì nella primavera del 1972, quando a Milano e a Torino decidemmo il passaggio alla clandestinità. Tale decisione fu determinata da una serie di elementi di carattere politico-organizzativo, a partire dalla riflessione sugli arresti dei primi di maggio 1972, determinati sia dalle indagini di polizia e magistratura sia dalle rivelazioni fatte da Marco Pisetta dopo il suo arresto. A seguito delle rivelazioni si accelerò il processo di clandestinizzazione degli uomini e delle strutture. Tale scelta non fu condivisa da molti compagni romani che si staccarono dalla organizzazione». [7]

Anna Laura Braghetti: «Esiste un racconto molto significativo sul primo incontro fra i milanesi e i romani. La leggenda vuole che tramite intermediari fosse stato fissato un abboccamento fra Morucci, Franceschini e Moretti. Franceschini e Mario arrivarono su una vecchia Fiat, con addosso scarpacce pesanti e orridi cappotti sformati. Valerio invece era smagliante: una bella macchinetta, occhiali neri alla moda, giacca blu doppiopetto, stivali. Immagino si siano guardati e si siano fatti reciprocamente schifo. I brigatisti avevano fatto della sobrietà nordica e dello stile di vita operaio un dogma e tenevano una minuziosa contabilità ritenendo di avere rapinato le banche in nome e per conto del proletariato. Ma Valerio non vedeva francamente la ragione di tanto moralismo e veniva pur sempre da un’area politica – quella della Autonomia operaia – che negli anni successivi avrebbe prodotto dirigenti capaci di dire ai ragazzi: “Guai se trovo uno di voi cretini che distrugge un’automobile di lusso. Le belle macchine si rubano, e poi ci si fa tutti un giro”. Giorgio Bocca, nel suo bellissimo libro ‘Noi terroristi’ fa raccontare a Morucci quel meeting: “Quando li ho conosciuti nel 71 erano tipi tristissimi e anonimi, mimetizzati sul fondo di grigiore di una città operaia, sempre atteggiati ai modi che loro pensavano consoni a dei rivoluzionari professionisti. Io ero arrivato all’appuntamento su una Mini cooper gialla con tetto nero e con una ragazza bionda. Loro vennero all’appuntamento con una 850 grigio sbiadito e un enorme portabagagli sul tetto. Franceschini con gli occhiali, senza baffi, ingobbito come sempre, cinereo in faccia e nei vestiti. Moretti un po’ più aitante, con indosso un assurdo tre-quarti spigato grigio e marrone, con le spighe enormi”. I tre quindi non si piacquero e le Br non si mossero dal Nord finché non decisero che era ora di andarsi a cercare il cuore dello Stato. E lo Stato significava Roma» [8]

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Franceschini

Alberto Franceschini sui compagni romani: «Erano faciloni e chiacchieroni. Le regole di compartimentazione con loro erano inutili. Ogni tanto ti arrivavano a casa con la testa di una statua rubata in una chiesa per chiederti di piazzarla presso un antiquario di Milano. Quello di rubare pezzi di statue era il loro modo preferito di finanziarsi. A me i rapporti con loro lasciavano un cattivo sapore di borbonesco e di sottoproletariato. Ripetevo in continuazione che una forza rivoluzionaria non può vivere alla maniera dei tombaroli, che i soldi bisognava andarseli a prendere nelle banche. Mi guardavano con quella loro aria sempre stanca e tranquilla, per poi rispondermi invariabilmente: ‘Hai ragione, compagno, ma intanto vedi di piazzare questa zucchetta». [9]

 

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Mini Cooper, primi anni Settanta

 

Fonti:

[1] Franceschini, Buffa, Giustolisi, Mara Renato e io, Mondadori, 1991

[2] Morucci, Ritratto di un terrorista da giovane, Piemme 1999

[3] Morucci, op. cit.

[4] Morucci, op.cit.

[5] Memoriale Morucci

[6] Sergio Flamigni, Patto di omertà, Kaos edizioni, 2015

[7] Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani sul sequestro di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia (volume 54, pagina 345) 

[8] Anna Laura Braghetti, Paola Tavella, Il prigioniero, Feltrinelli

[9] Braghetti, Tavella, op. cit.

 

Gol, solitudine e coerenza. Lo chiamavano «Giggirrriva»

uid_1226575a19d-580-0Il 7 novembre 1944 nasce a Leggiuno il più grande attaccante italiano dell’epoca moderna: Luigi Riva, detto Gigi, bandiera del Cagliari e miglior marcatore della nazionale. Due gambe rotte sull’altare dell’Italia, tre titoli di capocannoniere con il quarto mancato di un soffio nel 1971-72 a vantaggio di un altro mancino terribile: l’amico-nemico Roberto Boninsegna.

«Giggirrriva» è una sorta di santino per la Sardegna, una leggenda tramandata di padre in figlio, in un’Isola in cui le vittorie sono merce rara.
Quando poco dopo l’incredibile dimostrazione di potenza data in un Inter-Cagliari dell’ottobre 1970 Gianni Brera lo ribattezza «Rombo di tuono» è subito chiaro che quella definizione lo avrebbe accompagnato a lungo: mancino dotato di strabordante forza fisica, coraggio, imperioso colpo di testa è soprattutto un trascinatore, un uomo squadra, uno di quelli che da soli fanno vincere le partite.

Riva appartiene alla generazione che ha «rifatto» l’Italia sotto il profilo sportivo.
Negli anni 40 nascono i nuovi campioni del calcio italiano, dopo Superga e la conclusione del ciclo di Vittorio Pozzo; è la generazione dei Boninsegna, Burgnich, Rivera, Sandro Mazzola, Facchetti, Domenghini, Zoff che consente di porre fine alla lunga traversata nel deserto iniziata coi mondiali degli anni 50.

 

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Con Lodetti e Facchetti a Inghilterra ’66

 

A Inghilterra ’66 un giovane Riva fa già parte della comitiva azzurra, spaccando tutto negli allenamenti. Quasi una gita premio per un ragazzo promettente; un incoraggiamento, con l’onere di non fare troppa concorrenza ai senatori. Grande rimpianto per Edmondo Fabbri: «Se ti avessi fatto giocare» dirà il c.t. all’indomani della umiliante sconfitta con la Corea del Nord «ora saremmo ancora in corsa per il mondiale».

La storia di Riva in nazionale sarà lunga, gloriosa e con i contorni del dramma. Già nel ’67, in un incontro amichevole con il Portogallo: in panchina il mago Herrera, chiacchierato per i suoi metodi di allenamento, un vincente abituato a imporsi sui giocatori a ogni costo al punto da assegnare al superstizioso Riva l’odiato numero 9. Risultato: uscita scomposta del portiere portoghese e frattura di tibia e perone per l’attaccante del Cagliari.

Nessun dubbio però sul modo di intendere il gioco: «Questo è il calcio, il gol è troppo importante per un uomo di punta: è quella cosa che ti fa star bene durante la settimana», dirà Riva in una intervista alla Rai, «quindi non cambio. Se ci sarà da spaccarmi l’altra gamba me la spaccherò».

 

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Il contrasto con Hof al Prater di Vienna

 

Quasi un vaticinio. Match con l’Austria valido per le qualificazioni a Euro ‘72: fallo da dietro del terzino Hof su Riva che parte come un fulmine verso la porta avversaria. E’ un attimo: crollo a terra, urlo dell’attaccante azzurro con Domenghini, collega e amico del Cagliari, a mettersi le mani nei capelli. Con Riva rotto il Cagliari in lotta per Coppa campioni e campionato perde rapidamente entrambi.

Stadio Sant’Elia, una sorta di arena per gladiatori sul modello dell’Olimpico di Roma: Riva ci gioca le poche partite di Coppa campioni e i campionati dal 1970-71 fino al terzo infortunio del ‘76: strappo agli adduttori e fine della carriera. Senza lacrime, senza gare d’addio, senza sceneggiate: «Vedrò cosa si può fare per recuperare ancora una volta», dirà serafico intervistato negli spogliatoi da un gruppo di attoniti cronisti, «se sarà possibile voglio provare di nuovo a dire la mia».

 

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Dopo, il ruolo dirigenziale in un piccolo Cagliari nel quale non arrivano più i soldi dei petrolieri; squadra casereccia, ma orgogliosa, con alcuni giovani giocatori locali: Gigi Piras, terzo marcatore in assoluto nella storia del Cagliari, e Pietro Paolo Virdis, l’attaccante più talentuoso del calcio sardo, emulo a metà di Riva con i suoi numerosi rifiuti rifilati alla Juventus prima della clamorosa capitolazione.

 

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La lunga parentesi come accompagnatore della nazionale fa di Riva il custode dei segreti dello spogliatoio azzurro: sempre discreto, capace di stemperare le tensioni e caricarsi sulle spalle la responsabilità di qualche piccata risposta verso critici troppo severi.

Ogni tanto lo si vede in giro, a Cagliari.
Capita che qualche padre dica al figlioletto: «Sai chi è quel signore? Adesso te lo spiego…».

E il signore, che osserva il mondo coi suoi inseparabili Ray ban, abbozza un sorriso.