Rapimento Sossi: chi fingeva di non capire e chi aveva capito (molto)

Mario Sossi, prigioniero delle Brigate rosse

Mario Sossi, prigioniero delle Brigate rosse

Tra le prime esercitazioni di disinformazione attuate dalla stampa italiana durante gli anni del terrorismo non si può non citare il caso del lungo sequestro di Mario Sossi, il sostituto procuratore prelevato a Genova, il 18 aprile 1974, da un commando delle Brigate rosse. Nonostante la ormai quadriennale “attività” delle Br sullo scenario italiano molti organi di stampa continuavano a condividere un atteggiamento prudente, se non scettico, circa gli effettivi responsabili di questa e altre simili operazioni. Non si credeva, insomma, che una formazione armata in Italia potesse far propria l’ideologia marxista-leninista: le Brigate rosse non potevano che essere “sedicenti”, forse “fasciste”, di sicuro “al servizio della strategia della tensione”. Mario Sossi, nella prima metà degli anni 70, si era reso protagonista di una serie di inchieste ad alto contenuto politico acquisendo una fama di giudice implacabile presso gli ambienti dell’estrema sinistra: si pensi al processo alla banda “XXII Ottobre”, nel quale l’allora giovane pubblico ministero riuscì ad ottenere pesantissime condanne. Ed è per questo carattere di inflessibilità, un ostentato atteggiamento “da duro”, che Sossi diventa presto un obiettivo dichiarato di gruppi più o meno armati operanti nella vasta area di “contiguità” al terrorismo. Chi erano questi brigatisti? I nomi, già conosciuti presso le questure perché numerosi erano stati i precedenti sequestri di persona a scopo politico, dovevano essere piuttosto familiari a quei giornali di partito che continuavano a definire le Brigate rosse “sedicenti”.

Ancora nel 1974 le Br erano per tanti organi di stampa un mistero. Di sicuro non erano “rosse”, ma forse “nere”: riflessione condivisa non solo dal maggiore giornale della sinistra italiana – l’Unità – ma anche dai quotidiani “borghesi”, all’interno dei quali vanno però segnalate posizioni più sfumate, vere aree di pensiero laico, come quella dell’allora quarantenne Andrea Barbato: gli elementi da collazionare per giungere a conclusioni sostanzialmente esatte, circa gli obiettivi e la reale natura delle (non presunte) Brigate rosse, c’erano tutti già da allora e Barbato lo dimostra.

 “La Stampa”, 30 aprile 1974.

Il “processo proletario” contro il giudice Sossi, prigioniero delle Brigate rosse dal 18 aprile, continua. I rapitori tacciono, dopo il laconico e minaccioso messaggio di tre sere fa; la polizia dispone solo di magri indizi, la scoperta del nascondiglio appare difficile. Non solo questo sequestro è ormai il più lungo fra quelli firmati dalla formazione che ha per simbolo la stella asimmetrica, ma sembra evidente che esso segni una svolta nella tattica e nel comportamento del gruppo clandestino. Sossi è interrogato da undici giorni: un tempo non solamente interminabile per la sofferenza umana del recluso, ma anche così lungo da rivelare le intenzioni dei rapitori. Non siamo più dinanzi ad un atto “esemplare” di punizione di un avversario. Se la prigionia e il processo si prolungano tanto (e non vi sono segni che annuncino la fine) se si sfida con tanta sicurezza il rinnovato attivismo della polizia, è perché i “brigatisti rossi” si attendono veramente di strappare qualche rivelazione al magistrato. Esigono da lui, oltre a una serie di particolari tecnici e sostanziali sulle istruttorie che riguardavano i loro “compagni di lotta” anche una testimonianza ideologica che colori di dubbi politici le istruttorie stesse. In che misura Sossi collabora con questo proposito dei suoi carcerieri? Dalla lunghezza della detenzione, si dovrebbe dedurre che le sue “deposizioni” sono insoddisfacenti. “Sossi è un uomo di forte spirito legalitario”, ha detto stamane il funzionario che guida le indagini (quel dottor Umberto Catalano anch’egli menzionato nel volantino di venerdì notte) “probabilmente parla poco. Per lui collaborare significa certamente violare dei segreti, compiere un atto illegale”. Ma il punto più importante è un altro. Il sequestro di Sossi somiglia certamente, per le tecniche e l’ideologia che le accompagnano, alle precedenti gesta delle Brigate rosse che vanno dal rapimento di Idalgo Macchiarini a quello di Enrico Amerio. Ma stavolta le Brigate rosse escono dal mondo delle fabbriche in cui si erano finora aggirate e investono in pieno l’apparato dello Stato per impadronirsi di suoi eventuali meccanismi nascosti, di presunti segreti nella sua struttura. Non è più un “mordi e fuggi” com’era scritto in un cartello appeso al collo di una delle vittime; e non è neppure la rozza filosofia contenuta nello slogan “colpiscine uno per educarne cento”. Qui siamo all’assalto al “cuore dello Stato” o più ancora assistiamo passivamente a una contro-indagine. Le Brigate rosse non si contentano di compiere un attentato a fini dimostrativi, ma vogliono esibire una loro costruzione, sia pure coatta, della verità.Quale verità? Finora tra i molti fascicoli processuali di cui Sossi è chiamato a rispondere davanti ai suoi sequestratori si sa solo che è stato aperto il “dossier” del rapimento di Sergio Gadolla. Il caso è lontano, giudicato e chiuso. Riaprirlo significa cercare un corpo per quelle ombre che non furono certo taciute al tempo delle indagini e del vero processo. Fu proprio Mario Rossi al dibattito che lo vedeva imputato e che gli valse l’ergastolo ad affermare che “Sergio Gadolla era venuto con noi spontaneamente”. Le zone d’oscurità di quella vicenda furono a suo tempo ampiamente discusse in aula e sui giornali: perché Sergio Gadolla si presentò in libertà asciutto e inappuntabile, dopo quella che doveva essere una marcia sui monti sotto pioggia alluvionale? E quale fu il ruolo del missino Vandelli, creditore di grosse vincite al gioco che temeva di non incassare, nella organizzazione del rapimento? E oltre ad una deferenza di tipo “sociale” c’era qualche altro legame tra l’allora commissario Domenico Nicoliello (oggi capo della mobile di Genova) e la famiglia Gadolla? E’ probabilmente su queste linee e su questi dubbi forse appresi dalle cronache del tempo, che insistono i rapitori di Sossi nel loro interrogatorio. “Non ha nulla da rivelare nella sua borsa non c’era nessun documento segreto” ripetono magistratura e polizia genovesi. Non siamo ormai dinanzi ad un atto di guerriglia, compiuto da militanti che si considerano rivoluzionari, a sinistra di ogni sinistra. L’attività delle Brigate rosse compie una scalata, un salto decisivo. Non è più l’azione pseudopartigiana, il sabotaggio della vita di fabbrica e dei contratti di lavoro, la battaglia dichiarata al neofascismo, la lotta ai partiti e ai sindacati. I brigatisti rossi si trovano obiettivamente collegati con quelle formazioni Gap, più decise nell’attivismo clandestino, dei cui componenti chiedono oggi la liberazione dal carcere. Ora il programma politico delle Brigate rosse sembra ancor più “avanzato” dell’intenzione iniziale di “eliminare” i poliziotti, espropriare i capitalisti. Persino l’estrema sinistra extraparlamentare, divisa nella diagnosi del fenomeno, non è divisa nel giudizio. Alcuni li ritengono dei provocatori, prevedono che la liberazione di Sossi avverrà dopo il 12 maggio, li disegnano perfettamente inseriti in una strategia che vuole contrapporre la violenza rossa alla violenza nera per dimostrare la debolezza dello Stato e per invocare poi la mano forte. Altri, invece, ammettono che la matrice delle Brigate rosse è la lotta di classe, che la scuola politica è quella della sinistra, sia pure estrema; ma anche questi ultimi concludono con una condanna dei metodi e della sostanza. I “brigatisti” insomma anche per la sinistra extraparlamentare formulano un’analisi di classe della società italiana ma poi la intingono nel pessimismo e nella disperazione. Non credono nella consistenza del movimento operaio e perciò pensano di dover ricorrere alla lotta armata. Il “processo proletario” non colpisce più soltanto con il suo rito sommario (rapimento, giudizio, sentenza) i presunti strumenti dell’”oppressione capitalistica” ma giunge a giudicare i giudici. E’ una fase nuova della “clandestinità armata” di queste ambigue formazioni. Le Brigate rosse si considerano in guerra non sono con i “padroni” ma anche con lo Stato. E’ doveroso constatare che la risposta, finora, è incerta a tutti i livelli. La polizia dispone di piste scarse, la magistratura genovese sembra attendere d’essere sollevata dal peso dell’indagine. Il ruolo di altri corpi investigativi rimane misterioso: due colonnelli del controspionaggio militare sono a Genova. Il Sid ha avuto certamente un ruolo nell’indagine sulle Brigate rosse, ma quale? Secondo alcuni il servizio segreto della difesa starebbe addirittura cercando eventuali collegamenti tra le Brigate rosse e la fascista Rosa dei venti; secondo il volantino numero tre delle stesse Br, il Sid avrebbe invece collaborato con Sossi nei “processi di regime” contro il gruppo XXII Ottobre. La città (Milano, Torino, ora Genova) “centro del sistema” è anche il miglior terreno di guerriglia e il più sicuro nascondiglio. Per un’altra giornata oggi le pattuglie hanno cercato inveno e tutti abbiamo aspettato inutilmente che giungesse un altro messaggio. La polizia non fa nomi, i giudici non vogliono ripetere gli errori del passato e non indicano “colori” nelle piste, il procuratore capo ripete che non firmerà mai “mandati in bianco”. I “brigatisti” latitanti sono una mezza dozzina, se ne conoscono i nomi, se ne indicano le gerarchie e i ruoli interni. Ma anch’essi si ripete, sono ricercati solo per gli antichi reati. Sulle colline e nelle vallate dell’entroterra gli uomini dei reparti “speciali” non hanno trovato finora che cascinali abbandonati.

Andrea Barbato

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