Mese: febbraio 2014

Patrizio Peci, il primo pentito delle Brigate rosse

Peci fu aiutato nel suo pentimento da alcune quaglie ripiene, due etti di prosciutto crudo, due paia di slip e calzini nuovi più un fumetto di Tex, di Topolino e un numero della Settimana enigmistica. Farà ridere, ma la strada alla sconfitta del terrorismo italiano è stata aperta anche da un peccato di gola 

(Maresciallo Angelo Incandela, ex comandante delle guardie carcerarie dello Speciale di Cuneo in una intervista al Corriere della Sera del 1994)

Patrizio Peci, a processo

– Patrizio Peci nasce a Ripatransone, vicino Ascoli Piceno; si trasferisce, ancora bambino, con la famiglia a San Benedetto del Tronto

– A partire dal 1970 inizia a frequentare la Rotonda del Lungomare, presso Benedetto del Tronto, luogo di aggregazione politica ma anche di spaccio

– Dopo un breve passaggio in Lotta Continua, dà vita ai PAIL (Proletari Armati per la Lotta)

– Nel 1976 partecipa all’assalto della sede Confapi di Ancona. Dopo questa azione entra in clandestinità. Sale al nord e dopo una tappa a Milano si trasferisce a Torino.

– A Torino fa da luogotenente a Raffaele Fiore (uno degli uomini presenti in via Fani); dopo l’arresto di quest’ultimo, avvenuto nel 1979, diviene responsabile della colonna torinese Mara Cagol, fino all’ arresto avvenuto nel 1980

– Dall’assassinio di Carlo Casalegno a quello del presidente dell’ Ordine degli Avvocati, Fulvio Croce, agli attentati contro uomini FIAT, contro le Forze dell’Ordine e contro esponenti della Democrazia Cristiana, si contano, in tutto, otto omicidi e diciassette ferimenti nei quali Peci ha svolto quasi sempre il ruolo di organizzatore e spesso di esecutore. Nel 1986 torna in libertà dopo un periodo di detenzione presso il carcere di Alessandria.

– Nel 1977 la direzione della colonna di Torino è formata da Raffaele Fiore (capo), Nadia Ponti, Cristoforo Piancone, Patrizio Peci, Rocco Micaletto. L’unica donna, la Ponti, scandalizzava gli altri componenti della direzione per il suo comportamento. «Girava in casa mezza nuda – racconterà Peci a Giordano Bruno Guerri – da questo punto di vista la sua condotta era scorretta. Non perché io sia un moralista ma perché sventolare così le tette sotto il naso di chi è magari mesi che non tocca una ragazza non è né corretto né gentile». La Ponti, fidanzata col romano Piancone, viene descritta come una esaltata. Sarebbe entrata nelle Brigate rosse più per spirito di avventura che per reale fede politica: «Qui mi si aprono prospettive che in una vita normale non sarebbero possibili», avrebbe detto.

– Il 22 aprile 1977 Peci partecipa alla gambizzazione di Antonio Munari, capo officina FIAT. L’azione viene rivendicata due giorni dopo

– Il 30 giugno 1977 prende parte alla gambizzazione di un altro dirigente FIAT, Franco Visca, che viene colpito anche alla milza

– Il 25 ottobre gambizza un militante della Democrazia Cristiana, Antonio Cocozzello

– Il 16 novembre 1977 partecipa al pedinamento e all’uccisione di Carlo Casalegno, vice direttore de La Stampa. Il giornalista viene colpito da diversi colpi di arma da fuoco (una pistola Nagant M 1895) al volto ma nonostante le ferite non muore subito, venendo trasportato all’ospedale Le Molinette. Le manifestazioni di solidarietà indette a Torino, nell’imminenza dell’agguato, non godono di grande partecipazione e tra gli operai FIAT è vasta l’indifferenza per le sorti di Casalegno, che morirà dopo 13 giorni di agonia il 29 novembre.

– Secondo Peci, Casalegno sarebbe stato condannato a morte (nonostante gli iniziali propositi di gambizzazione) dopo alcuni sprezzanti giudizi espressi nei confronti dei militanti della Rote Armee Fraktion (RAF) morti in circostanze poco chiare nel carcere di Stammheim, la notte del 17 ottobre 1977.

– Il 18 ottobre 1980 viene arrestato dai carabinieri del generale Dalla Chiesa, assieme a un altro brigatista, Rocco Micaletto. Le sue rivelazioni porteranno all’individuazione del covo di via Fracchia, a Genova.

– L’arresto di Peci e le oscure modalità che lo caratterizzarono, saranno fonte di tragici risvolti per la famiglia Peci e soprattutto per il fratello Roberto. Le Brigate rosse, in particolare, penseranno a “un doppio arresto” di Peci, il primo avvenuto su delazione di suo fratello e il secondo compiuto con maggiore clamore mediatico. Nel periodo tra i due arresti, Patrizio Peci avrebbe in pratica agito da infiltrato all’interno delle Brigate Rosse.

– A seguito di queste convinzioni, Roberto Peci, 25 anni, antennista, viene rapito dalle Brigate rosse dell’ala capeggiata da Giovanni Senzani. La mattina del 9 giugno 1981 riceve la telefonata di una persona che sostiene di essere un ingegnere di Macerata che, per il giorno successivo, gli chiede di installare un’antenna presso il villino di sua proprietà collocato in via Boito. Lì Peci trova invece una 127 rossa pronta ad aspettarlo. Seguirono giorni di trattative, contatti telefonici, appelli. Roberto Peci viene trucidato (il 3 agosto 1981, con undici colpi di arma da fuoco), dopo un lungo periodo di detenzione (55 giorni) e processo proletario nel quale gli vengono contestate le accuse di tradimento e delazione. La “confessione” del prigioniero verrà filmata e distribuita presso i canali clandestini, con più di vent’anni di anticipo rispetto alle pratiche che poi caratterizzeranno il terrorismo di marca islamista.

– Patrizio Peci esce dal carcere nel 1986. Attualmente vive in una località segreta con falso nome. Nel 2008 viene diffuso un film-documentario intitolato L’infame e suo fratello: inizialmente mandato in onda dalla tv svizzera, verrà ripreso nel programma RAI La storia siamo noi.

Alcune dichiarazioni di Patrizio Peci:

«Se avessi immaginato che finiva così avrei fatto i miei anni di carcere e Roberto non lo avrei sulla coscienza. Roberto era buonissimo, ma è sempre stato d’ accordo con tutte le mie scelte. Prima la contestazione, poi la lotta armata e infine la dissociazione» (Da una recente intervista su Oggi)

«La plastica facciale non sarebbe servita. Uno come me, con un´esperienza da clandestino nelle Brigate rosse, sa che per sparire il miglior nascondiglio è vivere tra la gente. Ormai sono un´altra persona, che vive e fa cose diverse, che ha una famiglia, un figlio. Nessuno avrebbe creduto che mi sarei salvato. All´inizio è stata dura, molto dura. All´epoca le Brigate rosse erano ancora forti e il rischio che mi trovassero era concreto; solo col tempo mi sono convinto che ce l´avrei fatta. Mia moglie l’ho conosciuta in carcere, per corrispondenza. Mi sono sposato poco dopo essere uscito di galera, è stata una scelta. Rientrare nella legalità, avere un´altra vita. Il matrimonio, un figlio, il lavoro, la normalità: era quello che cercavo. Mia moglie ha sempre saputo chi io fossi. Roberto non era responsabile di nulla, fu un fulmine a ciel sereno. Mi aspettavo che l´avrebbero fatta pagare a me. Ma io sarei stato in grado di difendermi. Sono stato, semplicemente, tra la gente. Avevo la mia vita, gli amici, la maggior parte dei quali ignorava la mia vera identità. Negli anni ho cambiato lavoro un paio di volte, e anche città. Ma non per sfuggire a qualcosa, solo perché avevo trovato un posto migliore, più remunerativo. I primi tempi sono stati difficili, adesso lavoriamo in due e va molto meglio. Mio figlio ha ventiquattro anni e adesso vive praticamente da solo. Non gli avevamo detto nulla su di me, l´ha scoperto da ragazzino quando vide una mia foto su un giornale. Alla fine ammisi di essere io quello e, insieme a mia moglie, piano piano gli abbiamo raccontato tutto. Non gli ho mai chiesto di mantenere il segreto sulla mia vera identità, ma lui lo ha fatto automaticamente e se ne è assunto la responsabilità. Ha capito la buona fede del padre. Del resto non ho mai avuto una scorta, se non quando mi dovevo presentare in posti ufficiali, dove si sapeva che sarei andato. Sembra incredibile, ma, in questi venticinque anni, ho fatto sempre la stessa vita, mimetizzato in mezzo alla gente. È il modo migliore per sparire. Certo, problemi ce ne sono stati e tanti. Soprattutto quelli legati all´identità, a cominciare dal libretto della mutua. Mio fratello era anche un amico, la persona sulla quale avrei potuto fare affidamento, appena uscito dal carcere. Con lui avrei potuto risolvere tante cose, consigliarmi. In me è scattato un tale odio per i responsabili. Un odio che è rimasto uguale da allora e che mi porto sempre dentro, anche se non guardo i giornali che ne parlano, anche se, quando mi capita di incrociare una qualche trasmissione tv, subito spengo. Dubbi all´inizio ne avevo tanti, e anche sofferenza, già prima di essere arrestato. Non ero più convinto di quello che avevo fatto e, dopo Moro non sapevamo più come andare avanti. Quella non era la mia crisi, era quella di tutte le Brigate rosse. Lo so, io sono stato il primo, ma se la mia scelta fosse rimasta singola, isolata, non si sarebbe creato il fenomeno della dissociazione. E quindi le bierre non si sarebbero disintegrate. La mia dissociazione fu un po´ quella di tutti. Non fu lo Stato a distruggere le Brigate rosse, siamo noi che ci siamo autodistrutti. La nostra strategia non era giusta, non lo era la violenza in Italia, in quelle condizioni. Non lo era aver provocato tanti danni, morte e dolore. Beh, glielo dico, all´epoca sono tornato perfino a San Benedetto qualche volta, la città dove ho vissuto, la mia città. Fu qualche anno dopo; sono stato a trovare mia madre, i miei parenti. E ho anche dormito in casa di mia madre. E senza i miei amici carabinieri che qualche volta lasciavano correre, altrimenti non campavo più. La mattina andavo al mare e una volta il padrone dello chalet mi ha perfino riconosciuto, abbiamo pranzato insieme. Ci pensi, se fosse venuto fuori: Peci sta al mare a San Benedetto, ci avrebbe forse creduto qualcuno? È tutto lì il bluff» (Intervista rilasciata a Silvana Mazzocchi)

“IO, L’INFAME” (Sperling & Kupfer Editori Spa)

Patrizio Peci è morto il 18 maggio 1983. Patrizio Peci ero io. Il 18 maggio 1983, a Torino, l´uomo conosciuto con il nome di Patrizio Peci entrava in un´aula del tribunale di Torino per testimoniare contro i suoi ex compagni, principale teste d´accusa nel processo contro le Brigate rosse. Fino a quel giorno ero stato un brigatista, dopo di allora divenni il più feroce nemico dei brigatisti, l´uomo che aveva reso possibile lo smantellamento della più importante organizzazione armata degli anni di piombo. Peci “l´infame”, perché aveva tradito il codice di omertà che lega tra di loro gli ex terroristi, spesso anche dopo la cattura.

Peci “l´infame”, perché aveva vuotato il sacco, chiuso ogni margine di ambiguità possibile, perché si era bruciato i ponti dietro le spalle; infame perché aveva fatto i nomi, perché aveva collaborato con il generale, perché aveva scelto quegli stessi carabinieri che gli avevano dato la caccia. Infame perché era passato dalla parte dei suoi ex nemici, che adesso erano destinati a diventare i suoi unici compagni di vita. Peci, l´ex combattente convinto che la guerra sia finita.

«Perché non ti fai una plastica?». Se dovevo restare in questo paese, bisognava immaginare come. Se non dovevo trasferirmi all´estero, era indispensabile trovare un modo per vivere in Italia. Ci pensai a lungo e giunsi a un´unica conclusione. La sola cosa della vita di Patrizio Peci che poteva servire anche alla vita del nuovo Patrizio era quello che Peci sapeva fare meglio. Ovvero vivere nelle città, dissimularsi tra mille esistenze anonime, vivere da clandestino. Sfuggire alla condanna a morte delle Brigate rosse con gli stessi strumenti appresi alla scuola delle Brigate rosse.

L´ultima scelta, se possibile, fu ancora più importante. Vivere con la mia faccia di sempre, l´unica che conoscevo. Quella a cui ero affezionato. Uno a cui capita di morire, una volta nella vita, può cambiare tutto. Tutto, ma non l´immagine che guarda la mattina quando si ritrova davanti allo specchio. Era un azzardo, mi dicevano. Ma sentivo che potevo farlo. Ero convinto di aver imparato una regola, nel periodo della mia prima latitanza.

Un giorno, al mare, mi ero ritrovato in spiaggia. Ero bardato, senza baffi, apparentemente irriconoscibile rispetto all´identikit diffuso dai giornali. Mi capitò di incrociare lo sguardo di un amico di infanzia, dietro un ombrellone, di esserne come attraversato, di avere la certezza matematica di essere stato riconosciuto.

Quel giorno mi ero convinto che se qualcuno ti riconosce non è per la forma del naso, o per il modo in cui la mascella si appoggia sul tuo collo, o per il taglio delle sopracciglia. Se uno ti riconosce, quando sei latitante, è perché ti sa guardare negli occhi. Ma siccome gli occhi sono quelli, e nessuno te li può cambiare, decisi che già che c´ero avrei corso il rischio, che avrei tenuto anche la mia faccia. Il primo anno fu durissimo. Il secondo migliore. Dal terzo iniziai a pensare che ce l´avrei potuta fare. Scegliere di fare un bambino, insieme, fu la traduzione di questa certezza acquisita, fu il passo di non ritorno nella normalità. Il ritorno alle responsabilità era un altro passo che mi separava dalla mia vita precedente. Essere responsabile di una vita è la cosa che più ti allontana da un´esistenza in cui le vite non contano.

Oggi mio figlio ha ventiquattro anni, e un segreto. Non è stato sempre così. Non gli avevamo detto tutto, quindi per molti anni anche lui ha coltivato il dubbio. Quando era piccolo non si faceva troppe domande. Non ci chiedeva chi fossero gli “amici” con la pistola che spesso ci venivano a fare visita, non mi faceva domande sullo “zio Creso” e sullo “zio Picciotto”, i due carabinieri che dopo avermi dato la caccia erano diventati i miei migliori amici. Quello era il suo mondo, la sua famiglia, la normalità, i volti delle persone che conosceva da sempre.

Certo, come una premonizione, c´era la sua passione per gli anni di piombo, per i programmi di Giovanni Minoli e per gli articoli dei giornali. Non ci eravamo dati regole perentorie, io e mia moglie, se non questa: quando lui faceva domande, noi rispondevamo sempre.

La verità iniziò a farsi largo a poco a poco, per gradi, come se si fosse trattato di un destino ineluttabile, di una necessità. Un giorno, improvvisamente, ogni filtro cadde.

Mio figlio mi venne incontro con in mano una copia di un giornale, credo La Stampa. Non ebbi bisogno di leggere per sapere di cosa si trattasse. C´era un articolo su Peci e una foto dei tempi del processo. Era una vecchia immagine in bianco e nero, per giunta un po´ sgranata, dove apparivo molto diverso da come ero in quei giorni. Ma se la regola dello sguardo ha un senso per chi ti ha conosciuto bene, figuratevi se uno sguardo può mantenere un segreto di fronte a un figlio.

Disse semplicemente: «Papà, questo sei tu».

Io provai a scherzarci su, e risposi ridendo: «Sì, figurati, sono il terrorista Peci». Lui continuò, senza farsi scoraggiare dalla mia battuta: «Papà, Peci sei tu, io lo so».

Mi sono accorto solo per caso che io sono l´unico. L´unico che negli anni di piombo abbia abitato entrambi i gironi dei dannati: sia fra le vittime sia fra i carnefici, sia fra chi ha amministrato la morte sia fra chi ha conosciuto la morte, quella di una delle persone più care, quella che ti fa conoscere il senso della perdita irrevocabile. Sono l´unico, e non è certo un privilegio. È come se queste due parti della mia storia e della mia personalità si inseguissero in tondo dentro di me, in un moto perpetuo, e non si incontrassero mai. Come se aver impugnato una pistola per sparare mi rendesse ancora più difficile, e non più facile, capire le ragioni di chi ha sparato.

Ogni volta che penso a mio fratello, e a quello che gli hanno fatto, alla squallida messa in scena allestita a beneficio dei giornali, alla foto dell´esecuzione scattata come se si trattasse di un film, al canto di Bandiera rossa mandato in onda mentre gli leggono la sentenza di morte, sento ribollire il sangue nelle vene per l´ira. Anni fa, come ho già raccontato, credevo che avrei trascorso quello che mi restava da vivere a inseguirli con la pistola in mano. Oggi che l´idea della vendetta è passata come una febbre tropicale dentro di me, sento solo un grande vuoto: il senso della perdita e dell´assenza. Non potrò perdonare mai. Mai. Perché non si può perdonare quello che non ha senso.

E forse è per questo che i parenti delle vittime non riescono a spiegare mai, a chi non lo ha conosciuto, il senso del lutto. Non puoi perdonare la perdita irrevocabile, soprattutto quando sai che non c´era motivo, soltanto odio e ferocia animalesca in chi ha premuto il grilletto. Ancora oggi, di questi brigatisti del presunto Fronte delle carceri, quelli che realizzarono il sequestro, penso un´unica cosa: che sono delle bestie.

Oggi, a distanza di tanti anni, non so dire se davvero sono io quello che ha smantellato le Brigate rosse. Non sono un presuntuoso, non mi interessa appuntarmi medaglie sul petto, non è nel mio carattere. Ma di una cosa sono sicuro: io ho anticipato, con la mia scelta, qualcosa che doveva accadere. Sono stato lo strumento che ha reso possibile qualcosa che era già nella storia.

Oggi, dopo che è passato un quarto di secolo, e che il tempo ha misurato il peso delle scelte, penso semplicemente questo: non ho rimpianti, non ho rimorsi. Sono felice di avere fatto quello che ho fatto, perché era giusto farlo.

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Fabrizio Quattrocchi. Un caso frettolosamente archiviato

Fabrizio Quattrocchi. Un caso frettolosamente archiviatoCi sono voluti nove anni per arrivare a una sentenza, di primo grado, nei confronti di alcuni dei responsabili della barbara uccisione di Fabrizio Quattrocchi in Iraq. Una sentenza che certamente non può soddisfare i parenti del giovane contractor genovese, dato che i giudici della prima Corte d’Assise di Roma hanno assolto dall’accusa di terrorismo Hamed Hillal Al Qubeidi e Hamid Hillal Al Qubeidi, componenti del gruppo islamista Falangi Verdi responsabile, nell’aprile del 2004, del rapimento di Salvatore Stefio, Umberto Cupertino, Maurizio Agliana e appunto Fabrizio Quattrocchi. Non sono state dunque accolte le richieste del pubblico ministero Erminio Amelio (venticinque anni di carcere per finalità terroristiche), così come non è stato attribuito valore probatorio alle dichiarazioni di Stefio che in udienza aveva riferito le parole di uno degli imputati (a piede libero in Iraq) circa la partecipazione alla strage di Nassiriya. Secondo i magistrati l’atto di sequestrare e uccidere i prigionieri italiani non avrebbe potuto pregiudicare l’assetto democratico dello Stato italiano. Il legame degli imputati con gruppi eversivi non sarebbe stato provato, nonostante i numerosi video diffusi a rivendicazione delle proprie azioni, il lungo lavoro degli inquirenti americani e il fatto che gli stessi accusati abbiano scontato un periodo di detenzione presso il famigerato carcere di Abu Ghraib, vicino a Baghdad. Una sentenza che ha lasciato di stucco i parenti di Quattrocchi, già in passato oggetto di polemiche dopo la decisione dell’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi di conferire alla memoria di Fabrizio una medaglia d’oro per il coraggio mostrato di fronte agli assassini e le parole pronunciate al momento dell’esecuzione («Vi faccio vedere come muore un italiano»).

Le motivazioni della sentenza non sono piaciute alla risicata rappresentanza parlamentare di destra (Fratelli d’Italia, in testa) mentre negli altri schieramenti politici bisogna registrare un atteggiamento di distacco e disinteresse. Difficile dimenticare le polemiche innescate in passato da Giuliana Sgrena e Rosa Calipari, poi eletta in Parlamento tra le fila del Pd, circa la decisione presidenziale di conferire la medaglia d’oro a Quattrocchi: la giornalista del Manifesto, già oggetto di un sequestro a scopo di estorsione in Iraq conclusosi con la morte dell’agente Sismi Nicola Calipari, ha sempre qualificato Quattrocchi come mercenario (nonostante il contractor italiano non svolgesse compiti di “guerra sporca” ma di protezione fisica di personalità rilevanti, nell’ottica di un subappalto compiuto dalle forze americane, in accordo con quanto disposto dalla legge 210/95 in merito alla definizione dell’attività tipica del mercenario).

La sentenza della Corte d’Assise di Roma ha destato scalpore anche perché di fatto contraddice le motivazioni per le quali Ciampi concesse la medaglia d’oro a Quattrocchi: nella motivazione ufficiale si spiega, infatti, che l’atto di eroismo del giovane genovese deve essere inquadrato nell’ambito di un’azione che non può che essere definita come terroristica.

La vicenda di Quattrocchi merita comunque attenzione, al di là della sentenza che il pubblico ministero impugnerà in appello. Per esempio suscitano interesse alcune indiscrezioni giornalistiche, pubblicate sul Corriere della Sera, secondo le quali sarebbe circolata la notizia del rapimento di Quattrocchi due giorni prima della data ufficiale del prelevamento (12 aprile 2004) avvenuto durante uno spostamento in auto dall’Iraq alla Giordania. Un rapporto Digos cita una telefonata avvenuta tra un dirigente Digos e un agente Sisde nella quale sarebbero state chieste informazioni su due genovesi rapiti in Iraq, tra cui lo stesso Quattrocchi. In pratica diversi elementi, tra cui il nome di Quattrocchi e la società per cui lavorava, ovvero l’Isba (acronimo di Investigazioni, Bonifica, Servizi sicurezza e Allarmi), sarebbero emersi prima dell’effettivo sequestro. Già la sera del 10 aprile la possibilità che un genovese potesse essere vittima di un rapimento in Iraq circolava nelle redazioni senza trovare conferme. Secondo Giuseppe D’Avanzo, noto giornalista di Repubblica recentemente scomparso, il rebus si spiegherebbe ipotizzando la possibilità che i quattro italiani siano stati sequestrati in momenti diversi: Quattrocchi per primo, il 10 aprile, e gli altri tre il giorno seguente, ovvero domenica 11 aprile. Le modalità di reclutamento sono state poi oggetto di ampio accertamento da parte dell’autorità giudiziaria, con l’assoluzione di tutti i protagonisti italiani coinvolti. Circa le ragioni dell’uccisione di Quattrocchi, uno dei possibili responsabili del suo sequestro, Abu Yussuf, ex informatico di origine magrebina convertitosi alla causa della Jihad dopo aver assistito ad alcuni discorsi di Osama Bin Laden, ebbe modo di dichiarare alla stampa britannica che il genovese era stato ammazzato perché aveva partecipato, da mercenario, ad alcune missioni in Paesi a forte presenza musulmana come Bosnia e Nigeria (circostanza sempre smentita dalla famiglia dell’ucciso). Desta poi curiosità la grande pigrizia con la quale la stampa italiana ha sempre trattato la vicenda Quattrocchi: l’unico documentario, ancora reperibile in rete, sull’attività dei contractors italiani in Iraq venne prodotto dalla televisione svizzera francese RTS Un. Così come sono ancora reperibili su internet i documenti che rendono note le modalità attraverso le quali venivano condotti gli arruolamenti (tutto avveniva on line su forum appositi, già nel 2004, almeno a livello di prima conoscenza e invio dei curricula); la preferenza veniva concessa a chi in passato avesse fatto parte di reparti di élite, come i lagunari del Battaglione San Marco.