Mese: febbraio 2013

Gli anni di piombo in Francia. La storia di Action Directe

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La vicenda delle sevizie somministrate dalla polizia ad esponenti della lotta armata è recentemente tornata di attualità grazie al libro di Nicola Rao (Colpo al cuore) e alle testimonianze più o meno reticenti di alcuni “reduci” dell’epoca, come il cosiddetto professor De Tormentis, l’ex brigatista Enrico Triaca e Salvatore Genova, “liberatore” del generale americano James Lee Dozier sequestrato ad inizio anni 80 dalla colonna veneta delle Br-Pcc. Fatti riportati alla ribalta, con una certa timidezza, dalla tv di Stato ed approfonditi da giornalisti indipendenti e blogger, nella speranza, finora frustrata, che si proceda all’introduzione del reato di tortura nel nostro ordinamento giuridico.

Quando si parla dei metodi “spicci” utilizzati dagli Stati per liquidare il terrorismo interno non si fa mai riferimento all’ atteggiamento tenuto dalla Francia per i “rivoluzionari” di casa propria. La Francia, insomma, è sempre stata intesa come “Patrie de l’Homme”, in contrapposizione all’Italia del codice Rocco e delle leggi speciali. Un tipo di interpretazione della realtà che ha fatto scuola all’estero; si pensi al Brasile che, seguendo l’esempio francese, si è rifiutato di estradare Cesare Battisti.

Questa considerazione della Francia come “Patrie des droits de l’Homme”, appunto, non è forse condivisa da chi, francese, ha provato a praticare in casa propria la lotta armata. Basti l’esempio di Action Directe, organizzazione fondata da Jean Marc Rouillan a fine anni 70. Action Directe (che da ora in poi indicheremo con l’acronimo AD) compì, a metà anni 80, numerosi attentati contro l’apparato economico-militare francese; si pensi all’omicidio di Georges Besse, capo della Renault impegnato in un processo di “ristrutturazione” aziendale, e del generale René Audrian (ispettore all’armamento).

AD è il frutto di un processo di convergenza di varie componenti: il MIL (Movimento Iberico di Liberazione, chiaramente anti-franchista ed attivo durante la prima metà degli anni 70), il GARI (Gruppi Internazionali di Azione Rivoluzionaria), i gruppi autonomi nati dopo il ’68 successivi allo scioglimento di Gauche Proletarienne (come i Nuclei Armati per l’Autonomia Proletaria, altrimenti detti NAPAP) e i semplici militanti che avevano rotto con le pratiche “parasindacali” del passato. Nonostante la composita formazione, all’interno di AD, le idee sono chiare fin da subito; colpire ministeri, aziende private o statali dedite alla vendita di armi, caserme dell’esercito francese o dei servizi segreti.

Già all’inizio degli anni 80 AD viene sgominata dalla polizia e tutti i suoi più importanti rappresentanti finiscono in cella, compreso Rouillan. Il trattamento riservato a questi militanti rivoluzionari è estremamente duro: giudizio da parte della Corte di Sicurezza dello Stato, vecchia corte speciale istituita da De Gaulle, e isolamento prolungato. Inizia così, nelle prigioni, una battaglia politica, a colpi di scioperi della fame, volta alla concessione dell’ amnistia per tutti i prigionieri politici e la soppressione dei tribunali speciali. Si lotta anche per l’abolizione dei Quartier de Haute Sécurité (le carceri di massima sicurezza).

Con l’elezione di Mitterrand si avrà la concessione di una amnistia per tutti i detenuti politici, compresi quelli di AD; risultato rilevante, se confrontato con l’iniziale intendimento presidenziale di concedere il provvedimento solo a chi non avesse riportato condanne oltre il novennio. La particolarità di AD è quella di aver compreso, nei primi anni 80, la necessità di un fronte comune delle formazioni rivoluzionarie europee; in un contesto di grandi trasformazioni, come quelle che avvengono a livello continentale alla fine degli anni 70, la dimensione sovrannazionale della lotta armata viene intesa come necessaria. Rouillan e compagni capiscono che è in atto un processo di riorganizzazione del capitale, manifestatosi visivamente nel G7 di Versailles del 1982, che porterà ad un conseguente, progressivo, abbandono delle tranquillizzanti politiche “welfare” del passato. Non a caso, subito dopo il vertice, il governo Mauroy attuerà una serie di tagli alla spesa pubblica che tanto somigliano a quelli oggi favoriti dalle élite tecnocratiche al governo dell’Europa. Ed è proprio a partire dal vertice di Versailles che AD favorisce una convergenza tra organizzazioni che in Europa praticano ancora la lotta armata (ciò che rimane delle RAF e le cellule comunisti combattenti belghe); a partire dal 1983 opereranno, in Francia, gruppi di fuoco “misti”. AD viene di fatto disarticolata con una serie di operazioni  di polizia che portano all’arresto di tutto il nucleo storico.

Ai responsabili vennero comminati, da vere e proprie corti speciali istituite per l’occasione, numerosi ergastoli da scontare in condizioni carcerarie ai limiti della tortura (al punto da indignare persino il “sindacato” delle toghe francesi). Il regime speciale in questione veniva denominato sûreté  e continuò a riguardare i componenti di AD anche quando accusarono gravi patologie: Georges Cipriani è di fatto impazzito mentre Natalie Ménigon, ex di Rouillan e partecipe dell’omicidio di Georges Besse, ha avuto in carcere due ictus ottenendo solo ultimamente la libertà condizionata. Joelle Aubron è morta alcuni anni fa di tumore. Lo stesso Rouillan è affetto da una rara patologia autoimmunitaria, la “sindrome di Chester-Erdheim”, per la quale solo recentemente è stato ricoverato in un centro specializzato di Parigi.

Nessuna particolare attenzione ha destato, presso l’opinione pubblica francese e la “intellighenzia”  locale, la vicenda dei militanti di AD al contrario della vasta mobilitazione a favore dei “perseguitati” italiani Battisti e Petrella. Una “dottrina”, quella di Francois Mitterrand, che nulla ha di giuridico essendo il frutto di alcune dichiarazioni presidenziali del febbraio ’85 nelle quali, tra non poche ambiguità, si sosteneva la volontà da parte francese di combattere il terrorismo e garantire – in linea di principio – l’estradizione per i delitti di sangue.

«Il caso particolare che viene ora sottoposto – diceva Mitterrand – è quello di un certo numero d’italiani giunti in Francia. Sono trecento e più di un centinaio erano già qui prima del 1981. Hanno rotto con il terrorismo. Anche se colpevoli sono stati ricevuti in Francia; si sono inseriti nella società francese, non sono stati estradati, si sono molto spesso sposati, la maggior parte di essi ha chiesto la cittadinanza. Chi non ha avuto partecipazione diretta a delitti di sangue non sarà estradato. Ma qualora una inchiesta seriamente condotta dimostrasse che questi delitti di sangue sono stati commessi o che alcuni di questi italiani continuano a esercitare attività terroristiche opteremo per  l’estradizione o, a seconda dell’ importanza del reato, per l’ espulsione».

La “dottrina Mitterrand”, in conclusione, dovrebbe essere oggetto di dibattito assieme al ruolo svolto dalla Francia durante gli anni di piombo, senza dimenticare le ambiguità delle autorità nostrane dell’epoca, le quali, come evidenziato da uno dei più vicini consiglieri di Mitterrand, l’avvocato Jean Pierre Mignard, “erano perfettamente a conoscenza del protocollo che mettemmo a punto per accogliere i rifugiati politici”. D’altronde lo stesso ex  ambasciatore francese Jilles Martinet confidò a Sergio Romano come Craxi avesse chiesto a Mitterrand di “tenersi” Toni Negri, per evitargli i grattacapi conseguenti ad una eventuale estradizione; “ratio” che, in buona sostanza, viene attribuita anche dallo stesso Mignard ai governi italiani per spiegarne l’atteggiamento di fronte alla “dottrina Mitterrand”.