Aldo Moro poteva essere salvato

Luigi Berlinguer e Aldo Moro

Rileggendo le cronache dei 55 giorni del sequestro Moro, successivi alla strage di via Fani e all’epilogo del 9 maggio, emergono in maniera piuttosto chiara elementi che fanno intendere la possibilità, purtroppo non colta, di salvare la vita dell’allora presidente della Democrazia Cristiana.

Non appare condivisibile, infatti, l’ipotesi che sia stato fatto tutto il possibile o che, solo attraverso la trattativa, si potesse giungere alla liberazione di Moro. La terza via, percorribile, poteva essere quella della conduzione di indagini scrupolose, senza “deviazioni” o “depistaggi”, da parte degli apparati di sicurezza e dei vari personaggi-chiave di questa drammatica vicenda.

Bastava fare le indagini, appunto, e limitarsi a seguire le tracce, le soffiate, che indubbiamente caratterizzarono quei 55 giorni.

La strage di via Fani, come si sa, avvenne il 16 marzo del 1978 e portò all’eliminazione della scorta di Moro attraverso l’esecuzione di una pianificazione militare pressoché perfetta. Venne messa in atto la cosiddetta tecnica del “cancelletto”, mutuata dalla RAF che a sua volta l’aveva usata per il sequestro dell’allora presidente degli industriali tedeschi Schleyer. Questa tecnica consisteva nel bloccare qualsiasi via di fuga al convoglio scortato, sia sul lato superiore che su quello inferiore, avvalendosi di un congruo numero di autoveicoli e di una carreggiata stretta come appunto si rivelerà quella di via Fani.

Si è sempre discusso della presenza di una moto Honda sul luogo del massacro; alcuni testimoni furono concordi nell’evidenziare questo importante particolare anche se i brigatisti, dal canto loro, hanno sempre negato.

Interessante anche la possibile partecipazione di un cosiddetto “tiratore scelto”, che potrebbe aver sparato circa la metà dei colpi (l’unico al quale non si sarebbe inceppata l’arma, al contrario di tutto il resto del commando). La presenza di un “tiratore scelto” venne avvalorata anche da un testimone, esperto di armi, che ebbe modo di “ammirare” la destrezza di questo killer (“guantato”) capace di dosare sapientemente le raffiche e di sparare con inaudita precisione, indietreggiando per allargare il raggio di fuoco.

Un altro aspetto da evidenziare è la presenza di un uomo SISMI sul luogo della strage, in un momento molto prossimo alla stessa. Interrogato su questa singolare circostanza il colonnello dei servizi segreti in questione ha sempre dichiarato che si stava recando a pranzo da un collega (alle 9 del mattino) domiciliato nelle prossimità di via Fani.

Importante anche ricordare come, nel momento immediatamente successivo alla strage, un carrozziere allora abitante in via Fani avesse scattato una serie di fotografie dal suo terrazzo consegnando poi il tutto, grazie alla mediazione della moglie giornalista, al sostituto procuratore titolare dell’inchiesta: le foto vennero “perse”, e la negligenza del magistrato venne motivata con l’affermazione che “le immagini non erano di alcuna utilità per lo svolgimento delle indagini”.

In realtà, da alcune intercettazioni effettuate dalla polizia durante i giorni del sequestro Moro, emersero dei particolari proprio in riferimento alle foto in questione: alcuni personaggi legati alla ‘ndrangheta, presenti in via Fani poco dopo la strage, si riconobbero nelle immagini, facendo coerenti pressioni per farle sparire. Cosa che puntualmente avvenne.

Ma l’episodio più interessante, che induce a credere che Moro potesse essere salvato, è certamente quello legato alla famosa via Gradoli.

La storia del covo di via Gradoli 96 è ricco di elementi che fanno pensare ad una quantomeno sospetta “leggerezza” del capo Mario Moretti nello scegliere la più importante base brigatista a Roma.

Si è sempre sostenuto che in via Gradoli le Br avessero collocato il proprio “quartier generale” nella capitale, già dal 1975. In questo covo abitarono prima la coppia Morucci-Faranda poi quella Moretti-Balzerani, successivamente ad un furto subito dalla prima.

Via Gradoli è stretta e presenta una sola uscita, facilmente controllabile; già questo elemento appare in evidente contraddizione con le normali regole brigatiste seguite per la scelta dei “covi”. Ma l’aspetto più sconcertante è che via Gradoli fosse allora piena di spioni al soldo dei servizi segreti, piena di latitanti, alcuni dei quali, legati agli ambienti dell’estrema destra romana e a quella che poi sarebbe stata definita “Banda della Magliana”. C’erano anche appartenenti alle forze dell’ordine, che in via Gradoli avevano la loro abitazione. E tra costoro un sottufficiale dell’Arma dei Carabinieri, compaesano di Mario Moretti. Di più: buona parte degli appartamenti dello stabile in cui le BR avevano scelto il loro covo era di proprietà di una società immobiliare legata ai servizi segreti. E praticamente di fronte all’appartamento di Moretti viveva una studentessa di origine egiziana che poi risultò essere una informatrice dei servizi e della polizia.

Il 18 marzo 1978, solo due giorni dopo la strage, vennero ordinate delle perquisizioni proprio in via Gradoli 96: pare che i poliziotti avessero avuto l’ordine in caso di assenza dell’inquilino o comunque di non apertura della porta di buttare giù l’uscio o, almeno, attendere il ritorno del proprietario. Quando i poliziotti bussarono alla porta del covo brigatista nessuno rispose. La procedura prevista non venne attuata e i poliziotti, rassicurati dalle dichiarazioni dei vicini che definivano l’ingegner Borghi (cioè Mario Moretti) una persona irreprensibile, pensarono bene di girare i tacchi ed andarsene.

Nonostante le indagini in corso e le mosse della polizia Moretti decide di continuare a frequentare il covo di via Gradoli come se nulla fosse successo.

Nel mentre, il nome Gradoli ritorna nei giorni successivi. Questa volta grazie alla cosiddetta seduta spiritica, svoltasi nei pressi di Bologna, alla quale avrebbero partecipato alcuni intellettuali di area democristiana. Secondo l’incredibile spiegazione fornita dai protagonisti, durante una sorta di “gioco” con un piattino, sarebbero stati interrogati gli spiriti, di Giorgio La Pira e di don Sturzo, su dove potesse essere la prigione di Moro. Il responso del “piattino” non fu univoco, dato che due informazioni – a posteriori – si rivelarono fuorvianti (Bolsena e Viterbo) ed una giusta (Gradoli).

I partecipanti a questa seduta spiritica girarono, con molta calma, l’informazione ricevuta agli organi inquirenti i quali organizzarono un’enorme battuta nei pressi della cittadina di Gradoli, nel Lazio (anche se alcuni sono pronti a sostenere che la polizia non sia mai giunta sul luogo). Alla signora Moro venne detto che via Gradoli, a Roma, non esisteva, nonostante il blitz della polizia tenutosi pochi giorni prima (il 18 marzo).

Un secondo avviso ai brigatisti, dunque.

Il terzo fatto importante, sempre su via Gradoli, si verificò il 18 aprile del 1978, un mese dopo la strage di via Fani.

L’inquilina del piano di sotto, rispetto all’appartamento occupato dai brigatisti, viene svegliata da passi veloci collocabili temporalmente intorno alle 7,30 del mattino. La stessa inquilina nota, poco dopo, sulla sua parete, una infiltrazione d’acqua che si allarga rapidamente. Avvisa l’ex amministratore di condominio che, a sua volta, chiama l’idraulico di fiducia dello stabile. Costui non può far nulla perché nessuno, all’interno dell’appartamento dal quale proviene “la perdita”, apre. Vengono dunque chiamati i pompieri che riescono ad introdursi nell’alloggio, non sfondando la porta bensì dall’esterno, attraverso una scaletta che poggia sul terrazzino dell’inquilina del piano di sotto. I pompieri, una volta penetrati nel locale, notano il “telefono” della doccia collocato in una strana maniera, diretto appunto, grazie all’aiuto di una scopa, verso uno squarcio tra le mattonelle nel quale l’acqua, a getto pieno, può penetrare agevolmente, generando l’infiltrazione. I pompieri, nel successivo sopralluogo, notano una serie di elementi che fanno ritenere, senza ombra di dubbio, l’appartamento un covo BR. Ed è a questo punto che decidono di chiamare le forze dell’ordine le quali, a sirene spiegate, si recano in via Gradoli. L’ultimo ad essere informato è il magistrato inquirente, e gli stessi brigatisti vengono a sapere della “scoperta” dalla televisione. Una modalità di gestione delle indagini del tutto diversa, come si può notare, da quelle poste in essere, in casi analoghi, dal generale Dalla Chiesa e dal suo nucleo antiterrosimo (allora recentemente sciolto e poi ricostituito dopo l’omicidio di Moro).

Infine c’è un quarto segnale che viene recapitato ai brigatisti attraverso il falso comunicato numero 7 redatto da Tony Chichiarelli, personaggio legato ai servizi segreti ed alla banda della Magliana.

In questo comunicato, inizialmente considerato “vero” dal Viminale nonostante le evidenti dissonanze rispetto ai precedenti autentici delle Brigate rosse, si annunciava la morte di Moro per “suicidio” e la collocazione del suo corpo nel fondo limaccioso del Lago della Duchessa. Venne quindi organizzata una grottesca parata di forze di polizia ed esercito, con tanto di elicotteri e diretta televisiva, per “cercare” il corpo di Moro. Il lago, nel mese di Aprile, era ancora ghiacciato e venne usato dell’esplosivo per rompere appunto lo spesso strato di ghiaccio ed introdurre i sommozzatori, tra l’altro in difficoltà per le cattive condizioni atmosferiche.

Naturalmente di Moro non si trovò nemmeno l’ombra ma l’episodio del falso comunicato appare come una sollecitazione, inviata ai brigatisti, di fare presto, di sbarazzarsi dell’ostaggio e concludere così, nel più breve tempo possibile, la “battaglia iniziata il 16 marzo” con l’annientamento della scorta in via Fani.

Il falso comunicato, infatti, viene diffuso proprio il 18 aprile, lo stesso giorno in cui avviene la “scoperta” del covo di via Gradoli. E il luogo citato, forse non a caso, è quello del Lago della Duchessa nel quale, secondo alcune informazioni confidenziali, vi sarebbe stato un “ponte radio” a disposizione delle BR.

Come si sa l’epilogo del sequestro fu l’uccisione di Moro nonostante la contrarietà di Morucci e Faranda che poi, a operazione conclusa, lasceranno le BR. Lo stesso Moro aveva perfettamente compreso che con il falso comunicato numero 7 si era posta in essere la macabra rappresentazione della sua morte, le prove generali per la sua eliminazione.

Ma in tutta questa complicata vicenda si può certamente dire come via Gradoli sia stata la più clamorosa opportunità per liberare il presidente della Dc. Sarebbe stato sufficiente, infatti, porre in essere le normali modalità di indagine volte non certo ad arrestare gli inquilini Moretti-Balzerani ma a pedinare entrambi, e soprattutto il leader brigatista, per giungere nel luogo in cui Moro era tenuto prigioniero. Se è vero, come è vero, che gli interrogatori sono stati compiuti da Moretti, magari con domande elaborate altrove. Insomma, bastava seguire Moretti per giungere a Moro e per “agganciare” Moretti tenere d’occhio il covo di via Gradoli sul quale gli organi informativi avevano ricevuto una “soffiata” già a partire dai giorni immediatamente successivi alla strage di via Fani.

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