Mese: dicembre 2012

Quando “sacrificio” fa rima con “autolesionismo”. L’esempio dell’IMU.

Immagine

Le banche italiane hanno sempre erogato credito sulla base di garanzie ritenute (ultra)sicure, mobiliari o immobiliari. Le prime consistono sostanzialmente in pegni su titoli azionari; così facendo la banca individua nell’investimento azionario del cliente la garanzia del credito erogato. Detto in altri termini il possessore dei titoli autorizza l’istituto finanziario che gli ha prestato i soldi a vendere in qualsiasi momento le azioni o le obbligazioni detenute. La parte più importante del credito, però, viene in Italia erogata sulla base di garanzie immobiliari, essendo poco diffuso l’investimento in titoli azionari; la proprietà immobiliare è da noi particolarmente diffusa, dato che circa l’80% delle famiglie vive in case di proprietà (percentuale inimmaginabile in qualsiasi altra parte del mondo). D’altronde lo stesso investimento nel “mattone” è sempre stato da tutti consigliato – proprio per il “valore duraturo” – contrariamente alla “volatilità” dell’investimento azionario. Insomma, gli stessi istituti di credito hanno sempre privilegiato l’erogazione dei mutui con garanzia ipotecaria. Naturalmente con l’introduzione dell’IMU la situazione è cambiata e si è registrata una contrazione del valore degli immobili e di conseguenza una maggiore difficoltà per famiglie ed imprese nell’accesso al credito tramite i canali tradizionali. Tutto questo in una situazione già piuttosto critica, di stretta creditizia, pur senza gli ulteriori interventi recessivi da parte del governo (etichettati come “Salva Italia“).

Sull’IMU (l’imposta municipale propria) si è scatenata, come spesso accade in Italia, una battaglia ideologica sulla pelle dei cittadini. Si è, per esempio, sostenuto che ad introdurre il nuovo balzello fosse stato il precedente governo Berlusconi – Tremonti nel 2011. Naturalmente si tratta di una affermazione solo in parte vera. Difatti il d.lgs 23/2011 (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 23 marzo 2011) stabiliva che la nuova imposta dovesse essere introdotta non prima del 2014  e limitatamente agli immobili diversi dall’abitazione principale. Il successivo governo Monti, poi, sulla spinta dell’emergenza, ha introdotto un’imposta del tutto nuova (che sfruttava furbescamente il nome della precedente “prevista” da Tremonti) ponendola all’interno della manovra cosiddetta “Salva Italia”. Di fatto si tratta di una nuova ICI potenziata. In un dibattito smaccatamente ideologico pochi si sono posti delle domande circa l’impatto di questa imposta. Lo Stato, con l’IMU, prevede di incassare 9 miliardi di euro. I comuni quasi 13. Il Censis stima che l’IMU produrrà una perdita del valore immobiliare tra il 20 ed il 50% (percentuali delle quali tutti sono a conoscenza). Questo significa che se si stima in 4000 miliardi il patrimonio immobiliare privato e pubblico (prima dell’IMU) la perdita di valore di questo stesso patrimonio oscilla tra gli 800 e i 2000 miliardi di euro. Tutto questo per incassare 22 miliardi l’anno che andranno a Stato e comuni (fatta salva la possibilità per questi ultimi di aumentare l’aliquota). Insomma, se il debito pubblico italiano è pari a poco meno di 2 mila miliardi di euro la sola IMU ha creato una perdita secca di ricchezza per pubblico e privati quantificabile in un 40% dello stesso debito pubblico (secondo la stima più benevola), senza diminuire minimamente quest’ultimo ed aggravando il famoso rapporto tra debito dello Stato e valore del patrimonio privato sul quale si è sempre insistito per distinguere la situazione italiana da quella di altri Paesi (vedi Grecia e Spagna). Con l’IMU il governo tecnico ha colpito l’unico lato forte della situazione finanziaria dell’Italia: il buon rapporto tra debito pubblico e patrimonio immobiliare pubblico e privato. Inoltre l’introduzione dell’IMU sollecita alcune riflessioni interessanti:

1) l’imposta municipale propria rende più difficile e meno fruttuosa la dismissione del patrimonio immobiliaredello Stato ai fini della riduzione del debito pubblico.

2) Taglia drasticamente il valore delle garanzie immobiliari prestate da imprese e privati cittadini alle banche ai fini dell’erogazione del credito. Questo aggrava la situazione delle imprese in una situazione già di stretta creditizia, rendendo per l’appunto il credito ancora più difficile e costoso.

3) Deprime il mercato immobiliare ed il settore edile, già in crisi, di solito considerato “volano” per la ripresa.

Insomma, sarà forse per meriti come questi che si prevede un bis di Mario Montialla guida del governo o peggio una sua elezione al massimo laticlavio?

Annunci

In difesa degli anni 80 (quelli di Craxi).

ImmagineGli anni 80 sono sempre stati bersaglio privilegiato di ben orchestrate campagne demonizzatrici. In realtà i cosiddetti anni di plastica rappresentano, nel pessimismo e nella mediocrità attuali, l’ultimo periodo davvero interessante per l’Italia (e non solo).

C’è poco da stupirsi se, parlando con chi li ha vissuti, si noti spesso un certo rimpianto. Parlo di gente “comune”, non di intellettuali o giornalisti impegnati. Forse tutto ciò è dovuto al ricordo di una giovinezza ormai andata, alla naturale malinconia per amori finiti o amicizie perdute o per un mondo che allora pareva essere pieno di opportunità. Basta un certo film, una canzone di quel periodo per partire con i ricordi. In tutto ciò la politica o l’ideologia non hanno diritto di cittadinanza.

Se valutiamo la situazione dell’Italia all’indomani della fine degli anni ’70 non ci vuole molto a capire come il nuovo decennio abbia rappresentato una vera e propria svolta negli usi, nei costumi e nell’economia. Alcuni hanno parlato di cambiamento antropologico degli italiani, “drogati” dalle tv commerciali: dico subito che non condivido questa interpretazione. La tv italiana, davvero dannosa, comincia con Non è la Rai (1991). Da lì inizia lo schifo, la cosiddetta tv spazzatura.

Rimpiangere il bianco e nero (non solo sotto il profilo cromatico) degli anni ’70, così come discutere la possibilità che operatori privati potessero inserirsi in un mercato come quello televisivo, aveva ed ha certamente un qualcosa di antistorico. Semmai si è (dolosamente) sbagliato nel non consentire al mercato di acquisire una normale e funzionante natura pluralistica, optando per il sostanziale duopolio che conosciamo.

Il colore arriva in Italia solo nel 1977 (molto in ritardo rispetto ai principali Paesi europei) per il capriccio di politici che ritenevano la tv a colori un lusso“un incentivo alle spese voluttuarie”.(1)

L’avvento delle tv commerciali avviene molto dopo l’introduzione delle trasmissioni a colori, in nettissimo ritardo anche rispetto al diffondersi delle cosiddette radio libere. Quando ci si riferisce alla tv privata degli anni 80 si parla di un qualcosa di ingenuo, innocuo (si pensi a Drive In, a Striscia la notizia, a Telemike) capace di tranquillizzare un’Italia reduce dagli anni di piombo.

Le tv commerciali, negli anni 80, contribuiscono certamente  alla sconfitta dei terroristi. Basta guardare quella tv per capire che il loro tempo era passato, che non avrebbero mai potuto vincere.

Negli anni 80, in Italia e non solo, c’era ancora creatività e soprattutto molta voglia di vivere. Perdurava un cinema con buoni numeri (pur in un contesto di irreversibile crisi dei cosiddetti “generi” capaci di arricchire i produttori durante tutti i ’70): si pensi a film come La città delle donne, E la nave va, Ginger e Fred, La terrazza, Bianca, La messa è finita, Il minestrone, La notte di san Lorenzo, Tre fratelli, C’era una volta in america, L’ultimo imperatore, Ricomincio da tre, Non ci resta che piangere, Compagni di scuola, Speriamo che sia femmina, Borotalco, Il piccolo diavolo, Nuovo cinema Paradiso, Il camorrista e tanti altri. Grasso che cola, considerati gli standard attuali. Nel campo della musica, della letteratura o del giornalismo, poi, erano ancora vivi ed ispirati molti dei Grandi (qui risparmio l’elenco).

Insomma, durante gli anni del Riflusso tutta la società italiana si sveglia dal torpore (non certo politico) e dalle paure del decennio passato. (2)

Politicamente gli ’80 sono gli anni di Craxi e dei socialisti.

Non voglio porre in essere capziose distinzioni o rispolverare atteggiamenti assolutori. Non userò il “tutti-colpevoli-nessun-colpevole” che spesso irrompe quando si parla dei socialisti e del loro Lider Maximo. Mi limito ad osservare che, al netto di tutto ciò che sappiamo, Craxi è stata l’ultima figura (non figurina) politica di rilievo in un Paese capace ancora di esprimere qualcosa di interessante.

Alcuni dati per chiarire cosa siano stati i tanto vituperati anni del craxismo:

– Nell’84 il Governo italiano firma il nuovo Concordato con la Chiesa cattolica, stavolta privo del vetusto riferimento al  “cattolicesimo quale religione di Stato”. Viene abolita la cosiddetta congrua (ovvero una sorta di stipendio mensile che lo Stato passava ai parroci). Infine si istituisce  l’8 per mille per la Chiesa cattolica (e le altre religioni) oltre all’insegnamento facoltativo del cattolicesimo nelle scuole.

– Si realizza il contestato taglio della scala mobile (meccanismo capace di legare gli stipendi al correre dell’inflazione). Di fatto si spacca l’unità sindacale (con la firma di CISL e UIL). La CIGL alza le barricate sostenendo assieme al PCI una durissima battaglia politica contro il provvedimento. Il fronte comunista raccoglie le firme per un referendum abrogativo ma inaspettatamente i cittadini confermano il taglio alla scala mobile. Si tratta di una grande vittoria politica di Craxi capace di mettere la “faccia” durante la dura campagna referendaria.

– L’inflazione (a due cifre) viene abbattuta e passa dal 14,7 al 5,8 (grazie anche al già citato taglio della scala mobile). Lo sviluppo della economia italiana conosce tassi di crescita secondi solo al Giappone (cosa che porta al celebre “sorpasso” ai danni della Gran Bretagna di Margaret Thatcher).

– Viene inaugurata una sorta di “battaglia” contro gli evasori fiscali: sembra strano ma proprio sotto il governo Craxi si introduce per gli esercizi commerciali l’obbligo di dotarsi di un registratore di cassa (e di emettere lo scontrino fiscale).

– Craxi interviene contro la nomina a vita di Enrico Cuccia a capo di Mediobanca (con tutti i giornali a descrivere la querelle come una “ingerenza” del Governo nell’economia).  Il consiglio di amministrazione di Mediobanca vota comunque Cuccia come presidente onorario, di fatto “aggirando” l’ostacolo.

– In politica estera l’operato di Craxi è orientato ad un rafforzamento del processo di integrazione europea (non dimentichiamo che il trattato di Maastricht viene firmato nel ’92 dall’allora ministro degli esteri socialista Gianni De Michelis) e da un conseguente “smarcamento” dalla protezione americana (basti pensare ai fatti di Sigonella e agli spregiudicati rapporti con i palestinesi, che riconfermano una politica risalente ai tempi di Aldo Moro). La critica al mondo anglosassone si manifesta anche nell’appoggio all’Argentina durante la guerra delle Falklands/Malvinas. Importante fu inoltre la posizione italiana rispetto al passaggio di poteri in Tunisia: le pessime condizioni di salute del “padre della Patria” Bourguiba spinge la Francia a “teleguidare” la crisi con un proprio candidato ma il tutto viene vanificato dal colpo di stato di Ben Alì (a sua volta recentemente spodestato proprio all’inizio delle rivolte arabe della scorsa primavera) sostenuto dall’Italia e da Craxi. L’appoggio dell’Italia è determinante per il successo della operazione che spiazza i francesi.

Negli anni 80 la Fiat è la più importante casa automobilistica europea assieme alla Volkswagen, in relazione al numero di veicoli prodotti e alla quota di mercato. Oggi il confronto sarebbe imbarazzante. Come sistema Paese potevamo ancora contare sulla grande industria, certamente in mani statali e dunque con fortissime ingerenze politiche. Non risulta però che dopo le svendite/privatizzazioni iniziate nel ’92 la competitività della nostra economia sia migliorata o che i costi e le tariffe per i consumatori siano calati…

E il debito pubblico dell’era Craxi? Cresceva ma in un contesto economico molto positivo e comunque non agli stessi livelli dei governi “tecnici” del periodo 92-94 (3), chiamati – come oggi – per realizzare la svendita di alcuni asset e salvare i conti pubblici.

Link:

(1) Anni Settanta, quando la Rai aveva paura del colore

(2) 1980 L\’ anno del Riflusso ci ha reso moderni

(3) Dati macroeconomici italiani

Tecnocrazia e finanza sono portatrici di una visione antica del mondo. Altro che modernità.

Immagine

 
Com’è noto quando si parla di tecnocrati si fa riferimento ad individui – riconducibili soprattutto all’élite del mondo bancario ed universitario – capaci di detenere un forte potere sociale. Essi costituiscono un po’ la faccia politico/dirigenziale del capitalismo “evoluto”.

Che cos’è il potere sociale? Semplicemente la capacità di influenzare i comportamenti e le volontà altrui mediante determinati mezzi. Sulla base di questi differenti mezzi è possibile distinguere tra varie tipologie di potere sociale. Si parla a tale proposito di potere ideologico, economico e politico.

Il potere ideologico è oggi esercitato da chi detiene i mezzi di comunicazione di massa; in passato da chi strumentalizzava per fini propri dottrine filosofiche o ideologico/politiche. Il potere economico si basa invece sulla detenzione dei cosiddetti mezzi di produzione e tende ad influenzare i comportamenti di chi dispone della sola forza lavoro o di una particolare abilità/conoscenza da “vendere”.

Il potere politico fa leva invece sull’esercizio della cosiddetta forza legittima (all’interno di un determinato territorio o contesto) per ottenere una conformazione di volontà/comportamenti da parte di altri soggetti.

Uno dei criteri considerati per distinguere l’epoca moderna da quella feudale o antica si basa sul grado di concentrazione dei tre poteri sopracitati. Se l’epoca antica o medioevale si caratterizzava per la presenza di soggetti capaci di concentrare nelle proprie mani tutti e tre, in epoca moderna il potere politico tende a convergere entro istanze statali centralizzate, con i rimanenti due (l’economico e l’ideologico) riconducibili a soggetti o gruppi sociali.

Nel nuovo ordine mondiale – nel nuovo sistema oligarchico che sembra surclassare la democrazia pluralista ereditata dal ’900 – tutte e tre le specie di poteri sociali appartengono alla tecnocrazia (e a maggior ragione all’alta finanza).

Entrambe detengono certamente il potere economico (come negarlo), il potere ideologico (attraverso il primo, basti pensare alla proprietà dei grandi media che fanno “pensiero”) ed il potere politico (a seguito dell’indebolimento quasi irreversibile degli Stati nazionali). Li detengono direttamente (il caso dell’Italia è certamente il più clamoroso) o indirettamente (attraverso varie modalità di controllo che spaziano dalle cosiddette troike fino ai veri e propri governi fantoccio).

Nonostante questa preoccupante situazione viene sempre detto che non c’è altra alternativa, che il mondo sta cambiando e che la modernità impone una sorta di commissariamento delle democrazie da parte dei mercati o la sostituzione degli impresentabili politici con i preparati tecnocrati (capaci, dall’alto delle loro competenze, di guidarci nel difficile mondo contemporaneo assicurando stabilità e l’ottimale gestione delle risorse disponibili).

In realtà in tutto ciò non c’è assolutamente nulla di “moderno”. Si tratta di un puro e semplice ritorno al passato: ad un Ottocento pauperizzato ma forse pure a qualcosa di peggio.

Nell’Ottocento i diritti garantiti erano soltanto quelli negativi che, in quanto tali, non si traducevano in prestazioni positive da parte dello Stato. Parliamo insomma di libertà di domicilio, di stampa, di religione, di impresa e così via.

I diritti sociali, che richiedono una prestazione positiva da parte dello Stato, non erano invece contemplati. Di conseguenza, nell’Ottocento, si garantiva una eguaglianza formale ma non quella sostanziale. Si garantiva, per esempio, la libertà di pensiero (entro certi limiti, si intende)  ma non le condizioni materiali che permettevano di godere realmente di quel diritto. Non esisteva il diritto al lavoro, alla sanità, all’istruzione né il diritto alla previdenza contro le conseguenze economiche del ritiro dal lavoro per sopraggiunti limiti di età. In poche parole non si cercava nemmeno di colmare – attraverso prestazioni positive da parte dello Stato – i famosi diversi punti di partenza che derivano da condizioni sociali o “territoriali” penalizzanti (dal fatto di nascere in una famiglia povera invece che ricca o al sud invece che al nord). Perché i diritti sociali in questo consistono: permettere a persone provenienti da contesti sociali differenti di potersela “giocare” – per quanto possibile – ad armi pari.

E invece non si sta forse cercando di far passare l’idea che in fondo i diritti sociali siano solo un rimasuglio del Novecento, da buttare, dato che nel mondo moderno non se ne può più garantire l’esistenza?

Se le “pretese” sociali non esistono, come ha avuto modo di dire impunemente la signora Fornero, allora sotto il profilo dei diritti siamo già ritornati ad una sorta di Ottocento.

Nel XIX secolo votavano solo i ricchi o comunque chi avesse una istruzione adeguata. Quest’ultimo criterio sembra non del tutto disprezzabile ma comportava come controindicazione il fatto che gli eletti con base sociale ristretta rappresentassero solo se stessi e pochi altri lasciando ai margini quello che oggi verrebbe definito il 99%. E non si tratta di una battuta, perché la legge elettorale durante i primi 20 anni dell’Italia Unita attribuiva il diritto di voto solo al 2% della popolazione nazionale.

Oggi si dice, o si fa capire in modo più sfumato, che il “popolo” dovrebbe decidere sempre meno cose e sicuramente non quelle davvero importanti. Il “popolo” non è in grado di capire i complicati meccanismi che regolano il mondo attuale e comunque ciò che davvero conta deve essere deciso da strutture a carattere sopranazionale  alle quali ci leghiamo sempre di più ratificando un trattato dietro l’altro (di solito a tamburo battente, con maggioranze bulgare e senza alcun dibattito pubblico o conoscenza da parte dei singoli parlamentari di ciò che stanno votando).

Gli atteggiamenti di personaggi come Monti e Fornero sono emblematici in tal senso. Il primo è un chiaro sostenitore di una supremazia delle oligarchie illuminate sul cosiddetto popolo bue. E’ talmente abituato a pensare e sostenere questo che in alcuni casi si dimentica del contesto nel quale si trova e finisce per fare delle gaffes. Basti pensare all’ultimo episodio tedesco rispetto al quale sosteneva la possibilità che i governi potessero prendersi delle libertà al di fuori del controllo parlamentare e costituzionale.

La seconda – Elsa Fornero – da un lato sostiene l’inesistenza (o la non più possibile attuabilità, il che è lo stesso) dei diritti sociali dall’altro cerca di commuovere l’opinione pubblica italiana sostenendo che “gli-ultimi-devono-essere-aiutati”. E come intende farlo se lei per prima non crede né allo stato sociale né agli stessi diritti sociali? In uno Stato le modalità con le quali si limitano gli scompensi derivanti dalla nascita o anche da una vita avversa sono quelli del welfare e della realizzazione dei diritti sociali (al netto delle possibili e meritevoli iniziative private) . Altrimenti rimane solo l’elemosina o la dazione gratuita di brioches al popolo. Ma qui siamo già più indietro dell’Ottocento, siamo in pieno Antico Regime. E come si sa al peggio non c’è mai limite.

Aldo Moro poteva essere salvato

Luigi Berlinguer e Aldo Moro

Rileggendo le cronache dei 55 giorni del sequestro Moro, successivi alla strage di via Fani e all’epilogo del 9 maggio, emergono in maniera piuttosto chiara elementi che fanno intendere la possibilità, purtroppo non colta, di salvare la vita dell’allora presidente della Democrazia Cristiana.

Non appare condivisibile, infatti, l’ipotesi che sia stato fatto tutto il possibile o che, solo attraverso la trattativa, si potesse giungere alla liberazione di Moro. La terza via, percorribile, poteva essere quella della conduzione di indagini scrupolose, senza “deviazioni” o “depistaggi”, da parte degli apparati di sicurezza e dei vari personaggi-chiave di questa drammatica vicenda.

Bastava fare le indagini, appunto, e limitarsi a seguire le tracce, le soffiate, che indubbiamente caratterizzarono quei 55 giorni.

La strage di via Fani, come si sa, avvenne il 16 marzo del 1978 e portò all’eliminazione della scorta di Moro attraverso l’esecuzione di una pianificazione militare pressoché perfetta. Venne messa in atto la cosiddetta tecnica del “cancelletto”, mutuata dalla RAF che a sua volta l’aveva usata per il sequestro dell’allora presidente degli industriali tedeschi Schleyer. Questa tecnica consisteva nel bloccare qualsiasi via di fuga al convoglio scortato, sia sul lato superiore che su quello inferiore, avvalendosi di un congruo numero di autoveicoli e di una carreggiata stretta come appunto si rivelerà quella di via Fani.

Si è sempre discusso della presenza di una moto Honda sul luogo del massacro; alcuni testimoni furono concordi nell’evidenziare questo importante particolare anche se i brigatisti, dal canto loro, hanno sempre negato.

Interessante anche la possibile partecipazione di un cosiddetto “tiratore scelto”, che potrebbe aver sparato circa la metà dei colpi (l’unico al quale non si sarebbe inceppata l’arma, al contrario di tutto il resto del commando). La presenza di un “tiratore scelto” venne avvalorata anche da un testimone, esperto di armi, che ebbe modo di “ammirare” la destrezza di questo killer (“guantato”) capace di dosare sapientemente le raffiche e di sparare con inaudita precisione, indietreggiando per allargare il raggio di fuoco.

Un altro aspetto da evidenziare è la presenza di un uomo SISMI sul luogo della strage, in un momento molto prossimo alla stessa. Interrogato su questa singolare circostanza il colonnello dei servizi segreti in questione ha sempre dichiarato che si stava recando a pranzo da un collega (alle 9 del mattino) domiciliato nelle prossimità di via Fani.

Importante anche ricordare come, nel momento immediatamente successivo alla strage, un carrozziere allora abitante in via Fani avesse scattato una serie di fotografie dal suo terrazzo consegnando poi il tutto, grazie alla mediazione della moglie giornalista, al sostituto procuratore titolare dell’inchiesta: le foto vennero “perse”, e la negligenza del magistrato venne motivata con l’affermazione che “le immagini non erano di alcuna utilità per lo svolgimento delle indagini”.

In realtà, da alcune intercettazioni effettuate dalla polizia durante i giorni del sequestro Moro, emersero dei particolari proprio in riferimento alle foto in questione: alcuni personaggi legati alla ‘ndrangheta, presenti in via Fani poco dopo la strage, si riconobbero nelle immagini, facendo coerenti pressioni per farle sparire. Cosa che puntualmente avvenne.

Ma l’episodio più interessante, che induce a credere che Moro potesse essere salvato, è certamente quello legato alla famosa via Gradoli.

La storia del covo di via Gradoli 96 è ricco di elementi che fanno pensare ad una quantomeno sospetta “leggerezza” del capo Mario Moretti nello scegliere la più importante base brigatista a Roma.

Si è sempre sostenuto che in via Gradoli le Br avessero collocato il proprio “quartier generale” nella capitale, già dal 1975. In questo covo abitarono prima la coppia Morucci-Faranda poi quella Moretti-Balzerani, successivamente ad un furto subito dalla prima.

Via Gradoli è stretta e presenta una sola uscita, facilmente controllabile; già questo elemento appare in evidente contraddizione con le normali regole brigatiste seguite per la scelta dei “covi”. Ma l’aspetto più sconcertante è che via Gradoli fosse allora piena di spioni al soldo dei servizi segreti, piena di latitanti, alcuni dei quali, legati agli ambienti dell’estrema destra romana e a quella che poi sarebbe stata definita “Banda della Magliana”. C’erano anche appartenenti alle forze dell’ordine, che in via Gradoli avevano la loro abitazione. E tra costoro un sottufficiale dell’Arma dei Carabinieri, compaesano di Mario Moretti. Di più: buona parte degli appartamenti dello stabile in cui le BR avevano scelto il loro covo era di proprietà di una società immobiliare legata ai servizi segreti. E praticamente di fronte all’appartamento di Moretti viveva una studentessa di origine egiziana che poi risultò essere una informatrice dei servizi e della polizia.

Il 18 marzo 1978, solo due giorni dopo la strage, vennero ordinate delle perquisizioni proprio in via Gradoli 96: pare che i poliziotti avessero avuto l’ordine in caso di assenza dell’inquilino o comunque di non apertura della porta di buttare giù l’uscio o, almeno, attendere il ritorno del proprietario. Quando i poliziotti bussarono alla porta del covo brigatista nessuno rispose. La procedura prevista non venne attuata e i poliziotti, rassicurati dalle dichiarazioni dei vicini che definivano l’ingegner Borghi (cioè Mario Moretti) una persona irreprensibile, pensarono bene di girare i tacchi ed andarsene.

Nonostante le indagini in corso e le mosse della polizia Moretti decide di continuare a frequentare il covo di via Gradoli come se nulla fosse successo.

Nel mentre, il nome Gradoli ritorna nei giorni successivi. Questa volta grazie alla cosiddetta seduta spiritica, svoltasi nei pressi di Bologna, alla quale avrebbero partecipato alcuni intellettuali di area democristiana. Secondo l’incredibile spiegazione fornita dai protagonisti, durante una sorta di “gioco” con un piattino, sarebbero stati interrogati gli spiriti, di Giorgio La Pira e di don Sturzo, su dove potesse essere la prigione di Moro. Il responso del “piattino” non fu univoco, dato che due informazioni – a posteriori – si rivelarono fuorvianti (Bolsena e Viterbo) ed una giusta (Gradoli).

I partecipanti a questa seduta spiritica girarono, con molta calma, l’informazione ricevuta agli organi inquirenti i quali organizzarono un’enorme battuta nei pressi della cittadina di Gradoli, nel Lazio (anche se alcuni sono pronti a sostenere che la polizia non sia mai giunta sul luogo). Alla signora Moro venne detto che via Gradoli, a Roma, non esisteva, nonostante il blitz della polizia tenutosi pochi giorni prima (il 18 marzo).

Un secondo avviso ai brigatisti, dunque.

Il terzo fatto importante, sempre su via Gradoli, si verificò il 18 aprile del 1978, un mese dopo la strage di via Fani.

L’inquilina del piano di sotto, rispetto all’appartamento occupato dai brigatisti, viene svegliata da passi veloci collocabili temporalmente intorno alle 7,30 del mattino. La stessa inquilina nota, poco dopo, sulla sua parete, una infiltrazione d’acqua che si allarga rapidamente. Avvisa l’ex amministratore di condominio che, a sua volta, chiama l’idraulico di fiducia dello stabile. Costui non può far nulla perché nessuno, all’interno dell’appartamento dal quale proviene “la perdita”, apre. Vengono dunque chiamati i pompieri che riescono ad introdursi nell’alloggio, non sfondando la porta bensì dall’esterno, attraverso una scaletta che poggia sul terrazzino dell’inquilina del piano di sotto. I pompieri, una volta penetrati nel locale, notano il “telefono” della doccia collocato in una strana maniera, diretto appunto, grazie all’aiuto di una scopa, verso uno squarcio tra le mattonelle nel quale l’acqua, a getto pieno, può penetrare agevolmente, generando l’infiltrazione. I pompieri, nel successivo sopralluogo, notano una serie di elementi che fanno ritenere, senza ombra di dubbio, l’appartamento un covo BR. Ed è a questo punto che decidono di chiamare le forze dell’ordine le quali, a sirene spiegate, si recano in via Gradoli. L’ultimo ad essere informato è il magistrato inquirente, e gli stessi brigatisti vengono a sapere della “scoperta” dalla televisione. Una modalità di gestione delle indagini del tutto diversa, come si può notare, da quelle poste in essere, in casi analoghi, dal generale Dalla Chiesa e dal suo nucleo antiterrosimo (allora recentemente sciolto e poi ricostituito dopo l’omicidio di Moro).

Infine c’è un quarto segnale che viene recapitato ai brigatisti attraverso il falso comunicato numero 7 redatto da Tony Chichiarelli, personaggio legato ai servizi segreti ed alla banda della Magliana.

In questo comunicato, inizialmente considerato “vero” dal Viminale nonostante le evidenti dissonanze rispetto ai precedenti autentici delle Brigate rosse, si annunciava la morte di Moro per “suicidio” e la collocazione del suo corpo nel fondo limaccioso del Lago della Duchessa. Venne quindi organizzata una grottesca parata di forze di polizia ed esercito, con tanto di elicotteri e diretta televisiva, per “cercare” il corpo di Moro. Il lago, nel mese di Aprile, era ancora ghiacciato e venne usato dell’esplosivo per rompere appunto lo spesso strato di ghiaccio ed introdurre i sommozzatori, tra l’altro in difficoltà per le cattive condizioni atmosferiche.

Naturalmente di Moro non si trovò nemmeno l’ombra ma l’episodio del falso comunicato appare come una sollecitazione, inviata ai brigatisti, di fare presto, di sbarazzarsi dell’ostaggio e concludere così, nel più breve tempo possibile, la “battaglia iniziata il 16 marzo” con l’annientamento della scorta in via Fani.

Il falso comunicato, infatti, viene diffuso proprio il 18 aprile, lo stesso giorno in cui avviene la “scoperta” del covo di via Gradoli. E il luogo citato, forse non a caso, è quello del Lago della Duchessa nel quale, secondo alcune informazioni confidenziali, vi sarebbe stato un “ponte radio” a disposizione delle BR.

Come si sa l’epilogo del sequestro fu l’uccisione di Moro nonostante la contrarietà di Morucci e Faranda che poi, a operazione conclusa, lasceranno le BR. Lo stesso Moro aveva perfettamente compreso che con il falso comunicato numero 7 si era posta in essere la macabra rappresentazione della sua morte, le prove generali per la sua eliminazione.

Ma in tutta questa complicata vicenda si può certamente dire come via Gradoli sia stata la più clamorosa opportunità per liberare il presidente della Dc. Sarebbe stato sufficiente, infatti, porre in essere le normali modalità di indagine volte non certo ad arrestare gli inquilini Moretti-Balzerani ma a pedinare entrambi, e soprattutto il leader brigatista, per giungere nel luogo in cui Moro era tenuto prigioniero. Se è vero, come è vero, che gli interrogatori sono stati compiuti da Moretti, magari con domande elaborate altrove. Insomma, bastava seguire Moretti per giungere a Moro e per “agganciare” Moretti tenere d’occhio il covo di via Gradoli sul quale gli organi informativi avevano ricevuto una “soffiata” già a partire dai giorni immediatamente successivi alla strage di via Fani.

Privatizzazioni e svendite: una storia del 1992.

Immagine

<<Ma perché quasi tutti gli incarichi relativi alle privatizzazioni sono stati affidati a operatori stranieri? Talvolta queste società non hanno nemmeno una struttura in Italia e so che alcune di esse subappaltano studi che dovrebbero realizzare in proprio. Come Sopaf non ci sentiamo discriminati ma come categoria di Banche d’Affari italiane sì>>.

A scagliare queste pacate accuse, nel 1992, fu Jody Vender noto finanziere milanese a capo della Sopaf,  merchant bank con interessi in svariate parti del mondo. Peccato però che nessun membro dell’allora governo presieduto da Giuliano Amato avesse ritenuto di coinvolgere la sua creatura nel processo di privatizzazione avviato proprio agli inizi degli anni 90 in Italia. Una situazione, quella di Vender, che accomunò tanti altri operatori nazionali scavalcati da concorrenti stranieri con procedure perlopiù ignote.

La posta in palio, peraltro, era piuttosto importante dato che le privatizzazioni delle imprese a partecipazione statale promettevano liquidità rilevante anche per i mediatori (stranieri).

Si pensi alla privatizzazione del Credito Italiano affidata alla merchant bank statunitense Merrill Linch. (1) In ambienti finanziari si urlava a chiare lettere come la Merrill non possedesse alcuna esperienza in operazioni di privatizzazione bancaria. Non deponeva inoltre a suo favore il coinvolgimento nella cosiddetta Pizza Connection che ha poi portato al processo contro la famiglia mafiosa dei Bonanno (2). Ma la Merrill avrebbe usato un asso nella manica: accettare l’incarico ad un prezzo stracciato rispetto agli altri concorrenti. Un caso di dumping, insomma.

Più o meno simile fu la vicenda dell’Ina, la cui valutazione venne affidata alla britannica Baring (in tempi lontani considerata “uno dei sei grandi poteri d’Europa”) ma all’inizio dei ’90 in cerca di rilancio data l’immagine un po’ appannata (non a caso fallirà pochi anni dopo).

Ma il caso che di certo ha maggiormente stupito gli osservatori è stato quello dell’affidamento della vendita di Cirio-Bertolli-De Rica-Italgel all’americana Wasserstein Perrella. La Wasserstein non aveva alcuna sede in Italia, tanto è vero che fornì agli operatori solo i recapiti di Londra e New York. Di certo, già da allora, si sapeva bene come la Wasserstein avesse curato una sola operazione di privatizzazione, quella della vendita di una quota della Pai alla Unichips, ma con procedure che suscitarono le proteste di una candidata all’acquisto (la United Biscuits capace dal canto suo di mettere a repentaglio il buon esito della operazione). (3) Ma allora come mai venne affidata a questa banca di ridotte dimensioni una operazione tanto importante? Al tempo si focalizzò l’attenzione sul fatto che, per qualche tempo, consulente della stessa banca fosse stato uno dei ministri del governo Amato. Ma è possibile ipotizzare anche che gli uomini della banca stessero riscuotendo vecchi crediti quando lavoravano per la First Boston. A metà anni ‘ 80 avevano in pratica portato a termine la cessione dell’Alfa Romeo alla Ford quando l’operazione andò a monte perché l’IRI (a presidenza Prodi) scelse di vendere alla Fiat (per una cifra inferiore per di più “spalmata” nel tempo). Infatti la Wasserstein avrà poi l’incarico di vendere l’ Esaote Biomedica, gruppo Finmeccanica, quasi a titolo di “risarcimento danni”.

Un altro interessante caso fu quello dell’affidamento alla Goldman Sachs della preparazione delle quotazioni di Agip e Snam. (4) La Goldman si accanì pochi mesi prima in manovre speculative contro la lira ma questo fatto non impedì alla merchant bank americana di ottenere incarichi tanto rilevanti per conto del Governo italiano. Della banca d’affari americana era senior partner Romano Prodi. Inoltre il suo co-presidente Robert Rubin venne nominato da Bill Clinton Segretario al Tesoro. E si vociferò che la mediazione della Goldman fosse stata suggerita al nostro Governo da ambienti prossimi alla regina Elisabetta d’Inghilterra in persona (durante l’ormai celebre riunione di banchieri e boiardi di stato italiani a bordo del Britannia).

Come consulente dell’Agip Petroli venne scelta invece la Salomon Brothers (il suo presidente Warren Buffet fu consigliere di Bush senior). Buffet era il principale azionista del Washington Post e della rete televisiva Abc capaci di distinguersi in durissimi attacchi contro l’Italia. Attacchi che però non impedirono agli emissari Salomon di essere invitati a bordo dello yacht della Regina d’Inghilterra (appunto il Britannia) che “per caso” giungeva nelle nostre acque territoriali.

Nel Britannia, oltre agli uomini Salomon, erano presenti gli esponenti di banche d’affari poi affidatarie degli incarichi relativi alle privatizzazioni e molti vertici direttivi delle società da privatizzare. Presenti, inoltre, anche alti esponenti della burocrazia italiana come l’allora direttore generale del tesoro Mario Draghi.

La cosa grave è che all’interno del Britannia (giugno ’92) si sia affrontato il tema delle privatizzazioni da attuare in Italia prima ancora che il Parlamento ed il Governo considerassero la questione. E guarda caso proprio alla vigilia della tempesta monetaria che da lì a poco (autunno ’92) si scatenerà contro la lira, portando il marco alla soglia delle mille lire ed il dollaro oltre quella delle 1600. Quotazioni fino a poco tempo prima giudicate impossibili da tutti gli operatori e risultate poi molto vantaggiose per gli acquirenti stranieri dei nostri “gioielli” di famiglia.

Note:

(1) C’è da precisare come dopo l’arresto di Nobili (successore di Romano Prodi alla guida dell’Iri) la gestione della privatizzazione del Credito Italiano sia passata da Merrill a Goldman Sachs (che poi avrebbe provveduto a vendere la banca per un prezzo assai inferiore rispetto a quello individuato originariamente da Merrill).

(2) La Lugano Connection.

(3) UNITED BISCUITS denuncia: irregolare la vendita delle patatine alla SAN CARLO

(4)  L\’ ingresso in Borsa di Agip e Snam.

Sette kg di Tritolo. La Strage Di Piazza Fontana.

L’esplosione avviene il 12 dicembre 1969 alle ore 16,37: una bomba scoppia nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana, a Milano, uccidendo diciassette persone (quattordici sul colpo) e ferendone altre ottantotto. Nei primi attimi dopo l’attentato non ci si rende conto della reale natura della deflagrazione, tant’è che si diffonde la notizia dell’esplosione della caldaia della banca stessa. Le successive esplosioni e i segni evidenti dello scoppio di un ordigno tuttavia smentiscono quasi subito le prime voci circolate e mettono i milanesi e il resto del Paese davanti alla tragica realtà dei fatti. L’ordigno viene collocato in modo da provocare il massimo numero di vittime: sotto il tavolo al centro del salone riservato alla clientela, di fronte all’emiciclo degli sportelli. La potenza dell’esplosione è testimoniata dagli effetti distruttivi sui locali devastati. Una seconda bomba viene rinvenuta inesplosa nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala. Vengono eseguiti i rilievi previsti e successivamente viene fatta brillare distruggendo in tal modo elementi probatori di possibile importanza per risalire all’origine dell’esplosivo e a chi abbia preparato gli ordigni. Una terza bomba esplode a Roma alle 16,55 dello stesso giorno nel passaggio sotterraneo che collega l’entrata di via Veneto della Banca Nazionale del Lavoro con quella di via di San Basilio, ferendo tredici persone. Altre due bombe esplodono a Roma tra le 17,20 e le 17:30, una davanti all’Altare della Patria e l’altra all’ingresso del Museo centrale del Risorgimento, in Piazza Venezia, ferendo quattro persone.

Si contano dunque, in quel tragico 12 dicembre, cinque attentati terroristici, concentrati in un lasso di tempo di appena 53 minuti, che colpiscono contemporaneamente le due maggiori città d’Italia: Roma e Milano.

La vicenda è tuttora oggetto di contrastanti interpretazioni.

Riproponiamo la prima puntata della trasmissione La Notte della Repubblica andata in onda il 12 dicembre 1989, giorno del ventesimo anniversario della strage di Piazza Fontana.

Augusto Pinochet.

Augusto José Ramón Pinochet Ugarte (Valparaíso, 25 novembre 1915Santiago del Cile, 10 dicembre 2006) è stato un generale, politico e dittatore cileno. Con un golpe militare si autonominò presidente e governò il paese come dittatore dall’11 settembre 1973 all’11 marzo 1990; durante la sua dittatura militare venne attuata una forte repressione dell’opposizione, ritenuta un vero sterminio di massa, con l’uccisione di circa 3000 oppositori politici – 2279 è una delle cifre, 3197 la cifra ufficiale – su 130.000 arrestati in maniera arbitraria, e sistematiche violazioni dei diritti umani, anche se c’è chi sostiene che i morti furono invece più di 40.000, comprese le sparizioni forzate, con 600.000 tra arrestati e torturati.
Generale dell’esercito, di orientamento fortemente conservatore, guidò un governo considerato ultramilitarista e reazionario anche se distante dai fascismi storici, nonostante la definizione di simpatizzante o appartenente a tali regimi, data da molti oppositori. Pinochet arrivò al potere a seguito del golpe del 1973, inizialmente sollecitato da parte del Parlamento: il colpo di Stato militare – appoggiato da Stati Uniti, nelle persone di Richard Nixon ed Henry Kissinger, in funzione anticomunista – e da esponenti di ceti elevati cileni, rovesciò il legittimo governo del Presidente socialista Salvador Allende, il quale perse la vita nel golpe. Attuò una politica economica fortemente liberista, con l’assistenza di un gruppo di giovani economisti cileni, guidati da José Piñera, detti Chicago boys, poiché formati a Chicago da Milton Friedman. Per alcuni questa politica durante il periodo di Pinochet, provocò una grande crescita economica, il cosiddetto miracolo del Cile. Un referendum nel 1988 mise fine alla dittatura, lo costrinse ad avviare la transizione, e reintrodusse la democrazia con libere elezioni nel 1989. Lasciò ufficialmente il potere solo nel 1990, rimanendo però capo delle forze armate fino al 1998. Divenne poi senatore a vita, godendo dell’immunità parlamentare. Arrestato nel Regno Unito su mandato del governo spagnolo per la sparizione di cittadini iberici e accusato di crimini contro l’umanità, di corruzione ed evasione fiscale, non fu però mai condannato per motivi di salute: rientrò in Cile, dove riuscì ad evitare i processi e dove morì nel 2006. Il suo governo coincise con l’inizio della maggioranza delle sanguinose dittature militari in Sud America, come quella della confinante Argentina, con cui Pinochet rischiò anche una guerra per contrasti di confine.