1953. C’era una volta la cosiddetta “Legge Truffa”.

La definizione non deriva, come spesso accade, dal cognome del parlamentare proponente bensì dalla fantasia delle allora opposizioni, PCI in testa. La legge, che modificava le precedenti norme in senso proporzionale risalenti al 1946, introduceva un premio di maggioranza capace di garantire il 65% dei seggi della Camera al partito o ai gruppi di liste collegate che avessero raggiunto almeno il 50,01% dei voti validi. La legge venne proposta nei tempi del centrismo trionfante, quelli di Alcide De Gasperi e del temuto ministro dell’interno Mario Scelba, in prossimità delle vicine elezioni politiche del giugno 1953 (II legislatura), nonostante la ferma opposizione di destra e sinistra. Da ricordare la strenua opposizione di Piero Calamandrei che andrà a formare assieme a Parri una piccola lista (denominata Alleanza Democratica Nazionale) col preciso intento di far venir meno il raggiungimento del fatidico quorum. Lo stesso presidente del Senato Giuseppe Paratore, un liberale vecchio stampo, si dimise in aperta polemica con la maggioranza parlamentare sia sul merito della legge che sulla procedura per approvarla (De Gasperi avrebbe voluto porre la fiducia per stroncare sul nascere il prevedibile ostruzionismo parlamentare delle opposizioni). Da sottolineare, per il carattere di estrema attualità, anche i ragionevoli rilievi esposti da un vecchio ex presidente del Consiglio, Vittorio Emanuele Orlando, il quale, prima di morire, avvertì: “la prassi parlamentare non ammette che alla fine di una legislatura si modifichino i meccanismi elettorali che devono presiedere alla formazione di una nuova Camera”. Ma la legge venne comunque approvata, con il conseguente apparentamento di Democrazia Cristiana, Partito Liberale, Partito Socialdemocratico, Partito Repubblicano, Partito Sardo d’Azione e Südtiroler Volkspartei che, tutti assieme, arrivarono al 49,8% dei voti. La conseguenza fu che, per un soffio, il meccanismo previsto dalla legge non scattò. Ciò fu dovuto, come già scritto sopra, alle scissioni che si determinarono nello stesso fronte di partiti che volevano avvalersi della legge truffa; l’iter che portò all’approvazione della norma, infatti, fece emergere voci discordanti all’interno di socialdemocratici e repubblicani e la conseguente creazione di liste autonome, con l’obiettivo – dichiarato – di sabotare la legge. La stessa DC, d’altronde, con le politiche del ’53 aveva perduto un consistente bottino di voti, conseguenza diretta della pervicacia con la quale aveva difeso le nuove norme elettorali. Tutti i partiti che invece si erano opposti alla legge, dal PCI fino al MSI, ottennero un sensibile aumento del proprio consenso elettorale. Una sconfitta su tutta la linea per la DC, tanto è vero che la legge truffa venne rapidamente abrogata.
Il cosiddetto Porcellum, “latinizzazione” della più volgare definizione a suo tempo espressa dallo stesso ideatore, ovvero Roberto Calderoli, modificò il Mattarellum (copyright Sartori) che, a sua volta, reintroduceva una quota di proporzionale pari ad 1/4 dei seggi di ciascuna assemblea (in barba all’esito del referendum elettorale del 1993 col quale gli italiani avevano deciso di abolire il vecchio proporzionale in voga dal 1946). Anche nel caso del Porcellum la nuova disciplina elettorale venne approvata a ridosso delle elezioni, come già ai tempi della approvazione della Legge Truffa. I partiti che votarono il Porcellum furono: Forza Italia, Alleanza Nazionale, Lega Nord e l’Unione Democratica di Centro di Pierferdinando Casini. Le opposizioni furono, a parole, critiche verso il nuovo sistema, salvo poi avvalersene con somma soddisfazione nei tempi successivi. Il meccanismo, infatti, abolendo le preferenze ed i collegi uninominali, ed introducendo le liste bloccate, permetteva (e permette tuttora) alle segreterie dei partiti di scegliere i futuri parlamentari attraverso l’individuazione di una precisa “gerarchia”: la quota di eletti all’interno di questa “gerarchia” è proporzionale ai voti che un determinato partito ha nella tornata elettorale considerata. Anche il Porcellum individua un premio di maggioranza alla Camera (analogamente alla Legge Truffa ma senza “quorum”) ed uno per il Senato (ma su base regionale). Nel 2007 un gruppo di promotori, tra cui Giovanni Guzzetta e Mario Segni, raccolse le firme necessarie per un referendum  (dichiarato ammissibile dalla Corte Costituzionale) volto ad abrogare quelle parti di Porcellum necessarie a ripristinare una normativa simile al vecchio Mattarellum. La reazione dei partiti politici, anche di quelli che in sede parlamentare si erano mostrati ostili al provvedimento, fu piuttosto fredda. La consultazione referendaria venne rinviata (per la provvidenziale caduta del governo Prodi e le conseguenti elezioni politiche, sempre col Porcellum), di fatto al giugno 2009. La volontà partitica di sabotare la consultazione referendaria ebbe successo, con la solita promessa di una riforma prossima ventura in Parlamento; gli italiani se ne restorno a casa (o andarono al mare) facendo fallire il quorum. Nel settembre del 2011 i medesimi promotori ci riprovarono, questa volta raccogliendo la bellezza di 1,2 milioni di firme, ma la Corte Costituzionale (dicono alcuni per non disturbare il “nuovo” manovratore Mario Monti appena insediatosi a Palazzo Chigi grazie al potente endorsement di Napolitano) giudicò inammissibili i quesiti paventando “un vuoto normativo” qualora gli italiani avessero votato a favore dell’abrogazione totale o parziale del Porcellum.
Una ulteriore ipotesi di legge truffa (tralasciando il triste caso, sopra accennato, del Mattarellum) si sta materializzando proprio in questi giorni all’indomani del successo elettorale di Beppe Grillo in Sicilia il quale, appunto, indurrà i partiti (spronati dai severi moniti quirinalizi) a dare un ulteriore sfoggio della propria fantasia. Pdl, Lega e Udc (con la molle opposizione del Partito Democratico) hanno votato in commissione affari costituzionali del Senato un emendamento alla attuale disciplina elettorale che introduce un premio di maggioranza del 12,5% al partito o al gruppo di partiti capace di raggiungere il 42,5% dei voti. Dulcis in fundo si è fatta avanti anche l’ipotesi di un cosiddetto “premietto” di consolazione per il partito che, pur non raggiungendo la difficile soglia, si piazzi comunque al primo posto. Con la seguente disciplina, secondo le stesse dichiarazioni del presidente del Senato Schifani e quelle rilasciate più o meno a microfoni spenti da altri esponenti del mondo politico, gli attuali partiti si pongono come obiettivi:
1) sbarrare la strada a Grillo che assai difficilmente (ma non si sa mai) potrebbe raggiungere il 42,5%.
2) non far vincere nessuno (con l’attuale frammentazione politica e crisi dei partiti nessuna coalizione immaginabile raggiungerebbe il 42,5%) ed aprire la strada ad un Monti-bis, ipotesi tanto gradita al presidente della Repubblica ed a settori bipartisan del mondo politico attuale.
Non c’è dubbio che, guardando ai precedenti ed al futuro prossimo, in fatto di legge elettorale, la truffa sia sempre dietro l’angolo.

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