L’Unione Europea? Una strana sintesi di neoliberismo e socialismo reale.

Navigando su internet, e soprattutto sui cosiddetti social network, ci si può facilmente imbattere in fotomontaggi nei quali i simboli, gli uomini e financo la bandiera dell’attuale Unione vengono declinati sulla base delle sanguinose ideologie che caratterizzarono il XX secolo. Sono cioè numerosi i riferimenti al comunismo ed addirittura al nazismo così come le citazioni di George Orwell, identificato quale autore principe al quale far riferimento per interpretare i tempi attuali. Che cosa hanno in comune tutte queste rappresentazioni, in qualche caso volgari e discutibili? Di sicuro la percezione di una certa vena “totalitaria” che caratterizza l’attuale Unione Europea, recentemente premiata col Nobel per la pace. Chi si oppone all’Europa ne denuncia il carattere dirigistico, centralistico, burocratico, fondamentalmente antidemocratico; in termini più sofisticati si può parlare di un costruttivismo (pensando a Von Hayek o anche di un razionalismo ingenuo per dirla alla Popper) che subordina gli attuali sacrifici – sia in termini economici che di democrazia –  al conseguimento di un bene “superiore”, quale la realizzazione della comune patria europea. Si tratta, insomma, di un qualcosa di molto simile a ciò che in tempi non troppo lontani promettevano le peggiori ideologie novecentesche, capaci di coagulare strati e classi sociali in vista in un sogno comune come, ad esempio, l’edificazione di un uomo nuovo o di una società nuova. Pertanto sostenere che oggi le ideologie siano defunte è quantomeno fuorviante, se non spudoratamente falso. Sono morte alcune ideologie mentre altre sono sopravvissute ed altre ancora si sono semplicemente declinate in forme diverse, secondo un percorso seguito da molti degli stessi uomini che in quelle ideologie hanno creduto. Non è morto per esempio il mercatismo (termine che piace molto all’ex ministro Tremonti). Non è morto nemmeno quella concezione di Stato, magari sovrannazionale, che tanto piaceva ai sostenitori del vecchio socialismo reale. Lo Stato come Grande Fratello orwelliano, insomma. Appare infatti a tutti ormai evidente come al vecchio europeismo dei De Gasperi e degli Adenauer si sia sostituito un nuovo tipo di europeismo tecnocratico che, in quanto tale, ha la inquietante caratteristica di riassumere il peggio del neoliberismo e certi sgradevoli aspetti del socialismo reale. L’europeismo attuale è riuscito dunque a compiere una incredibile quadratura del cerchio tra neoliberismo e comunismo? Secondo me sì. E spiego anche il perché. Del neoliberismo l’attuale costruzione europea contiene tutti gli aspetti peggiori, quelli più perversamente anti-umanistici; pensiamo, ad esempio, al disprezzo propagandato a tutti i livelli per il sapere umanistico definito inutile  ma in realtà temuto perché capace di fornire taluni strumenti critici decisamente scomodi in un momento storico in cui il potere (nelle accezione più ampia possibile) trova molto comodo avere a che fare con società (anche qui nella accezione più ampia del termine) assuefatte, massificate, rassegnate o ancor meglio piegate da un senso di ineluttabilità “storica”. Il nuovo liberismo sviluppatosi a partire dagli anni 70, affermatosi negli 80 e soprattutto nei 90 a seguito della caduta del Muro e della dissoluzione dei regimi dell’est, detto anche neoliberismo, è il responsabile della precarizzazione della società, del lavoro, degli stessi rapporti interpersonali. Ed è questo liberismo precarizzante che non solo non ha dato più libertà ma ne ha tolta. Tutto ciò appare ancor più vero in Italia, dove abbiamo sviluppato una sorta di liberismo de noantri, per forza di cose straccione, familistico, arraffone, con il quale sono andate perse le vecchie sicurezze del modello statalista senza al contempo acquisire le libertà tipiche di una vera economia di mercato fondata sul merito, sulle competenze, sulla concorrenza, sulle opportunità e la mobilità sociale. La precarizzazione del lavoro, la compressione salariale, la precarizzazione esistenziale (conseguenza delle prime) – la globalizzazione – sono tutti portati del neoliberismo. Ed il socialismo reale dove si ritrova in questo schema? Che cosa c’entra? Il socialismo reale lo ritroviamo nell’idea dello Stato forte, orwelliano, capace di controllare, educare, blandire, valutare, indirizzare con sanzioni negative o positive i propri cittadini/sudditi (in realtà sempre più sudditi e sempre meno cittadini). Uno Stato forte, massificante, che non è più nazionale ma sovrannazionale (ancor peggio), frutto di una follia costruttivistica, fine ed allo stesso tempo mezzo per un futuro glorioso, radioso ed ovviamente senza guerre. Anche il comunismo individuava nell’interesse borghese, nel capitalismo, l’elemento scatenante delle guerre. L’europeismo trova questi elementi negli Stati nazionali; ci dice che dissolvendoci nella comune patria europea non ci saranno più guerre, ma prosperità. E ci fa intendere che, per raggiungere questo risultato è forse opportuno lasciar fare a “chi se ne intende”, non opporsi, non dissentire (chi lo fa è un populista): insomma evitare di esercitare una tipologia di sovranità che – come ci viene spiegato continuamente –  sarebbe tipica del vecchio novecento. Non a caso, oggi, la parola d’ordine è cedere.
Dunque cessione della sovranità e conseguente fede assoluta nella cosiddetta agenda europea che coerentemente viene descritta come una sorta di dogma verso il quale non sono ammessi scetticismi. Non è un caso che tutti gli ex comunisti (e pure un certo numero di ex fascisti) si siano innamorati di questo orwelliano dogma europeista; un disegno che, come quello del “governo mondiale”, risponde ad una evidente ideologia totalitaria. Essi rivedono in ciò qualcosa di simile alle ideologie forti dalle quali sono stati incantati da ragazzi o delle quali hanno continuato ipocritamente a sostenere la validità nonostante ne conoscessero già l’evidente fallacia. Insomma per costoro l’europeismo tecnocratico sostituisce le vecchie ideologie sconfitte dalla Storia.

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