Mese: novembre 2012

1953. C’era una volta la cosiddetta “Legge Truffa”.

La definizione non deriva, come spesso accade, dal cognome del parlamentare proponente bensì dalla fantasia delle allora opposizioni, PCI in testa. La legge, che modificava le precedenti norme in senso proporzionale risalenti al 1946, introduceva un premio di maggioranza capace di garantire il 65% dei seggi della Camera al partito o ai gruppi di liste collegate che avessero raggiunto almeno il 50,01% dei voti validi. La legge venne proposta nei tempi del centrismo trionfante, quelli di Alcide De Gasperi e del temuto ministro dell’interno Mario Scelba, in prossimità delle vicine elezioni politiche del giugno 1953 (II legislatura), nonostante la ferma opposizione di destra e sinistra. Da ricordare la strenua opposizione di Piero Calamandrei che andrà a formare assieme a Parri una piccola lista (denominata Alleanza Democratica Nazionale) col preciso intento di far venir meno il raggiungimento del fatidico quorum. Lo stesso presidente del Senato Giuseppe Paratore, un liberale vecchio stampo, si dimise in aperta polemica con la maggioranza parlamentare sia sul merito della legge che sulla procedura per approvarla (De Gasperi avrebbe voluto porre la fiducia per stroncare sul nascere il prevedibile ostruzionismo parlamentare delle opposizioni). Da sottolineare, per il carattere di estrema attualità, anche i ragionevoli rilievi esposti da un vecchio ex presidente del Consiglio, Vittorio Emanuele Orlando, il quale, prima di morire, avvertì: “la prassi parlamentare non ammette che alla fine di una legislatura si modifichino i meccanismi elettorali che devono presiedere alla formazione di una nuova Camera”. Ma la legge venne comunque approvata, con il conseguente apparentamento di Democrazia Cristiana, Partito Liberale, Partito Socialdemocratico, Partito Repubblicano, Partito Sardo d’Azione e Südtiroler Volkspartei che, tutti assieme, arrivarono al 49,8% dei voti. La conseguenza fu che, per un soffio, il meccanismo previsto dalla legge non scattò. Ciò fu dovuto, come già scritto sopra, alle scissioni che si determinarono nello stesso fronte di partiti che volevano avvalersi della legge truffa; l’iter che portò all’approvazione della norma, infatti, fece emergere voci discordanti all’interno di socialdemocratici e repubblicani e la conseguente creazione di liste autonome, con l’obiettivo – dichiarato – di sabotare la legge. La stessa DC, d’altronde, con le politiche del ’53 aveva perduto un consistente bottino di voti, conseguenza diretta della pervicacia con la quale aveva difeso le nuove norme elettorali. Tutti i partiti che invece si erano opposti alla legge, dal PCI fino al MSI, ottennero un sensibile aumento del proprio consenso elettorale. Una sconfitta su tutta la linea per la DC, tanto è vero che la legge truffa venne rapidamente abrogata.
Il cosiddetto Porcellum, “latinizzazione” della più volgare definizione a suo tempo espressa dallo stesso ideatore, ovvero Roberto Calderoli, modificò il Mattarellum (copyright Sartori) che, a sua volta, reintroduceva una quota di proporzionale pari ad 1/4 dei seggi di ciascuna assemblea (in barba all’esito del referendum elettorale del 1993 col quale gli italiani avevano deciso di abolire il vecchio proporzionale in voga dal 1946). Anche nel caso del Porcellum la nuova disciplina elettorale venne approvata a ridosso delle elezioni, come già ai tempi della approvazione della Legge Truffa. I partiti che votarono il Porcellum furono: Forza Italia, Alleanza Nazionale, Lega Nord e l’Unione Democratica di Centro di Pierferdinando Casini. Le opposizioni furono, a parole, critiche verso il nuovo sistema, salvo poi avvalersene con somma soddisfazione nei tempi successivi. Il meccanismo, infatti, abolendo le preferenze ed i collegi uninominali, ed introducendo le liste bloccate, permetteva (e permette tuttora) alle segreterie dei partiti di scegliere i futuri parlamentari attraverso l’individuazione di una precisa “gerarchia”: la quota di eletti all’interno di questa “gerarchia” è proporzionale ai voti che un determinato partito ha nella tornata elettorale considerata. Anche il Porcellum individua un premio di maggioranza alla Camera (analogamente alla Legge Truffa ma senza “quorum”) ed uno per il Senato (ma su base regionale). Nel 2007 un gruppo di promotori, tra cui Giovanni Guzzetta e Mario Segni, raccolse le firme necessarie per un referendum  (dichiarato ammissibile dalla Corte Costituzionale) volto ad abrogare quelle parti di Porcellum necessarie a ripristinare una normativa simile al vecchio Mattarellum. La reazione dei partiti politici, anche di quelli che in sede parlamentare si erano mostrati ostili al provvedimento, fu piuttosto fredda. La consultazione referendaria venne rinviata (per la provvidenziale caduta del governo Prodi e le conseguenti elezioni politiche, sempre col Porcellum), di fatto al giugno 2009. La volontà partitica di sabotare la consultazione referendaria ebbe successo, con la solita promessa di una riforma prossima ventura in Parlamento; gli italiani se ne restorno a casa (o andarono al mare) facendo fallire il quorum. Nel settembre del 2011 i medesimi promotori ci riprovarono, questa volta raccogliendo la bellezza di 1,2 milioni di firme, ma la Corte Costituzionale (dicono alcuni per non disturbare il “nuovo” manovratore Mario Monti appena insediatosi a Palazzo Chigi grazie al potente endorsement di Napolitano) giudicò inammissibili i quesiti paventando “un vuoto normativo” qualora gli italiani avessero votato a favore dell’abrogazione totale o parziale del Porcellum.
Una ulteriore ipotesi di legge truffa (tralasciando il triste caso, sopra accennato, del Mattarellum) si sta materializzando proprio in questi giorni all’indomani del successo elettorale di Beppe Grillo in Sicilia il quale, appunto, indurrà i partiti (spronati dai severi moniti quirinalizi) a dare un ulteriore sfoggio della propria fantasia. Pdl, Lega e Udc (con la molle opposizione del Partito Democratico) hanno votato in commissione affari costituzionali del Senato un emendamento alla attuale disciplina elettorale che introduce un premio di maggioranza del 12,5% al partito o al gruppo di partiti capace di raggiungere il 42,5% dei voti. Dulcis in fundo si è fatta avanti anche l’ipotesi di un cosiddetto “premietto” di consolazione per il partito che, pur non raggiungendo la difficile soglia, si piazzi comunque al primo posto. Con la seguente disciplina, secondo le stesse dichiarazioni del presidente del Senato Schifani e quelle rilasciate più o meno a microfoni spenti da altri esponenti del mondo politico, gli attuali partiti si pongono come obiettivi:
1) sbarrare la strada a Grillo che assai difficilmente (ma non si sa mai) potrebbe raggiungere il 42,5%.
2) non far vincere nessuno (con l’attuale frammentazione politica e crisi dei partiti nessuna coalizione immaginabile raggiungerebbe il 42,5%) ed aprire la strada ad un Monti-bis, ipotesi tanto gradita al presidente della Repubblica ed a settori bipartisan del mondo politico attuale.
Non c’è dubbio che, guardando ai precedenti ed al futuro prossimo, in fatto di legge elettorale, la truffa sia sempre dietro l’angolo.

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L’Unione Europea? Una strana sintesi di neoliberismo e socialismo reale.

Navigando su internet, e soprattutto sui cosiddetti social network, ci si può facilmente imbattere in fotomontaggi nei quali i simboli, gli uomini e financo la bandiera dell’attuale Unione vengono declinati sulla base delle sanguinose ideologie che caratterizzarono il XX secolo. Sono cioè numerosi i riferimenti al comunismo ed addirittura al nazismo così come le citazioni di George Orwell, identificato quale autore principe al quale far riferimento per interpretare i tempi attuali. Che cosa hanno in comune tutte queste rappresentazioni, in qualche caso volgari e discutibili? Di sicuro la percezione di una certa vena “totalitaria” che caratterizza l’attuale Unione Europea, recentemente premiata col Nobel per la pace. Chi si oppone all’Europa ne denuncia il carattere dirigistico, centralistico, burocratico, fondamentalmente antidemocratico; in termini più sofisticati si può parlare di un costruttivismo (pensando a Von Hayek o anche di un razionalismo ingenuo per dirla alla Popper) che subordina gli attuali sacrifici – sia in termini economici che di democrazia –  al conseguimento di un bene “superiore”, quale la realizzazione della comune patria europea. Si tratta, insomma, di un qualcosa di molto simile a ciò che in tempi non troppo lontani promettevano le peggiori ideologie novecentesche, capaci di coagulare strati e classi sociali in vista in un sogno comune come, ad esempio, l’edificazione di un uomo nuovo o di una società nuova. Pertanto sostenere che oggi le ideologie siano defunte è quantomeno fuorviante, se non spudoratamente falso. Sono morte alcune ideologie mentre altre sono sopravvissute ed altre ancora si sono semplicemente declinate in forme diverse, secondo un percorso seguito da molti degli stessi uomini che in quelle ideologie hanno creduto. Non è morto per esempio il mercatismo (termine che piace molto all’ex ministro Tremonti). Non è morto nemmeno quella concezione di Stato, magari sovrannazionale, che tanto piaceva ai sostenitori del vecchio socialismo reale. Lo Stato come Grande Fratello orwelliano, insomma. Appare infatti a tutti ormai evidente come al vecchio europeismo dei De Gasperi e degli Adenauer si sia sostituito un nuovo tipo di europeismo tecnocratico che, in quanto tale, ha la inquietante caratteristica di riassumere il peggio del neoliberismo e certi sgradevoli aspetti del socialismo reale. L’europeismo attuale è riuscito dunque a compiere una incredibile quadratura del cerchio tra neoliberismo e comunismo? Secondo me sì. E spiego anche il perché. Del neoliberismo l’attuale costruzione europea contiene tutti gli aspetti peggiori, quelli più perversamente anti-umanistici; pensiamo, ad esempio, al disprezzo propagandato a tutti i livelli per il sapere umanistico definito inutile  ma in realtà temuto perché capace di fornire taluni strumenti critici decisamente scomodi in un momento storico in cui il potere (nelle accezione più ampia possibile) trova molto comodo avere a che fare con società (anche qui nella accezione più ampia del termine) assuefatte, massificate, rassegnate o ancor meglio piegate da un senso di ineluttabilità “storica”. Il nuovo liberismo sviluppatosi a partire dagli anni 70, affermatosi negli 80 e soprattutto nei 90 a seguito della caduta del Muro e della dissoluzione dei regimi dell’est, detto anche neoliberismo, è il responsabile della precarizzazione della società, del lavoro, degli stessi rapporti interpersonali. Ed è questo liberismo precarizzante che non solo non ha dato più libertà ma ne ha tolta. Tutto ciò appare ancor più vero in Italia, dove abbiamo sviluppato una sorta di liberismo de noantri, per forza di cose straccione, familistico, arraffone, con il quale sono andate perse le vecchie sicurezze del modello statalista senza al contempo acquisire le libertà tipiche di una vera economia di mercato fondata sul merito, sulle competenze, sulla concorrenza, sulle opportunità e la mobilità sociale. La precarizzazione del lavoro, la compressione salariale, la precarizzazione esistenziale (conseguenza delle prime) – la globalizzazione – sono tutti portati del neoliberismo. Ed il socialismo reale dove si ritrova in questo schema? Che cosa c’entra? Il socialismo reale lo ritroviamo nell’idea dello Stato forte, orwelliano, capace di controllare, educare, blandire, valutare, indirizzare con sanzioni negative o positive i propri cittadini/sudditi (in realtà sempre più sudditi e sempre meno cittadini). Uno Stato forte, massificante, che non è più nazionale ma sovrannazionale (ancor peggio), frutto di una follia costruttivistica, fine ed allo stesso tempo mezzo per un futuro glorioso, radioso ed ovviamente senza guerre. Anche il comunismo individuava nell’interesse borghese, nel capitalismo, l’elemento scatenante delle guerre. L’europeismo trova questi elementi negli Stati nazionali; ci dice che dissolvendoci nella comune patria europea non ci saranno più guerre, ma prosperità. E ci fa intendere che, per raggiungere questo risultato è forse opportuno lasciar fare a “chi se ne intende”, non opporsi, non dissentire (chi lo fa è un populista): insomma evitare di esercitare una tipologia di sovranità che – come ci viene spiegato continuamente –  sarebbe tipica del vecchio novecento. Non a caso, oggi, la parola d’ordine è cedere.
Dunque cessione della sovranità e conseguente fede assoluta nella cosiddetta agenda europea che coerentemente viene descritta come una sorta di dogma verso il quale non sono ammessi scetticismi. Non è un caso che tutti gli ex comunisti (e pure un certo numero di ex fascisti) si siano innamorati di questo orwelliano dogma europeista; un disegno che, come quello del “governo mondiale”, risponde ad una evidente ideologia totalitaria. Essi rivedono in ciò qualcosa di simile alle ideologie forti dalle quali sono stati incantati da ragazzi o delle quali hanno continuato ipocritamente a sostenere la validità nonostante ne conoscessero già l’evidente fallacia. Insomma per costoro l’europeismo tecnocratico sostituisce le vecchie ideologie sconfitte dalla Storia.

L’Urss in Afghanistan.

Fu lui il 15 febbraio del 1989 a varcare per ultimo il ponte sul fiume Amudarrya che separa l’ Afghanistan dall’ Uzbekistan, allora parte dell’ Unione Sovietica. Il generale di corpo d’ armata Boris Gromov aveva quarantacinque anni ed era il comandante supremo della quarantesima armata, il corpo di spedizione sovietico in Afghanistan. Un padre morto combattendo i nazisti, Gromov e’ entrato all’ accademia a 15 anni e ha conseguito l’ attuale grado a trentanove. Si conquisto’ sul campo la stella d’ oro di Eroe dell’ Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche nell’ 87, liberando le truppe assediate nella citta’ di Khost. Oggi Gromov siede alla Duma, la Camera bassa del Parlamento russo, ed e’ un fiero oppositore del governo, difende a spada tratta, ma con una certa intelligenza, l’ operato delle truppe sovietiche nell’ avventura afgana. E condanna senza appello i politici che la iniziarono. Generale, perche’ fu proprio lei a lasciare per ultimo il suolo afgano? Una mossa propagandistica? “Ma no. Chi altri avrebbe dovuto farlo? Ero il comandante della quarantesima o, come si diceva da noi, del “contingente limitato di truppe sovietiche” – contingente che nel 1989 era formato da 115 mila uomini, ndr -. Non potevo certo passare il ponte lasciando, sia pure per qualche minuto, miei subordinati alle spalle”. Molti in Occidente celebrarono quel 15 febbraio come la liberazione dell’ Afghanistan. Nell’ Unione Sovietica fu la fine di un incubo. Visti oggi, sono corretti questi giudizi? “Non riesco a capire fino in fondo di quale liberazione si parlava. Forse che dopo la nostra partenza la vita in Afghanistan e’ diventata piu’ tranquilla? Del resto, checche’ se ne dica in Occidente, le truppe sovietiche si trovavano in Afghanistan su base perfettamente legale. Ideologica ma legale. C’ erano accordi bilaterali e una richiesta di aiuto del governo legittimo di Kabul. Certo, per l’ Urss il giorno del ritiro fu un evento lieto, come lo e’ sempre la fine di una guerra”. Ma allora fu giustificato l’ intervento in Afghanistan? “No, l’ intervento non era giustificato ne’ dal punto di vista politico ne’ da quello militare. Il Paese, naturalmente, doveva essere assistito in tutti i modi, economicamente e politicamente. Come d’ altronde facemmo pure: consiglieri politici, edili, militari, medici, specialisti di ogni genere. Ma l’ invio delle truppe fu un errore politico strategico della dirigenza sovietica dell’ epoca”. Perche’ l’ Urss perse la guerra? “L’ Urss non perse la guerra, bisogna capirlo una volta per tutte. Mai una volta, in piu’ di 9 anni di presenza delle truppe, ci fu affidato il compito di conseguire una vittoria militare globale. Le nostre azioni avevano un carattere difensivo e preventivo, in collaborazione con l’ esercito afgano. Si puo’ parlare di sconfitta quando qualcuno e’ disfatto, annientato. Ma nessuna divisione, nessun reggimento della 40ma armata ha mai subito una disfatta. Invece per quanto riguarda il ritiro delle truppe… ebbene ringraziamo il cielo per questo. Pero’ le abbiamo ritirate in maniera organizzata, a testa alta, con orgoglio e con le bandiere spiegate. Le guerre vengono iniziate e terminate per motivi politici, l’ esercito non c’ entra nulla con tutto cio”. Una posizione che ricorda quella dei generali americani che non hanno mai ammesso la sconfitta in Vietnam. Ma la macchina bellica dell’ Urss non era gia’ arrugginita? “Affermazioni simili sono ridicole. L’ Armata Rossa non perdeva colpi. In quel momento, anzi, sul piano militare eravamo forti come mai prima. E questa non e’ solo la mia opinione; lo sanno benissimo anche gli esperti occidentali, compresi quelli italiani. Chiedete ai vostri militari se l’ Armata Rossa era arrugginita”. Oggi l’ esercito e’ in ginocchio per mancanza di fondi? “Nulla e nessuno e’ in grado di mettere in ginocchio l’ esercito russo. E’ vero che mancano i soldi e le forze armate risentono degli scarsi finanziamenti. Di problemi ce ne sono tanti. Quando l’ economia della Russia si riprendera’ allora anche i militari riprenderanno fiato”. Qual e’ stato il momento piu’ brutto della sua esperienza in Afghanistan? “Ero ancora comandante di divisione. Una mia compagnia era rimasta intrappolata in una valle tra le montagne. Io mi trovavo a due, tre chilometri; li ascoltavo per radio, ma non li potevo aiutare, non potevamo fare nulla per soccorrerli. Mi creda, uno stato terribile per un comandante”. E il momento piu’ esaltante? “Non ho dubbi: il giorno del ritiro. Era la fine della guerra, delle perdite. I morti tra i militari sono stati 13.833, i feriti decine di migliaia”. Gorbaciov voleva chiudere la partita afgana. Chi si opponeva al ritiro delle truppe? “Ai vertici del potere sovietico in quel momento oramai tutti si rendevano conto di essere stati coinvolti in una avventura politica. Nessuno si opponeva al ritiro. Erano gli alleati afgani che si opponevano con tutte le loro forze”. Cosa dovrebbero fare oggi Russia e Occidente per l’ Afghanistan? “Il grave errore dell’ Urss e della Russia e’ stato quello di aver sospeso ogni aiuto dopo il ritiro delle truppe. Cio’ ha solo contribuito ad attizzare ancora di piu’ la guerra civile. Oggi bisognerebbe elaborare una posizione comune, unica. Allora, forse, le cose in Afghanistan potrebbero avviarsi a soluzione”.

Fabrizio Dragosei

# Nell’ aprile 1979 rivolte di matrice islamica a Kabul costringono il premier comunista Babrack Karmal all’ esilio

# Karmal chiede l’ intervento di Mosca che nel dicembre ‘ 79 invia l’ esercito

# Un quinto circa dei 5 milioni di afgani muore per i combattimenti. Due milioni sono i profughi. Le vittime sovietiche sono piu’ di 13mila

# Il 15 febbraio ‘ 89 il corpo d’ occupazione di Mosca completa il ritiro