Lilli “dagli occhi ucraini”. La controversa storia di Lilli Carati

 

 

Il cinema di genere italiano degli anni 70, oggetto di rivalutazione da parte di nuovi cultori riuniti attorno alla rivista Nocturno, è rappresentativo di un’epoca forse più di quello d’autore. E’ il cinema popolare ad aver fatto scoprire a molti giovani di oggi gli anni 70. Si pensi al cosiddetto poliziottesco che, con tutto il suo fiorire di commissari “di ferro”, risultava “consolatorio” per un pubblico spaventato dalla violenza politica e dalla criminalità comune in trasformazione; infatti dalla ligera milanese, dalle bande del “fora er coltello” di Roma o dai contrabbandieri napoletani si passa nel giro pochi anni a qualcosa di molto più serio. Dalla ligera escono fuori veri e propri criminali come Francis Turatello e Renato Vallanzasca (forse l’ultimo titolare di quella “moralità” malavitosa ben espressa nei romanzi di Giorgio Scerbanenco) mentre a Roma germoglierà la rivincita degli autoctoni con la “celebre” Banda della Magliana. A Napoli, poi, i contrabbandieri vengono spazzati via dai nuovi boss della droga (passaggio evocato da Lucio Fulci nel suo Luca il contrabbandiere, nel quale i contrabbandieri sono intesi come unico argine al dilagare degli stupefacenti). A metà degli anni 70 inizia il declino dei cosiddetti b movies che preannuncia quello di tutto il cinema italiano. E Lilli Carati dagli “occhi ucraini”, secondo la definizione di Gianni Brera, fu una delle protagoniste di questo cinema bis. La stima di Brera è giustificata dalla bellezza di Lilli nel film Il corpo della ragassa, del regista Pasquale Festa Campanile, basato sull’omonimo romanzo del giornalista lombardo. Lilli nasce proprio a Varese col cognome Caravati, subito trasformato in un più evocativo Carati; primeggia nell’edizione di Miss Italia ’74 e le opportunità fioccano subito. La ragazza passa con disinvoltura dalla inevitabile commedia sexy al poliziottesco, dal genere drammatico all’erotico.

Lilli non è una grandissima attrice, ma una delle bellezze di quegli anni assieme alla bionda Gloria Guida. L’esordio avviene in Che segno sei?, film a episodi di Sergio Corbucci (padre di Django, spaghetti western con protagonista Franco Nero, al quale si è ispirato Tarantino per il suo Django Unchained) con Alberto Sordi, Renato Pozzetto, Paolo Villaggio, Adriano Celentano; Lilli compare con il suo vero nome – Ileana – proprio al fianco del Molleggiato (si rincontreranno in Qua la mano, nel 1980). La carriera procede brillantemente con altri film della commedia sexy, come La professoressa di scienze naturali di Michele Massimo Tarantini. Interessanti anche Poliziotto sprint con Maurizio Merli, icona del poliziottesco (i due non si “prendevano” molto sul set) e Le evase, film tutto al femminile in perfetto sincrono con gli anni di piombo. Ma della carriera della Carati è giusto ricordare Avere vent’anni, controverso film di Fernando Di Leo (maestro di un genere da noi sottostimato, il noir) nel quale la mora lombarda recita assieme all’altro sex symbol del momento, la bionda Gloria Guida. Il film, rivalutato in tempi recenti, non funzionò a causa del truculento epilogo nel quale le due protagoniste – simbolo della femminilità e della piccola trasgressione made in Italy – vengono ammazzate in un bosco, secondo modalità particolarmente efferate, da un gruppo di mafiosi. La Carati è di personalità fragile, soprattutto molto giovane. Lo stress e i conflitti irrisolti la portano ad utilizzare farmaci e poi droghe, secondo un passaggio dalle leggere alle pesanti il cui rapporto di causalità è ancora oggi al centro di dispute accanite. Come dichiara lei stessa “le mie vicende sono il risultato degli anni ‘70. La droga leggera era considerata un modo di essere. Passare all’eroina è stato facile. Complice soprattutto un viaggio di Natale in Thailandia: lì ti riempivano di roba”. Da quel momento inizia davvero il tunnel per Lilli. In una trasmissione televisiva il conduttore Romano Battaglia infierisce in diretta (di fronte all’allibito ospite, il compositore Karlheinz Stockhausen) su una Carati evidentemente sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Inizia quindi un inesorabile processo di emarginazione; si spiegano così le partecipazioni ad alcuni film erotici (a firma Joe D’Amato, ispirati al successo de La Chiave di Tinto Brass), i servizi fotografici per Le Ore ed il cinema hard vero e proprio. Il porno consente alla Carati di sostenersi economicamente lavorando poche ore dato che le sue condizioni di salute non le consentono i ritmi del cinema tradizionale. Da qui titoli come Lilli Carati’s dreams (un softcore) e i vari Una moglie molto infedele, Il vizio preferito di mia moglie, Una ragazza molti viziosa e Una scatenata moglie insaziabile, veri e propri porno con gli ultimi tre caratterizzati dalla presenza di Rocco Siffredi.

Da segnalare anche The Whore – Le scatenate, primo di una serie di film che la Carati avrebbe dovuto girare in America. Nel maggio ‘88 i carabinieri la fermano per possesso di stupefacenti. Il giorno dopo l’arresto tenta il suicidio in carcere tagliandosi le vene. La vicenda processuale si conclude nel ‘93 con una condanna a 5 anni di reclusione; ma l’attrice viveva già in una comunità di recupero per tossicodipendenti. Nel ‘95 compaiono due interviste sul Corsera (una a firma Gian Antonio Stella) nelle quali la Carati parla del suo ingresso nella comunità Saman fondata da Mauro Rostagno, esponente di Lotta Continua poi ucciso in Sicilia in circostanze mai chiarite: ” Ero scesa a 40 chili e mi facevo cinque grammi al giorno. Non sapevo come uscirne. Alla fine mi buttai dalla finestra. Fu la mia fortuna: restai bloccata a letto per mesi, pensai molto. Quando fui in grado di camminare mi rivolsi alla comunità Saman. Qualcuno discute i metodi di riabilitazione? Io so che quando sono arrivata la mia lucidità era zero. Adesso sono rinata. Per fortuna le giornate passavano veloci: i gruppi di lavoro, la musicoterapia, le passeggiate in campagna. Poi una mattina ho capito di aver riscoperto il piacere di vivere: mi sono svegliata canticchiando. Una sensazione di gioia che non provavo da almeno 15 anni”. Lilli Carati è recentemente tornata alla recitazione con La fiaba di Dorian (regia di Luigi Pastore), 26 anni dopo il suo ultimo film. Oggi appare come una persona che, pur custodendo una propria inaccessibile sfera privata, non lesina mai simpatia per i suoi vecchi fan e per i molti giovani che anche attraverso i suoi film scoprono il cinema italiano dei generi. Un’attrice che proprio per la sua controversa storia esercita tuttora un forte fascino su differenti generazioni di appassionati cinefili.

 

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