Mese: ottobre 2012

Lettere dal Vietnam.

Un documentario scarno e angosciato, in cui una quarantina di lettere a casa, scritte da giovani americani inviati a combattere in Vietnam negli anni dal ’65 al ’68, rendono testimonianza delle loro sofferenze e degli orrori della guerra, resi più acuti dal ricordo della terra e degli affetti lontani, forse perduti per sempre. Le singole lettere sono scritte nelle pause di marce, attese snervanti e combattimenti nel folto di giungle sempre insidiose e con la morte ad ogni passo. I singoli pezzi sono accompagnati dalla lettura, ad opera di voci fuori campo, a rendere vivissimi la paura, la realtà e gli orrori di una guerra della quale i combattenti non fanno che chiedersi il perchè. La triste serie è conclusa con le parole di una Madre, ai piedi del monumento sul quale è, tra gli altri, inciso, a monito contro tutte le guerre, il nome del proprio figlio.

L’omicidio di monsignor Romero.

Óscar Arnulfo Romero y Galdámez (Ciudad Barrios, 15 agosto 1917 – San Salvador, 24 marzo 1980) è stato un arcivescovo cattolico salvadoregno.

Fu arcivescovo di San Salvador, capitale di El Salvador. A causa del suo impegno nel denunciare le violenze della dittatura del suo paese, fu ucciso da un cecchino, mentre stava celebrando Messa.

Nacque, secondo di otto fratelli, da una famiglia di umili origini e manifestato il desiderio di diventare sacerdote, riceve la sua prima formazione nel seminario di San Miguel (1930); i suoi superiori notando la sua predisposizione agli studi e la docilità alla disciplina ecclesiastica lo mandano poi a Roma. Compie la sua formazione accademica nella Pontificia Università Gregoriana negli anni dal 1937 al 1942 nella Facoltà di Teologia conseguendo il Baccellierato, la Licenza e continuando con l’iscrizione a un anno del ciclo di Dottorato.

Ordinato sacerdote il 4 aprile 1942 svolge il suo ministero di parroco per pochi anni, in seguito, è segretario di mons. Miguel Angel Machado, vescovo di San Miguel. Viene poi chiamato a essere segretario della Conferenza episcopale di El Salvador.

Il 25 aprile 1970 viene nominato vescovo ausiliare di San Salvador ricevendo l’ordinazione episcopale il 21 giugno 1970 da parte di mons. Girolamo Prigione, nunzio apostolico in El Salvador. Diventa così il collaboratore principale di mons. Luis Chávez y González, uno dei protagonisti della Seconda conferenza dell’episcopato latinoamericano a Medellín (1968); rispetto al suo vescovo, tuttavia, rappresenta il lato conservatore della Chiesa sudamericana, fedele alla tradizione romana e non disposto ad aderire alla teologia della liberazione e ai c.d. movimenti di base.

La sua fedeltà alla Chiesa più conservatrice gli aveva fatto guadagnare la stima dell’oligarchia del suo Paese, e nel contempo ne alienava le simpatie verso i settori più progressisti del clero, in particolare i gesuiti che reggevano l’Università Centroamericana di San Salvador.

Il 15 ottobre 1974 viene nominato vescovo di Santiago de María, nello stesso Stato di El Salvador, uno dei territori più poveri della nazione. Il contatto con la vita reale della popolazione, stremata dalla povertà e oppressa dalla feroce repressione militare che voleva mantenere la classe più povera soggetta allo sfruttamento dei latifondisti locali, provocano in lui una profonda conversione, nelle convinzioni teologiche e nelle scelte pastorali.

I fatti di sangue, sempre più frequenti, che colpiscono persone e collaboratori a lui cari, lo spingono alla denuncia delle situazioni di violenza che riempiono il Paese. La nomina ad arcivescovo di San Salvador, il 3 febbraio 1977, lo trova ormai pienamente schierato dalla parte dei poveri, e in aperto contrasto con le stesse famiglie che lo sostenevano e che auspicavano in lui un difensore dello status quo politico ed economico (rifiuterà, ad esempio, l’offerta della costruzione di un palazzo vescovile, scegliendo una piccola stanza nella sagrestia della cappella dell’Ospedale della Divina Provvidenza, dove erano ricoverati i malati terminali di cancro).

L’episodio della morte di p. Rutilio Grande, gesuita e suo collaboratore, assassinato appena un mese dopo il suo ingresso in diocesi, diventa l’evento che apre pienamente la sua azione di denuncia profetica, che porterà la chiesa salvadoregna a pagare un pesante tributo di sangue. L’esercito, guidato dal partito allora al potere, arriva anche a profanare e occupare le chiese, come ad Aguilares, dove vengono sterminati più di 200 fedeli lì presenti.

Le sue catechesi, le sue omelie, trasmesse dalla radio diocesana, vengono ascoltate anche all’estero, facendo conoscere a moltissimi la situazione di degrado che la guerra civile stava compiendo nel Paese.

La sua popolarità crescente, in El Salvador e in tutta l’America latina, e la vicinanza del suo popolo, contrastano con l’opposizione di parte dell’episcopato, e soprattutto con la diffidenza del papa Paolo VI. Il 24 giugno 1978, in udienza da quest’ultimo, denuncia:

« Lamento, Santo Padre, che nelle osservazioni presentatemi qui in Roma sulla mia condotta pastorale prevale un’interpretazione negativa che coincide esattamente con le potentissime forze che là, nella mia arcidiocesi, cercano di frenare e screditare il mio sforzo apostolico »

(Nota lasciata a Paolo VI da Romero durante l’udienza concessagli il 24 giugno 1978)

Infatti Romero per le sue posizioni teologiche non chiare rispetto alla teologia della liberazione, ebbe sempre un cattivo rapporto con Paolo VI, e non riuscì a ottenere l’appoggio del nuovo papa Giovanni Paolo II. Il Papa ha sempre tenuto conto delle sue notevoli capacità pastorali e della sua fedeltà al Vangelo, ma la paura di una sua eventuale compromissione con ideologie politiche, in realtà infondate nel caso di Romero, che era decisamente ortodosso, lo farà procedere molto cauto e metterà ostacoli tra l’America Latina e la Santa Sede.

Il 2 febbraio 1980, a Lovanio, in Belgio, riceve la laurea honoris causa per il suo impegno in favore della liberazione dei poveri.

Il 24 marzo 1980, mentre sta celebrando la Messa nella cappella dell’ospedale della Divina Provvidenza, viene ucciso da un sicario. Nell’omelia aveva ribadito la sua denuncia contro il governo di El Salvador, che aggiornava quotidianamente le mappe dei campi minati mandando avanti bambini che restavano squarciati dalle esplosioni. L’assassino sparò un solo colpo, che recise la vena giugulare mentre Romero elevava l’ostia della comunione.

Giovanni Paolo II non presenziò al funerale (in cui avvenne un nuovo massacro di fedeli da parte dell’esercito) ma delegò a presiedere la celebrazione il cardinal Ernesto Corripio y Ahumada, arcivescovo di Città del Messico; il 6 marzo 1983 si recò a rendere omaggio a mons. Romero (riconosciuto e venerato già come un santo dal suo popolo) sulla sua tomba, nonostante le pressioni del governo salvadoregno affinché non compisse il viaggio.

[Fonte Wikipedia]

L’eredità dilapidata di Ilona e Moana

Negli ultimi tempi numerosi operatori del cinema a luci rosse hanno evidenziato una crisi del settore analoga a quella di altri contesti produttivi in Italia. La colpa sarebbe addebitabile ad internet che, con la grande disponibilità di siti gratuiti avrebbe reso di fatto antieconomica la produzione – vecchio stile – di filmati porno. Da qui la fuga di alcune nostre “glorie” nazionali (Rocco Siffredi, in primis) verso l’est europeo. Con l’avvento della crisi sarebbero quindi emerse tutte le disutilità tipiche del semi-dilettantistico mondo del porno italiano. In realtà se andiamo a considerare altri contesti, come quello americano, il porno pare non essere in declino. L’industria dell’hard statunitense, concentrata nella San Ferdinando Valley, a ridosso di Hollywood, secondo le stime della prestigiosa rivista Fortune, è accreditata di un giro d’affari di 21 miliardi di dollari per il 2012. Business Week individua negli smartphone, nei tablet, e nella banda larga i principali motivi di espansione del settore. Una ascesa irresistibile grazie anche al contributo fornito dai Paesi del cosiddetto BRIC nel campo degli abbonamenti a siti specializzati (cresciuti del 120% rispetto al 2008). Ciclicamente l’industria a luci rosse statunitense viene bloccata da qualche caso di malattia sessualmente trasmissibile, emerso grazie ai rigorosi controlli; l’ultimo episodio ha visto protagonista la sifilide, con conseguente, temporanea, interruzione della produzione. Quindi negli USA la crisi non c’è proprio grazie all’utilizzo delle nuove tecnologie capaci di allargare il mercato. Da registrare poi i fenomeni “migratori” dal porno al cinema “serio” o addirittura gli endorsement politici, con conseguenti congrue donazioni; si pensi a Sasha Grey, giovane icona del porno USA, passata con egregi risultati al cosiddetto cinema d’autore o a Jenna Jameson che, con il re del porno Larry Flynt, ha dato il proprio sostegno al candidato repubblicano Mitt Romney. Tutto questo è possibile in una realtà legalizzata, dove le tasse vengono pagate ed i controlli sanitari rigorosi. Al contrario le difficoltà del nostro porno sono dovute proprio a ciò che gli stessi operatori coinvolti denunciano: l’improvvisazione e la mancanza di figure carismatiche. La crisi del porno italico dunque è prima di tutto “morale”, di competenze e idee. Il porno non viene più diffuso dall’alto, in maniera “verticale”, tramite il consueto rapporto produttore-consumatore, con il primo che gestisce il quantum, sia in termini di produzione che di prezzo, ma si è come “spalmato” nella società; l’utilizzo degli ultimi ritrovati tecnici (videocamere digitali e informatica applicata ad internet) ha portato ad una diffusione “amatoriale” del prodotto pornografico.

Oggi tutti possono fare e distribuire pornografia; la diffusione è “orizzontale”, frutto di uno passaggio da produttore amatoriale a consumatore. Non è un caso che il genere più richiesto sia proprio quello a carattere “casalingo”, dove l’atto sessuale non è condizionato ma in presa diretta. La pornografia non è in crisi: è in crisi il cinema porno italiano. E’ ampiamente finita l’epoca delle forti individualità – Moana e Cicciolina su tutte – e del “genio” imprenditorial-mediatico di Riccardo Schicchi. Senza dimenticare l’apporto tecnico di registi “all’antica” come Joe D’Amato che hanno avuto una lunga carriera nel cinema degli anni 70. Ed è finita l’era delle provocazioni, della critica alle ipocrisie della società italiana, semplicemente perché le nuove leve non sono all’altezza di poter “ordire” nulla di provocatorio, nonostante le condizioni sociali e politiche ideali. L’Italia di oggi non è certamente migliore di quella degli anni 80 quando Cicciolina veniva eletta nelle file dei Radicali o fondava – con Moana – il cosiddetto partito dell’Amore. La Staller fu capace di prendere 20 mila preferenze nel 1987, e di essere seconda – per numero di voti – al solo Pannella. La candidatura non fu frutto del caso ma, come spiegò la stessa pornostar durante uno dei fili diretti organizzati da Radio Radicale, il risultato di una “affinità elettiva”: i radicali venivano definiti “trasgressivi” e capaci, nonostante l’esiguo numero, di farsi portatori di tesi rivoluzionarie, “eversive”, in un’Italia ancora terribilmente bigotta e ipocrita come quella degli anni 70/80.Basterebbe leggere alcuni interventi di Cicciolina a Montecitorio. Rivolgendosi agli altri deputati, ed in particolar modo a “cicciolino Andreotti”, denunciava 25 anni prima di Grillo la ripetitività delle formule di governo: “C’è sempre Gava, c’è sempre Mammì, c’è sempre cicciolino Andreotti. Siete sempre gli stessi, e la cosa più grave è che anche i problemi sono sempre gli stessi, ma voi fate finta di niente e continuate a chiedere voti. Gli anni passano e le vostre facce restano. Le facce di chi avrebbe potuto fare e non ha mai dato, di chi è sempre stato sospettato ma non è mai stato condannato, di chi si fa schiaffeggiare con finta tolleranza, di chi ha sempre promesso e non ha mai mantenuto”. Cicciolina e Moana (in politica) sono state viste come una sorta di antropoformizzazione del malcostume e della corruzione italiana. Relativamente a Moana c’è poi stato un disgustoso processo di canonizzazione post mortem, che non ha colto la capacità di rottura del personaggio. Moana era donna intelligente, relativamente colta, capace di parlare un buon italiano, terribilmente fredda sul set ed è forse anche vero che abbia fatto più pubblicità a se stessa che al porno. Ma è indubbio il suo ruolo nello sdoganamento della pornografia e in una, purtroppo, non compiuta mutazione dei costumi.

Peccato che l’eredità “rivoluzionaria” di Moana e Cicciolina sia stata dilapidata dalle cosiddette “eredi”, le quali, per egoismo o evidenti limiti propri, non sono riuscite ad andare oltre la rappresentazione filmata dell’atto sessuale (venendo in questo spesso scavalcate dalle più disinibite colleghe dell’est). Non a caso tutte coloro che si sono cimentate in campi estranei al porno hanno fallito. Basti pensare a Milly D’Abbraccio o Luana Borgia, che in tempi recenti hanno tentato l’ingresso in politica salvo poi essere costrette ad una precipitosa ritirata fino ai limiti dell’escorting. Moana voleva diventare famosa e lasciare un segno: si può dire che ce l’abbia fatta, nonostante la morte prematura, senza avere il tempo lei stessa di capire cosa avrebbe fatto “da grande”. Di sicuro pare difficile vederla nei panni di escort o tenutaria di club privè al pari di quelle colleghe che il giorno dopo la sua morte già pensavano di poterne prendere il posto nel cuore degli italiani.

Lilli “dagli occhi ucraini”. La controversa storia di Lilli Carati

 

 

Il cinema di genere italiano degli anni 70, oggetto di rivalutazione da parte di nuovi cultori riuniti attorno alla rivista Nocturno, è rappresentativo di un’epoca forse più di quello d’autore. E’ il cinema popolare ad aver fatto scoprire a molti giovani di oggi gli anni 70. Si pensi al cosiddetto poliziottesco che, con tutto il suo fiorire di commissari “di ferro”, risultava “consolatorio” per un pubblico spaventato dalla violenza politica e dalla criminalità comune in trasformazione; infatti dalla ligera milanese, dalle bande del “fora er coltello” di Roma o dai contrabbandieri napoletani si passa nel giro pochi anni a qualcosa di molto più serio. Dalla ligera escono fuori veri e propri criminali come Francis Turatello e Renato Vallanzasca (forse l’ultimo titolare di quella “moralità” malavitosa ben espressa nei romanzi di Giorgio Scerbanenco) mentre a Roma germoglierà la rivincita degli autoctoni con la “celebre” Banda della Magliana. A Napoli, poi, i contrabbandieri vengono spazzati via dai nuovi boss della droga (passaggio evocato da Lucio Fulci nel suo Luca il contrabbandiere, nel quale i contrabbandieri sono intesi come unico argine al dilagare degli stupefacenti). A metà degli anni 70 inizia il declino dei cosiddetti b movies che preannuncia quello di tutto il cinema italiano. E Lilli Carati dagli “occhi ucraini”, secondo la definizione di Gianni Brera, fu una delle protagoniste di questo cinema bis. La stima di Brera è giustificata dalla bellezza di Lilli nel film Il corpo della ragassa, del regista Pasquale Festa Campanile, basato sull’omonimo romanzo del giornalista lombardo. Lilli nasce proprio a Varese col cognome Caravati, subito trasformato in un più evocativo Carati; primeggia nell’edizione di Miss Italia ’74 e le opportunità fioccano subito. La ragazza passa con disinvoltura dalla inevitabile commedia sexy al poliziottesco, dal genere drammatico all’erotico.

Lilli non è una grandissima attrice, ma una delle bellezze di quegli anni assieme alla bionda Gloria Guida. L’esordio avviene in Che segno sei?, film a episodi di Sergio Corbucci (padre di Django, spaghetti western con protagonista Franco Nero, al quale si è ispirato Tarantino per il suo Django Unchained) con Alberto Sordi, Renato Pozzetto, Paolo Villaggio, Adriano Celentano; Lilli compare con il suo vero nome – Ileana – proprio al fianco del Molleggiato (si rincontreranno in Qua la mano, nel 1980). La carriera procede brillantemente con altri film della commedia sexy, come La professoressa di scienze naturali di Michele Massimo Tarantini. Interessanti anche Poliziotto sprint con Maurizio Merli, icona del poliziottesco (i due non si “prendevano” molto sul set) e Le evase, film tutto al femminile in perfetto sincrono con gli anni di piombo. Ma della carriera della Carati è giusto ricordare Avere vent’anni, controverso film di Fernando Di Leo (maestro di un genere da noi sottostimato, il noir) nel quale la mora lombarda recita assieme all’altro sex symbol del momento, la bionda Gloria Guida. Il film, rivalutato in tempi recenti, non funzionò a causa del truculento epilogo nel quale le due protagoniste – simbolo della femminilità e della piccola trasgressione made in Italy – vengono ammazzate in un bosco, secondo modalità particolarmente efferate, da un gruppo di mafiosi. La Carati è di personalità fragile, soprattutto molto giovane. Lo stress e i conflitti irrisolti la portano ad utilizzare farmaci e poi droghe, secondo un passaggio dalle leggere alle pesanti il cui rapporto di causalità è ancora oggi al centro di dispute accanite. Come dichiara lei stessa “le mie vicende sono il risultato degli anni ‘70. La droga leggera era considerata un modo di essere. Passare all’eroina è stato facile. Complice soprattutto un viaggio di Natale in Thailandia: lì ti riempivano di roba”. Da quel momento inizia davvero il tunnel per Lilli. In una trasmissione televisiva il conduttore Romano Battaglia infierisce in diretta (di fronte all’allibito ospite, il compositore Karlheinz Stockhausen) su una Carati evidentemente sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Inizia quindi un inesorabile processo di emarginazione; si spiegano così le partecipazioni ad alcuni film erotici (a firma Joe D’Amato, ispirati al successo de La Chiave di Tinto Brass), i servizi fotografici per Le Ore ed il cinema hard vero e proprio. Il porno consente alla Carati di sostenersi economicamente lavorando poche ore dato che le sue condizioni di salute non le consentono i ritmi del cinema tradizionale. Da qui titoli come Lilli Carati’s dreams (un softcore) e i vari Una moglie molto infedele, Il vizio preferito di mia moglie, Una ragazza molti viziosa e Una scatenata moglie insaziabile, veri e propri porno con gli ultimi tre caratterizzati dalla presenza di Rocco Siffredi.

Da segnalare anche The Whore – Le scatenate, primo di una serie di film che la Carati avrebbe dovuto girare in America. Nel maggio ‘88 i carabinieri la fermano per possesso di stupefacenti. Il giorno dopo l’arresto tenta il suicidio in carcere tagliandosi le vene. La vicenda processuale si conclude nel ‘93 con una condanna a 5 anni di reclusione; ma l’attrice viveva già in una comunità di recupero per tossicodipendenti. Nel ‘95 compaiono due interviste sul Corsera (una a firma Gian Antonio Stella) nelle quali la Carati parla del suo ingresso nella comunità Saman fondata da Mauro Rostagno, esponente di Lotta Continua poi ucciso in Sicilia in circostanze mai chiarite: ” Ero scesa a 40 chili e mi facevo cinque grammi al giorno. Non sapevo come uscirne. Alla fine mi buttai dalla finestra. Fu la mia fortuna: restai bloccata a letto per mesi, pensai molto. Quando fui in grado di camminare mi rivolsi alla comunità Saman. Qualcuno discute i metodi di riabilitazione? Io so che quando sono arrivata la mia lucidità era zero. Adesso sono rinata. Per fortuna le giornate passavano veloci: i gruppi di lavoro, la musicoterapia, le passeggiate in campagna. Poi una mattina ho capito di aver riscoperto il piacere di vivere: mi sono svegliata canticchiando. Una sensazione di gioia che non provavo da almeno 15 anni”. Lilli Carati è recentemente tornata alla recitazione con La fiaba di Dorian (regia di Luigi Pastore), 26 anni dopo il suo ultimo film. Oggi appare come una persona che, pur custodendo una propria inaccessibile sfera privata, non lesina mai simpatia per i suoi vecchi fan e per i molti giovani che anche attraverso i suoi film scoprono il cinema italiano dei generi. Un’attrice che proprio per la sua controversa storia esercita tuttora un forte fascino su differenti generazioni di appassionati cinefili.