Mese: settembre 2012

Stryx (varietà televisivo, 1978).

Stryx è stato un varietà televisivo settimanale in sei puntate, trasmesso dalla RAI la domenica sera dal 15 ottobre al 26 novembre 1978 (una settima puntata fu registrata, ma mai trasmessa).

Trasmissione tanto innovativa quanto controversa, Stryx nasce nel periodo successivo alla riforma della RAI del 1975, quando – complice il neonato standard PAL, introdotto nel gennaio 1977, e la lottizzazione conseguente alla dipendenza dal Parlamento e non più dal Governo – il servizio pubblico si può ancora permettere una certa sperimentazione e una marcata esplorazione di nuovi linguaggi di comunicazione, contrapponendo al rigore conservatore rappresentato dal Primo Canale democristiano (oggi Rai Uno) la provocazione culturale del Secondo, progressista (oggi Rai 2). Stryx viene concepita quindi in un contesto culturale di assoluta libertà espressiva, soprattutto culturale e sessuale, offerta dal Secondo Canale e perfettamente interpretata dal regista Enzo Trapani dando vita ad un concept-show da contrapporre al palinsesto tradizionalista della Rete ammiraglia.

Il gruppo di produzione, composto da Alberto Testa, Carla Vistarini e dallo stesso Trapani elabora un progetto decisamente provocatorio creato attorno al binomio satanismo-erotismo, costruito dopo attenti studi sulla tradizione medievale, sulla superstizione, sui culti pagani paneuropei e messo in scena per mezzo di scenografie di grande impatto visivo (opera di Ennio Di Maio), costumi ricchi e sgargianti (creati da Gianna Sgarbossa) spesso alternati a velate o addirittura ostentate nudità, effetti visivi di forte impatto e personaggi di grande talento, perfettamente selezionati ed adeguati al ruolo da interpretare (alcuni di essi all’esordio di una successiva e fortunata carriera); tutto questo viene contestualizzato all’interno di un ambito occulto e pagano, nel quale predomina un divertito satanismo, il culto orgiastico, l’eccesso cinetico e cromatico, l’esposizione fisica della bellezza femminile. In particolare, la scelta degli interpreti appare assolutamente straordinaria e coerente con la filosofia della trasmissione, alternando cantanti dalla forte ambiguità sessuale (Grace Jones, Amanda Lear o Anna Oxa in pieno periodo androgino) a interpreti sofisticate (Patty Pravo, Mia Martini) o sensuali ed esotiche (Gal Costa, Asha Puthli) e facendo coesistere auliche e lievi sonorità medievali (offerte da un giovanissimo Angelo Branduardi) con i massimi esponenti del cosmo sound allora in voga (Rockets); all’antro caotico di Stryx non mancano comunque una protagonista deliziosa e materna quale è Ombretta Colli nel ruolo di Ludmilla, fattucchiera svampita dallo spiccato accento bolognese e incapace di trasformare correttamente in principe il rospo Franz (ottenendo sempre risultati diversi, come un pompiere o un ragioniere, interpretati da Walter Valdi), un abilissimo mimo (il giapponese Hal Yamanouchi) e un esperto napoletano di superstizione e malocchio (Gianni Cajafa) che suggerisce ai telespettatori come interpretare le carte, i fondi di caffè e come scacciare la maledizione. A tale proposito, Trapani decide di far esibire la Martini mentre viene accompagnata ad una sorta di rogo (chiara allusione all’infausta leggenda che ha sempre accompagnato la straordinaria artista).

La struttura della trasmissione prevede la doverosa premessa che è «tutto sacrosantamente documentato» e l’annuncio «Signori, il diavolo!»; successivamente avviene la pomposa presentazione al pubblico di «Lucifero, Imperatore» e di «Belzebù, Principe» e una lunga passerella di streghe, sacerdotesse, ancelle e satanassi, protagonisti comprimari del programma. Nel corpo di ballo della sigla non mancano, oltre a ballerine a seno nudo, donne travestite da gatta (palese allusione sessuale), danze dei sette veli con mani protese dal pavimento a spogliare progressivamente la protagonista (che, in questo caso, era una giovanissima ed allora sconosciuta Barbara D’Urso) e ragazze seminude ironicamente torturate, ingabbiate e arse vive. Il tutto condito, con gaudio allegorico, da figure inquisitorie, maschere tradizionali, numerosi animali reali (gatti, cani, pappagalli, anatre, galli da combattimento, pavoni, falchi, leonesse, scimpanzé) e mimica che spesso ricorda il rapporto carnale. Quindi il programma, nei settanta minuti di durata, si svolge frenetico e ipnotico tra esibizioni musicali, balli sabbatici, rituali magici, baccanali, declamazioni in italiano arcaico o – addirittura – in latino e suggestioni medievali di incredibile impatto sonoro e visivo.

Dal punto di vista della tecnologia disponibile all’epoca, viene fatto massiccio uso di luci stroboscopiche, degli effluvi del ghiaccio secco (effetti mutuati dal fenomeno discomusic) e del chromakey, attraverso il quale molti personaggi vengono sovrapposti a fondali graficamente molto elaborati, coerenti alla narrazione o all’esibizione in corso. Inoltre l’ambientazione orgiastica – per certi versi sabbatica, o addirittura satanica – permette al regista il libero uso di corpi nudi, costumi sgargianti e orpelli perfettamente adeguati alle possibilità cromatiche offerte dai nuovi televisori utilizzati del pubblico.
Protagonisti

Tony Renis – Philoconduttore
Angelo Branduardi – Folletto
Grace Jones – Rumstryx
Gal Costa – Stryx Do Brasil
Asha Puthli – Indian Stryx
Amanda Lear – Sexy Stryx
Patty Pravo – Subliminal Stryx
Mia Martini – Gipsy Stryx
Ombretta Colli – Ludmilla, strega alla camomilla
Walter Valdi – il rospo Franz
Rockets – Cosmodiavoli
Anna Oxa – Stereo Stryx
Gianni Cajafa – Furcas, Console Anti-fattura
Bruno Fusco – primo ballerino

Stryx venne sospeso con una puntata di anticipo, sia a causa di feroci polemiche – sviluppatesi all’interno della stessa RAI – scatenate dall’audacia dei temi trattati, sia dalle numerose telefonate di protesta dei telespettatori ai centralini dell’azienda, turbati dal clima diabolico e dall’ostentazione del nudo femminile: si andava infatti dai sacrifici umani (delle vergini) al seno nudo di numerose ballerine (fra le quali, nella sigla iniziale, la già citata Barbara D’Urso), ad un dichiarato (ma palesemente ironico) culto pagano per i folletti e i demoni. Paradossalmente, quindi, la trasmissione deve il proprio successo (e l’indelebile ricordo tra gli appassionati) all’incredibile innovazione visiva e culturale introdotta nel palinsesto di allora, comunque già caratterizzato da inediti utilizzi del mezzo televisivo ed interessanti tentativi di sperimentazione (L’altra domenica, Odeon. Tutto quanto fa spettacolo, Non stop, etc.).

Enzo Trapani riproporrà un anno dopo un format simile, C’era due volte, all’interno del quale Ilona Staller narra le favole più famose aggiungendo, però, un finale inedito e rivoluzionario (il principe di Cenerentola sposa una delle due sorellastre, il cavaliere de La bella addormentata nel bosco beve la pozione e si addormenta al fianco dell’amata, etc.). Trapani, quindi, persevera nella sperimentazione e nell’elaborazione di temi onirici e fantasiosi, aggiungendo quel tocco personale di provocazione audace già mostrato in Stryx: anche in questo caso, complice l’utilizzo della Staller, il programma scatena polemiche e conflitti in RAI tanto da ritardarne prima la messa in onda, poi da causarne un’altra interruzione anticipata.

Alle origini del cinema porno in Italia


Sesso Nero, Joe D'amato, le origini del cinema porno in Italia

L’anno di riferimento per il cinema pornografico in Italia può essere orientativamente identificato nel 1978. Il problema di trovare personale disposto a lavorare nel settore non si pone nemmeno nel contesto di grave crisi che la cinematografia italiana attraversa verso la fine degli anni 70; anzi si può certamente credere che molte centinaia di persone tra registi, truccatori, attori ed operatori di vario genere abbiano potuto “tirare” avanti per diversi anni grazie al porno, considerando quella che ai tempi era la ben nota “permeabilità” tra il cinema “normale” e l’hard. Basti pensare ad Aristide Massaccesi (in arte Joe D’Amato), regista romano scomparso ormai 13 anni fa, considerato oggi dai numerosi fan del cinema di genere un vero punto di riferimento. L’industria cinematografica italiana, ancora in buona salute nella metà degli anni 70, si sosteneva grazie al cinema popolare, altrimenti detto dei “generi”  (ovvero l’horror, il western, l’erotico, il poliziesco, il thriller, il decameronico, la commedia sexy,  ecc.) di cui Massaccesi era uno dei più spregiudicati rappresentanti. Egli è insomma l’autore di piccoli cult come Buio Omega, Rosso Sangue, Antropophagus e soprattutto della fortunata serie di Emanuelle. Un regista dell’estremo capace di portare la violenza (spesso cannibalica) e l’erotismo (spesso esotico) a vette quasi parossistiche, difficilmente eguagliabili (e riproponibili) in un cinema come quello attuale. Massaccesi gira nel 1978 il primo hard italiano, dall’evocativo titolo di Sesso Nero; come altri aveva compiuto i primi esperimenti aggiungendo inserti porno in alcune sue pellicole (in primis Emanuelle in America et in secundis  Emanuelle: perché violenza alle donne?) grazie alla gentile collaborazione di Marina Lotar in Frajese e Rick Martino, culturista italoamericano prestato al porno. Sesso Nero è riconducibile al cosiddetto periodo “erotico-esotico” di Massaccesi e fu un successo capace di fruttare la bella cifra di un miliardo di lire (a fronte del budget naturalmente ridicolo messo a disposizione dalla produzione). Da sottolineare come la pellicola sia stata riproiettata nel 2006 – ed in versione restaurata – dalla prestigiosa Cinémathèque Francaise, nell’ambito di un omaggio a Massaccesi. Sceneggiatura e soggetto sono di George Eastman (alias Luigi Montefiori, altra icona per gli appassionati di b movies italiani) che dal canto proprio vantava già una lunga e proficua collaborazione con lo stesso Massaccesi.  Sempre seguendo il filone “esotico” si possono segnalare altri film come Porno Esotic Love (in pratica un rimontaggio in chiave hard di Eva Nera, diretto nel 1976 dallo stesso regista) e soprattutto Porno Holocaust  che già dal titolo si rifà a Cannibal Holocaust  (assai discusso per le numerose scene di violenza sugli animali) girato da un altro regista italiano – RuggeroDeodato – nel 1980.
Per Gordiano Lupi, uno dei massimi esperti italiani del cinema di genere, Porno Holocaust  è «il film più riuscito del periodo dominicano, perché folle e visionario come il miglior cinema di Joe D’Amato». Un’altra pellicola da segnalare è Orgasmo Nero  (1980, ancora riconducibile al periodo “esotico-erotico”), anch’essa caratterizzata dall’ormai collaudato stratagemma delle due versioni: quella soft  per il mercato italiano, quella hard per l’estero. Massaccesi si dedica a qualche altra “fatica”  chiaramente pornografica (come Stretta e bagnata) per poi ritornare all’erotico, sulla scia de La Chiave di Tinto Brass. Risultato? L’Alcolva  (anno 1985, con Lilli Carati e Laura Gemser, l’attrice di Emanuelle) incassa due miliardi dell’epoca, mentre Il Piacere  (sempre  con la coppia Carati-Gemser ma con l’aggiunta di Dagmar Lassander, una delle più belle attrici del cinema italiano anni 70) arriva a tre.

La già citata Marina Lotar (ex moglie del giornalista RAI Paolo Frajese) fu senza dubbio una delle prime stelle della pornografia italiana, accomunabile ad altre (ad esempio Karin Schubert) dal comune passato nel cosiddetto cinema “normale”. La si ricorda in alcuni film della italica commedia sexy come La Pretora  (con Edwige Fenech, regia di Lucio Fulci) o Il Ginecologo della mutua  (con Renzo Montagnani e Paola Senatore). Importante  anche la partecipazione  a Primo Amore  (di Dino Risi, con Ugo Tognazzi e Ornella Muti), Le mani di una donna sola  (di Nello Rossati),  Gegè Bellavita (di Pasquale Festa Campanile), Play Motel  (di Mario Gariazzo, con Ray Lovelock altra icona del cinema 70), Compagna di viaggio  (con Giorgio Bracardi e Serena Grandi) fino ad arrivare ai due episodi della serie Er Monnezza/Tomas Milian (Delitto sull’autostrada  e Delitto al blue gay) e a Fantozzi (Fantozzi subisce ancora). Dulcis in fundo  un ruolo ne La città delle donne, di Fellini. Da sottolineare come le due carriere della Lotar – quella nel cinema “normale” e quella nel porno – si siano intrecciate tranquillamente tra la fine dei 70 e i primi anni 80, prima della irreversibile scelta a favore dell’hard a partire dalla metà degli anni 80 (con il ritiro dalle scene avvenuto nel 91 a causa dei sopraggiunti “limiti” di età). Naturalmente il fatto di essere la moglie di uno dei più conosciuti volti RAI stuzzicava le fantasie di autori e spettatori: la Lotar usò il cognome del marito (cioè Frajese) per un buon numero di film (anche e soprattutto pornografici) incaponendosi in questo proposito nonostante fosse in corso già da tempo una comprensibile causa legale intentata dal marito. La Lotar è stata una delle pornodive più amate in Italia, per la “spontaneità” sul set, nonostante gli anni che passavano e qualche “vizietto” legato alla bottiglia. Il film Marina e la sua bestia  resterà famoso per la presenza, accanto all’attrice, del cavallo Principe.

Marina e Paolo Frajese si erano incontrati nel 1965 in Svezia, Paese natale della donna, nel quale il giornalista RAI si trovava come corrispondente. Lei, appena ventenne e bellissima fotomodella, era perfetta  tanto è vero che i due convolarono  a giuste nozze nel giro di due anni. Un matrimonio che sembrava proseguire senza particolari scossoni nonostante qualche scandaluccio legato all’abbigliamento di Marina (che amava non indossare nulla sotto la gonna). Raggiunti i trent’anni, la Lotar, inizia ad avere qualche rimpianto di troppo per la mancata carriera artistica; ecco i primi servizi senza veli ed i primi film più o meno “scollacciati”. Non parliamo ancora di hard ma comunque di qualcosa di troppo ardito per una società (fintamente) puritana come quella italiana degli anni 70. Quando poi decide di passare al porno – con film come La zia svedese, Cameriera senza malizia, Attenti a quelle due ninfomani, Albergo a ore, L’amante bisex  e i celeberrimi  Marina e la sua bestia 1 e 2 – il matrimonio con Frajese naufragherà del tutto e nel 1985 una sentenza le impedirà di utilizzare il cognome dell’ex marito nelle locandine dei suoi film.

Erano le Brigate Rosse.

In questo documentario è possibile conoscere, per sommi capi, il fenomeno brigatista che ha insanguinato l’Italia a cavallo tra gli anni 70 e 80. In particolare le interviste riguardano Prospero Gallinari, Valerio Morucci e Raffaele Fiore. Il primo, figura di spicco all’interno delle BR, è stato catturato nel 1979; condannato all’ergastolo – per le sue responsabilità nel caso Moro- dal 1994 al 2007 ha ottenuto una sospensione della pena per motivi di salute. Attualmente si trova ai domiciliari. Durante gli anni di prigionia Gallinari non collabora con i magistrati, anzi continua a prendere parte all’analisi politica delle Brigate Rosse rivendicando fino all’ultimo la propria appartenenza al movimento rivoluzionario. Valerio Morucci, soprannominato Matteo, arrestato nel 1979, viene condannato a vari ergastoli. Rilasciato nel 1994 si occupa di informatica. Morucci fu tra coloro che, in cambio di riduzioni di pena, si dissociarono formalmente dalla causa delle BR, chiarendo con la propria testimonianza gli eventi criminali a cui aveva preso parte pur senza contribuire alla cattura di altri brigatisti. In via Fani ha sparato sulla scorta di Moro e durante il sequesto è stato il postino delle Brigate Rosse. Raffaele Fiore viene catturato sempre nel 1979 e condannato all’ergastolo. In via Fani ha sparato sulla scorta di Moro, anche se il suo mitra si è inceppato quasi subito. Non si è mai pentito e dal 1997 gode della libertà condizionale, confermata nel 2007. La sua storia di brigatista è stata descritta da Aldo Grandi in una pubblicazione edita da Rizzoli nel 2007. Di lui parla ampiamente Roberto Peci nel suo memoriale e il ritratto che ne emerge non depone a favore di Fiore, definito “grezzo, di scarsa intelligenza, poco incline ai rapporti umani e poco propenso all’igiene”.

Toni Negri – L’eterna rivolta –

Da alcuni considerato un cattivo maestro, da molti un grande filosofo.Accusato di essere l’ideologo delle Brigate Rosse e il mandante morale dell’omicidio di Aldo Moro, Toni Negri è uno dei personaggi più controversi degli anni settanta. Questo film, L’eterna rivolta di Alexandra Weitz e Andreas Pichler, racconta la sua storia. Incarcerato ingiustamente nel 1979, Negri viene liberato nel 1983 perché eletto al Parlamento nelle file del Partito Radicale di Marco Pannella, ma il 27 settembre dello stesso anno la Camera concede l’autorizzazione all’arresto; Negri fugge in Francia,dove rimane in esilio per quattordici anni. Negri scrive molti libri e trattati di filosofia, ma il vero testo che gli conferisce notorietà internazionale nei primi anni duemila è Impero: il nuovo ordine della globalizzazione, scritto con l’ex allievo Michael Hardt, divenuto uno dei manifesti del cosiddetto movimento No-global.

Karin Schubert, da "Quel gran pezzo dell’Ubalda" al porno

Triste storia quella di Karin Schubert. Nel 1967 comincia a lavorare nel mondo della moda e da lì il passo verso il cinema è breve. Uno dei suoi primi film è Satiricosissimo (regia di Mariano Laurenti), parodia del Satirycon di Fellini con Franco Franchi, Ciccio Ingrassia ed Edwige Fenech. La carriera prosegue con I maghi del pallone (sempre con Franco e Ciccio) e in Scusi, ma lei paga le tasse? (regia di Mino Guerrini ancora con gli immancabili Franco e Ciccio, questa volta accompagnati da Lino Banfi). Da ricordare anche Gli occhi freddi della paura (di Enzo G. Castellari) giallo che annovera – tra gli altri – Fernando Rey, Gianni Garko e Giovanna Ralli. Mania di grandezza (1971) è un altro film importante nella carriera della Schubert, nel quale recita con Louis De Funés (icona del comicità francese) e Yves Montand. Ma il ruolo più importante del periodo è certamente quello nel decameronico Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda tutta calda dove interpreta la moglie di Pippo Franco (nel film L’Ubalda è naturalmente Edwige Fenech). In Mio Dio come sono caduta in basso (Comencini, 1974) recita accanto a Laura Antonelli, Michele Placido e Alberto Lionello.  Nel 1975 è la volta di Emanuelle nera, di Aristide Massaccesi, assieme all’attrice italo-indonesiana Laura Gemser; il film registrerà anche una recensione positiva da parte del NYT, come evidenzia Marco Giusti nel suo Dizionario dei film italiani: «Girato con vera maestria, anche le scene più erotiche assumono un notevole valore artistico».

Il secondo episodio per la Schubert, nella serie di Emanuelle, sarà in Emanuelle: perché violenza alle donne? del quale si è già parlato sopra. Negli anni ottanta, con la crisi del cinema italiano, si dedica definitivamente al genere hardcore, con titoli come Morbosamente vostra (tra l’altro diretto da Andrea Bianchi, regista di una certa notorietà passato negli anni 80 all’hard), Karin l’ingorda, Poker di donne, Il vizio nel ventre (con Marina Lotar, Rocco Siffredi e Roberto Malone). A fine carriera si dedica al telefono erotico. La motivazione che costrinse Karin a scegliere il porno fu di strettamente natura economica, legata alla volontà di procurarsi denaro per aiutare il figlio (che la picchiava) ad uscire dal tunnel della droga. In una puntata del Maurizio Costanzo Show, la Schubert denunciò la i ricatti a cui aveva dovuto sottostare per ottenere parti cinematografiche nelle pellicole porno. In una intervista al Fatto di Enzo Biagi (sempre 1994) dichiara: “Mio padre mi ha violentato per due anni. Avevo solo 11 anni. Papà stava sempre in viaggio e, quando tornava, entrava nella mia stanza, si metteva a lato del mio letto, mi scopriva e io facevo finta di dormire, per rispetto e paura. E lui mi toccava. Oggi faccio le sex line, prendo solo 60 lire al minuto, i produttori 4 mila”. Il 1 settembre 1994, oppressa dalla solitudine e dalla povertà, ha tentato il suicidio ingerendo barbiturici e mezza bottiglia di vodka, ma è stata soccorsa in tempo dai vicini di casa.

In una intervista al Corriere della Sera sempre del 94, a firma Margherita De Bac, dichiara: “Io sono semplicemente il prodotto della nostra societa’. Ho fatto la fortuna degli altri, mai di me stessa. Sono un fallimento e non lo sopporto. Ecco perche’ volevo ammazzarmi. Non ho piu’ nulla per cui valga la pena di vivere. Quando ho riaperto gli occhi mi sono sentita contenta di non essere morta. Alla fine scopri che la vita e’ bella, perfino la mia. Perche’ ci ho provato? Non ho famiglia ne’ amici ne’ soldi ne’ futuro. Per la gente sono una puttana. Povera oltretutto. La dimostrazione del mio fallimento siete anche voi. Venite a cercarmi per accontentare la morbosita’ dei lettori. Faccio notizia: signori e signore, guardate come e’ caduta in basso la star Karin Schubert. Volevo diventare attrice. Nessuno mi ha mai perdonato i film porno. Mi affidavano le parti piu’ abiette e io le accettavo perche’ volevo andare avanti e pensavo che era gavetta. E arrivata la crisi del cinema e sono fuggita in Spagna. Avevo 42 anni quando dall’ Italia ho ricevuto proposte di servizi fotografici porno. Accettai. Non avevo scelta. E poi li facevano tutte. Io, rispetto alle altre, ho avuto fortuna, se cosi’ si puo’ chiamare. In cinque anni di sesso ho guadagnato piu’ che in 20 anni di film. Dopo due anni ho cominciato con le videocassette hard. Prima di prendere i barbiturici ho pensato ai cani indicando su un foglio dove avrei voluto che fossero custoditi. Assomiglio a loro. Una gran sentimentalona. Una stupida tedesca sentimentalona”. Di nuovo il 20 maggio 1996 prova a togliersi la vita, questa volta mediante intossicazione col monossido di carbonio dell’auto. Prontamente soccorsa anche in tale occasione, si salva con una prognosi di poche settimane.