Mese: agosto 2012

ENZO BIAGI: C’ERA UNA VOLTA.. ROBERTO CALVI.

C’era una volta un uomo tranquillo che fece una irresistibile ascesa all’interno della prudente e cattolica banca in cui lavorava fino a portarla ai vertici della finanza internazionale per poi distruggerla dissipando migliaia di miliardi di lire con la complicità di politici ed alti prelati e finì impiccato sotto un ponte a Londa in circostanze mai chiarite.
Roberto Calvi, il banchiere di Dio raccontato a Enzo Biagi dalla moglie Clara.

Di Sarah Nicora, Montaggio Andrea Menchicchi.

ENZO BIAGI: C’ERA UNA VOLTA LICIO GELLI.

Licio Gelli: industriale, finanziere, diplomatico forse agente segreto comunque molto potente, a capo di una importante loggia massonica influenzò pesantemente la vita politica e finanziaria della Repubblica Italiana; protagonista dei grandi misteri d’Italia oggi vive tranquillamente a casa sua.
Enzo Biagi attraverso le testimonianze di Pier Luigi Vigna, Giulio Andreotti, Ernesto d’Ippolito, Ermenegildo Benedetti e Tina Anselmi cerca di ricostruire la figura di Gelli e del suo feudo: la P2.
C’era una volta?
Regia di Sarah Nicora, Montaggio Andrea Menchicchi, Musica Andrea Nicolini

ENZO BIAGI: C’ERA UNA VOLTA MICHELE SINDONA.

C’era una volta un banchiere molto noto e potente, possedeva due banche e svariate partecipazioni in istituti finanziari di tutto il mondo; acclamato in Italia come il salvatore della lira ed eletto uomo dell’anno dagli USA, morì avvelenato nella sua cella dove stava scontando una condanna all’ergastolo per l’omicidio del liquidatore della sua banca.
Michele Sindona “lo squalo” raccontato attraverso l’intervista del decano del giornalismo italiano, Enzo Biagi.

Documentario vincitore del Premio Current 2011 al Festival Hai Visto Mai di Siena.
Regia di Sarah Nicora, Montaggio e Musiche Andrea Menchicchi.

In memoria di Aldo Maldera

Pochi giorni fa, 1 Agosto, è mancato agli affetti dei suoi cari, e a quello degli appassionati di calcio, Aldo Maldera, ex giocatore – tra le altre squadre – di Milan, Roma e Fiorentina. Classe ’53 Maldera era il prototipo del calciatore moderno: mancino, dal gran fisico e dalla corsa fluida ed elegante, chiamato “cavallo” per le sue doti atletiche. Possedeva un ottimo piede sinistro, sia in fase di appoggio che di cross, ed eccelleva nel tiro a rete (potente e preciso). Fu probabilmente il primo, in Italia, ad adottare il tackle in scivolata, poi divenuto marchio di fabbrica di tanti altri celebri difensori. Apprezzato da Nils Liedholm che, con lui in squadra, vince due scudetti: quello della stella al Milan (1978-79) ed il secondo (1982-83) – celeberrimo – con la Roma di Falcao, Pruzzo e Bruno Conti. Liedholm lo impiega, a volte, persino col numero 10, a centrocampo, con compiti di mezzo sinistro, magari in sostituzione di qualche titolare di ruolo. Ma Aldone è soprattutto un uomo di fascia, un terzino d’attacco, con doti da bomber: basti pensare ai 9 goals segnati nel Milan della stella, vicecannoniere dei rossoneri dietro solo ad Albertino Bigon. Squadra autarchica, quella, con Chiodi implacabile rigorista (anche lui scomparso prematuramente), appunto Bigon uomo d’appoggio in avanti, e Walter Novellino, tutto talento ed istinto, tanto scapestrato da giocatore quanto intransigente una volta diventato tecnico.

Nella Roma, dopo la retrocessione del Milan nel 1982, ritrova il Maestro svedese Liedholm che gli affida nuovamente la fascia sinistra. Maldera non tradisce la fiducia del mister, risultando uno dei grandi artefici dello scudetto.

Per quanto riguarda la parentesi nella Nazionale, Maldera viene convocato per i Mondiali di Argentina del 1978 ma gioca solo la finalina per il terzo posto con il Brasile. Nel suo ruolo, infatti, è “chiuso” da un giovane in prepotente ascesa: Antonio Cabrini. Naturalmente non bisogna dimenticare la “geopolitica” calcistica che in quel torno d’anni  porterà a privilegiare i giocatori della Juventus a scapito di quelli delle altre squadre (si pensi al clamoroso caso di Roberto Pruzzo). Comunque furono dieci, in totale, le presenze di Maldera in Nazionale.

Una volta appese le scarpe al chiodo (ultima stagione nella Fiorentina del 1987), Maldera lavora per il settore giovanile della Roma ed ha una esperienza nel campionato greco come dirigente sportivo. Ultimamente aspettava una panchina, magari di C2, memore di quanto diceva Liedholm: “mai avere fretta, pure io ho iniziato tardi”.

Al di là dell’aspetto sportivo Maldera è ricordato da tutti per il suo tratto caratteriale. A tale proposito segnaliamo questo bellissimo articolo su Storie di calcio, nel quale si evidenzia (ancor prima del lato tecnico) l’uomo  Aldo Maldera.

Tony Arzenta – Big Guns.

Film del 1973 con Alain Delon, Richard Conte e Carla Gravina. Regia di Duccio Tessari.

Tony Arzenta è un sicario siciliano, al servizio di una organizzazione mafiosa con interessi in tutta Europa. Comincia ad avere una certa età ma soprattutto una moglie ed un figlio piccolo da mantenere. E’ stanco di uccidere e decide – appunto dopo l’ultimo omicidio – di recarsi dai suoi referenti per regolarizzare la propria posizione (“appendere la pistola al chiodo”). Si rivolge pertanto al suo superiore/amico Nick Gusto (Richard Conte) che – dal canto proprio – cerca di dissuaderlo dalla scelta, preannunciandogli gravi conseguenze. D’altronde Arzenta conosce tutti i segreti della Organizzazione e la sua “dissociazione” potrebbe costituire grave motivo di preoccupazione per tutti i capi. Ma Arzenta è irremovibile: decide di tirare diritto, confidando nelle capacità persuasive che Gusto ha già dimostrato di saper esercitare in analoghe situazioni sugli altri leaders della Organizzazione.

Quando La Cupola si riunisce per discutere di affari Gusto si ricorda della dissociazione di Arzenta. Ne mette al corrente gli altri, che però non prendono nemmeno in considerazione l’eventualità di lasciar scorrere: tanto è vero che si fa subito avanti il progetto di eliminare l’ormai scomodo killer.

Tutto sembra andare per il meglio quando, all’improvviso, qualcuno ha la cattiva idea di piazzare una bomba sotto la macchina di Arzenta. Ma a saltare per aria non sarà il killer siciliano bensì la moglie e il figlio costretti – per una circostanza sfortunata – a prendere l’auto sbagliata e non la piccola utilitaria normalmente utilizzata per i brevi spostamenti in città.

Arzenta vede in presa diretta l’esplosione, appena un minuto dopo aver salutato e baciato il figlio. Lo shock è violentissimo e porterà ad una carneficina – un’inutile vendetta – per la quale il sicario  farà scorrere tanto sangue, tranne quello di uno: Gusto.

Tony Arzenta – Big Guns è una sorta di Samurai melvilliano in versione ridotta. Tessari gestisce il traffico con determinazione ma anche con evidente rozzezza. Il film è una sorta di liaison tra poliziottesco italiano e polar francese: in realtà è un noir, con qualche strizzata d’occhio alle recenti imprese di Fernando Di Leo (Milano calibro9 e La Mala ordina entrambi del 1972). La produzione è abbastanza ricca: lo si evince dal cast italo-francese tutt’altro che disprezzabile. Importante lo “zampino” di Delon (almeno per la versione francese che reca alcune modifiche al montaggio – più asciutto – e l’aggiunta di didascalie che evidenziano lo scorrere del tempo, elemento imprenscindibile del film).
Delon è sempre bravo e convincente nella parte del killer solitario: i sorrisi si contano sulle dita di una mano così come le parole, mai spese inutilmente. Note di merito anche per gli altri attori: prima di tutto il sempre bravo Richard Conte, italo-americano di gran classe, noto anche per aver recitato ne Il Padrino di Francis Ford Coppola (alcune inquadrature come quella del matrimonio siciliano si ispirano chiaramente a Il Padrino). Né si può dimenticare la bellissima Carla Gravina, nella vita compagna di Gian Maria Volonté, e soprattutto brava attrice di teatro. Ma il film si avvale di tante altre figure di rilievo: pensiamo a Giancarlo Sbragia (che avrà un ruolo determinate nella vicenda) oppura al padre di Arzenta (un efficace Corrado Gaipa), senza dimenticare Umberto Orsini (l’avvocato di Gusto/Conte) o Roger Hanin bravissimo nella parte del boss. C’è anche un inizialmente irriconoscibile Marc Porel (coi baffi) che farà una pessima fine per aver aiutato Arzenta durante la latitanza.

Il film non si caratterizza certo per l’originalità della trama ma il ritmo è buono. La dinamica degli omicidi è credibile (tranne forse quello nell’appartamento di Arzenta con la Gravina in ostaggio) e capace di comportare una certa spettacolarità. La violenza è dosata, mai eccessiva, con qualche vaghissima anticipazione splatter. Buona anche l’idea di far snodare la storia tra la Sicilia, Milano e Copenaghen. Interessanti i numerosi inserti “pop” che fanno capire l’evoluzione culturale dei primi anni 70 (i vaghi accenni al porno danese e alle prime riviste hard acquistate e divorate dai “trucidi” alle dipendenze dei boss mafiosi, l’illustrazione della massiccia prostituzione presente allora a Copenaghen, i locali e le discoteche gestite dalla mafia, la mentalità nordica che porta a non intervenire nemmeno quando si vede una donna pestata senza pietà).

Il gruppo di boss, inoltre, si caratterizza per una certa comicità. Fanno i duri ma hanno tutti una paura da matti del killer assetato di sangue che li sta facendo fuori uno per uno. Tanto è vero che si sfottono a vicenda, imputandosi l’un l’altro di avere paura di Arzenta e di essere per questo fuggiti da Milano con la scusa di gestire gli altri affari a Copenaghen. Da sottolineare la presenza, come uno dei boss, del celebre caratterista tedesco Anton Diffring (magari il nome non dice nulla ma l’avrete visto in almeno qualche dozzina di b-movies, soprattutto a carattere bellico).

Un ultimo accenno per le musiche di Gianni Fierro (non male) e per alcuni inserti d’autore come L’Appuntamento di Ornella Vanoni (che parte nei titoli di testa) o Vorrei che fosse amore di Mina.