Il governo ha già terminato le cartucce.

Dopo sei mesi, con un mandato pieno sotto il profilo della politica economica e fiscale, sembra già essersi esaurita la spinta propulsiva del governo presieduto da Mario Monti. A rendere palese questo stato di cose sono alcune indicazioni di ordine oggettivo ed altre più attinenti alla sfera delle valutazioni politiche, in quanto tali maggiormente opinabili.

L’oramai famigerato spread è stabilmente sopra la soglia dei 400 punti. Questo risultato viene comunemente spiegato sia con le turbolenze politiche e finanziarie provenienti dai vari Paesi dell’eurozona (in realtà Spagna e Grecia) sia col fatto che l’economia italiana è in fase recessiva. Non è dato sapere quale dei due fattori abbia maggior peso ma il sospetto è che puntare tutto su un risanamento a suon di tasse facendo fede su una pronta ripresa già nel primo semestre del 2012 sia stato un azzardo.

Le ragioni strutturali per le quali l’economia italiana è stagnante da ormai 15 anni sono diverse e vanno tutte nel senso delle mancate riforme che avrebbero dovuto e potuto rendere meno evidente il peso dello stato sui ceti produttivi del Paese. La spesa pubblica, infatti, è un pozzo senza fondo nel quale si addensano sprechi e privilegi. La riforma del titolo V della Costituzione, che ha introdotto un malinteso “federalismo” (in realtà una pallida ed incompiuta imitazione del modello di stato regionale spagnolo), ha ulteriormente moltiplicato i centri di spesa affidando ad una classe dirigente locale totalmente inaffidabile e spesso corrotta una delle più importanti voci della nostra spesa pubblica: la sanità.

I ceti produttivi, le famose partite iva, sono dunque state progressivamente schiacciate dal peso di una pressione fiscale e contributiva (vedi ultima riforma Fornero) che porta lo stato e gli enti pubblici a predare fino al 70% del “giro d’affari” di un piccolo imprenditore o artigiano.

A queste ragioni, croniche, di politica economica si è associato l’ingresso nell’area euro che invece di favorire il nostro sistema economico, fondato sulle piccole-medie imprese, lo ha certamente penalizzato. La nostra economia, dall’oggi al domani, ha dovuto fare i conti con una moneta forte quanto il marco senza avere però la forza delle grandi aziende tedesche (con tutta la loro capacità innovativa e di penetrazione nei mercati orientali).

Un noto grafico comparso su alcune prestigiose riviste anglosassoni è impietoso circa il confronto tra Italia e Germania prima e dopo l’entrata nell’euro.

Ancora più agghiacciante quello riguardante le transazioni di beni e servizi, redditi da lavoro dipendente, ecc.

A tutto questo bisogna aggiungere la crisi economica che ha portato ad una evidente stretta creditizia. La stretta creditizia si è associata alla ben nota voracità dello stato sotto il profilo fiscale alla quale a sua volta bisogna aggiungere il mancato pagamento da parte della pubblica amministrazione dei debiti con le imprese private. In tutto questo è davvero sorprendente che il sistema economico italiano non sia ancora saltato. Probabilmente ciò è dovuto anche ad una “salvifica” evasione fiscale che scongiura – in una situazione simile – il fallimento certo di buona parte delle piccole imprese e dei vari “padroncini” che ancora danno lavoro in questo Paese. Una evasione, non certamente legale ed apprezzabile sotto il profilo etico, ma comunque comprensibile. Una evasione di pura e semplice sopravvivenza.

I segnali di nervosismo e preoccupazione arrivano, comunque, anche da parte di quei cosiddetti tecnici che – con un po’ di spavalderia e acritico sostegno da parte della stampa – si erano detti sicuri che con loro l’Italia ce l’avrebbe fatta. Particolarmente interessante è stato il ragionamento del ministro dello sviluppo economico Passera, secondo il quale “il sistema è sul punto di collassare”. Infatti basta un elementare calcolo per dire che tra disoccupati, precari, cassaintegrati, scoraggiati e relativi familiari a carico si arriva a 5-7 milioni di persone in stato di grave difficoltà sotto il profilo lavorativo.

Dopo alcune riforme da “lacrime e sangue” (vedi quella delle pensioni e del mercato del lavoro) ed altre operazioni di puro “maquillage” (le cosiddette liberalizzazioni) il governo sembra già non saper che fare. Lo dimostra il nervosismo di Monti (riguardo il tragico tema dei suicidi), la grottesca mossa dei tecnici che provvedono a nominare altri tecnici e la “trovata” di chiedere ai cittadini quali siano gli sprechi da tagliare (come se i tecnici ed il governo non avessero gli strumenti e le conoscenze per sapere dove intervenire).

Mario Monti prevedeva uno spread intorno ai 250 punti entro luglio e non è chiaro se l’obiettivo sarà raggiunto. Ci sono in ballo 15 miliardi di interessi da risparmiare o pagare, equivalenti ad una nuova manovra (di tasse?).
Lo stesso Monti ha in proposito di condurre in Europa una “battaglia” che porti a scomputare per almeno tre anni le spese per investimenti dal cosiddetto fiscal compact di draghiana concezione il quale così com’è rischia di strozzare sul nascere qualsiasi possibilità di ripresa per noi e gli altri Paesi in difficoltà.

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2 comments

  1. va bene tutto, basta che siamo onesti e diciamo solo che Monti & Co. (che non mi piacciono) sono i principali responsabili. poi di questa ondata di suicidi francamente ne me impippo, anche per leragioni che ho scritto nel mio ultimo post. buon fine settimana NP!

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